L’11 settembre la Commissione Tributaria Centrale spagnola ha emesso una sentenza che, sorprendentemente, è passata quasi del tutto inosservata. Distaccandosi dalla storica posizione della Corte Suprema spagnola e del Ministero delle Finanze, la Commissione tributaria ha concluso che i soggetti che decidono di cedere la propria partecipazione in una società vendendo a questa le proprie azioni in cambio della cancellazione devono essere tassati in base alla disciplina prevista per la tassazione delle plusvalenze, e che pertanto non si tratta di dividendi percepiti.

Quando una società acquista le proprie azioni ad un prezzo più alto del loro valore nominale, la stessa trasferisce all’azionista una parte delle proprie riserve: tale azione pertanto, potrebbe essere considerata una ripartizione di utili. Ciò vale soprattutto per i casi in cui tutti gli azionisti vendono azioni in misura proporzionale alla loro quota di partecipazione.

Ma dal punto di vista legale, invece, una vendita di azioni deve essere sempre e comunque qualificata come una cessione di beni, anche nel caso in cui l’acquirente è di fatto la medesima società che ha emesso tali azioni. Da ciò consegue che gli utili derivanti da tale vendita di azioni devono essere trattati da un punto di vista fiscale come plusvalenze.

La disciplina dell’imposta sui redditi delle persone fisiche vigente in Spagna opta per un doppio sistema di trattamento. Quando il venditore aliena solo parte della propria partecipazione azionaria e, pertanto, rimane azionista della società, viene applicato il trattamento fiscale previsto per i dividendi. Diversamente, se il venditore trasferisce tutte le sue azioni ed esce dalla società, dal punto di vista fiscale tutti gli utili vengono considerati plusvalenze.

La differenza esistente tra il trattamento fiscale previsto per le plusvalenze e quello che viene applicato ai dividendi può essere notevole. Da un lato è vero che la Spagna attualmente prevede un trattamento abbastanza simile per tutti i redditi da investimento, tassando questi ultimi con aliquote fisse in base al cosiddetto “saving basket”. Dall’altro è pur sempre vero che le plusvalenze derivanti da attività detenute prima del 1994 beneficiano ancora di determinate disposizioni fiscali che ne riducono o addirittura ne azzerano la tassazione.

I vantaggi previsti dal trattamento fiscale delle plusvalenze sono ancora maggiori quando il venditore non è residente in Spagna. La maggior parte delle convenzioni fiscali sottoscritte dalla Spagna consentono la trattenuta fiscale sui dividendi ma impediscono alla Spagna di tassare le plusvalenze derivanti da azioni (vi sono tuttavia delle eccezioni per quanto riguarda partecipazioni piuttosto rilevanti).

Tale differenza di trattamento fiscale è sempre stata un incentivo ad effettuare tali operazioni di acquisto di azioni come metodo per uscire da una società spagnola. Tuttavia, un’ispezione fiscale ha osservato attentamente tali accordi e ha contestato l’applicazione del trattamento fiscale previsto per le plusvalenze laddove vi siano indizi (anche deboli) che vi sia un accordo tra azionisti finalizzato a distribuire le riserve della società. La maggior parte delle valutazioni derivanti da tali ispezioni fiscali sono state confermate dai tribunali.

La sentenza della Commissione tributaria centrale è chiara e saldamente ancorata alle disposizioni di legge applicabili in materia: se un azionista esce dalla società si deve applicare il trattamento fiscale previsto per le plusvalenze. È possibile applicare agli utili ottenuti dall’azionista uscente in seguito alla vendita delle proprie azioni il trattamento fiscale previsto per i dividendi solo nel caso in cui vi siano degli elementi in base ai quali sia possibile dedurre in modo sufficientemente chiaro una pianificazione abusiva: solo in tal caso, infatti, è giustificato prediligere un approccio che privilegia la sostanza rispetto alla forma.