Skip to main content Skip to search

Archives for Newsletter Ascheri.net

Conversazione di aggiornamento professionale Verona 27 novembre 2015

Conversazione di aggiornamento professionale
VERONA 27 NOVEMBRE 2015 – Ore 15.00 Ore 18.00

Via Aeroporto 20 – 37066 Sommacampagna (VR)

TAVOLA ROTONDA

Le società nel diritto inglese

  • Panoramica generale
  • La Limited nei suoi aspetti generali, giuridici e fiscali

Utilizzo della Limited, casi di specie:

  • Holding
  • Tutela del patrimonio
  • Passaggio generazionale

IVIE – IVAFE: Aspetti generali e profili di incostituzionalità

Tassazione dividendi e redditi prodotti all’estero

Relatori

Guido Ascheri: ragioniere commercialista, chartered accountant Londra

Marina d’Angerio: dottore commercialista, chartered accountant Londra

Sabrina Malaguti: avvocato Reggio Emilia e Londra

Lara Garlassi: avvocato in Reggio Emilia

Viviana Grippo: Dottore commercialista in Verona, Partner Studio Impresa

Roberto Canevaro: Dottore commercialista in Verona, Partner Studio Impresa

Partecipazione gratuita

Scarica il modulo di iscrizione 27.11.15 Verona

 

Read more

BEPS e Diritto UE della concorrenza

BEPS 1Mediante due recentissime decisioni (il cui testo integrale non è ancora stato pubblicato sulla Gazzetta ufficiale della UE), la Commissione Europea ha ritenuto che sono incompatibili con il diritto comunitario – e dunque vietati – gli specifici vantaggi fiscali rispettivamente concessi dal Lussemburgo e dai Paesi Bassi alle società FIAT Finance and Trade (caso SA.38375) e Starbucks (caso SA.38374).

In buona sostanza, la Commissione ha innanzitutto ritenuto che le agevolazioni fiscali discendenti dalla condotta delle competenti autorità tributarie dei due Stati viola l’art.107 del TFUE – Trattato sul Funzionamento dell’Unione (norma che, seppure contenuta in altro trattato, vige sin dall’epoca della creazione della Comunità Europea), in quanto tali benefici costituiscono in realtà un aiuto di Stato erogato in favore di dette imprese.

Inoltre, la Commissione ha negato che sussistessero le condizioni per consentire a tali sovvenzioni pubbliche di sfuggire al divieto in questione, per effetto delle deroghe ad esso previste dalla stessa normativa comunitaria.

Il caso appare particolarmente interessante, poiché rappresenta un punto di contatto tra l’applicazione del cogente diritto comunitario della concorrenza ed il dibattito che sta avvenendo in sede OCDE (Organizzazione di Cooperazione e Sviluppo Economico, organizzazione internazionale che riunisce paesi sviluppati aventi in comune un sistema di governo di tipo democratico ed un’economia di mercato), ove si intendono combattere le strategie poste in essere dalle multinazionali per erodere la loro base fiscale impositiva (strategie definite con l’acronimo BEPS, “base erosion and profit shifting”), sfruttando le differenze esistenti tra le discipline nazionali, da un canto, e creando abili operazioni di “ingegneria fiscale” tra holdings e società controllate, dall’altra.

La Commissione Europea contesta che è dunque la condotta delle autorità nazionali ad essere stata illegittima, contrastando quest’ultima il menzionato art.107 TFUE, per cui vanno cancellati tutti i vantaggi fiscali così discendenti alle due citate società.

Secondo la Commissione, ciò discende da un ruling fiscale emesso dalla competenti autorità tributarie lussemburghese ed olandese, le quali nel caso specifico hanno ridotto artificiosamente le imposte a carico delle due società.

Osserva la Commissione che – di per sé – i ruling fiscali sono strumenti perfettamente legali: si tratta di lettere di patronage emesse dalle autorità fiscali di un paese, le quali spiegano a una determinata impresa le modalità per il calcolo delle imposte societarie o l’applicazione di alcune disposizioni fiscali speciali.

Nello specifico, però, i due ruling fiscali in esame non solo hanno avallato metodi complessi e artificiosi, allo scopo di determinare gli utili imponibili delle imprese, ma nemmeno riflettono la realtà economica.

In particolare, i due ruling fiscali hanno fissato prezzi per la vendita di beni e servizi tra società dello stesso gruppo (i cosiddetti “prezzi di trasferimento”), che non corrispondono alle condizioni di mercato. Ciò ha quindi consentito: alla società di torrefazione del caffè di Starbucks, di trasferire all’estero la maggior parte degli utili generati, per di più in paesi dove non sono tassati; alla società finanziaria di Fiat, di sottostimare gli utili da assoggettare a imposta.

In sostanza, Fiat e Starbucks hanno sì operato rispettando non solo la legge, ma anche le specifiche disposizioni applicative loro indicate dalle autorità nazionali, realizzando così in (adesso però solo più apparente) sicurezza proprio una di quelle operazioni elusive “prese di mira” in sede OCDE, ma con scarsi poteri. Interviene invece la Commissione UE a far saltare l’operazione, utilizzando tutti i forti poteri che le sono concessi dalle norme del TFUE in materia di concorrenza ed imputando alle autorità fiscali nazionali di avere proprio esse consentito alle due imprese di realizzare simili manovre e trarvi i relativi vantaggi economici

Si attende ora di esaminare nel dettaglio le due decisioni della Commissione, cosa possibile non appena saranno rese disponibili.

Inutile dire che la vicenda avrà termine solo quando la Corte di Giustizia dell’Unione si sarà pronunciata in via definitiva sui ricorsi che le due imprese di sicuro proporranno, nel cui contesto esse verosimilmente invocheranno anche il principio di tutela del legittimo affidamento, quale ultimo baluardo per evitare di dover versare alle casse erariali importi pari ai benefici fiscali di cui essere hanno goduto, , nell’ipotesi in cui la Corte dovesse avallare l’applicazione dell’art.107 del TFUE alla condotta delle autorità amministrative di Lussemburgo e Paesi Bassi.

Ermenegildo Mario Appiano

Avvocato in Torino

avv.appiano@appiano.info

Read more

Protected Cell Company: Societa’ a Celle Protette

umbrella companyI fondi comuni di investimento sono strumenti finanziari la cui principale finalità è raccogliere risorse economiche dal pubblico per investirle e generare profitti per i soggetti partecipanti.

In Gran Bretagna esistono diverse tipologie di fondi di investimento come ad esempio l’authorised unit trust schemes (AUTS), l’open-ended investment company (OEICs) e le trust-based schemes (TBS). I primi due fondi di investimento citati appartengono alla categoria dei fondi aperti (open-ended), ovvero a capitale variabile. L’altra tipologia di fondi è denominata chiusa (closed-ended) in quanto composta da azioni invariabili, incluse nella lista dell’Autorità per i servizi finanziari e commercializzate in un mercato regolamentato operativo nel Regno Unito.

Esistono, poi, le Protected Cell Company (PCC) che sono un particolare tipo di open-ended investment company (OEICs) che potremmo tradurre con il termine di società a celle protette.

Questo tipo di organizzazione è stato progettato principalmente per il mercato assicurativo offshore ma molti pianificatori fiscali lo hanno adattato ad altre situazioni, come il trading o gli investimenti immobiliari.

Una PCC è una singola entità legale i cui beni possono essere separati e protetti entro una o più “celle” all’interno della società stessa.

L’obiettivo è quello di consentire a diversi gruppi di azionisti di svolgere un’attività tramite un’entità singola, ma con la possibilità di isolare i beni ed i rischi collegati all’attività stessa: i beni all’interno di ogni cella possono essere aggrediti esclusivamente dei creditori di quella unità e godono di assoluta protezione nei confronti dei creditori delle altre.

La PCC può avere anche beni generali, non specificamente collegati ad una cella particolare, ed in tal caso tali assets sono a disposizione dei creditori di ogni cella.

Ogni cella della società è un’entità indipendente in grado di operare separatamente da tutte le altre, ma in termini giuridici esiste una sola società ed una sola persona giuridica.

Possiamo, quindi, affermare che la società a celle è un soggetto giuridico unico, ma protetto a strati distinti o celle.

Le singole celle non possono effettuare transazioni a loro nome, ma solo su mandato della PCC.

Il principale vantaggio di questo tipo di società è in termini di protezione dei beni poiché’ i creditori di una cella non possono attaccare i beni di un’altra, o dell’azienda a celle protette ottenendo così una segregazione degli assets contenuti all’interno delle stesse.

Ogni cella è come un compartimento a tenuta stagna di una nave: se uno di questi compartimenti si allaga a causa di una falla, il danno rimane circoscritto a tale cella, non compromettendo l’intera struttura.

Con questo tipo di società è possibile cumulare i vantaggi della protezione patrimoniale, che si avrebbe solo se tali società fossero enti completamente distinti e separati fra loro, ed ottenere economie di scala che solo la divisione dei costi amministrativi e di gestione permettono di conseguire.

La società PCC avrà un proprio statuto ed atto costitutivo.

Una volta costituita la società a celle sarà possibile, mediante delibera straordinaria, registrare una nuova cella presso il Registrar of Companies.

Ogni cella si considera costituita alla data indicata nel certificato di riconoscimento o incorporazione (a seconda dei casi) rilasciato dal Registro delle Imprese.

Ogni cella avrà un proprio consiglio di amministrazione anche non coincidente con quello della PCC.

Ogni cella ha un proprio statuto ed un proprio atto costitutivo e gli azionisti possono investire direttamente in azioni delle singole celle, piuttosto che nella società a celle protette.

Il diritto societario chiarisce che i creditori che effettuano transazioni con una particolare cella di una PCC hanno diritto di rivalersi solo nei confronti del patrimonio di quella cella, e non hanno alcun diritto nei confronti della PCC.

A livello fiscale per le società a celle si dovranno vedere le implicazioni fiscali inerenti alla giurisdizione del paese di origine.

Visto, che una società a celle separate figura come un’unica persona giuridica si ha l’obbligo di presentare una sola dichiarazione dei redditi.

La società a celle protette deve indicare i dettagli di ogni cella nella sua dichiarazione annuale.

Ogni cellula è responsabile della preparazione del proprio bilancio interno.

Se si utilizza una società a celle si e’ in grado di compensare le perdite di una cella con i profitti di un’altra.

Gli ulteriori vantaggi che comporta tale struttura sono:

Velocità di chiusura di ciascuna cella: la chiusura di una singola cella, poiché’ non ha un’entità giuridica indipendente dalla PCC, non comporta procedure di liquidazione formali.

Di conseguenza, una volta che tutte le passività sono state eliminate, una cella può essere chiusa abbastanza rapidamente e senza particolari costi di liquidazione.

Costi di set-up moderati: poiché il processo di set-up delle celle è snello e veloce, i costi per ogni singola cella sono molto ridotti perché’ non ci sono spese di incorporazione.

Riduzione dei costi di gestione annuali: una volta che una cella è attiva e funzionante, può beneficiare della partecipazione delle spese comuni della PCC, ottenendo in questo modo risparmi significativi sulle spese di revisione, costi di regolamentazione e le spese degli amministratori non esecutivi.

Se un PCC entra in liquidazione, il liquidatore deve riconoscere i diritti di ogni singola cella e proteggere il patrimonio di ciascuna dai creditori delle altre celle.

Marina d’Angerio
Dottore Commercialista
ICAEW Chartered Accountant

Read more

La tassa sulla non capacita’ contributiva, ovvero diamo ai poveri ciò che è dei poveri

capacita' contributivaIl presente articolo prende spunto da alcune, già criticatissime dalla Dottrina in modo unanime, pronunce della Suprema Corte in materia di assoggettabilità ad imposta dei vincoli di destinazione non traslativi (Cass. n.3735-3886-3737/2015).

Sebbene tutti i giorni assistiamo alla deprecabile erosione delle e dalle fondamenta dei pilastri che separano il potere legislativo da quello giudiziario con deprecabili sortite degli Uni nelle competenze degli altri e viceversa, coloro i quali amano ancora credere che siano solo degli incidenti di percorso, purtroppo con Ordinanze come questa sono portati a ricredersi.

Infatti le leggi le dovrebbero fare il legislatore, il potere giudiziario dovrebbe esser deputato a presidiarne la loro applicazione.

Invero con le pronunce in materia di assoggettabilità a tassazione, dei vincoli di destinazione, i Giudici del Palazzaccio hanno dato vita ad una nuova imposta, dotata di autonomia rispetto all’imposta sulle successioni e donazioni il cui presupposto impositivo è l’istituzione dei vincoli di destinazione.

La Cassazione, nelle summenzionate sentenze, ha reiteratamente stabilito, anche qui macroscopicamente errando, l’inesistenza del trust, poiché privo del tipico elemento del trasferimento ad altro soggetto (diverso dal disponente) dei beni istituiti in trust.

Si badi bene che il caso esaminato dai Giudici non esauriva l’universum dei trust ma solo due tipologie di trust quelli di garanzia e quelli autodichiarati, la cui vera comprensione nella loro essenza avrebbe permesso di capire che erano tutt’altro che inesistenti, ma lascerò ad altro scritto l’esame degli stessi e una compiuta analisi della perfetta loro esistenza sia nell’ambito del diritto del trust che secondo la nostra ormai consolidata giurisprudenza (vedasi per tutte la Sentenza 10105 Cass. Penale del 2014).

Ritornando al tema di queste articolo, e se ciò non bastasse gli Ermellini, dopo aver “bollato” di inesistenza i trust oggetto di esame, nelle medesime sentenze stabiliscono che l’oggetto di tassazione è l’istituzione del vincolo in sé a prescindere dal fatto che vi sia o non vi sia il trasferimento del patrimonio.

I Giudici giungono dunque a ritenere applicabile l’imposta sui vincoli di destinazione in assenza di un trasferimento di beni e diritti, in quanto non si è prodotto alcun effetto traslativo ed in mancanza di un arricchimento. Il ragionamento a cui sono giunti gli ermellini si fonda su una evidente contraddizione: se l’utilità economica di cui dispone colui che ha costituito il vincolo è l’indice di capacità contributiva, non si capisce come mai il soggetto passivo sia stato individuato in colui che ha costituito il vincolo e non sul beneficiario finale di tale utilità.

Lo sviluppo argomentativo della Cassazione nelle varie ordinanze appare quantomeno forzato, in quanto insiste sull’esistenza di una imposta nuova ed autonoma in mancanza di un atto di trasferimento, di liberalità e/o di arricchimento di una sfera giudico – patrimoniale altrui, diversa da quella del disponente. Se stressassimo il ragionamento della Suprema Corte, strictu sensu, avremmo effetti dirompenti anche su altri istituti la cui qualificazione e trattamento fiscale, anche da parte della Suprema Corte, non è mai stata messa in discussione. Infatti tale imposta dovrebbe essere applicata, mutatis mutandis, anche ad altri negozi giuridici che in comune con i trusts abbiano l’effetto di porre sui medesimi un vincolo di destinazione (quali ad esempio le intestazioni fiduciarie, le istituzioni di fondi speciali per la previdenza e assistenza, le fondazioni, le iscrizioni ipotecarie, i pignoramenti etc.).

L’Agenzia delle Entrate con la circolare n.48/E del 6 Agosto 2007, aveva già ampiamente spiegato – peraltro con ammirevole sforzo interpretativo – che l’imposta si applica a tutte le tipologie di trust e si applica al momento del conferimento dei beni in trust e non al momento in cui sopraggiunto il termine finale e divenute le posizioni beneficiarie quesite. Ben 8 anni prima di quanto oggi stabilito dai giudici del Palazzaccio, l’Agenzia delle Entrate – nel tentativo di evitare fenomeni di doppia imposizione – aveva chiarito che l’imposta va applicata al momento dell’atto dispositivo con cui il disponente vincola determinati beni in trust, ciò in quanto tutte le vicende del trust sono legate ad un’unica causa.

L’Amministrazione finanziaria, infatti, ha ritenuto – e ritiene tutt’ora – di non rinviare a data incerta il momento della tassazione, poiché potrebbe capitare che al momento della dotazione del trust non si conoscano i beneficiari finali.

Non è plausibile la fantasiosa ricostruzione operata dalla Corte sull’esistenza, all’interno di un unico comma, di due diverse imposte con distinti presupposti, ossia: l’imposta sulle successioni e donazioni ed una separata ed autonoma sui vincoli di destinazione in quanto la volontà del Legislatore emerge in modo chiaro ed incontestabile nell’art. 2 comma 47 DL 262/2006.

Inoltre, tale imposta creata in modo fantasioso dalla Corte si fonda su evanescenti presupposti ed è priva di soggetti passivi individuati, di un indice di capacità contributiva che viene comunemente inteso come espressivo di capacità economica, pertanto, impossibile ed ingestibile, nonché incostituzionale. Nei casi in esame, la Cassazione postula un prelievo su atti che denotano un impoverimento, una diminuzione patrimoniale, una perdita di utilità e non un’imposta incentrata sul patrimonio e prelevata in occasione di atti di trasferimento dello stesso (come nel caso di un tributo successorio).

Chiariti i punti chiave del dibattito insorto dalle distorsioni emerse nella pronunce della Suprema Corte volte a tentare di smontare timidamente, e infruttuosamente, il trust, occorre aggiungere che la nostra cultura giuridica non merita vedersi chiudere le porte sulle importanti evoluzioni conseguite fino ad oggi in materia di autonomia privata e di uguaglianza tributaria, nonché di capacità contributiva.

Giuseppe Lepore

gl@studiogiuseppelepore.it

Ragioniere commercialista in Savona

Read more