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Archives for Penale

L’attenzione delle Corti Superiori a principi e garanzie in materia di diritto penale commerciale

Il titolo del presente contributo evoca importanti principi e il rispetto di garanzie in materia di diritto penale commerciale che si riscontrano in alcune recenti pronunce della Suprema Corte di Cassazione nonché della Corte di Giustizia dell’Unione Europea (come avevo già avuto occasione di rilevare in un recente articolo “L’influenza delle Corti Europee nella giurisprudenza della Suprema Corte nel diritto penale d’impresa” pubblicato il 4 dicembre 2017 sulla rivista Sistema Società – Gruppo24Ore).

A tal proposito viene in considerazione la sentenza n. 3623 del 25 gennaio 2018 della Corte di Cassazione in relazione alla responsabilità dell’amministratore per il reato di bancarotta.
Giova rilevare che la sentenza dei giudici di merito è stata annullata per ben due volte poiché la Corte d’Appello non si era attenuta ai principi di diritto della Corte di Cassazione.
La Suprema Corte, nel caso in considerazione, negando la responsabilità penale dell’amministratore della società, da ampio risalto al principio di colpevolezza: “la titolarità di una posizione di garanzia non comporta, in presenza del verificarsi dell’evento, un automatico addebito di responsabilità colposa a carico del garante, imponendo il principio di colpevolezza la verifica in concreto sia della sussistenza della violazione – da parte del garante – di una regola cautelare (generica o specifica), sia della prevedibilità ed evitabilità dell’evento dannoso che la regola cautelare violata mirava a prevenire (cosiddetta concretizzazione del rischio), sia della sussistenza del nesso causale tra la condotta ascrivibile al garante e l’evento dannoso”.

La sentenza sopra citata risulta degna di attenzione poiché ribadisce la necessità di accertare l’elemento soggettivo del dolo in capo all’autore del reato; diversamente difettano i presupposti per pronunciare una sentenza di condanna “al di là di ogni ragionevole dubbio”.
Con riferimento all’elemento soggettivo del reato vale la pena richiamare la sentenza n. 1590/2018, depositata il 16 gennaio dalla III sezione penale della Corte di Cassazione, riguardante la vicenda processuale dell’amministratore di diritto “prestanome” in un caso di evasione penalmente rilevante.
Tale pronuncia è degna di nota poiché va oltre alla mera qualifica formale di amministratore per accertare concretamente il compimento del reato di omessa dichiarazione dei redditi. Infatti, la Corte, pur riconoscendo la responsabilità del prestanome, ha dovuto valutare concretamente ed effettivamente l’attività da lui svolta e se fosse realmente a conoscenza delle attività poste in essere dall’amministratore di fatto.

In altri termini, nelle sentenze sopra richiamate la Corte di Cassazione sancisce che non è sufficiente ricoprire la posizione di garanzia attraverso la qualifica formale di amministratore di società per rispondere dei reati societari, ma occorre l’accertamento dell’elemento soggettivo del dolo.

Assume importanza storica nel diritto penale commerciale anche la sentenza del 5 dicembre 2017 della Corte di Giustizia – denominata “Taricco-bis” – (così in un mio recente articolo “Diritto penale dell’economia, dalle misure di prevenzione patrimoniale alla riforma del fallimento, alla Taricco-bis” su Sistema Società).

I Giudici europei compiono passi avanti, rispetto alla precedente sentenza “Taricco”, nel far salva la disciplina italiana della prescrizione. La CGUE ritiene, infatti, doversi applicare la disciplina nazionale quando una sua disapplicazione: “ […] comporti una violazione del principio di legalità dei reati e delle pene a causa dell’insufficiente determinatezza della legge applicabile, o dell’applicazione retroattiva di una normativa che impone un regime di punibilità più severo di quello vigente della commissione del reato”.

Non sarà facile per il Giudice valutare concretamente quando vi sia una lesione del principio di legalità, tenuto conto che il collegamento con la disciplina della prescrizione è tutt’altro che agevole.

Paolo Ghiselli
Avvocato in Rimini

pghiselli@libero.it
www.studiolegaleghiselli.com

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La compensazione delle spese del giudizio in materia civile ed il principio della soccombenza. Stiamo operando nel modo migliore?

Apparentemente la regola dettata dall’art. 91 c.p.c. è semplice e diretta. Ed enuncia un principio: quello della soccombenza. Chi soccombe nel giudizio paga anche le spese di controparte.

Bene. Ma cosa significa veramente “soccombere” in un giudizio. O ancor meglio, quale messaggio arriva ad un cliente?

Una regola, tanti però.

In primo luogo vi è la percezione del non operatore del diritto, l’uomo medio, il potenziale cliente, appunto. Alzi la mano chi non ha mai sentito un amico, un parente o un conoscente addentrarsi in discorsi giuridico/legali e pronunciare la fatidica frase “Chi perde paga”.

Sappiamo tutti che la realtà è ben diversa.

Sì, e ciò perchè in realtà il principio della soccombenza subisce delle “mitigazioni”.

Esse sono sostanzialmente 3.

La prima è logica: le spese sono da rimborsare solo se sono state effettivamente sostenute o sono ritenute eccessive dal giudice. Ci si riferisce per esempio ai casi di contumacia della parte poi dichiatata vittoriosa. Direi che questa casistica poco rileva.

La seconda la potremmo definire giurisprudenziale. Le spese non sono dovute se la soccombenza deriva da un recente cambio di rotta giurisprudenziale per casi analoghi a quello in esame. Potrebbe sempre succedere.

E vi è poi il terzo e più importante caso. Quello della soccombenza reciproca.

È soprattutto su questo che sarebbe forse opportuno porsi alcune domande, e ritengo che ciascuno, all’esito di questa lettura, potrà cogliere il proprio spunto.

Prefiguriamoci una canonica causa di risarcimento, pane quotidiano per un civilista.

Il cliente si presenta in studio e spiega i fatti, le conseguenze ed i danni sofferti.

Come in tutte le vicende, alcuni danni sono più evidenti, altri lo sono meno ed altri ancora sono di difficile quantificazione.

Ed è qui che il dilemma nasce. Poichè è al numero di domande poste all’organo giudicante e dal grado di effettiva possibilità di veder riconosciute interamente le proprie ragioni che si lega il concetto di soccombenza reciproca. Le spese sono infatti compensate nel caso in cui l’attore abbia proposto più domande, di cui solo alcune siano state accolte.

L’approccio a tale quesito farà di sicuro storcere il naso a qualcuno, ne sono consapevole. Ci si può trincerare dietro il “tanto è sempre il giudice che decide, e spesso fa come gli pare, tanto vale chiedere quanto più possibile, perché autolimitarsi?”. Sono d’accordo. Così come è noto che tanto più il valore della causa è alto, tanto maggiori sono i compensi, secondo i Parametri Civili. Autolimitarsi può non essere una soluzione efficace, ma forse spendere qualche parola in più col proprio cliente sì.

Tornando all’esempio precedente, fase giudiziale. Valore della controversia: diecimila euro (valore della domanda principale, che determina anche il valore della controversia, salvo riconvenzioni), con vittoria di spese e compensi, ovviamente.

In subordine… nella non creduta ipotesi… il giudice ne liquida solo tremila.

Dei diecimila euro prospettati il cliente dunque ne riceverà tremila, spese compensate. Di questi tremila, due terzi dovrà darli al suo avvocato. Siamo sicuri che suddetto cliente, all’esito di un procedimento durato un paio di anni, dal quale ha ricavato circa un decimo di quanto si aspettasse, potrà ritenersi soddisfatto? Si rivolgerà nuovamente a noi? Ci farà una buona pubblicità?

Andrea Mangia
Avvocato in Piacenza

andrea.mangia@mangia-lex.com

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Trasferimento sede all’estero e fallimento

town-sign-96612Sulla competenza del giudice in caso di trasferimento della sede all’estero la Corte Suprema di Cassazione si è pronunciata in favore della giurisdizione dei giudici italiani.

La vicenda processuale trae origine dall’istanza di fallimento presentata da alcuni creditori nei confronti di una società con sede in Italia. Pochi giorni prima della presentazione dell’istanza di fallimento,  la società debitrice si era iscritta nel Registro delle società della Bulgaria.

Vediamo i motivi della decisione:

Primo motivo: il trasferimento della sede della società all’estero aveva preceduto di meno di un anno la prima istanza di fallimento.

Secondo motivo: il conferimento alla compagna dell’amministratore della società fallita, da parte dell’amministratore della società estera, di una procura generale ad agire sia in Italia sia all’estero in nome e per conto di tale società estera;

Terzo motivo: l’assenza di concreta ed effettiva operatività all’estero.

In base a questi tre motivi, la Suprema  Corte ha riteuto fittizio il trasferimento della sede all’estero da parte della societa’ fallenda,  poiche’ il centro degli interessi di tale società continuava a trovarsi in Italia.

La questione è stata  successivmente sottoposta al vaglio della Corte di Giustizia dell’Unione Europea che ha confermato, seppur su diverse basi, la decisione della Corte Suprema di Cassazione.

Il trasferimento della sede in un altro Stato membro, con la permanenza in Italia del centro degli interessi principali dell’attività, non blocca la procedura di fallimento e la competenza dei giudici italiani.

L’articolo 3 del Regolamento 1346/200 del Consiglio, del 29 maggio 2000, relativo alle procedure di insolvenza fissa le regole per la determinazione del giudice competente.

La norma è la seguente:

Art. 3 . 1 Sono competenti ad aprire la procedura di insolvenza i giudici dello Stato membro nel cui territorio è situato il centro degli interessi principali del debitore. Per le società e le persone giuridiche si presume che il centro degli interessi principali sia, fino a prova contraria,  il luogo in cui si trova la sede statutaria.

Art. 3 . 2 Se il centro degli interessi principali del debitore è situato nel territorio di uno Stato membro, i giudici di un altro Stato membro sono competenti ad aprire una procedura di insolvenza nei confronti del debitore solo se questi possiede una dipendenza nel territorio di tale altro Stato membro. Gli effetti di tale procedura sono limitati ai beni del debitore che si trovano in tale territorio.

I giudici europei hanno  confermato la competenza dei giudici italiani in caso di fallimento, in base alla determinazione del luogo in cui si realizzano degli interessi principali.

Il centro degli interessi principali coincide sostanzialmente con il luogo di amministrazione della società. Ciò sulla base di elementi oggettivi riconoscibili da terzi.

In buona sostanza occorre prendere in conto i luoghi in cui la società debitrice esercita l’attività economica, i luoghi in cui detiene i beni, l’esistenza di contratti di gestione finanziaria gestiti in uno Stato membro diverso da quello della sede statutaria.

Dalla valutazione  globale degli elementi rilevanti sopra descritti, e’ possibile determinare la competenza  dei giudici dello stato di origine, superando pertanto la presunzione di competenza dei giudici dello stato membro ove è stata fissata la sede statutaria.

Sabrina Malaguti

Avvocato in Reggio Emilia e Londra

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