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Archives for Società

L’istituto del Cash Pooling: l’opinione dell’Agenzia delle Entrate

Brevi considerazioni sull’istituto utilizzato nei gruppi industriali sovranazionali

La liquidità di un gruppo è, da oramai lungo tempo, uno degli aspetti principali e che più di altri balzano agli occhi di investitori ed organi di controllo.

Fra gli strumenti che permettono di ottimizzare tale situazione all’interno del gruppo è sicuramente la stipula di un contratto di cash pooling (gestione accentrata della tesoreria).

Tale istituto, infatti, permette di migliorare la liquidità e quindi la gestione finanziaria del gruppo, con effetti diretti sia sugli interessi passivi sia in vista di una migliore gestione delle disponibilità liquide. Le società del gruppo conferiscono incarico ad altra società appartenente al gruppo (potrà sia essere la holding sia altra società creata appositamente) con la funzione di tesoreria centrale e la gestione di un conto corrente sul quale vengono versati i saldi dei conti correnti periferici di ciascuna consociata.

La modalità più diffusa è la c.d. “zero balance system” o “tesoreria a saldi zero”, ovvero una quotidiana movimentazione di somme, ovvero il trasferimento, a fine giornata/periodo, del saldo attivo presente sul conto delle società aderenti sul conto della società tesoriera (in qualità di società pooler).

Nel cash pooling potrebbero apparire evidenti elementi tipici del finanziamento, anche se, e sul punto si rimanda alle considerazioni difformi dell’Agenzia delle Entrate, tale contratto deve essere ricondotto nell’ambito dei cd. “contratti a causa mista” (con elementi del conto corrente ordinario e del contratto di finanziamento).

Nel rapporto di cash pooling è infatti insita un’operazione di finanziamento a favore delle società del gruppo, che potrebbero coprire le loro passività di conto per effetto della gestione “accentrata” delle liquidità del gruppo medesimo.

La giurisprudenza di legittimità ha comunque riconosciuto la natura finanziaria del cash pooling: l’istituto avrebbe, infatti, la finalità di «escludere o limitare l’accesso al credito bancario, finanziando l’impresa partecipante alla cassa comune con gli attivi di cassa dell’altra o delle altre imprese» (1).

L’orientamento dell’Agenzia delle Entrate

La qualificazione del cash pooling è stata oggetto di risoluzioni dell’Agenzia delle Entrate (in tema di applicabilità delle ritenute sugli interessi maturati o compensati):

  1. la Risoluzione n. 58/E del 27.2.022 (2), con la quale l’Agenzia delle Entrate in un parere reso in relazione ad un’ipotesi di “zero balance cash pooling”, ha ricondotto tale tipologia di cash pooling nel contesto del contratto di conto corrente ordinario. Le caratteristiche di tale cash pooling non sarebbero «riconducibili […] ad un prestito di denaro», non essendo a carico della società che gestisce l’esubero di liquidità alcun onere restitutorio. Altro argomento utilizzato è la reciprocità, all’interno del gruppo, dell’effettuazione del versamento dell’avanzo di liquidità e in ragione del fatto che tali rimesse vengano effettuate indifferentemente da tutte le società del gruppo, società che poi attingono, se necessario al cash pool per ovviare alle momentanee rarefazioni di liquidità.
  2. con la Risoluzione n. 194/E del 8.10.033 (3), l’Agenzia ha modificato parzialmente il proprio orientamento, in riferimento all’ipotesi di c.d. “notional cash pooling”, ed ha ritenuto che la modalità di funzionamento di tale istituto sono riconducibili ad «un’operazione di prestito di denaro» consentendo alle società del gruppo «una forma di finanziamento, ancorché indiretta».

(1) Cass. civ., Sez. Trib., 23 giugno 2009, N. 14730
(2) pubblicata in www.finanzaefisco.it
(3) pubblicata in www.finanzaefisco.it

 

Avv. Simone Mazza

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Perché la Germania?

Compiere un percorso di internazionalizzazione della propria impresa verso il principale Paese dell’Unione Europea presenta sicuri vantaggi in termini di immagine commerciale, solidità del sistema Paese e fiscali.

Nello specifico

– la Germania è un partner privilegiato per l’intera economia italiana

– in Germania sono presenti centinaia di aziende italiane, specialmente nei settori del tessile, dei trasporti, dell’agroalimentare, delle costruzioni, delle nuove tecnologie

– le importazioni dalla Germania sono in aumento nonostante la crisi economica che, oltralpe, si fa sentire in modo assai più labile che in Italia, fino a scomparire in alcune zone particolarmente floride della Germania

– l’Italia esporta moda, meccanica di precisione, prodotti della siderurgia, tessili ed alimentari

– l’investimento estero è liberamente recuperabile, non essendovi norme che ne possano ostacolare la restituzione

– i costi delle utenze e dell’energia sono ridotti rispetto a quelli italiani

– l’efficienza della manodopera, i tempi certi di risposta da parte degli enti pubblici, i tempi di costituzione delle società e del rilascio delle autorizzazioni e l´atteggiamento business friendly della pubblica amministrazione sono decisamente agli antipodi rispetto a quelli italiani

– l’atteggiamento delle autorità fiscali è collaborativo e non improntato al sospetto, né alla vessazione del contribuente;

– profilo economico-amministrativo tedesco all´avanguardia senza ostacoli burocratici e con tempistiche rapide e soprattutto certe

– oltre la vicinanza geografica, le società residenti o localizzate in Germania non si applica la disciplina CFC

– una società tedesca costituisce un ottimo biglietto da visita sui mercati internazionali

– in Germania non ci sono limiti alle operazioni in contanti

La Germania offre eccezionali occasioni ed opportunità da non perdere, a due passi da casa nostra.

La Germania, pur offrendo reali e concrete opportunità alle aziende italiane, presenta problematiche che non si pos­sono affrontare senza riferimenti e senza il supporto di chi conosce bene il mercato ed il Paese verso il quale ci si vuole internazionalizzare.

Organizziamo un incontro conoscitivo allo scopo di aggiornare gli imprenditori sull’ordinamento giuridico tedesco e sulle norme ed opportunità relative agli investimenti ed all´internazionalizzazione.

Quanto agli aspetti fiscali, nel computo della tassazione paragonata a quella italiana occorre tener presente che a parità di aliquota fiscale la base imponibile può variare anche sensibilmente per effetto della diversa deducibilità dei costi d’impresa, quindi ciò che occorre considerare al di là di tutto è la cosiddetta pressione fiscale totale, che tiene conto non solo di tasse ed imposte, ma anche delle diverse quote d’ammortamento e dell’indeducibilità, ad esempio in Italia, di molte voci di costo. Ad esempio, si stima che la pressione fiscale italiana su una Srl sia di almeno il 53% nonostante la Srl paghi nominalmente “solo” l’Ires al 27,50% (24% dal 2017) e l’Irap al 3,90% (oltre agli aumenti regionali fino allo 0,92%), mentre in Germania sono dovute l’Ires al 15% oltre ad un contributo di solidarietà che verrà a cadere dall’anno di imposta 2019 ed a basse imposte locali, che attualmente prevedono un’aliquota fissa del 3,5% in tutta la Germania che va aumentata in base ad un moltiplicatore variabile a seconda delle zone geografiche del Paese.

Quanto alle deduzioni occorre tener presente che le deduzioni sono pressoché integrali, col solo limite dell´inerenza all´attività, e generalmente scontano ratei di ammortamento dai 3 ai 5 anni per i beni piú durevoli. In Germania non ci sono problemi a dedurre costi da Paesi esteri anche extra UE e black list, sempre rispettando il principio di inerenza.

Quanto al sistema bancario, quello tedesco è tradizionalmente solido.

I costi di gestione di una Srl di diritto tedesco sono leggermente inferiori a quelli di un Srl italiana.

Vi sono due zone franche nel nord del Paese (Cuxhaven e Bremerhaven) in corrispondenza di altrettante città portuali.

Infine una società tedesca può costituire il braccio operativo di una holding o società di altro Paese garantendo all’imprenditore od al gruppo estero un’ottima immagine commerciale.

Francesco Golinelli
Avvocato in Verona
info@golinelli.eu

 

 

 

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Credito per imposte pagate da una CFC: detrazione allargata a tutti i Paesi

In caso di applicazione del regime CFC, vale a dire l’imputazione dei redditi conseguiti dalla società controllata non residente ai sensi dell’art. 167, c.1, TUIR, sono accreditabili non solo le imposte pagate dalla stessa nel proprio Stato estero di residenza ma anche quelle assolte in tutti gli altri Paesi esteri nella misura effettivamente a carico della CFC. Questo è il chiarimento offerto nella recente RM 112/E/2017 dell’11 agosto scorso.

In tempo di dichiarazioni dei redditi questo ampliamento della detrazione è estremamente importante.

Brevemente si vuole riassumere la disciplina celle CFC. Se un soggetto residente in Italia detiene, direttamente o indirettamente, anche tramite società fiduciarie o per interposta persona, il controllo di un’impresa, di una società o altro ente, residente o localizzato in Stati o territori a regime fiscale privilegiato, diversi da quelli appartenenti all’Unione europea ovvero da quelli aderenti allo Spazio economico europeo con i quali l’Italia abbia stipulato un accordo che assicuri un effettivo scambio di informazioni, i redditi conseguiti dal soggetto estero controllato sono imputati, a decorrere dalla chiusura dell’esercizio o periodo di gestione del soggetto estero controllato, ai soggetti residenti in proporzione alle partecipazioni da essi detenute. Ciò si applica anche per le partecipazioni di controllo in soggetti non residenti relativamente ai redditi derivanti da loro stabili organizzazioni assoggettati ai predetti regimi fiscali privilegiati. Ricordiamo che i regimi fiscali, anche speciali, di Stati o territori si considerano privilegiati laddove il livello nominale di tassazione risulti inferiore al 50 per cento di quello applicabile in Italia.

I redditi del soggetto non residente, imputati ai sensi del quanto sopra, sono assoggettati a tassazione separata con l’aliquota media applicata sul reddito complessivo del soggetto residente e, comunque, non inferiore all’aliquota ordinaria dell’imposta sul reddito delle società. I redditi sono determinati in base alle disposizioni applicabili ai soggetti residenti titolari di reddito d’impresa, ad eccezione dell’articolo 86, comma 4. Dall’imposta così determinata sono ammesse in detrazione, ai sensi dell’articolo 165, le imposte pagate all’estero a titolo definitivo. Ora quest’ultimo al comma uno detta se alla formazione del reddito complessivo concorrono redditi prodotti all’estero, le imposte ivi pagate a titolo definitivo su tali redditi sono ammesse in detrazione dall’imposta netta dovuta fino alla concorrenza della quota d’imposta corrispondente al rapporto tra i redditi prodotti all’estero ed il reddito complessivo al netto delle perdite di precedenti periodi d’imposta ammesse in diminuzione.

Due esimenti evitano l’applicazione della disciplina della CFC. Precisamente, se il soggetto residente dimostra alternativamente che:

  1. a) la società (o altro ente non residente) svolge un’effettiva attività industriale o commerciale, come sua principale attività, nel mercato dello stato o territorio di insediamento; per le attività bancarie, finanziarie e assicurative quest’ultima condizione si ritiene soddisfatta quando la maggior parte delle fonti, degli impieghi o dei ricavi originano nello Stato o territorio di insediamento.
  2. b) dalle partecipazioni non consegue l’effetto di localizzare i redditi in Stati o territori a regime fiscale privilegiato.

Al fine di chiarire l’esistenza di una delle due esimenti il contribuente può presentare interpello ai sensi dello Statuto dei diritti del contribuente (L. 212/2000 art. 11 c.1, lett. b). Ricordiamo inoltre che la presentazione dell’interpello, con l’esito relativo va indicato nel quadro RC del modello redditi e che, l’incompleta o omessa indicazione è punita con una sanzione pari al 10% del risultato di esercizio della controllata, rapportata alla percentuale di partecipazione, con un minimo di mille euro ed un massimo di 50 mila euro.

Alla conclusione riportata all’inizio del presente lavoro, l’Agenzia ci arriva con i seguenti passaggi, premettendo come nell’ambito del regime antielusivo in esame non assuma alcuna rilevanza la definizione di “reddito prodotto all’estero” che, ai sensi del combinato disposto dei commi 1 e 6 dell’articolo 167 del TUIR, coincide necessariamente con i redditi conseguiti dal soggetto estero ed imputati per trasparenza al socio residente in proporzione alle partecipazioni dallo stesso detenute.

Inoltre specifica che nel regime CFC non trovano applicazione né il criterio della lettura “a specchio” dell’articolo 23 del TUIR, né il criterio di collegamento stabilito nella specifica Convenzione contro le doppie imposizioni di volta in volta applicabile: criteri in base ai quali, ordinariamente, nella disciplina delineata dall’articolo 165 del TUIR deve essere verificata la spettanza del diritto al credito in relazione a ciascun elemento di reddito estero. Coerentemente, non risulta applicabile neanche il meccanismo della “per country limitation” di cui al comma 3 dell’articolo 165 del TUIR che impone di operare il calcolo della detrazione singolarmente per ciascuno Stato estero di produzione del reddito.

Nel regime CFC il credito è calcolato in via “isolata” con riferimento a tutti i redditi della società estera, imputati per trasparenza in capo al socio italiano, secondo il diverso meccanismo della “per company limitation”. In altri termini, i redditi della CFC sono considerati unitariamente a prescindere dal fatto che siano stati realizzati in più di uno Stato estero.

L’Agenzia ritiene che queste caratteristiche giustificano quanto indicato nell’articolo 167 che si riferisce genericamente alle imposte pagate all’estero a titolo definitivo senza nessuna limitazione territoriale. La norma inoltre non fa nessun richiamo al fatto che la detrazione spetta, in caso di reddito prodotto all’estero, solo per le imposte pagate (art. 165, c.1TUIR).

La precipua volontà del legislatore di non circoscrivere il riconoscimento della detrazione alle sole imposte pagate nello Stato di residenza della CFC trova indiretta conferma nel D.M. 21 novembre 2001, n. 429 che, in quanto normativa di dettaglio della disciplina CFC, avrebbe potuto chiarire o circoscrivere meglio le modalità attraverso le quali eliminare la doppia imposizione conseguente alla tassazione per trasparenza, in capo al socio italiano, dei redditi della controllata estera. Invece, l’articolo 3, comma 3, del citato decreto attuativo, sul punto, si limita a precisare che possono “essere ammesse in detrazione le imposte pagate all’estero a titolo definitivo dall’impresa, società o ente non residente”, ovvero quelle pagate dalla sola CFC.

Per tutto quanto sopra quindi, le imposte estere accreditabili in Italia, in caso di imputazione per trasparenza dei redditi conseguiti dalla società controllata non residente ai sensi dell’articolo 167, c. del TUIR, consistano non solo nelle imposte pagate dalla medesima nel proprio Stato di residenza ma anche in quelle assolte in altri Paesi esteri, nella misura in cui le stesse siano rimaste effettivamente a carico della CFC.

Luca Santi
Dottore Commercialista in Verona
luca.santi@studiosanti.co.uk

 

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Trasferimento sede all’estero e fallimento

town-sign-96612Sulla competenza del giudice in caso di trasferimento della sede all’estero la Corte Suprema di Cassazione si è pronunciata in favore della giurisdizione dei giudici italiani.

La vicenda processuale trae origine dall’istanza di fallimento presentata da alcuni creditori nei confronti di una società con sede in Italia. Pochi giorni prima della presentazione dell’istanza di fallimento,  la società debitrice si era iscritta nel Registro delle società della Bulgaria.

Vediamo i motivi della decisione:

Primo motivo: il trasferimento della sede della società all’estero aveva preceduto di meno di un anno la prima istanza di fallimento.

Secondo motivo: il conferimento alla compagna dell’amministratore della società fallita, da parte dell’amministratore della società estera, di una procura generale ad agire sia in Italia sia all’estero in nome e per conto di tale società estera;

Terzo motivo: l’assenza di concreta ed effettiva operatività all’estero.

In base a questi tre motivi, la Suprema  Corte ha riteuto fittizio il trasferimento della sede all’estero da parte della societa’ fallenda,  poiche’ il centro degli interessi di tale società continuava a trovarsi in Italia.

La questione è stata  successivmente sottoposta al vaglio della Corte di Giustizia dell’Unione Europea che ha confermato, seppur su diverse basi, la decisione della Corte Suprema di Cassazione.

Il trasferimento della sede in un altro Stato membro, con la permanenza in Italia del centro degli interessi principali dell’attività, non blocca la procedura di fallimento e la competenza dei giudici italiani.

L’articolo 3 del Regolamento 1346/200 del Consiglio, del 29 maggio 2000, relativo alle procedure di insolvenza fissa le regole per la determinazione del giudice competente.

La norma è la seguente:

Art. 3 . 1 Sono competenti ad aprire la procedura di insolvenza i giudici dello Stato membro nel cui territorio è situato il centro degli interessi principali del debitore. Per le società e le persone giuridiche si presume che il centro degli interessi principali sia, fino a prova contraria,  il luogo in cui si trova la sede statutaria.

Art. 3 . 2 Se il centro degli interessi principali del debitore è situato nel territorio di uno Stato membro, i giudici di un altro Stato membro sono competenti ad aprire una procedura di insolvenza nei confronti del debitore solo se questi possiede una dipendenza nel territorio di tale altro Stato membro. Gli effetti di tale procedura sono limitati ai beni del debitore che si trovano in tale territorio.

I giudici europei hanno  confermato la competenza dei giudici italiani in caso di fallimento, in base alla determinazione del luogo in cui si realizzano degli interessi principali.

Il centro degli interessi principali coincide sostanzialmente con il luogo di amministrazione della società. Ciò sulla base di elementi oggettivi riconoscibili da terzi.

In buona sostanza occorre prendere in conto i luoghi in cui la società debitrice esercita l’attività economica, i luoghi in cui detiene i beni, l’esistenza di contratti di gestione finanziaria gestiti in uno Stato membro diverso da quello della sede statutaria.

Dalla valutazione  globale degli elementi rilevanti sopra descritti, e’ possibile determinare la competenza  dei giudici dello stato di origine, superando pertanto la presunzione di competenza dei giudici dello stato membro ove è stata fissata la sede statutaria.

Sabrina Malaguti

Avvocato in Reggio Emilia e Londra

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Pubblicato il modello ministeriale standard di statuto e atto costitutivo per le Start Up Innovative

start up 1A seguito del decreto Ministero Sviluppo Economico del 17 febbraio 2016 pubblicato in Gazzetta Ufficiale dal giorno 8 marzo è ormai diventata realtà la possibilità di costituire una Start Up Innovativa mediante la sottoscrizione del modello standard, da parte di tutti i soci, con un dispositivo di firma digitale.

Tale modalità di costituzione, in alternativa all’atto pubblico, può avvenire solo in totale conformità rispetto al modello ministeriale pubblicato ed è circoscritta alle società a responsabilità limitata.

Il decreto contiene un modello standard sia per l’atto costitutivo, sia per lo statuto. Sono previste varie opzioni alternative: in materia di amministrazione, di conferimenti, di circolazione delle quote ed altri aspetti inerenti la vita sociale.

Si stratta di uno schema standard non semplice e abbastanza corposo. Per ogni articolo del modello standard corrisponde una diversa clausola statutaria; da ogni scelta dipendono diverse conseguenze che si riflettono nella vita societaria ed in particolar modo nel rapporto tra i soci.

Occorre quindi utilizzare il modello con attenzione magari avvalendosi di consulenti specifici per evitare poi di trovarsi successivamente in difficoltà.

Contestualmente alla domanda di iscrizione, la società presenta l’istanza di iscrizione nella sezione speciale.  Per l’iscrizione nel registro delle imprese come startup innovativa, è indispensabile che la società rispetti i requisiti richiesti dalla normativa.  Il rispetto di tutti i requisiti deve essere oggetto di specifica dichiarazione al momento della comunicazione al registro delle imprese.

Il legale rappresentante è tenuto a fornire tutte le informazioni relative all’atto costitutivo, all’oggetto sociale, a descrivere l’attività svolta, indicare i brevetti, l’elenco soci, le società partecipate, i titoli di studio dei soci e del personale che lavora in società.

Il legale rappresentante è tenuto anche all’adempimento in proprio degli obblighi antiriciclaggio.

I requisiti previsti dalla normativa devono essere mantenuti nel tempo. Tali informazioni devono essere aggiornate con cadenza non superiore a sei mesi, mediante comunicazioni periodiche cui è tenuto il legale rappresentante. Egli attesta la permanenza dei requisiti entro trenta giorni dall’approvazione del bilancio, e in ogni caso entro sei mesi dalla chiusura dell’esercizio sociale.

E nel caso in cui i requisiti vengano meno è prevista la cancellazione dalla sezione speciale, ma la società rimane iscritta nella sezione ordinaria del registro delle Imprese. Ma la conseguenza ben più pesante è la decadenza dal regime agevolato, sul piano civilistico ma soprattutto fiscale e finanziario

San Giuliano Terme  22 marzo 2016

Massimo Bianchi
Iscritto all’Ordine dei Dottori Commercialisti e degli esperti contabili di Pisa
m.bianchi@mb-consulenze.com

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Reti di impresa: un’interessante opportunità

buildings-984195_640Le “reti di imprese” rappresentano uno strumento elastico e snello per poter creare “nuovo business” rafforzando rapporti stabili di organizzazione fra imprese che possono decidere di mantenere distinta la propria autonomia giuridica realizzando così valore per l’azienda stessa.

Il contratto di “Rete di impresa” può essere considerato un valido strumento per permettere, appunto, alle piccole e medie imprese di raggiungere una massa critica per competere a livello globale.

Si tratta di un fenomeno in grande espansione che permette di beneficiare di numerosi vantaggi che verranno analizzati nel presente intervento.

I numeri del si commentano da soli: al 3 novembre 2015 INFOCAMERE ha registrato 2.475 contratti di rete (il dato al 3 agosto era di 2.304 ) di cui 332 con soggettività giuridica, presenti in tutte le regioni di Italia, che coinvolgono 12.419 imprese. Le imprese che hanno stipulato un contratto di rete, divise per regione, sono:

– ABRUZZO 661
– BASILICATA 158
– CALABRIA 322
– CAMPANIA 622
– EMILIA-ROMAGNA 1.278
– FRIULI-VENEZIA GIULIA 413
– LAZIO 1.050
– LIGURIA 394
– LOMBARDIA 2.339
– MARCHE 430
– MOLISE 38
– PIEMONTE 584
– PUGLIA 740
– SARDEGNA 369
– SICILIA 254
– TOSCANA 1.205
– TRENTINO-ALTO ADIGE 203
– UMBRIA 277
– VALLE D’AOSTA 16
– VENETO 1.066

Va da subito rimarcato che molti sono i vantaggi per cui scegliere di costituire una rete di imprese:
– miglioramento del rating bancario per i soggetti retisti,
– possibilità di incrementare la produttività e la competitività,
– di condividere conoscenze e competenze,
– di sviluppare maggiore potenzialità innovativa,
– di conquistare nuovi mercati e internazionalizzarsi,
– di accedere alla possibilità del distacco e della codatorialità dei dipendenti ingaggiati con le regole stabilite attraverso il contratto di rete stesso.

Definizione di Rete

Giuridicamente si ricorda che “con il contratto di rete più imprenditori perseguono lo scopo di accrescere, individualmente e collettivamente, la propria capacità innovativa e la propria competitività sul mercato” (DL.5/2009 art. 3, c 4-ter).

Dal punto di vista giuridico, quindi, il contratto di rete è caratterizzato da una comunione di scopo tra una molteplicità di contraenti come forma di aggregazione con il fine ultimo di ottimizzare le risorse al fine di realizzare strumenti strategici al fine di competere su qualità ed innovazione. L’introduzione del contratto di rete nasce dall’esigenza di stare al passo con un mercato globale.

Le diverse tipologie di forme giuridiche consentite:

L’attuale contesto normativo offre agli imprenditori che intendono costituire una rete di imprese (ai sensi dell’articolo 3 del decreto legge n. 5 del 2009), l’alternativa fra due diverse forme giuridiche: l’adozione di un modello contrattuale “puro” di rete di imprese (cosiddetta “rete-contratto”) oppure la creazione di un nuovo soggetto giuridico (cosiddetta “rete-soggetto”).

Precisamente, va sottolineato che la disciplina civilistica del contratto di “rete di imprese” ha subito rilevanti modifiche che hanno contribuito a cambiare sensibilmente la fisionomia della fattispecie contrattuale introdotta, come noto, dall’articolo 3, commi 4-ter e 4- quater, del decreto legge 10 febbraio 2009, n. 5 (convertito con modificazioni dalla legge 9 aprile 2009, n. 33), arrivando alla possibilità di creare un nuovo soggetto di diritto, giuridicamente autonomo rispetto alle singole imprese aderenti al contratto.

Le modifiche normative consentono oggi di configurare la “rete di imprese” non più soltanto come un “semplice contratto” tra imprese ma piuttosto quale “organizzazione”, dotata di autonoma soggettività giuridica.

La rete-contratto

L’adesione alla “rete contratto” non comporta l’estinzione, né la modificazione della soggettività tributaria delle imprese che aderiscono all’accordo, né l’attribuzione di soggettività tributaria alla rete risultante dal contratto stesso.

Effetti giuridici

L’assenza di un’autonoma soggettività giuridica e fiscale delle reti di impresa comporta che gli atti posti in essere in esecuzione del programma di rete producano i loro effetti direttamente nelle sfere giuridico-soggettive dei partecipanti alla rete.

Nella rete-contratto la titolarità di beni, diritti, obblighi ed atti è riferibile, quota parte, alle singole imprese partecipanti; in generale, la titolarità delle situazioni giuridiche rimane individuale dei singoli partecipanti, sebbene l’organo comune possa esercitare una rappresentanza unitaria nei confronti dei terzi.

Il contratto di rete, inoltre, “può anche prevedere l’istituzione di un fondo patrimoniale comune e la nomina di un organo comune incaricato di gestire, in nome e per conto dei partecipanti, l’esecuzione del contratto o di singole parti o fasi dello stesso”.

Nella rete priva di soggettività giuridica, infatti, il fondo comune – se esistente – costituisce un complesso di beni e diritti destinato alla realizzazione del programma comune di rete e i rapporti tra gli imprenditori partecipanti al contratto di rete e l’organo comune sono riconducibili alla figura del mandato con rappresentanza; conseguentemente, gli atti posti in essere da parte del soggetto designato a svolgere l’ufficio di organo comune incaricato dell’esecuzione del contratto o di una o più parti di esso – che agisce in veste di mandatario con rappresentanza dei contraenti – produce effetti giuridici direttamente nelle sfere individuali dei singoli rappresentati.

La spendita del nome dei singoli soggetti rappresentati da parte dell’organo comune rende possibile, infatti, la diretta imputazione delle operazioni compiute ai singoli partecipanti.

La rete-soggetto

Come accennato in premessa vi è la possibilità, per la rete dotata di fondo patrimoniale comune, di acquisire la soggettività giuridica, facoltativa e condizionata all’iscrizione del contratto di rete nella sezione ordinaria del registro delle imprese nella cui circoscrizione è stabilita la sede.

Per effetto dell’iscrizione la rete di imprese diviene un nuovo soggetto di diritto) ed, in quanto autonomo centro di imputazione di interessi e rapporti giuridici, acquista rilevanza anche dal punto di vista tributario.

La rete-soggetto, infatti, costituisce, sotto il profilo del diritto civile, un soggetto “distinto” dalle imprese che hanno sottoscritto il contratto in grado di realizzare fattispecie impositive ad essa imputabili; in pratica la rete diventa un autonomo soggetto passivo di imposta con tutti i conseguenti obblighi tributari previsti ex lege in materia di imposte dirette ed indirette.

L’acquisizione della soggettività giuridica delle reti in esame comporta l’esistenza di un soggetto dotato di capacità giuridica tributaria autonoma rispetto alla capacità giuridica delle singole imprese partecipanti: ai fini del prelievo fiscale, infatti, la rete-soggetto, in quanto entità distinta dalle imprese partecipanti, esprime una propria forza economica ed è in grado di realizzare, in modo unitario e autonomo, il presupposto d’imposta.

Luca Santi
Dottore Commercialista in Verona
luca.santi@studiosanti.co.uk

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La “Gestione fiscale” delle tipologie di contratti di rete

hand-376210_640Con il contratto di rete più imprenditori perseguono lo scopo di accrescere, individualmente e collettivamente, la propria capacità innovativa e la propria competitività sul mercato.

Con il presente intervento si vuole fare il punto sullo stato dell’arte della disciplina fiscale dei contratti di rete, rimandando al link http://www.ascheri.net/category/fisco/ per un approfondimento giuridico sul tema.

Va ricordato che attualmente vi è una duplice possibilità per poter sottoscrivere un contratto di rete che può avere due diverse forme giuridiche: l’adozione di un modello contrattuale “puro” di rete di imprese (cosiddetta “rete-contratto”) oppure la creazione di un nuovo soggetto giuridico (cosiddetta “rete-soggetto”).

La rete-contratto

Con la circolare n. 4/E del 15 febbraio 2011, è stato chiarito che l’adesione al contratto di rete non comporta l’estinzione, né la modificazione della soggettività tributaria delle imprese che aderiscono all’accordo, né l’attribuzione di soggettività tributaria alla rete risultante dal contratto stesso.
Questa impostazione è stata, poi, confermata con la risoluzione n. 70/E del 30 giugno 2011, con la quale è stato chiarito che alla rete contratto può essere attribuito un proprio codice fiscale, in considerazione del fatto che l’iscrizione all’Anagrafe tributaria è consentita anche alle organizzazioni di persone e di beni prive di personalità giuridica. Il codice fiscale, infatti, può essere attribuito in base all’art. 2 del D.P.R. 29 settembre 1973 n. 605 – secondo cui possono essere iscritte all’Anagrafe tributaria le organizzazioni di persone o di beni prive di personalità giuridica – che non ne esclude quindi la specifica fattispecie.

La fiscalità nella rete-contratto

Ai fini fiscali, la rete contratto ragiona per “trasparenza”: in sostanza si ha l’imputazione delle singole operazioni direttamente alle imprese partecipanti si traduce nell’obbligo di fatturare da parte di queste ultime ed a queste ultime, rispettivamente, le operazioni attive e passive poste in essere dall’organo comune.
Per i beni acquistati ed i servizi ricevuti nell’esecuzione del programma di rete, il fornitore dovrà, pertanto, emettere tante fatture quanti sono i partecipanti rappresentati dall’organo comune, intestate a ciascuno di essi e con l’indicazione della parte di prezzo ad essi imputabile. Specularmente per le vendite e le prestazioni di servizi effettuate dall’organo comune, ciascun partecipante dovrà emettere fattura al cliente per la quota parte del prezzo a sé imputabile.

Viceversa gli eventuali atti posti in essere dalle singole imprese o dall’“impresa capofila” – che operano senza rappresentanza – non comportano alcun effetto sulla sfera giuridica delle altre imprese partecipanti al contratto.

In tale ipotesi, infatti, qualora trattasi di atti esecutivi di singole parti o fasi del contratto di rete, la singola impresa o l’eventuale “capofila” dovrà “ribaltare” i costi ed i ricavi ai partecipanti per conto dei quali ha agito emettendo o ricevendo fatture per la quota parte del prezzo riferibile alle altre imprese.

Pertanto ciascuna impresa aderente alla rete, pertanto, farà concorrere alla formazione del proprio risultato di periodo i costi che ha sostenuto e i ricavi che ha realizzato per l’attuazione del programma di rete, a prescindere dall’esistenza o meno di un organo comune dotato di poteri di rappresentanza.

Ne deriva che, ai fini fiscali, i costi ed i ricavi derivanti dalla partecipazione ad un contratto di rete saranno deducibili o imponibili dai singoli partecipanti secondo le regole impositive fissate dal testo unico ed andranno indicati nella dichiarazione degli stessi.

La rete-soggetto

La rete-soggetto per effetto dell’iscrizione nella sezione ordinaria del registro delle imprese nella cui circoscrizione è stabilita la sede, costituisce un soggetto “distinto” dalle imprese che hanno sottoscritto il contratto: la rete soggetto è in grado di realizzare fattispecie impositive ad essa imputabili

In sostanza la rete diventa un autonomo soggetto passivo di imposta con tutti i conseguenti obblighi tributari previsti ex lege in materia di imposte dirette ed indirette.

In pratica, quindi, l’acquisizione della soggettività giuridica delle reti in esame comporta l’esistenza di un soggetto dotato di capacità giuridica tributaria autonoma rispetto alla capacità giuridica delle singole imprese partecipanti: ai fini del prelievo fiscale, infatti, la rete-soggetto, in quanto entità distinta dalle imprese partecipanti, esprime una propria forza economica ed è in grado di realizzare, in modo unitario e autonomo, il presupposto d’imposta.

La fiscalità nella rete-soggetto

Le reti dotate di soggettività giuridica sono soggette all’IRES ai sensi dell’articolo 73, comma 2, del TUIR, secondo cui “Tra gli enti diversi dalle società, di cui alle lettere b) e c) del comma 1, si comprendono, oltre alle persone giuridiche, le associazioni non riconosciute, i consorzi e le altre organizzazioni non appartenenti ad altri soggetti passivi, nei confronti delle quali il presupposto dell’imposta si verifica in modo unitario e autonomo”.

La rete-soggetto va annoverata fra una organizzazione non appartenente ad altri soggetti, nei confronti della quale il presupposto di imposta si verifica in maniera unitaria e autonoma.

Pertanto le reti soggetto rientrano tra gli enti commerciali o non commerciali, “diversi dalle società”, di cui alle sopra citate lettere b) e c), a seconda che svolgano o meno attività commerciale in via principale o esclusiva.

Di conseguenza nel caso in cui le reti soggetto esercitino l’attività commerciale in via principale o esclusiva, le stesse rientrano tra gli enti commerciali di cui al citato articolo 73, comma 1, lettera b), e si rendono applicabili le disposizioni relative alla “Determinazione della base imponibile delle società e degli enti commerciali residenti”, di cui agli articoli 81 e seguenti del citato Testo unico.

Viceversa nel caso in cui le reti soggetto non esercitino l’attività commerciale in via principale o esclusiva, le stesse rientrano tra gli enti non commerciali di cui al citato articolo 73, comma 1, lettera c), e si rendono applicabili le disposizioni relative agli “Enti non commerciali residenti”, di cui agli articoli 143 e seguenti del citato Testo unico.

Ai fini IRAP, ai sensi del combinato disposto degli articoli 2 e 3 del decreto legislativo 15 dicembre 1997, n. 446, gli enti di cui alle citate lettere b) e c) dell’articolo 73, comma 1, del TUIR, sono, in ogni caso, soggetti passivi d’imposta in relazione all’attività esercitata. In merito alla determinazione della base imponibile Irap si specifica che qualora le reti soggetto rientrino tra gli enti commerciali di cui al citato articolo 73, comma 1, lettera b), del TUIR si rendono applicabili le disposizioni di cui all’articolo 5 del decreto legislativo n. 446 del 1997, mentre nel caso in cui le stesse rientrino tra gli enti non commerciali di cui al citato articolo 73, comma 1, lettera c), del Tuir si rendono applicabili le disposizioni recate dall’articolo 10 del decreto legislativo n. 446 del 1997.

Ai fini IVA, la rete-soggetto rientra tra i soggetti nei cui confronti ricorre il presupposto soggettivo di cui all’articolo 4 del D.P.R. 26 ottobre 1972, n. 633, fermo restando che l’applicabilità in concreto della stessa imposta dipende anche dal verificarsi degli altri due presupposti (oggettivo e territoriale).

La soggettività passiva ai fini IVA comporta l’attribuzione di un numero di partita IVA proprio della rete con la conseguenza che gli eventuali adempimenti contabili ai fini dell’imposta in commento saranno effettuati autonomamente dalla rete.

Luca Santi
Dottore Commercialista in Verona
luca.santi@studiosanti.co.uk

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Circolare Informativa: Mutazione dei requisiti di Start Up alternativi con soluzione di continuita’

start up3Tra i diversi chiarimenti forniti recentemente dal Ministero dello Sviluppo economico su PMI e start up innovative, si segnala il parere n. 222631/2015, che affronta il tema della possibilità di mutare uno dei tre requisiti alternativi ai fini della qualifica di start up innovativa in un momento successivo all’iscrizione nella sezione speciale del Registro delle imprese: nel caso di specie, per il venir meno del requisito dell’assunzione di personale altamente qualificato dichiarato per l’iscrizione, con contestuale rispetto del requisito relativo alle spese in ricerca e sviluppo.

Per il MISE, anche se la normativa non prevede espressamente il mutamento dei requisiti alternativi, non risultano limiti alla fattispecie prospettata.

Una condizione però deve esser assolta: la presenza di almeno uno dei tre requisiti deve risultare verificata continuativamente, durante la permanenza nella sezione speciale del Registro delle imprese. La mutazione può, dunque, avvenire senza fuoriuscita e successivo rientro nella sezione speciale, bastando l’aggiornamento delle informazioni fornite in fase di iscrizione ai sensi dell’art. 25, comma 14, del DL 179/2012.

Quanto alla tempistica di tale adempimento, il Ministero dello Sviluppo economico sottolinea che la norma va interpretata nel senso che “l’aggiornamento non può superare il semestre, ma deve intervenire in occasione di ogni mutazione rilevante, rispetto a quanto dichiarato al momento dell’iscrizione in sezione speciale”.

D’altro canto, secondo il Ministero, non occorrerebbe anticipare al momento della mutazione del requisito alternativo l’altro adempimento, quello relativo alla conferma annuale del possesso dei requisiti di cui all’art. 25, comma 15 del DL 179/2012, legato al deposito dell’approvazione del bilancio d’esercizio.

Secondo il Ministero, essendo la pubblicità nella sezione speciale del Registro delle imprese già assicurata mediante l’aggiornamento delle informazioni contestualmente alla mutazione del requisito, non sussisterebbe alcuna lesione dell’interesse generale dell’amministrazione e del mercato quanto ad una rappresentazione veritiera e aggiornata della posizione della singola start up.

Massimo Bianchi
Iscritto all’Ordine dei Dottori Commercialisti e degli esperti contabili di Pisa
m.bianchi@mb-consulenze.com

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Circolare Informativa – Mutazione dei requisiti di start up alternativi con soluzione di continuità

STARTUP INNTra i diversi chiarimenti forniti recentemente dal Ministero dello Sviluppo economico su PMI e start up innovative, si segnala il parere n. 222631/2015, che affronta il tema della possibilità di mutare uno dei tre requisiti alternativi ai fini della qualifica di start up innovativa in un momento successivo all’iscrizione nella sezione speciale del Registro delle imprese: nel caso di specie, per il venir meno del requisito dell’assunzione di personale altamente qualificato dichiarato per l’iscrizione, con contestuale rispetto del requisito relativo alle spese in ricerca e sviluppo.

Per il MISE, anche se la normativa non prevede espressamente il mutamento dei requisiti alternativi, non risultano limiti alla fattispecie prospettata.

Una condizione però deve esser assolta: la presenza di almeno uno dei tre requisiti deve risultare verificata continuativamente, durante la permanenza nella sezione speciale del Registro delle imprese. La mutazione può, dunque, avvenire senza fuoriuscita e successivo rientro nella sezione speciale, bastando l’aggiornamento delle informazioni fornite in fase di iscrizione ai sensi dell’art. 25, comma 14, del DL 179/2012.

Quanto alla tempistica di tale adempimento, il Ministero dello Sviluppo economico sottolinea che la norma va interpretata nel senso che “l’aggiornamento non può superare il semestre, ma deve intervenire in occasione di ogni mutazione rilevante, rispetto a quanto dichiarato al momento dell’iscrizione in sezione speciale”.

D’altro canto, secondo il Ministero, non occorrerebbe anticipare al momento della mutazione del requisito alternativo l’altro adempimento, quello relativo alla conferma annuale del possesso dei requisiti di cui all’art. 25, comma 15 del DL 179/2012, legato al deposito dell’approvazione del bilancio d’esercizio.

Secondo il Ministero, essendo la pubblicità nella sezione speciale del Registro delle imprese già assicurata mediante l’aggiornamento delle informazioni contestualmente alla mutazione del requisito, non sussisterebbe alcuna lesione dell’interesse generale dell’amministrazione e del mercato quanto ad una rappresentazione veritiera e aggiornata della posizione della singola start up.

Massimo Bianchi
Iscritto all’Ordine dei Dottori Commercialisti e degli esperti contabili di Pisa
m.bianchi@mb-consulenze.com

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