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E’ priva di capacita’ processuale la societa’ cancellata dal registro delle imprese prima della notifica dell’avviso di accertamento e dell’instaurazione del giudizio tributario

In tema di contenzioso tributario, la cancellazione dal registro delle imprese, con  conseguente estinzione della società prima della notifica dell’avviso di accertamento e dell’instaurazione del giudizio di primo grado determina il difetto di capacità processuale nonché il difetto di legittimazione a rappresentarla dell’ex liquidatore, sicchè eliminandosi ogni possibilità di prosecuzione dell’azione, consegue l’annullamento senza rinvio, ex art.382 c.p.c, della sentenza impugnata con ricorso per cassazione, ricorrendo nel caso di specie un vizio insanabile originario del processo, che avrebbe dovuto condurre da subito ad una pronuncia declinatoria di merito trattandosi di impugnazione improponibile, poiché l’inesistenza del ricorrente è rilevabile anche d’ufficio. E’ quanto ha disposto la Suprema Corte di Cassazione in concomitanza dell’Ordinanza n°23029 del 02/10/2017. La pronuncia in commento depositata dai Giudici di Palazzaccio risulta particolarmente interessante nel panorama societario poiché in essa la Corte ha fatto chiarezza su un duplice principio; il primo, si riferisce alla mancata “valenza giuridica” dell’atto impositivo emesso nei confronti  di un soggetto  che non esiste più; il secondo, riguarda gli “effetti processuali “ derivanti dall’estinzione ex ante di una società con conseguente improponibilità del ricorso introduttivo.

–  Il caso:

La questione posta al vaglio dei Giudici di Legittimità rinviene nel caso di specie dalla notifica di un avviso di accertamento IRPEF e Addizionale regionale e addizionale  comunale riferito al periodo d’imposta 2007 emesso e notificato dal Ministero dell’Economia e delle Finanze a carico di alcuni soci di una SNC.

In particolare, l’ente impositore contestava alla SNC un maggior reddito accertato rinveniente dalla rettifica della plusvalenza originata dalla cessione dell’azienda alla SRL acquirente. Facendo seguito al rigetto del ricorso introduttivo i soci della SNC accertata presentavano nei termini di legge rituale  atto di appello con il quale in sede di gravame gli appellanti lamentavano i motivi di censura del giudicato di prime cure evidenziando pertanto l’illegittimità dell’atto impositivo emesso e notificato dall’Agenzia delle entrate. Facendo seguito all’udienza di trattazione il giudice di appello confermava il giudicato di prime cure, disponendo anche in sede di gravame la legittimità dell’avviso di accertamento IRPEF + addizionali opposto.

In particolare, il Collegio tributario di secondo grado riteneva che la questione relativa al diritto societario non potesse essere rimessa in discussione poiché il reddito della snc derivava da un avviso di accertamento contro il quale la società facente capo agli stessi soci non aveva formalizzato alcuna rituale opposizione nei termini di legge, implicando ciò la definitività dell’atto impositivo.

Successivamente, con due specifici motivi di ricorso i soci della SNC chiedevano l’intervento dei Giudici di Legittimità evidenziando nel proprio atto di parte la violazione delle norme relative alla notifica dell’avviso di accertamento destinato ad una società cessata, implicando ciò una evidente omissione su un fatto decisivo per la controversia chiaramente rilevabile d’ufficio, segnalando pertanto i soci che la società in questione risultava cancellata dal registro delle imprese da gennaio del 2008; pertanto prima della notifica dell’avviso di accertamento IRPEF formalizzata dall’Amministrazione finanziaria solo nell’ anno 2012.

Ne deriva che la pretesa tributaria erariale contenuta nell’atto impositivo era stata fatta valere nei confronti di un soggetto ormai definitivamente estinto, non essendo applicabile nel caso di specie il sopravvenuto D.lgs.n°175/2014, art.28, comma 4 recante disposizioni di natura sostanziale sulla capacità delle società che risultano cancellate dal registro delle imprese[1].

I Giudici di Palazzaccio facendo seguito all’udienza di discussione si riservavano per la decisione.

-La Sentenza N°23029 del 02/10/2017 della Corte di Cassazione:

In ambito societario l’estinzione di una società (società in nome collettivo nel caso di specie) derivante dalla cancellazione della stessa dal registro delle imprese implica in sede giudiziale il difetto di capacità processuale della società nonché il difetto di legittimazione a rappresentarla dell’ultimo liquidatore.

Nella casistica in esame posta al vaglio dei Giudici di Legittimità la sopravvenuta incapacità processuale della snc configurabile già prima della notifica dell’avviso di accertamento opposto ha implicato inevitabilmente la declaratoria di improponibilità del ricorso introduttivo, richiamando i Giudici di Palazzaccio l’applicazione della previsione normativa di cui all’art.382, comma 3 c.p.c in cui è testualmente disposto che: la Corte adita “ se riconosce che il giudice del quale si impugna il provvedimento e ogni altro giudice difettano di giurisdizione, cassa senza rinvio. Egualmente provvede in ogni altro caso in cui ritiene che la causa non poteva essere proposta o il processo proseguito”.

E’ quanto hanno disposto i Giudici della Suprema Corte di Cassazione avendo rilevato per tabulas il difetto di capacità processuale della società risultata estinta nel 2008; quindi già prima di ricevere dall’Amministrazione finanziaria l’avviso di accertamento opposto notificato solo nel 2012. Ne deriva che, il  ridetto difetto di capacità processuale della Snc ha implicato inevitabilmente l’improponibilità di tutti gli atti  successivi  al ricorso posti in essere dalla stessa società in sede giudiziale; prima di tutti, del ricorso introduttivo con la quale si è dato impulso all’azione giudiziale innanzi al Giudice tributario di prime cure.

La possibilità di assumere la veste di parte nel processo tributario implica necessariamente la titolarità da parte del soggetto che decide di agire in sede giudiziale sia esso persona fisica sia persona giuridica, di una capacità processuale imprescindibile poiché la stessa legittima il soggetto procedente a compiere tutta una serie di atti cosiddetti processuali finalizzati essenzialmente a veicolare l’azione giudiziale intrapresa verso il raggiungimento dell’obbiettivo finale; ossia, l’accoglimento della domanda giudiziale con conseguente annullamento dell’atto opposto[2].

La dottrina processualista accoglie come è noto una nozione cosiddetta  formale di parte nel processo.

Parti nel processo (anche in quello tributario disciplinato dai D.lgs.n.ri 545/1992 e 546/1992) sono semplicemente i contendenti, cioè coloro che hanno portato la controversia davanti al Giudice. Il concetto di parte in senso formale non ha pertanto natura di filtro, dal momento che può essere considerata parte chiunque abbia la capacità di fare valere in sede giudiziale o meglio giudizialmente i propri diritti. Sarà poi l’esame della causa nel merito a fornire gli elementi per stabilire se l’attore sia effettivamente titolare della situazione giuridica reclamata e se il provvedimento sia stato  richiesto verso la giusta controparte.

In particolare, quando si parla di capacità processuale in senso stretto, deve intendersi l’attitudine del soggetto a proporre in nome proprio o anche in nome altrui la domanda giudiziale secondo le norme contenute nel D.lgs.n°546/1992.

Con riferimento alla casistica  di cui si tratta posta al vaglio dei Giudici di Cassazione, l’estinzione della Snc rinveniente dalla cancellazione ex ante della stessa dal registro delle imprese prima ancora che la Snc ricevesse l’avviso di accertamento IRPEF + addizionali ha implicato inevitabilmente  la perdita da parte della società accertata di qualsiasi titolarità giuridica pregiudicando ciò la possibilità anche in sede giudiziale di potere lamentare al Giudice adito la lesione di un diritto di cui non si può  più essere titolari.

In altre parole, l’estinzione della SNC ricorrente prima ancora che la stessa fosse accertata dall’Amministrazione finanziaria ha inevitabilmente implicato l’inesistenza giuridica della stessa che non poteva pertanto essere più destinataria di una pretesa impositiva da parte dell’Amministrazione finanziaria.

Per le stesse motivazioni la Suprema Corte ha rilevato l’improponibile del ricorso introduttivo così come formalizzato dalla società ricorrente poiché già in sede di ricorso la stessa società era ormai priva di qualsiasi capacità processuale nei termini sopra richiamati implicando ciò il difetto della stessa azione giudiziale  così come espletata in primo grado.

E’ questa, se vogliamo,  la ratio principale che ha indotto i Giudici di Legittimità sia pure ex post a rilevare giustamente un vizio insanabile originario del processo tributario che avrebbe dovuto portare  da subito il Giudice adito in prime cure ad una declinatoria di merito trattandosi di opposizione improponibile per inesistenza giuridica della società ricorrente.

Da qui, l’annullamento senza rinvio ex art.382, comma 3 c.p.c della sentenza impugnata con ricorso per cassazione.

Considerazioni conclusive:

La pronuncia in commento così come depositata dai Giudici di Cassazione, a parere di chi scrive, rileva poiché in essa sono configurabili due principi giurisprudenziali degni di nota.

In primis,l’orientamento giurisprudenziale palesato dai Giudici di Palazzaccio ha disposto  nel caso di specie la mancanza di “efficacia giuridica” di un avviso di accertamento notificato nei confronti di una società che non esiste più poiché cancellata ex ante dal registro delle imprese. Per cui, l’ente impositore non può far valere una pretesa tributaria nei confronti di un soggetto che risulta definitivamente estinto. Diversamente, è fatta salva la possibilità per l’ente impositore di esigere la pretesa erariale direttamente nei confronti dei soci della snc. Nel caso di specie, pertanto l’avviso di accertamento IRPEF + addizionali emesso e notificato dall’Amministrazione finanziaria è stato destinato ad un soggetto non più esistente e, pertanto, privo di qualsiasi valenza giuridica[3].

Tale assunto vale ancora di più in considerazione della mancata applicabilità alla casistica in esame della normativa contenuta nel D.lgs.n°175 del 2014, art. 28, comma 4  in cui è contenuta la disciplina recante le disposizioni di natura sostanziale sulla capacità delle società cancellate dal registro delle imprese.

In particolare, il Decreto sopra richiamato non ha valenza interpretativa (neppure implicita) né tanto meno efficacia retroattiva; per cui il differimento quinquennale degli effetti derivanti dall’estinzione della società riconducibili alla previsione normativa di cui all’art.2495 c.c. comma 2[4] che opera unicamente nei confronti dell’Amministrazione finanziaria nonché degli altri enti creditori o dediti all’attività di riscossione come indicati nello stesso comma, si applica esclusivamente nei casi  in cui la richiesta di  cancellazione  della società dal registro delle imprese (che costituisce il presupposto di tale differimento)  sia presentata in vigenza della nuova disciplina contenuta nel ridetto D.lgs.n°175 del 2014 o successivamente. In tal senso, si è espressa ampia Giurisprudenza di Cassazione[5].

In secundis, i Giudici di Legittimità hanno ribadito nell’occasione un principio già palesato in altre pronunce sia pure con riferimento ad altre tipologie di enti collettivi (società di capitali, società di persone, associazioni non riconosciute) e comunque riferito a diverse tipologie di atti impositivi (cartelle di pagamento, avvisi di accertamento).Ossia, in tema di contenzioso tributario la cancellazione dal registro delle imprese con conseguente estinzione della società prima della notifica dell’avviso di accertamento e quindi prima dell’instaurazione del giudizio di primo grado implica inevitabilmente il difetto della sua capacità processuale e pertanto, il difetto di legittimazione a rappresentarla in giudizio da parte dell’ex liquidatore; sicchè, eliminandosi ogni possibilità di prosecuzione dell’azione ne deriva l’annullamento senza rinvio ex art.382 c.p.c della sentenza impugnata con ricorso per cassazione, ricorrendo nel caso di specie un vizio originario del processo che avrebbe dovuto condurre da subito ad una pronuncia declinatoria di merito trattandosi di impugnazione improponibile poiché l’inesistenza del ricorrente è rilevabile anche d’ufficio (Cass.5736/16; 20252/15;21188/14).

In considerazione dei principi sopra esposti i Giudici di Legittimità hanno ritenuto errato il giudicato di seconde cure fondato essenzialmente sulla pretesa “vincolativa” dell’avviso di accertamento IRPEF + addizionali emesso e notificato dall’Amministrazione finanziaria divenuto definitivo secondo il Giudice di appello a causa della mancata opposizione dello stesso da parte della SNC nel termine perentorio di cui all’art.18 del D.lgs.n°546/1992.

Tuttavia, per quanto nel caso di specie vale l’inefficacia dell’avviso di accertamento di cui sopra, tuttavia rileva comunque segnalare come disposto dalla stessa Corte di Cassazione che l’estinzione della società previa cancellazione della stessa dal registro delle imprese non determina comunque l’estinzione del debito rimasto insoddisfatto nei confronti dei terzi creditori. Infatti, nella casistica in esame si verifica un fenomeno di tipo successorio sui generis, in forza del quale è possibile sostenere che  i rapporti obbligatori riconducibili all’ente non si possono considerare estinti; in caso contrario, si verificherebbe un ingiusto sacrificio dei diritto di credito così come vantato dai creditori della società estinta. Pertanto, il debito in questione risulterà trasferito ai soci i quali potranno essere chiamati a risponderne secondo le regole ordinarie di legittimazione attiva e passiva senza la configurabilità di alcun litisconsorzio necessario con la società già estinta; ovviamente, tutto questo in osservanza del regime giuridico dei debiti sociali a cui la stessa società era sottoposta durante la sua attività.

Avv. Giuseppe DURANTE
Tributarista –  Docente a contratto in Diritto Tributario presso l’Università L.U.M. Jeann Monnet di Bari
Esperto di Fiscalità Locale e Contenzioso Tributario – Pubblicista
info@avvocatodurante.it

 

Note:

[1] Il citato comma quarto dell’art.28 del D.lgs. n°175/2014 così recita: «Ai soli fini della validità e dell’efficacia degli atti di liquidazione, accertamento, contenzioso e riscossione dei tributi e contributi, sanzioni e interessi, l’estinzione della società di cui all’articolo 2495 del codice civile ha effetto trascorsi cinque anni dalla richiesta di cancellazione del Registro delle imprese».

[2] Di seguito si riporta il testo integrale dell’art.10 del D.lgs. 31 dicembre 1992, n°546: «Sono parti nel processo dinanzi alle commissioni tributarie oltre al ricorrente, l’ufficio dell’Agenzia delle entrate e dell’Agenzia delle dogane e dei monopoli di cui al decreto legislativo 30 luglio 1999, n. 300, gli altri enti impositori, l’agente della riscossione ed i soggetti iscritti nell’albo di cui all’articolo 53 del decreto legislativo 15 dicembre 1997, n. 446, che hanno emesso l’atto impugnato o non hanno emesso l’atto richiesto. Se l’ufficio è un’articolazione dell’Agenzia delle entrate, con competenza su tutto o parte del territorio nazionale, individuata con il regolamento di amministrazione di cui all’articolo 71 del decreto legislativo 30 luglio 1999, n. 300, è parte l’ufficio al quale spettano le attribuzioni sul rapporto controverso.».

[3] Cfr. Cass. 4778/2017.

[4] Di seguito il testo del citato art.2495 c.c., comma secondo: «Ferma restando l’estinzione della società, dopo la cancellazione i creditori sociali non soddisfatti possono far valere i loro crediti nei confronti dei soci, fino alla concorrenza delle somme da questi riscosse in base al bilancio finale di liquidazione, e nei confronti dei liquidatori, se il mancato pagamento è dipeso da colpa di questi. La domanda, se proposta entro un anno dalla cancellazione, può essere notificata presso l’ultima sede della società.».

[5] Cfr. ex multis: Cass. civ., Sez.VI, sent. n°11100 del 05/05/2017; Cass .civ., Sez.VI, Ord. n°19142 del 28/09/2016; Cass. civ., Sez.VI, Ord. n°15648 del 24/07/2015.

 

 

 

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Costituzione di fondo patrimoniale e reato di sottrazione fraudolenta al pagamento di imposte

lady-justice-677945__180Un’interessante pronuncia è quella resa dalla Cassazione italiana (seconda sezione penale, sentenza 19 novembre 2015 / 4 marzo 2016, n.9154)  con riferimento alla seguente questione: configura reato la costituzione di un fondo patrimoniale, fatta – attingendo i fondi dal proprio patrimonio personale – dall’amministratore di una società di capitali, la quale sia debitrice verso l’erario di imposte a titolo di IRES e IRAP, quando la base azionaria di tale società è ristretta?

Nella fattispecie infatti all’amministratore, che aveva agito in tale modo, il fisco aveva richiesto (ed il GIP presso il Tribunale concesso) il sequestro conservativo sul fondo patrimoniale controverso, ritenendosi che costituendolo egli – in qualità di coobbligato con la società al pagamento di dette imposte – fosse stato commesso il reato di “sottrazione fraudolenta al pagamento di imposte”, punito dall’11 del D.Lgs. n. 74/2000.

                Merita rilevare subito che l’Agenzia delle Entrate, costituendosi nel processo dinanzi al Tribunale per il riesame della misura cautelare convalidata dal GIP, aveva invece escluso che l’amministratore (contro il quale nemmeno era stata fatta alcuna iscrizione a ruolo) fosse coobbligato con la società al pagamento di dette imposte: tuttavia, il fisco era rimasto fermo nell’insistere a mantenere il sequestro penale sul fondo patrimoniale in questione, ottenendo un provvedimento favorevole dal Tribunale stesso.

                Rivedendo quest’ultima decisione, la Cassazione ha negato la sussistenza «automatica» del reato, ma non per le contraddizioni appena indicate, considerandole non pertinenti.

                In effetti, la Suprema Corte ha osservato che, per la norma penale citata, “costituisce elemento costitutivo del reato l’idoneità delle simulate alienazioni o degli atti fraudolenti commessi sui propri o sugli altrui beni a rendere anche solo parzialmente inefficace la procedura di riscossione coattiva. E l’idoneità degli atti deve essere valutata in concreto, sia con riferimento alla natura, sia con riferimento all’oggetto degli stessi”.

                Di conseguenza, in astratto potrebbe sì configurarsi una simile ipotesi, qualora una struttura societaria sia ricondotta ad un mero schermo, cosa che: da un canto, comporterebbe il venire meno la separazione del patrimonio della società da quello dell’indagato, che diverrebbe allora obbligato in solido con la società stessa per i debiti di quest’ultima; dall’altro, sarebbe presumibile che le operazioni fraudolente – svolte dalla società – siano in realtà ascrivibili ai soci, i quali potrebbero allora avere ricevuto «in nero» la distribuzione dei relativi ricavi.

In tale ipotesi, allora, il reato sussisterebbe, a condizione però che in concreto ne venissero integrati gli estremi.

                Apriamo una breve parentesi, per sostenere che la Cassazione si è forse spinta ad ammettere un corollario alquanto kafkiano, consentendo che all’Agenzia delle Entrate sia lecito assumere posizioni antitetiche nei vari processi che concernono la medesima vicenda: “risulta anche che, nell’ambito del contenzioso tributario, l’Agenzia delle entrate ha presentato una memoria con la quale ritiene che l’atto impositivo sia rivolto alla sola società e non anche a P. personalmente. Su tale profilo, il Tribunale correttamente osserva che la memoria in questione non contiene affermazioni rilevanti ai fini sostanziali e penali e neppure vincolanti per la stessa amministrazione finanziaria, alla quale non è impedito, nel proseguimento della procedura esecutiva, di dare una diversa interpretazione al proprio atto”.

                Veniamo quindi all’aspetto saliente della motivazione.

                In punto di diritto, la Cassazione sancisce che “a fronte di un fondo patrimoniale costituito ex art.167 cod. civ., per fare fronte ai bisogni della famiglia, è necessario accertare, ai fini della sussistenza del reato di cui al D.Lgs. n. 74 del 2000, art. 11, che nell’operazione posta in essere sussistano gli elementi costitutivi della sottrazione fraudolenta: il processo di merito deve dunque individuare quali siano gli aspetti dell’operazione economica che dimostrino la strumentalizzazione della causa tipica negoziale allo scopo di evitare il pagamento del debito tributario”.

                Dunque, in concreto il reato si configura, se viene data la prova che la costituzione del fondo rappresenta effettivamente il mezzo per evitare l’esborso del tributo, da parte di chi obbligato a pagarlo.

                Sul piano dell’onere probatorio, aspetto affatto rilevante, la Suprema Corte aggiunge che “non è ipotizzabile una sostanziale inversione dell’onere della prova, sul solo presupposto che la creazione del patrimonio separato rappresenti di per sè l’elemento materiale della sottrazione del patrimonio del debitore. Infatti, la scelta dei coniugi di costituire il fondo rappresenta uno dei modi legittimi di attuazione dell’indirizzo economico e delle esigenze del nucleo familiare, dovendosi escludere le sole esigenze di natura voluttuaria o caratterizzate da interessi meramente speculativi (sez. 3, 4 aprile 2012, n. 40561). A ciò deve aggiungersi, sia sotto il profilo della idoneità degli atti a pregiudicare l’esecuzione coattiva, sia sotto il profilo della prova della sussistenza del dolo specifico di frode, la necessità di dimostrare che la costituzione del fondo patrimoniale abbia in concreto messo in pericolo la garanzia patrimoniale”.

                Tale pericolo tende ad essere escluso, qualora –  come nel caso di specie – sussistano beni personali, appartenenti al soggetto tenuto al pagamento della tassa, che non siano stati inclusi nel fondo patrimoniale ed abbiano un valore tale da costituire adeguata garanzia per il fisco. In tale ipotesi sul giudice, che intende confermare la misura di sequestro, grava l’onere di “fornire una pur sommaria motivazione sulla ragione per cui la costituzione del fondo rappresenterebbe, in ogni caso, uno strumento idoneo a rendere più difficoltoso il recupero del credito erariale”.

Il che impedisce a tale giudice di ignorare la circostanza che l’imputato è proprietario di altri beni aventi ingente valore, e cioè di ritenerla irrilevante sull’erroneo presupposto che il reato in questione è di pericolo.

Ermenegildo Mario Appiano
avv.appiano@appiano.info

(avvocato in Torino)

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Tassazione degli utili 
prodotti all’estero da una persona fisica non imprenditore (parte 2)

currencies-69522__180Gli obblighi di monitoraggio fiscale

Anche nei casi in cui i redditi prodotti all’estero non vadano dichiarati in UNICO, restano a carico del contribuente gli obblighi di monitoraggio fiscale.

Il monitoraggio fiscale si attua attraverso la presentazione in UNICO del quadro RW, in cui si indica iI possesso di investimenti o attività finanziarie all’estero detenute durante l’anno.

Il quadro RW

Chi è tenuto agli obblighi di «monitoraggio fiscale»? Gli artt. 2 e 4 del D.L. 167/1990 obbligano ad indicare nella dichiarazione dei redditi nel quadro RW gli investimenti all’estero ovvero le attività estere di natura finanziaria attraverso cui possono (anche astrattamente) essere conseguiti redditi di fonte estera imponibili in Italia

Se residenti in Italia sono obbligati:

  • le persone fisiche;
  • gli enti non commerciali;
  • le società semplici (ed equiparate ai sensi dell’art. 5 del TUIR);
  • sono altresì tenuti agli obblighi di dichiarazione i soggetti indicati nel precedente periodo che, pur non essendo possessori diretti degli investimenti esteri e delle attività estere di natura finanziaria, siano titolari effettivi dell’investimento secondo quanto previsto dall’articolo 1, comma 2, lettera u), e dall’allegato tecnico del decreto legislativo 21 novembre 2007, n. 231 (Normativa antiriciclaggio).

In tale ambito soggettivo sono ricomprese le persone fisiche titolari di reddito d’impresa o di lavoro autonomo e l’obbligo di dichiarazione sussiste indipendentemente dal tipo di contabilità adottata.

Si considerano, altresì, residenti nel territorio dello Stato:

  • le società semplici, le associazioni e gli enti non commerciali che per la maggior parte del periodo d’imposta hanno la sede legale o la sede dell’amministrazione o l’oggetto principale nel territorio dello Stato;
  • i trust e gli istituti aventi analogo contenuto, istituiti in Stati o territori diversi da quelli inclusi nella cosiddetta “white list”, in cui almeno uno dei disponenti e almeno uno dei beneficiari del trust siano fiscalmente residenti nel territorio dello Stato;
  • i trust quando, successivamente alla loro costituzione, ricevono da un soggetto residente un’attribuzione che importi il trasferimento di proprietà di beni immobili o la costituzione o il trasferimento di diritti reali immobiliari anche per quote, nonché vincoli di destinazione sugli stessi

Per titolare effettivo si intende:

  1. a) in caso di società:
  2. la persona fisica o le persone fisiche che, in ultima istanza, possiedano o controllino un’entità giuridica, attraverso il possesso o il controllo diretto o indiretto di una percentuale sufficiente delle partecipazioni al capitale sociale o dei diritti di voto in seno a tale entità giuridica, anche tramite azioni al portatore (purché non si tratti di una società ammessa alla quotazione su un mercato regolamentato e sottoposta a obblighi di comunicazione conformi alla normativa comunitaria o a standard internazionali equivalenti).

Tale criterio si ritiene soddisfatto ove la percentuale corrisponda al 25 per cento più uno di partecipazione al capitale sociale;
  3. la persona fisica o le persone fisiche che esercitano in altro modo il controllo sulla direzione di un’entità giuridica.
  4. b) in caso di entità giuridiche entità giuridiche quali fondazioni e istituti giuridici quali i trust, che amministrano e distribuiscono fondi:
  5. se i futuri beneficiari sono già stati determinati, la persona fisica o le persone fisiche beneficiarie del 25 % o più del patrimonio di un’entità giuridica;
  6. se le persone che beneficiano dell’entità giuridica non sono ancora state determinate, la categoria di persone nel cui interesse principale è istituita o agisce l’entità giuridica; 
(la circ. n. 38E del 2013 ha specificato che, non essendo possibile individuare un soggetto che sia titolare effettivo, questo criterio non è pertinente al monitoraggio fiscale);
  7. la persona fisica o le persone fisiche che esercitano un controllo sul 25% o più del patrimonio di un’entità giuridica.

In definitiva, per titolare effettivo si intende la persona fisica per conto della quale è realizzata un’operazione o un’attività, ovvero, nel caso di entità giuridica, la persona o le persone fisiche che, 
in ultima istanza, possiedono o controllano tale entità, ovvero ne risultano beneficiari.

I casi previsti dalla norma sull’individuazione del “titolare effettivo” si riferiscono al possesso di partecipazioni o interessenze in società o altre entità ed istituti giuridici non fittiziamente interposti.

In presenza di soggetti che abbiano l’effettiva disponibilità di attività finanziarie e patrimoniali estere o italiane, formalmente intestate a soggetti meramente interposti, il patrimonio deve essere dichiarato dal socio o dal beneficiario indipendentemente dalla verifica del requisito del controllo.

Sulla base del nuovo assetto normativo, si possono verificare diverse ipotesi in cui sorge per il contribuente l’onere dichiarativo. La circ. 38E / 2013 contiene molti esempi che possono aiutare ad identificare con molta chiarezza il titolare effettivo.

Gli esoneri

Sono esonerati dalla compilazione del quadro RW:

  • le società di capitali (Spa, Srl, Sapa, Cooperative)
  • gli enti commerciali
  • le società in nome collettivo e le società in accomandita semplice

Non sono esonerate le società semplici.

Inoltre, in base al comma 3 dell’art. 4 della Legge n. 167/1990, gli obblighi di indicazione nella dichiarazione dei redditi ai fini del monitoraggio fiscale non sussistono (a condizione che i redditi siano assoggettati a ritenuta o imposta sostitutiva dagli intermediari stessi) per:

  • le attività finanziarie e patrimoniali affidate in gestione o in amministrazione agli intermediari finanziari residenti;
  • i contratti comunque conclusi attraverso intermediari finanziari residenti;
  • le attività finanziarie e patrimoniali i cui redditi siano riscossi da intermediari finanziari residenti

Il quadro RW non deve, inoltre, essere compilato

  • dalle persone fisiche che prestano lavoro all’estero per lo Stato italiano, per una sua suddivisione politica o amministrativa o per un suo ente locale e le persone fisiche che lavorano all’estero presso organizzazioni internazionali cui aderisce l’Italia 
(ad esempio, ONU, NATO, Unione Europea, OCSE) 
la cui residenza fiscale in Italia sia determinata, in deroga agli ordinari criteri previsti dal TUIR, in base ad accordi internazionali ratificati. 
I lavoratori all’estero, per i quali non sussiste una specifica disposizione normativa che determini la residenza fiscale in Italia per presunzione, sono invece tenuti agli obblighi del monitoraggio fiscale ricorrendone i presupposti. L’esonero dagli obblighi di monitoraggio è giustificato da esigenze di semplificazione degli adempimenti tributari cui sono tenuti i predetti soggetti e, qualora questi mantenga, per qualsiasi motivo, le suddette disponibilità all’estero, si applica fintanto che questi ultimi prestano la propria attività all’estero e viene meno al rientro in Italia. 
Tale esonero si applica anche al coniuge, sempreché non eserciti una propria attività lavorativa, nonché ai figli ed ai minori a carico dei dipendenti pubblici (Circ. n° 43/E del 10.10.2009);
  • dai contribuenti residenti in Italia che prestano la propria attività lavorativa in via continuativa all’estero in zone di frontiera ed in altri Paesi limitrofi con riferimento agli investimenti e alle attività estere di natura finanziaria detenute nel Paese in cui svolgono la propria attività lavorativa.

In caso di presentazione del modello 730 
ovvero nell’ipotesi di esonero dalla dichiarazione dei redditi, il quadro RW deve essere compilato in via autonoma unitamente al frontespizio del modello UNICO e presentato nei termini previsti per quest’ultimo modello.

Paolo Battaglia
Dottore Commercialista in Ragusa e ACA Chartered Accountant (ICAEW) a Londra

studiobattaglia@crescitapmi.it

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La tassazione degli utili 
prodotti all’estero percepiti da persona fisica non imprenditore (parte 1)

calculator-385506__180L’imposizione fiscale della persona fisica avviene secondo due principi fondamentali: 
quello di territorialità e quello di residenza (“World Wide Principle”). 

Il primo prende in considerazione il Paese in cui si produce il reddito, 
il secondo il Paese in cui si risiede: l’applicazione del “World Wide Taxation Principle” comporta quindi, a carico dei soggetti considerati fiscalmente residenti in Italia, l’obbligo di presentazione della dichiarazione per tutti i redditi, ancorché prodotti in altri Paesi, conseguiti nel corso del periodo d’imposta.

Art. 2 TUIR. Soggetti passivi:

  1. Soggetti passivi dell’imposta sono le persone fisiche, residenti e non residenti nel territorio dello Stato.
  2. Ai fini delle imposte sui redditi si considerano residenti le persone che per la maggior parte del periodo di imposta sono, alternativamente, o iscritte nelle anagrafi della popolazione residente o hanno nel territorio dello Stato il domicilio o la residenza ai sensi del codice civile.

2-bis. Si considerano altresì residenti, salvo prova contraria, i cittadini italiani cancellati dalle anagrafi della popolazione residente e trasferiti in Stati o territori diversi da quelli individuati con decreto del Ministro dell’economia e delle finanze, da pubblicare nella Gazzetta Ufficiale.

In base all’art.2 del TUIR sono quindi 3 i requisiti per ottenere la residenza all’estero che devono essere contemporaneamente rispettati per la maggior parte del periodo d’imposta (183 giorni o 184 giorni negli anni bisestili, come il 2016: il requisito della residenza fiscale all’estero si acquisisce ex tunc con riferimento al periodo d’imposta nel quale la persona fisica instaura il collegamento territoriale rilevante ai fini fiscali, perché soltanto alla fine dell’anno solare sarà possibile effettuare la verifica del requisito temporale della permanenza in Italia per determinare la residenza fiscale della persona):

  1. Essere iscritti all’Aire (Anagrafe degli italiani Residenti all’Estero);
  2. Avere il domicilio civilistico all’estero (art. 43 c.c. comma 1): secondo l’art. 43 del Codice civile il domicilio è il luogo in cui la persona fisica ha stabilito la sede principale dei suoi affari e interessi; e la residenza è il luogo in cui la persona fisica dimora abitualmente. Il concetto di domicilio ai fini fiscali va inteso in senso più ampio, ricomprendendo il luogo in cui la persona fisica ha stabilito la sede principale dei suoi affari e interessi, non solo di natura patrimoniale ed economica ma anche di natura familiare, affettiva, sociale e morale.
  3. Residenza civilistica all’estero (ai sensi dell’art. 43 c.c. comma 2): la residenza è nel luogo in cui la persona ha la dimora abituale. Il contribuente, per l’Agenzia delle Entrate italiana, deve quindi permanere effettivamente all’estero con l’intenzione di volerci rimanere.

Siccome il contribuente, in ossequio al World Wide Principle potrebbe vedersi il reddito tassato due volte, le convenzioni contro le doppie imposizioni mirano a risolvere le eventuali questioni attraverso regole ben determinate (le c.d. “Tie Break Rules”).

Con riferimento ai contribuenti di cui al su citato art. 2-bis (cittadini italiani cancellati dalle anagrafi della popolazione residente e trasferiti in Stati Black List) sarà il contribuente a doversi accollare l’onere di fornire tutti gli elementi necessari e sufficienti per convincere l’Amministrazione finanziaria che la perdita di residenza è effettiva e che, in realtà, si sono interrotti tutti i rapporti (economici ed affettivi) con il Paese di origine.

Art. 3, comma1, TUIR. Base imponibile

  1. L’imposta si applica sul reddito complessivo del soggetto, formato per i residenti da tutti i redditi posseduti al netto degli oneri deducibili indicati nell’articolo 10 e per i non residenti soltanto da quelli prodotti nel territorio dello Stato.

Per l’ordinamento italiano, quindi, sono imponibili tutti i redditi posseduti nel periodo di imposta dal soggetto passivo residente, ovunque maturati ed a prescindere dal luogo in cui essi sono stati prodotti, al netto degli oneri deducibili e nei limiti delle convenzioni stipulate secondo il modello OCSE.

Art. 11, comma 4, TUIR. Determinazione dell’imposta

  1. Dall’imposta netta si detrae l’ammontare dei crediti d’imposta spettanti al contribuente a norma dell’articolo 165. Se l’ammontare dei crediti d’imposta è superiore a quello dell’imposta netta il contribuente ha diritto, a sua scelta, di computare l’eccedenza in diminuzione dell’imposta relativa al periodo d’imposta successivo o di chiederne il rimborso in sede di dichiarazione dei redditi.

Art. 47, comma 1, TUIR. Utili da partecipazione

Salvi i casi di cui all’articolo 3, comma 3, lettera a), gli utili distribuiti in qualsiasi forma e sotto qualsiasi denominazione dalle società o dagli enti indicati nell’articolo 73 (…) concorrono alla formazione del reddito imponibile complessivo limitatamente al 40 per cento del loro ammontare.

Art. 59, comma 1, TUIR. Dividendi

Gli utili relativi alla partecipazione al capitale o al patrimonio delle società e degli enti di cui all’articolo 73, nonché quelli relativi ai titoli e agli strumenti finanziari di cui all’articolo 44, comma 2, lettera a), e le remunerazioni relative ai contratti di cui all’articolo 109, comma 9, lettera b), concorrono alla formazione del reddito complessivo, nella misura del 40 per cento del loro ammontare, nell’esercizio in cui sono percepiti.

Art. 165 TUIR. Credito d’imposta per i redditi prodotti all’estero

  1. Se alla formazione del reddito complessivo concorrono redditi prodotti all’estero, le imposte ivi pagate a titolo definitivo su tali redditi sono ammesse in detrazione dall’imposta netta dovuta fino alla concorrenza della quota d’imposta corrispondente al rapporto tra i redditi prodotti all’estero ed il reddito complessivo al netto delle perdite di precedenti periodi d’imposta ammesse in diminuzione.
  2. I redditi si considerano prodotti all’estero sulla base di criteri reciproci a quelli previsti dall’articolo 23 per individuare quelli prodotti nel territorio dello Stato.

Il regime di trasparenza e il regime ordinario

Prima di vedere come vengono trattati gli utili distribuiti in Italia da società estere, può tornare utile fare un cenno al regime di trasparenza previsto dall’art. 116 TUIR perché ci dà l’occasione di specificare cosa si intenda per partecipazione qualificata e non qualificata. In regime di trasparenza si presume che tutto l’utile fiscale di una società di capitali si consideri distribuito ai soci in base alle rispettive quote di partecipazione ed indipendentemente dall’effettiva distribuzione ai soci o se l’utile rimarrà nella società (come accade per le società di persone). Nel regime ordinario delle società di capitali, invece, è prevista la tassazione in capo ai soci persone fisiche limitatamente al 49,72% dell’utile effettivamente distribuito nel caso di partecipazione qualificata. Sugli utili non si applica ritenuta a condizione che sia dichiarata, all’atto della percezione, la presenza dei requisiti di partecipazione qualificata. Gli utili percepiti andranno poi indicati in UNICO PF (quadro RL), altrimenti sarà applicata una ritenuta del 26% a titolo d’acconto.

In caso di partecipazioni non qualificate, la società (o l’intermediario finanziario) che eroga i dividendi applicherà al momento della corresponsione una ritenuta del 26% a titolo d’imposta sul totale (100%) del loro ammontare. Il socio pagherà le imposte nell’esercizio di distribuzione effettiva degli utili (per cassa), ma pagherà le imposte solamente sull’utile civilistico effettivamente percepito e non su quello rilevante ai fini fiscali.

Il vantaggio del regime trasparente è di annullare la doppia imposizione sui dividendi (cioè pagare sia il 27,50% a titolo di IRES da parte della società che l’Irpef per il socio in caso di distribuzione di utili). 

In entrambi i casi (tassazione ordinaria e tassazione in trasparenza) è comunque dovuta l’IRAP in capo alla società partecipata.

Incidentalmente, in linea di massima val la pena di ricordare che il regime della trasparenza fiscale conviene:

  1. a) in presenza di utili modesti e quando i soci non posseggono altri redditi importanti tali da determinare l’applicazione di aliquote IRPEF elevate;
  2. b) quando l’utile di bilancio non è troppo distante dall’utile fiscale ovvero quando la società non presenta rilevanti costi indeducibili;
  3. c) quando si intende esporre un utile maggiore in bilancio ai fini della richiesta di ipotetici affidamenti bancari in quanto nel regime di trasparenza si elimina di fatto dal bilancio la tassazione IRES.

Il regime di trasparenza non risulta invece conveniente per le società che usano accantonare a riserva gli utili o che ne distribuiscono solo in piccola parte ai soci.

Prospetto sinottico partecipazioni qualificate e non qualificate

Battaglia 1

Vediamo ora come in Italia vengono tassati in capo alla persona fisica gli utili distribuiti da società, in relazione alla giurisdizione della società stessa (società italiana, società estera, società estera in Paesi Black List):

  1. Utili distribuiti da società residenti in Italia (DIVIDENDI ITALIANI)

Gli utili derivanti da partecipazione qualificata in società italiana costituiscono reddito del socio per il 49,72% del loro importo e vanno indicati nel quadro RL di UNICO. Non si effettua ritenuta se all’atto della percezione si espliciti la presenza dei requisiti di partecipazione qualificata.
In caso contrario, va effettuata ritenuta a titolo d’acconto del 26% sul 100%.

Se gli utili derivano da partecipazione NON qualificata si effettua una ritenuta a titolo d’imposta pari al 26% del 100% dell’importo spettante. Sono redditi esclusi dal reddito complessivo del socio e non vanno indicati in Unico (alla stessa stregua di tutti i redditi esenti, soggetti a ritenuta alla fonte a titolo d’imposta o ad imposta sostitutiva).

  1. Utili distribuiti da società NON residenti in Italia (DIVIDENDI ESTERI)

Gli utili derivanti da partecipazione qualificata in società estera costituiscono reddito del socio per il 49,72% del loro importo e vanno indicati nel quadro RL di UNICO. L’intermediario opera una ritenuta a titolo d’acconto (non a titolo d’imposta) del 26% sul 49,72%. La ritenuta è recuperabile come credito d’imposta (limitato anch’esso al 49,72% ai sensi dell’art. 165, co. 10, TUIR).

Se da partecipazione è NON qualificata si effettua ritenuta a titolo d’imposta pari al 26% del 100% dell’importo spettante sul NETTO FRONTIERA, cioè al netto delle ritenute operate nello Stato Estero). Se la ritenuta è operata dall’intermediario per la riscossione tali redditi sono esclusi dal reddito complessivo del socio e non vanno indicati in Unico. Se non interviene un intermediario nella riscossione andranno assoggettati ad imposta sostitutiva nella stessa misura della ritenuta a titolo d’imposta (quindi ritenuta del 26% sul 100%) e indicati nel quadro RM di UNICO.

  1. Utili distribuiti da società residenti in Paesi BLACK LIST

Gli utili provenienti da società residenti in Paesi diversi da quelli White List concorrono per trasparenza integralmente (100%) al reddito imponibile, indipendentemente dal dividendo distribuito, e sia che provengano da partecipazioni qualificate che non qualificate.

Viene operata una ritenuta a titolo d’acconto del 26% sul 100% da parte del sostituto d’imposta che interviene nella riscossione dell’utile. Sono esclusi da questo principio gli utili da partecipazioni non qualificate di società Black List quotate in borse regolamentate, soggetti a ritenuta a titolo d’imposta del 26% sul 100% dei dividendi.

In base al recente D.Lgsl. 147/2015, gli utili provenienti da società estera non White List non saranno tassati per trasparenza e l’utile concorrerà alla formazione del reddito complessivo per il 49,72% dell’importo (e non sul totale del reddito imponibile), con applicazione di ritenuta a titolo d’acconto del 26% in caso di partecipazione qualificata e del 26% a titolo d’imposta in caso di partecipazione non qualificata, qualora il contribuente abbia presentato preventiva istanza d’interpello (con risposta positiva) finalizzato alla disapplicazione delle norme CFC dimostrando, alternativamente, che:

  1. la società svolge un’effettiva attività industriale o commerciale, come sua principale attività, nel mercato dello stato o territorio di insediamento;
  2. dalle partecipazioni non consegue l’effetto di localizzare i redditi in Stati non White List.

Dovrà essere compilato il quadro RM di UNICO in cui sarà liquidata l’imposta dovuta sul reddito estero, al netto di eventuali imposte pagate all’estero a titolo definitivo, di eccedenze di imposta risultanti dai precedenti periodi di imposta ed eventuali acconti versati.

Prospetto sinottico della tassazione dei dividendi (Irpef)

battaglia(continua…)

Paolo Battaglia

Dottore Commercialista in Ragusa e ACA Chartered Accountant (ICAEW) a Londra

 

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Rapporto Banca-Impresa e Rendiconto Finanziario (parte 4)

money-1132279_640L’analisi di bilancio

Come si diceva nel corso dei precedenti post sul rapporto Banca-Impresa, uno degli elementi di valutazione dell’impresa da parte della banca è l’analisi quantitativa dei dati di bilancio, l’analisi di bilancio appunto. Vi faremo solo un cenno, sopratutto all’analisi della struttura patrimoniale e all’analisi finanziaria, volendo, in questa trattazione, porre la nostra attenzione soprattutto sui flussi finanziari e sull’analisi per flussi.

L’analisi di bilancio, è un complesso ragionamento, basato su uno o più bilanci, volto ad esaminare specifici aspetti della gestione, per giungere ad esprimere un giudizio sintetico sull’azienda.

L’analisi può consentire all’imprenditore o al management o ad analisti terzi di conseguire diversi obiettivi:

  • conoscere in maniera approfondita le variabili da monitorare, al fine di migliorare l’efficienza e minimizzare il rischio d’impresa;
  • ottimizzare la struttura finanziaria adottata in relazione al business aziendale;
  • valutare il posizionamento competitivo dell’impresa rispetto alla concorrenza;
  • fornire informazioni economico-finanziarie utili allo sviluppo di medio-lungo periodo.

Questi obiettivi sono riconducibili alla necessità di verificare la sussistenza di un equilibrio gestionale, con l’effetto che si possono avere tre diversi tipi di analisi, tra loro concatenate:

  • analisi reddituale, che si propone di accertare il raggiungimento dell’equilibrio economico, inteso come la capacità dell’impresa di remunerare tutti i fattori produttivi, compreso il capitale apportato dai soci/azionisti. In altri termini, si ha un equilibrio economico quando l’eccedenza dei ricavi rispetto ai costi è pari al reddito atteso dai soci/azionisti;
  • analisi finanziaria, che intende verificare l’esistenza di un equilibrio finanziario, vale a dire la capacità dell’azienda di fare fronte ai propri impegni finanziari con i mezzi provenienti dal capitale proprio, dai finanziamenti e dai ricavi senza pregiudicare gli altri equilibri;
  • analisi patrimoniale, che mira ad individuare la capacità dell’impresa di conservare e migliorare la struttura patrimoniale: questa analisi rappresenta la naturale conseguenza delle analisi reddituale e finanziaria.

Sotto il profilo strettamente operativo, l’analisi di bilancio viene sovente condotta al fine di assumere decisioni strategiche, ovvero rispondere ad alcuni interrogativi particolarmente rilevanti, riguardanti l’azienda oggetto di analisi:

– quali sono i punti di forza e debolezza dell’impresa?

– è meglio indebitarsi oppure chiedere altro capitale ai soci?

– in quale condizione si trova l’azienda rispetto ai concorrenti?

– è opportuno concedere credito a questa impresa?

Le informazioni che si traggono dall’analisi di bilancio non servono solo alle banche, e quindi all’impresa o al consulente dell’impresa, ma anche ad esempio ai professionisti di nomina giudiziale, come il curatore fallimentare, che – in sede di relazione di cui all’art. 33, della L.F. deve illustrare al giudice delegato quali sono, a proprio avviso, le cause e circostanze che hanno portato alla sentenza dichiarativa di fallimento.

La prassi ormai diffusa nella maggior parte dei tribunali italiani è proprio quella di pretendere dal curatore fallimentare una circoscritta analisi di bilancio del fallito, anche nel caso di imprese individuali e società di persone che non soggiacciono all’obbligo di pubblicazione del bilancio d’esercizio.

Analogamente, si pensi alla relazione di cui all’art. 172 L.F. che il commissario giudiziale di un concordato preventivo è tenuto a depositare in tribunale, ed illustrare ai creditori in sede di adunanza, ai fini della manifestazione del voto.

Anche in questo caso, al commissario giudiziale è richiesto di esaminare i bilanci del debitore degli ultimi anni, al fine di individuare le cause del dissesto che hanno indotto alla presentazione della domanda di concordato preventivo.

Naturalmente, l’analisi di bilancio si basa sulla riclassificazione degli ultimi bilanci, normalmente 3. La stessa redazione del bilancio è stata interessata da numerose riforme, contabili, civilistiche, fiscali, con l’obiettivo di migliorare la trasparenza dell’informazione, la sua utilità per gli operatori, di favorire i processi della stessa globalizzazione, attraverso l’armonizzazione delle norme contabili, al fine di migliorarne la capacità informativa, riforme che continuano e sono alla base di questa nuova edizione, che tiene conto del D.Lgs. 139/2015 di recepimento della Direttiva 34/2013/UE e dei nuovi principi OIC, con particolare riferimento al documento n. 10, sul rendiconto finanziario.

Con la pubblicazione sulla Gazzetta Ufficiale n. 205 dello scorso 4 settembre del D.Lgs. 139 del 18 agosto 2015, è stata appunto data attuazione alla direttiva europea 2013/34/UE “relativa ai bilanci d’esercizio, ai bilanci consolidati e alle relative relazioni di talune tipologie di imprese, per la parte relativa alla disciplina del  bilancio di  esercizio e di quello consolidato per le società di capitali e gli  altri  soggetti individuati dalla legge”, le cui disposizioni entrano in vigore dal 1° gennaio 2016 e si applicano ai bilanci relativi agli esercizi finanziari aventi inizio a partire da quella data. Di conseguenza, per i soggetti con esercizio coincidente con l’anno solare, le nuove regole trovano applicazione a decorrere dal bilancio relativo all’esercizio 2016, ma è chiaro che, ai fini comparativi, anche il bilancio 2015 dovrà essere adeguato alle nuove prescrizioni.

La consapevolezza dell’importanza di un’informativa trasparente per migliorare i rapporti con gli interlocutori sociali, siano essi finanziatori, azionisti, creditori, clienti, fornitori, dipendenti, autorità governative, ha visto le imprese impegnate nella redazione di “bilanci integrati”, dove i risultati economico-finanziari sono comunicati insieme a quelli relativi alla governance e agli impatti sociali e ambientali delle strategie.

L’analisi della struttura patrimoniale e i principali indici finanziari

Una prima fondamentale verifica riguarda la sussistenza o memo della continuità aziendale, desumibile dall’analisi della solidità patrimoniale, ovvero della capacità dell’impresa di sopravvivere e crescere nel corso del tempo, riscontrabile attraverso l’esame del grado di correlazione tra gli investimenti e le relative fonti di finanziamento: risulta, pertanto, determinante la sussistenza di un adeguato margine di struttura, ovvero la capacità dell’impresa di finanziare le immobilizzazioni immateriali (c.d. capitale fisso) con il patrimonio netto e le passività a medio-lungo termine.

In generale, quando i fondi a lungo termine non coprono interamente il fabbisogno finanziario, l’azienda è costretta a colmare la differenza con la raccolta di capitale a breve. In questo caso, è necessario considerare l’adozione dei correttivi, tesi a recuperare la continuità aziendale, come nuovi apporti di capitale o finanziamenti dei soci.

Se l’azienda si trova in una situazione di carenza cronica di liquidità dovuta a un utile operativo troppo basso (crisi economica), ulteriore indebitamento bancario non farà che peggiorare la situazione, spostando solo nel tempo i problemi. E proprio le situazioni d’insolvenza accadono quando la liquidità immediata non viene monitorata con costanza.

Quando invece i finanziamenti a lungo termine eccedono il fabbisogno finanziario, l’azienda dispone di un surplus di cassa da impiegare in investimenti di breve durata.

È sempre necessario verificare che la politica finanziaria dell’impresa sia adeguata, ovvero non vi sia un’eccessiva esposizione debitoria a breve termine, in quanto segnaletica di un maggior grado di rischio.

Un importante fattore critico è il capitale circolante netto, pari alla differenza tra le attività correnti e le passività a breve: un valore eccessivamente elevato potrebbe nascondere l’adozione di politiche di bilancio, come la sopravvalutazione del magazzino o l’incremento dei crediti in presenza di fatturati stabili o decrescenti.

Quindi, l’analisi della struttura patrimoniale è sviluppata sulla base dello stato patrimoniale riclassificato mediante la contrapposizione di raggruppamenti di voci dell’attivo e del passivo, che portano ad evidenziare alcuni margini idonei a fornire informazioni in merito alla struttura delle fonti e degli impieghi esistenti in un determinato periodo, ed in particolare:

  • il margine di struttura;
  • il capitale circolante netto;
  • il margine di tesoreria.

Oltre all’analisi della struttura patrimoniale, sono importantissimi, in sede di pianificazione finanziaria e di analisi delle performance finanziarie, soprattutto i seguenti indici:

...

Continueremo a trattare della pianificazione finanziaria e dell’analisi per flussi finalizzata al corretto rapporto Banche-Impresa nei prossimo articolo.

Paolo Battaglia
Dottore Commercialista in Ragusa e ACA Chartered Accountant (ICAEW) a Londra

Link agli articoli precedenti:
Parte prima pubblicata il 16 febbraio 2016;
Parte seconda pubblicata il 17 febbraio 2016;
Parte terza pubblicata il 24 febbraio 2016.

 

 

 

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Flussi di cassa e rendiconto finanziario: la comunicazione tra Banca e Impresa (parte 3)

coins-948603__180Le banche oggi decidono di accettare o meno la richiesta di finanziamento sulla base di specifici modelli di valutazione del merito creditizio (c.d. rating), che presentano il (solo) pregio di sintetizzare in un unico valore l’insieme delle informazioni riguardanti l’azienda istante, esaminate sotto tre profili:
1. le caratteristiche dell’impresa (c.d. analisi qualitativa);
2. il comportamento della stessa nei confronti della banca destinataria della domanda di finanziamento, nonché del sistema creditizio in generale (c.d. analisi andamentale);
3. i valori di bilancio (c.d. analisi quantitativa).

1. Analisi qualitativa:
La prima fase dell’attività di studio, da parte dell’istituto di credito, riguarda alcuni aspetti di carattere generale, quali, ad esempio:
– la storia dell’impresa, la forma giuridica, l’assetto proprietario della società, il sistema di amministrazione e controllo adottato;
– la localizzazione geografica, talvolta rilevante nella misurazione del grado di rischio aziendale;
– il settore di appartenenza ed il mercato di riferimento, ed il relativo posizionamento rispetto alla concorrenza;
– la qualità dell’informazione aziendale, nonché l’efficienza degli strumenti di programmazione e controllo (budget, business plan, piani industriali e finanziari);
– i fattori di debolezza e successo.
In altre parole, l’accertamento dei sintomi di difficoltà dell’impresa può essere operato sulla base dei modelli di valutazione del merito creditizio (c.d. rating) e, quindi, di un’adeguata analisi di bilancio, secondo le metodologie raccomandate dalla tecnica professionale, di cui nel prosieguo si illustra una possibile interpretazione applicativa, generalmente valida, anche con riferimento alle imprese che non presentano problemi di liquidità, crisi od insolvenza.

2. Analisi andamentale
La seconda fase del processo di valutazione del grado di rating dell’impresa riguarda lo studio del comportamento dell’impresa, nei confronti della singola banca e dell’intero sistema creditizio, agevolmente desumibile dall’Attestato della Centrale dei Rischi (ACR), richiedibile periodicamente alla Banca d’Italia, con riferimento a ciascun soggetto affidato (persona fisica o società).
L’analisi di tale documento consente di individuare alcune informazioni rilevanti ai fini dell’accertamento della probabilità di insolvenza dell’impresa, quali, ad esempio:
– la storia e il trend del rapporto con la banca e il sistema creditizio in generale, degli importi accordati, nonché la loro natura;
– la qualità del portafoglio e la rotazione dei movimenti di conto corrente;
– la regolarità nei pagamenti e le eventuali sofferenze;
– la rotazione dei crediti, la percentuale degli insoluti sugli effetti presentati al “salvo buon fine” e quella riferibile – se rilevante – ad uno specifico cliente;
– il livello delle somme utilizzate e degli sconfinamenti, rispetto a quanto concesso, sia in termini percentuali che di durata;
– il numero delle banche segnalanti.

Una particolare attenzione è riservata al c.d. autoliquidante, riguardante l’importo accordato per lo smobilizzo di salvo buon fine, effetti e fatture.
Ad esempio, se una società dispone di un accordato di 1.000.000 di euro da parte della banca X a fronte di un importo complessivo di sistema di euro 2.500.000, l’istituto di credito provvede a verificare:
– l’incidenza del proprio affidamento rispetto al totale generale, con l’intento di desumere il grado di credibilità dell’impresa sul mercato finanziario;
– la percentuale di effettivo utilizzo di quanto accordato, a livello di banca e singolo sistema, in quanto ritenuta espressiva, in funzione crescente, del grado di rischiosità aziendale.
In altri termini, più tale rapporto si avvicina al 100% tanto maggiore è il rischio dell’impresa.

Altre verifiche rilevanti riguardano, oltre agli eventuali sconfinamenti, il numero delle banche segnalanti, in quanto se crescente – in presenza di incremento di indebitamento – è valutata negativamente, così come la circostanza di richiedere un medesimo affidamento a più banche contemporaneamente, in quanto l’apertura dell’istruttoria comporta la segnalazione al sistema, per l’aggiornamento della Centrale dei Rischi.
Conseguentemente, il funzionario della specifica banca, responsabile della pratica, potrebbe essere influenzato, respingendo la richiesta dell’impresa, qualora sia venuto a conoscenza di analoghe istruttorie non andate a buon fine presso altri istituti di credito: in altre parole, l’impresa alla ricerca di nuove risorse finanziarie dovrebbe concentrare la propria attenzione sul solo istituto di credito presso il quale vi sono maggiori probabilità di accoglimento di una domanda di affidamento.
L’analisi andamentale si conclude certamente con un giudizio accettabile se l’impresa richiedente presenta un buon grado di ottimizzazione delle fonti di finanziamento, ovvero un adeguato equilibrio tra mezzi propri e debiti, nonché – all’interno di questi ultimi – tra passività correnti, maggiormente rischiose, e consolidate.

3. Analisi quantitativa
Il processo di valutazione del merito creditizio si conclude con la classica analisi di bilancio, fondata sulla sostanziale verifica dell’attendibilità dei dati contenuti nello stesso, sulla riclassificazione dello stato patrimoniale e del conto economico e sulla conseguente determinazione dei principali margini ed indici di analisi, come meglio illustrati nel prosieguo.

Paolo Battaglia
Dottore Commercialista in Ragusa e ACA Chartered Accountant (ICAEW) a Londra

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Flussi di cassa e rendiconto finanziario: la comunicazione tra Banca e Impresa (parte 2)

building-562877__180Oggi le banche tendono a concedere il minimo fido possibile, sia per ridurre il loro stesso rischio che per lucrare sugli interessi addizionali sugli sconfinamenti.
Quindi da un lato, in sede di richiesta, l’impresa deve cercare di farsi accordare un fido un po’ superiore a quello strettamente necessario, dall’altro va monitorato costantemente per evitare un aggravio non utile degli oneri fiscali. D’altro canto, in questo modo, con un fido ampio ma sotto controllo, eviteremo di sconfinare con il conseguente costo e l’eventuale richiesta di rientro immediato. In ogni caso, diventa importante non giungere mai ad utilizzare totalmente il fido concessoci.

Per ben spiegare il fabbisogno e ottenere il fido che riteniamo necessario, dobbiamo sempre accompagnare la richiesta di fido con la produzione di situazioni contabili chiare e ben collegate al budget previsionale di cassa, oltre che al prospetto di cash flow previsionale. Una richiesta di credito è una richiesta di fiducia e una pianificazione finanziaria chiara è il fondamento sul quale costruire la fiducia dei nostri creditori e finanziatori. Una buona pianificazione finanziaria interna e una corretta e trasparente gestione con la nostra banca consente anche di ottenere migliori condizioni di credito, l’accesso a strumenti preclusi a clienti non trasparenti e tempo per poter accedervi, non lavorando sulle emergenze e sulle urgenze, potendo ottimizzare anche la gestione commerciale del credito ai clienti e la gestione efficiente degli acquisti e del magazzino.

Se, nonostante un nostro corretto comportamento nel rapporto con il nostro fornitore-banca non otteniamo un trattamento soddisfacente, oggi come non mai, per un’impresa commercialmente solida, diventa un’opportunità cercare nuove banche e nuove condizioni. Le banche non lavorano tutte allo stesso modo, e molte oggi sono in difficoltà anche se il cliente non ne viene informato o può non rendersene conto.

Le diverse disposizioni susseguitisi nel corso tempo, con riferimento ai vari “Accordi di Basilea”, hanno portato il sistema bancario a suddividere le imprese in classi di rating in funzione del relativo livello di rischio al fine di valutare i presupposti minimi di affidabilità e, in caso di esito positivo, differenziando le condizioni del finanziamento (importo concesso, tasso di interesse, garanzie prestate, ecc.). Ora, pur essendo vero che, complice anche il perdurante stato di generale crisi, diventa sempre più difficile l’accesso al credito per l’impresa che non presenti un accettabile equilibrio patrimoniale, finanziario e reddituale, l’accesso al credito diventa complesso anche per quella impresa che pur avendo buoni fondamentali, non sa comunicarli bene.

In ogni caso, le banche oggi decidono di accettare o meno la richiesta di finanziamento sulla base del rating che presenta, per lo meno, il pregio di sintetizzare in un unico valore un complesso insieme di informazioni riguardanti l’azienda richiedente che viene esaminata sotto tre aspetti:

1. l’analisi qualitativa: le caratteristiche proprie dell’impresa;
2. l’analisi andamentale: il comportamento dell’impresa nei confronti della banca che esamina la domanda di finanziamento e del sistema bancario in generale;
3. l’analisi quantitativa: l’analisi dei valori di bilancio.

L’analisi qualitativa riguarda alcuni aspetti di carattere generale, quali, ad esempio la storia dell’impresa, la forma giuridica, l’assetto proprietario della società, il sistema di amministrazione e controllo adottato, la localizzazione geografica, talvolta presa in considerazione dalla banca nella misurazione del grado di rischio aziendale, il settore di appartenenza, il mercato di riferimento e il posizionamento rispetto alla concorrenza, la qualità dell’informazione aziendale e l’efficienza degli strumenti di programmazione e controllo (presenza di budget, di business plan, di piani industriali e finanziari), i fattori di debolezza e successo (Analisi Swot).

L’analisi andamentale riguarda lo studio del comportamento dell’impresa nei confronti della singola banca e dell’intero sistema creditizio, desumibile dall’Attestato della Centrale dei Rischi (ACR) richiedibile periodicamente alla Banca d’Italia. L’analisi dell’ACR consente alla banca di individuare alcune informazioni rilevanti ai fini dell’accertamento della probabilità di insolvenza dell’impresa quali, ad esempio, la storia e il trend del rapporto con la banca e il sistema creditizio in generale, degli importi accordati, nonché la loro natura, la qualità del portafoglio e la rotazione dei movimenti di conto corrente, la regolarità nei pagamenti e le eventuali sofferenze, la velocità di rotazione dei crediti, la percentuale degli insoluti sugli effetti presentati al “salvo buon fine”, il livello delle somme utilizzate e degli sconfinamenti, sia in termini assoluti o percentuali che della loro durata, il numero delle banche segnalanti.

Una particolare attenzione è riservata al c.d. autoliquidante, cioè l’importo accordato per lo smobilizzo di salvo buon fine, effetti e fatture. Se una società dispone di un accordato di 1.000.000 di euro da parte della banca X a fronte di un importo complessivo di sistema di euro 2.500.000, l’istituto di credito provvede a verificare l’incidenza del proprio affidamento rispetto al totale generale, con l’intento di desumere il grado di credibilità dell’impresa sul mercato finanziario.

Oggetto di attenzione è anche la percentuale di effettivo utilizzo di quanto accordato, sia a livello di banca che di sistema, in quanto più tale rapporto si avvicina al 100% maggiore risulta il grado di rischiosità dell’impresa.

Vengono verificati anche, sia in numeri assoluti che in termini di andamento tendenziale, gli eventuali sconfinamenti e il numero delle banche segnalanti.

In caso di richieste di affidamento effettuato a più banche contemporaneamente, l’apertura di un’istruttoria comporta normalmente la segnalazione alla Centrale dei Rischi. Questa circostanza può comportare che il responsabile della pratica potrebbe risultarne influenzato respingendo la richiesta dell’impresa, soprattutto se le richieste di istruttoria presso altri istituti di credito non siano andati a buon fine. L’impresa, quindi, in alcuni casi, potrebbe trarre maggior vantaggio se individua un solo Istituto di Credito cui rivolgere istanza, possibilmente quello presso il quale l’impresa ritiene di avere maggiori possibilità di ottenere credito.

È parte dell’analisi andamentale anche la verifica dell’ottimale equilibrio tra mezzi propri e debiti, anche se poi un’analisi più approfondita viene svolta durante l’analisi quantitativa che consiste in un’analisi di bilancio basata sulla riclassificazione dello Stato Patrimoniale e del Conto Economico e della successiva analisi per margini e indici, e, sempre più spesso, per flussi.

Dell’analisi quantitativa parleremo nel prossimo articolo.

Paolo Battaglia
Dottore Commercialista in Ragusa e ACA Chartered Accountant (ICAEW) a Londra

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Flussi di cassa e rendiconto finanziario: la comunicazione tra Banca e Impresa (parte 1)

bank-note-209104__180Iniziamo oggi una chiacchierata in più parti sull’importanza della pianificazione e programmazione finanziaria e del Rendiconto Finanziario, anche (soprattutto!) al di là degli obblighi recenti in materia.

Il processo di pianificazione strategica e poi finanziaria dell’impresa è oggi diventato centrale, stante la sempre crescente velocità di cambiamento degli scenari competitivi.
Certo, anche la pianificazione s’è fatta essa stessa più complessa, per gli stessi motivi per cui le imprese patiscono questa fase di turbolenza, apparentemente solo finanziaria ma, naturalmente, anche economica e commerciale in particolare.

D’altro canto, come già avvenuto in altri periodi di recessione, per le imprese finanziariamente più solide e meglio gestite vi è la possibilità di innescare un processo virtuoso di metamorfosi che può consentire di cogliere future buone opportunità sul piano della innovazione, della ristrutturazione produttiva, della riorganizzazione e della ricerca di nuovi mercati di sbocco e di nuove partnership.

Negli articoli che seguiranno ci atterremo prevalentemente ai problemi di tipo finanziario, nella consapevolezza che i problemi di ordine finanziario nascono quasi sempre da questioni di ordine economico e non possono essere mai sganciati da questi, non fosse altro che per le ricadute in termini di costi finanziari.

Il rapporto con le banche risulta oggi più centrale che mai, manager e professionisti devono analizzare e poi pianificare le condizioni finanziarie più aderenti alle esigenze dell’azienda e devono saper chiedere alle banche e discutere con loro senza subire scelte e proposte non sempre tra le più salubri per l’azienda e devono saper comunicare piani industriali e programmi di strutturazione e ristrutturazione del debito bancario, anche al fine di evitare che l’azienda resti sostanzialmente in balia di valutazioni bancarie sommarie o poco concrete. Appare quindi necessario per le aziende fornire una chiave di lettura della propria realtà finanziaria.

Sappiamo bene che, per mille motivi, anche culturali e la cui disamina esula dall’oggetto di quel che in questa sede ci interessa, le aziende italiane sono sottocapitalizzate e quindi finanziariamente di debole struttura, rendendo difficoltosa una qualunque autonoma crescita dimensionale che prescinda dall’intervento del credito bancario nei processi di sviluppo (e sopravvivenza).

D’altro canto, Basilea II e III fissano dei vincoli oggettivi alla discrezionalità del sistema bancario nella gestione della politica del credito alle aziende. La speciale e preoccupata attenzione degli ultimi mesi della Banca d’Italia nei confronti della qualità del credito concesso ad alcuni clienti da parte delle banche ne è la controprova.

Sostanzialmente, le imprese sempre più dovranno essere in grado di adattare la struttura finanziaria alla volatilità del proprio mercato ed elaborare strategie che consentano loro di individuare gli investimenti più adeguati, sforzandosi di implementare sistemi informativi in grado di monitorare e programmare il credito bancario, sia per migliorare la redditività della gestione finanziaria che per evitare tensioni finanziarie, oltre che per confrontare le diverse offerte provenienti dal mercato del credito. Per le aziende che implementano un sistema di controllo di gestione, il monitoraggio dei costi finanziari consente loro di determinare con maggiore dettaglio i margini reddituali delle singole voci del portafoglio prodotti, pur in un’ottica strategica complessiva (Business Plan).

Un sistema di monitoraggio e previsione dei flussi finanziari e delle dinamiche dell’indebitamento consente anche di auto valutare e (in certi casi) migliorare il proprio rating creditizio, oltre che avere una chiara rappresentazione dei flussi finanziari generabili dalla gestione e poter, con più efficacia, interloquire con la propria banca e governare alcune scelte senza subirle.

Ovviamente, il professionista, soprattutto il Commercialista, gioca qui un ruolo fondamentale nell’assistere l’impresa nel predisporre bilanci improntati a trasparenza e attendibilità, verificare il perdurante equilibrio tra investimenti e fonti di finanziamento, favorire la patrimonializzazione dell’impresa e, soprattutto, predisporre Rendiconti Finanziari e Budget di Cassa chiari e prudenziali.

L’intervento e l’assistenza continua del professionista consentirà di ridurre l’onerosità del costo del finanziamento e di esporre l’azienda al rischio di tensioni finanziarie e di squilibri patrimoniali.

Paolo Battaglia
Dottore Commercialista in Ragusa e ACA Chartered Accountant (ICAEW) a Londra

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Termini per l’accertamento per le imposte sui redditi e l’IVA

TAX6La legge di stabilità per il 2016, L.208 del 28/12/2015 ha profondamente riscritto le regole relative alla decadenza dei termini per l’accertamento.
In sintesi, viene abrogato il meccanismo del RADDOPPIO dei termini in presenza di reati tributari. Viene riscritto integralmente l’articolo 43 del DPR n. 600/1973 relativo alle imposte dirette, così come l’articolo 57 del DPR n. 633/72 relativo all’IVA.

LE VECCHIE REGOLE
La regola per le Imposte Dirette
Ai sensi dell’articolo 43 del DPR n. 600/1973, come modificato dal D. Lgs. 9/7/1997, n. 241, gli avvisi di accertamento, ai fini reddituali, devono essere notificati, a pena di decadenza, entro il 31 dicembre del quarto anno successivo a quello in cui è stata presentata la dichiarazione (disposizione così modificata dall’articolo 15 del DLGS n. 241/97; in precedenza, la notifica poteva essere effettuata entro il 31 dicembre del quinto anno successivo).
Nei casi di omessa presentazione della dichiarazione o di presentazione di dichiarazione nulla, ai sensi delle disposizioni del titolo I del DPR n. 600/1973, l’avviso di accertamento può essere notificato fino al 31 dicembre del quinto anno successivo a quello in cui la dichiarazione avrebbe dovuto essere presentata (in precedenza, entro il 31 dicembre del sesto anno successivo).

Le regole per l’IVA
Gli avvisi relativi alle rettifiche e agli accertamenti IVA devono essere notificati, ai sensi del citato articolo 57 del DPR n. 633/72, a pena di decadenza, entro il 31 dicembre del quarto anno successivo a quello in cui è stata presentata la dichiarazione.
In caso di omessa presentazione della dichiarazione, l’avviso di accertamento dell’imposta può essere notificato fino al 31 dicembre del quinto anno successivo a quello in cui la dichiarazione avrebbe dovuto essere presentata.

Le vecchie regole sul Termine “lungo” (del decreto legge n. 223/2006) ora ABROGATE
L’articolo 37 del Dl 223, commi da 24 a 26, modifica, sia ai fini delle imposte sul reddito che ai fini Iva, la disciplina dei termini per l’attività di accertamento, incidendo, rispettivamente, sull’articolo 43 del DPR 29 settembre 1973, n. 600, e sull’articolo 57 del DPR 26 ottobre 1972, n. 633.
Pertanto, i termini risultano raddoppiati “quando il contribuente abbia commesso una violazione che comporta obbligo di denuncia, ai sensi dell’art. 331 del codice di procedura penale, per uno dei reati previsti dal D.Lgs. 10 marzo 2000, n. 74.
Si tratta, in particolare, delle ipotesi in cui i pubblici ufficiali e gli incaricati di pubblico servizio abbiano notizia di reato perseguibile d’ufficio nell’esercizio o a causa delle loro funzioni o del loro servizio, caso in cui detti soggetti sono tenuti a farne denuncia per iscritto” (circolare n. 28/E/2006).
Nella che segue riepiloghiamo le nuove scadenze, a partire dall’annualità 2001, (dal 1998 i termini di decadenza coincidono sia ai fini delle imposte sui redditi che dell’Iva)

LE NUOVE REGOLE
Le nuove regole si applicano agli avvisi relativi al periodo d’imposta in corso alla data del 31 dicembre 2016 e ai periodi successivi. Per i periodi d’imposta precedenti, gli avvisi di accertamento devono essere notificati, a pena di decadenza, entro il 31 dicembre del quarto anno successivo a quello in cui è stata presentata la dichiarazione ovvero, nei casi di omessa presentazione della dichiarazione o di dichiarazione nulla, entro il 31 dicembre del quinto anno successivo a quello in cui la dichiarazione avrebbe dovuto essere presentata. Tuttavia, in caso di violazione che comporta obbligo di denuncia ai sensi dell’articolo 331 del codice di procedura penale per alcuno dei reati previsti dal decreto legislativo 10 marzo 2000, n. 74, i termini di cui al periodo precedente sono raddoppiati relativamente al periodo d’imposta in cui è stata commessa la violazione

Art. 43 DPR 600/73 Termine per l’accertamento.
1. Gli avvisi di accertamento devono essere notificati, a pena di decadenza, entro il 31 dicembre del quinto anno successivo a quello in cui è stata presentata la dichiarazione.
2. Nei casi di omessa presentazione della dichiarazione o di presentazione di dichiarazione nulla l’avviso di accertamento può essere notificato entro il 31 dicembre del settimo anno successivo a quello in cui la dichiarazione avrebbe dovuto essere presentata.
3. Fino alla scadenza del termine stabilito nei commi precedenti l’accertamento può essere integrato o modificato in aumento mediante la notificazione di nuovi avvisi, in base alla sopravvenuta conoscenza di nuovi elementi da parte dell’Agenzia delle entrate. Nell’avviso devono essere specificamente indicati, a pena di nullità, i nuovi elementi e gli atti o fatti attraverso i quali sono venuti a conoscenza dell’ufficio delle imposte

La regola per le Imposte Dirette
Ai sensi dell’articolo 43 del DPR n. 600/1973 gli avvisi di accertamento, ai fini reddituali, devono essere notificati, a pena di decadenza, entro il 31 dicembre del quinto anno successivo a quello in cui è stata presentata la dichiarazione.
2. Nei casi di omessa presentazione della dichiarazione o di presentazione di dichiarazione nulla l’avviso di accertamento può essere notificato entro il 31 dicembre del settimo anno successivo a quello in cui la dichiarazione avrebbe dovuto essere presentata.

Le regole per l’IVA
Gli avvisi relativi alle rettifiche e agli accertamenti IVA devono essere notificati, ai sensi del citato articolo 57 del DPR n. 633/72, a pena di decadenza, entro il 31 dicembre del quinto anno successivo a quello in cui è stata presentata la dichiarazione.
Nei casi di omessa presentazione della dichiarazione o di presentazione di dichiarazione nulla l’avviso di accertamento dell’imposta a norma del primo comma dell’articolo 55 può essere notificato entro il 31
dicembre del settimo anno successivo a quello in cui la dichiarazione avrebbe dovuto essere presentata.

Luca Santi
Dottore Commercialista in Verona
luca.santi@studiosanti.co.uk

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Il credito d’imposta per l’acquisto di beni strumentali a favore del mezzogiorno

money-87189_640Dal 1° gennaio 2016 al 31 dicembre 2019 è prevista l’attribuzione di un credito d’imposta alle imprese che acquistano beni strumentali nuovi destinati a strutture produttive ubicate nelle zone assistite delle regioni Campania, Puglia, Basilicata, Calabria, Sicilia, Molise, Sardegna e Abruzzo.

La misura del credito d’imposta riconosciuto varia in base alle dimensioni delle imprese che vi accedono e, precisamente nella misura massima
– del 20% per le piccole imprese,
– del 15% per le medie imprese
– del 10% per le grandi imprese
entro i limiti della Carta degli aiuti a finalità regionale 2014-2020 C(2014) 6424 final del 16/9/2014.

Alle imprese attive nel settore della produzione, trasformazione e commercializzazione primaria di prodotti agricoli, nel settore della pesca e dell’acquacoltura che effettuano l’acquisizione di beni strumentali nuovi, gli aiuti sono concessi nei limiti e alle condizioni previsti dalla normativa europea in materia di aiuti di Stato nei settori agricolo, forestale e delle zone rurali e ittico.

Soggetti beneficiari

I destinatari di questo beneficio sono tutti i soggetti titolari di reddito d’impresa, individuabili in base all’articolo 53 del TUIR, indipendentemente dalla natura giuridica assunta, che effettuano nuovi investimenti destinati a strutture produttive situate nelle aree ammissibili alle deroghe previste dall’articolo 87, paragrafo 3, lettere a) e c), del Trattato istitutivo della Comunità europea, ubicate nelle regioni della Campania, Puglia, Basilicata, Calabria, Sicilia, Molise, Sardegna e Abruzzo.

Il comma 98 art. 1 L. 208/2015 stabilisce che alle imprese attive nel settore della produzione primaria di prodotti agricoli, nel settore della pesca e dell’acquacoltura, disciplinato dal regolamento (UE) n. 1379/ 2013 del Parlamento europeo e del Consiglio, dell’11 dicembre 2013, e nel settore della trasformazione e della commercializzazione di prodotti agricoli e della pesca e dell’acquacultura, che effettuano l’acquisizione di beni strumentali nuovi, gli aiuti sono concessi nei limiti e alle condizioni previsti dalla normativa europea in materia di aiuti di Stato nei settori agricolo, forestale e delle zone rurali e ittico.

Per quanto concerne il settore agricolo, il credito d’imposta si applica nel rispetto degli “Orientamenti comunitari per gli aiuti di Stato nel settore agricolo e forestale” alle attività di trasformazione e commercializzazione dei prodotti agricoli di cui all’allegato I del Trattato CE, con riferimento ai soli casi in cui tali attività non siano esercitate da imprenditori agricoli come definiti all’art. 1 del decreto legislativo 18 maggio 2001, n. 228.

Precisamente per imprese operanti nella trasformazione e commercializzazione dei prodotti agricoli gli aiuti per gli investimenti le cui spese ammissibili siano superiori a 25 mil. EUR, o se l’importo effettivo dell’aiuto supera i 12 milioni di EUR, devono essere appositamente notificati alla Commissione a norma dell’articolo 88, paragrafo 3, del Trattato CE5.

Il regime si applica, inoltre, al settore dei trasporti, nel rispetto delle discipline comunitarie specifiche di settore e, ove prevista, previa autorizzazione comunitaria, ferma restando, in ogni caso, l’esclusione degli attivi mobili dall’agevolazione.

In assenza di un’espressa esclusione normativa si ritiene che possono fruire dell’agevolazione anche gli enti non commerciali, con riferimento all’attività commerciale eventualmente esercitata.

Per le imprese soggette a discipline comunitarie specifiche, ivi inclusa quella relativa ai grandi progetti di investimento, l’applicazione del beneficio in esame è espressamente subordinata alle condizioni sostanziali e procedurali definite dalle predette discipline dell’Unione europea e alla preventiva autorizzazione della Commissione europea, ove prescritta.

Soggetti esclusi dall’agevolazione

In base al comma 100 dell’articolo 1 della Legge di stabilità per l’anno 2016, l’agevolazione non spetta ai soggetti che operano nei settori dell’industria siderurgica, carbonifera, della costruzione navale, delle fibre sintetiche, dei trasporti e delle relative infrastrutture, della produzione e della distribuzione di energia e delle infrastrutture energetiche, nonché ai settori creditizio, finanziario e assicurativo.

Inoltre, l’agevolazione non si applica alle imprese in difficoltà come definite dalla comunicazione della Commissione europea 2014/C 249/01, del 31 luglio 2014.

In particolare, la Commissione europea ritiene che un’impresa sia in difficoltà se, in assenza di un intervento dello Stato, è quasi certamente destinata al collasso economico a breve o a medio termine. Pertanto un’impresa è considerata in difficoltà se sussiste almeno una delle seguenti circostanze:

a) nel caso di società a responsabilità limitata, qualora abbia perso più della metà del capitale sociale sottoscritto a causa di perdite cumulate. Ciò si verifica quando la deduzione delle perdite cumulate dalle riserve (e da tutte le altre voci generalmente considerate come parte dei fondi propri della società) dà luogo a un importo cumulativo negativo superiore alla metà del capitale sociale sottoscritto;

b) nel caso di società in cui almeno alcuni soci abbiano la responsabilità illimitata per i debiti della società, qualora abbia perso più della metà dei fondi propri, quali indicati nei conti della società, a causa di perdite cumulate;

c) qualora l’impresa sia oggetto di procedura concorsuale per insolvenza o soddisfi le condizioni previste dal diritto nazionale per l’apertura nei suoi confronti di una tale procedura su richiesta dei suoi creditori;

d) nel caso di un’impresa diversa da una PMI, qualora, negli ultimi due anni:
a. il rapporto debito/patrimonio netto contabile dell’impresa sia stato superiore a 7,5;
b. il quoziente di copertura degli interessi dell’impresa (EBITDA/interessi) sia stato inferiore a 1,0.

Un’impresa di recente costituzione non è ammessa a beneficiare di aiuti a norma dei presenti orientamenti, neanche se la sua situazione finanziaria iniziale è precaria. Ciò avviene, ad esempio, quando la nuova impresa è il risultato della liquidazione di un’impresa preesistente oppure del rilevamento dei suoi attivi. In linea di principio, un’impresa viene considerata di recente costituzione nel corso dei primi tre anni dall’avvio dell’attività nel settore interessato.

Investimenti agevolabili e Progetto di investimento

Il regime agevola i progetti di investimento iniziale in conformità a quanto stabilito dagli Orientamenti comunitari. Pertanto, il credito d’imposta potrà essere concesso soltanto a progetti di investimento iniziale, in conformità alla definizione contenuta negli Orientamenti, e saranno agevolabili soltanto i beni connessi ad un progetto di investimento iniziale.

Per investimento iniziale, sulla base di quanto indicato dalla CM. 38/E/2008, si intende “un investimento in attivi materiali e immateriali riguardante:
– la creazione di un nuovo stabilimento;
– l’ampliamento di uno stabilimento esistente;
– la diversificazione della produzione di uno stabilimento in nuovi 
prodotti aggiuntivi;
– un cambiamento fondamentale del processo di produzione complessivo 
di uno stabilimento esistente”.

Saranno ammissibili i costi/beni materiali o immateriali che fanno parte di 
un progetto di investimento iniziale. Pertanto, l’agevolazione può esser concessa in relazione ai costi sostenuti per effettuare interventi strutturali quali la creazione di un nuovo impianto l’ampliamento, la riattivazione e l’ammodernamento di impianti (diversi da quelli infissi al suolo) esistenti, in quanto gli stessi si realizzano:

a) attraverso interventi intesi ad aumentare la capacità produttiva degli impianti con l’aggiunta di un nuovo complesso a quello preesistente o con l’aggiunta di nuovi macchinari capaci di dotare il complesso esistente di maggiore capacità produttiva;

b) attraverso interventi intesi a riportare in funzione impianti disattivati;

c) attraverso interventi di carattere straordinario volti ad un adeguamento tecnologico dell’impianto che consenta di incrementare i livelli di produttività degli impianti.

Prima di fruire dell’agevolazione i soggetti, che intendono avvalersi del credito d’imposta, devono presentare apposita comunicazione all’Agenzia delle entrate.
Le modalità, i termini di presentazione e il contenuto della comunicazione sono stabiliti con provvedimento del direttore dell’Agenzia medesima, da emanare entro sessanta giorni dalla data di pubblicazione della presente legge nella Gazzetta Ufficiale. L’Agenzia delle entrate comunica alle imprese l’autorizzazione alla fruizione del credito d’imposta.
Si ritiene che il modello possa essere simile al noto modello FAS presente sul sito dell’Agenzia delle Entrate.

Oggetto dell’agevolazione

Sono agevolabili gli investimenti relativi all’acquisto, anche mediante contratti di locazione finanziaria, di macchinari, impianti e attrezzature varie destinati a strutture produttive già esistenti o che vengono impiantate nel territorio.
Nella determinazione dell’investimento ammissibile i beni nuovi sono assunti al costo di acquisto o di costruzione.
Per gli investimenti effettuati mediante contratti di locazione finanziaria, si assume il costo sostenuto dal locatore per l’acquisto dei beni; tale costo non comprende le spese di manutenzione.
Per i beni acquisiti in locazione finanziaria le disposizioni di cui al presente comma si applicano anche se non viene esercitato il riscatto.

Misura del credito di imposta

Il credito d’imposta è commisurato alla quota del costo complessivo dei beni indicati nel paragrafo precedente, nel limite massimo, per ciascun progetto di investimento, pari a:
– 1,5 milioni di euro per le piccole imprese,
– 5 milioni di euro per le medie imprese,
– 15 milioni di euro per le grandi imprese
eccedente gli ammortamenti dedotti nel periodo d’imposta, relativi alle medesime categorie dei beni d’investimento della stessa struttura produttiva, ad esclusione degli ammortamenti dei beni che formano oggetto dell’investimento agevolato.

La misura del credito d’imposta dipende dalla dimensione aziendale e precisamente è stabilita nella misura massima
– del 20% per le piccole imprese,
– del 15% per le medie imprese,
– del 10% per le grandi imprese.

In sostanza Il credito d’imposta spetta per ciascun esercizio fiscale in cui sono realizzati gli investimenti. L’ammontare dell’investimento ammissibile all’agevolazione in argomento è dato, per ciascun periodo d’imposta e per ciascuna struttura produttiva, dal costo complessivo delle acquisizioni di beni nuovi appartenenti alle categorie indicate dalla norma decurtato degli ammortamenti dedotti, relativi ai medesimi beni appartenenti alla struttura produttiva nella quale si effettua il nuovo investimento.

Per “struttura produttiva”, sulla base di quanto precisato con la CM 41/E/2001 deve intendersi ogni singola unità locale o stabilimento, ubicati nei territori sopra richiamati, in cui il beneficiario esercita l’attività d’impresa.

Può trattarsi di un autonomo ramo di azienda, inteso come un insieme coordinato di beni materiali, immateriali e risorse umane precisamente identificabili ed esclusivamente ad esso attribuibili, dotato di autonomia decisionale come centro di costo e di profitto, idoneo allo svolgimento di un’attività consistente nella produzione di un output specifico indirizzato al mercato.

Inoltre, si ritiene che possa trattarsi, di una autonoma diramazione territoriale dell’azienda ovvero una mera linea di produzione o un reparto, pur dotato di autonomia organizzativa, purché costituisca di per sé un centro autonomo di imputazione di costi e non rappresenti parte integrante del processo produttivo dell’unità locale situata nello stesso territorio comunale ovvero nel medesimo perimetro aziendale.

Modalità di fruizione del credito

Il credito d’imposta è utilizzabile esclusivamente in compensazione ai sensi dell’articolo 17 del decreto legislativo 9 luglio 1997, n. 241, e successive modificazioni, a decorrere dal periodo d’imposta in cui è stato effettuato l’investimento e deve essere indicato nella dichiarazione dei redditi relativa al periodo d’imposta di maturazione del credito e nelle dichiarazioni dei redditi relative ai periodi d’imposta successivi fino a quello nel quale se ne conclude l’utilizzo.

Al credito d’imposta non si applica il limite di utilizzo annuo di € 250.000,00 di cui all’articolo 1, comma 53, della legge 24 dicembre 2007, n. 244.

Cumulabilità del credito

Il credito d’imposta non è cumulabile con aiuti de minimis e con altri aiuti di Stato che abbiano ad oggetto i medesimi costi ammessi al beneficio.

Di conseguenza si ritiene che nel modello da inviare all’Agenzia delle Entrate, sarà prevista una specifica attestazione da parte del soggetto beneficiario che dichiari che non beneficia di tali aiuti.

Ad avviso dello scrivente, in considerazione di espressi divieti non previsti dalla norma, dovrebbe invece essere consentito usufruire del maxi ammortamento del 140% previsto sempre dalla Stabilità. Sul punto ovviamente si è in attesa di un chiarimento ufficiale da parte dell’Agenzia delle Entrate.

L’agevolazione di cui ai commi da 98 a 106 è concessa nel rispetto dei limiti e delle condizioni previsti dal regolamento (UE) n. 651/2014 della Commissione, del 17 giugno 2014, che dichiara alcune categorie di aiuti compatibili con il mercato interno in applicazione degli articoli 107 e 108 del Trattato sul funzionamento dell’Unione europea, e in particolare dall’articolo 14 del medesimo regolamento, che disciplina gli aiuti a finalità regionale agli investimenti

Rideterminazione dell’agevolazione

È prevista una rideterminazione del credito d’imposta nel caso in cui i beni oggetto dell’agevolazione:

a) non entrino in funzione entro il secondo periodo d’imposta successivo a quello della loro acquisizione o ultimazione;

b) siano dismessi, ceduti a terzi, destinati a finalità estranee all’esercizio dell’impresa ovvero destinati a strutture produttive diverse da quelle che hanno dato diritto all’agevolazione entro il quinto periodo d’imposta successivo a quello nel quale gli stessi sono entrati in funzione (comma 277, secondo periodo).

Per effetto della rideterminazione, il credito d’imposta è computato, per ciascun periodo d’imposta di maturazione, escludendo dagli investimenti agevolati il costo dei beni non entrati in funzione ovvero fatti uscire dal regime di impresa.

Se nel periodo di imposta in cui si verifica una delle ipotesi di cui al precedente punto b), vengono acquisiti beni della stessa categoria di quelli agevolati, “il credito d’imposta è rideterminato escludendo il costo non ammortizzato degli investimenti agevolati per la parte che eccede i costi delle nuove acquisizioni”.

In altri termini, fino a concorrenza del costo non ammortizzato del bene sostituito, l’acquisto del bene nuovo costituisce “mero rimpiazzo” e non può essere oggetto di agevolazione; in tale ipotesi, inoltre, il beneficio viene proporzionalmente meno nella misura in cui il costo non ammortizzato del bene uscente (sostituito) è superiore a quello del nuovo bene (sostituto).

Il credito d’imposta indebitamente utilizzato rispetto all’importo rideterminato secondo le disposizioni del presente comma è versato entro il termine stabilito per il versamento a saldo dell’imposta sui redditi dovuta per il periodo d’imposta in cui si verificano le ipotesi ivi indicate.

Controlli

Qualora, a seguito dei controlli, sia accertata l’indebita fruizione, anche parziale, del credito d’imposta per il mancato rispetto delle condizioni richieste dalla norma ovvero a causa dell’inammissibilità dei costi sulla base dei quali è stato determinato l’importo fruito, l’Agenzia delle entrate provvede al recupero del relativo importo, maggiorato di interessi e sanzioni previsti dalla legge.

Luca Santi
Dottore Commercialista in Verona
luca.santi@studiosanti.co.uk

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Esecuzione in Italia delle decisioni di confisca adottate negli altri Stati della UE

it euMediante il decreto legislativo 7 agosto 2015, n.137, l’Italia ha attuato quanto stabilito dall’Unione Europea nella “decisione-quadro” 2006/783/GAI, relativa all’applicazione del principio del reciproco riconoscimento delle decisioni di confisca.

A detta decisione dell’Unione viene quindi data applicazione sul nostro territorio, fermo restando che ciò non deve risultare incompatibile con i principi dell’ordinamento costituzionale italiano in tema di diritti fondamentali, nonché in tema di diritti di libertà e di giusto processo (art.1 del citato decreto legislativo).

Scopo della “decisione-quadro” dell’Unione, adesso oggetto di attuazione, è facilitare la cooperazione tra gli Stati membri in materia di reciproco riconoscimento ed esecuzione dei provvedimenti di confisca dei proventi di determinati reati, in modo che uno Stato membro riconosca ed esegua nel proprio territorio quelli adottati da un tribunale competente in materia penale di un altro Stato membro.

Sulla base di un’apposita procedura (in cui è coinvolto il Ministero della Giustizia nonché la Corte d’Appello competente per il luogo dove si trovano i beni da aggredire, che decide in camera di consiglio), il riconoscimento in Italia avviene quando è necessario eseguire nel nostro paese le decisioni di confisca (queste ultime da intendersi come “un provvedimento emesso da un’autorità giudiziaria nell’ambito di un procedimento penale, che consiste nel privare definitivamente di un bene un soggetto”) disposte dalle autorità giudiziarie degli altri Stati membri, a condizione che tale provvedimento concerna uno dei seguenti reati, per i quali – nello Stato ove viene emesso il provvedimento – è prevista una pena detentiva non inferiore nel massimo a tre anni, senza verifica della doppia incriminabilità (art.3, comma 1):

  • associazione per delinquere;
  • terrorismo;
  • tratta di esseri umani;
  • sfruttamento sessuale dei bambini e pornografia infantile;
  • traffico illecito di stupefacenti e sostanze psicotrope;
  • traffico illecito di armi, munizioni ed esplosivi;
  • corruzione;
  • frode, compresa la frode che lede gli interessi finanziari delle Comunità europee;
  • riciclaggio;
  • falsificazione e contraffazione di monete;
  • criminalità informatica;
  • criminalità ambientale, compreso il traffico illecito di specie animali protette e il traffico illecito di specie e di essenze vegetali protette;
  • favoreggiamento dell’ingresso e del soggiorno illegali di cittadini non appartenenti a Stati membri dell’Unione europea;
  • omicidio volontario, lesioni personali gravi;
  • traffico illecito di organi e tessuti umani;
  • sequestro di persona;
  • razzismo e xenofobia;
  • furti organizzati o con l’uso di armi;
  • traffico illecito di beni culturali, compresi gli oggetti d’antiquariato e le opere d’arte;
  • truffa;
  • estorsione;
  • contraffazione e pirateria in materia di prodotti;
  • falsificazione di atti amministrativi e traffico di documenti falsi;
  • falsificazione di mezzi di pagamento;
  • traffico illecito di sostanze ormonali ed altri fattori di crescita;
  • traffico illecito di materie nucleari e radioattive;
  • traffico di veicoli rubati;
  • violenza sessuale;
  • incendio;
  • reati che rientrano nella competenza giurisdizionale della Corte penale internazionale;
  • dirottamento di nave o aeromobile;
  • sabotaggio

Al di fuori delle predette ipotesi, il riconoscimento delle decisioni di confisca è consentito solamente se i fatti sono previsti come reato dalla legge italiana (art.3, comma 2). Tuttavia, “in materia di tasse o di imposte, di dogana e di cambio, il riconoscimento della decisione di confisca non può essere rifiutato in base al fatto che l’ordinamento interno non impone lo stesso tipo di tasse o di imposte o non contiene lo stesso tipo di disciplina in materia di tasse o di imposte, di dogana e di cambio della legislazione dello Stato di emissione” (art. 6, comma 1, lettera c).

La richiesta di riconoscimento avviene sulla base di un “certificato”, compilato dalle autorità dello Stato richiedente sulla base di un modello definito dalla citata “decisione-quadro”, il quale viene trasmesso – tramite i ministeri competenti (in Italia è quello della Giustizia) – a quelle dello Stato ove la misura va eseguita (art.2).

La confisca va a colpire il provento di detti reati, ravvisabile in ogni vantaggio economico derivante dalla loro commissione (art.1).

Una volta riconosciuto il provvedimento estero, la sua esecuzione in Italia avviene secondo le leggi del nostro paese.

Il riconoscimento in Italia può sì essere rifiutato, ma solo in ipotesi molto limitate, principalmente riconducibili alle seguenti circostanze (art.6):

  • presenza di vizi formali nel “certificato” trasmesso dallo Stato emittente il provvedimento di confisca;
  • violazione del principio di “ne bis in idem”, sussistente se una decisione di confisca risulta essere già stata emessa, in via definitiva, da uno degli Stati membri dell’Unione europea per gli stessi fatti e nei confronti della medesima persona;
  • qualora dal “certificato” stesso emerga che “l’interessato non è comparso personalmente e non è stato rappresentato da un difensore o soggetto equiparato nel procedimento che si è concluso con la decisione di confisca”;
  • quando i diritti delle parti interessate, compresi i terzi in buona fede, rendono impossibile l’esecuzione della decisione di confisca, secondo la legge dello Stato italiano”;
  • quando la decisione di confisca riguarda reati che dalla legge italiana sono considerati commessi in tutto o in parte sul territorio dello Stato” (cosa foriera di verosimili paralizzanti conflitti di competenza tra autorità giudiziarie dei vari Stati, soprattutto nell’ipotesi di criminalità organizzata internazionale);
  • quando la persona, nei cui confronti deve essere eseguita una decisione di confisca, gode di immunità riconosciute dallo Stato italiano, che limitano l’esercizio o il proseguimento dell’azione penale;
  • mancanza di reciprocità nel riconoscimento delle decisioni di confisca tra lo Stato dell’autorità emittente il provvedimento e l’Italia;
  • se il provvedimento di confisca viene emanato dalle autorità di uno Stato dell’Unione in relazione a fatti commessi fuori dal suo territorio, a meno che in tali circostanze non sia comunque applicabile gli art.7 e seguenti del codice penale italiano (il quale prevede che, in determinate ipotesi, l’autorità giudiziaria italiana possa perseguire chi commette reati all’estero).

Il decreto legislativo in esame introduce infine un’apposita procedura da seguire quando sia l’autorità giudiziaria italiana ad emettere un provvedimento di confisca, da eseguire sul territorio degli altri Stati membri, cui viene richiesto di procedere (artt. da 10 a 12).

Ermenegildo Mario Appiano
Avvocato in Torino

avv.appiano@appiano.info

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Circolare Informativa – Mutazione dei requisiti di start up alternativi con soluzione di continuità

STARTUP INNTra i diversi chiarimenti forniti recentemente dal Ministero dello Sviluppo economico su PMI e start up innovative, si segnala il parere n. 222631/2015, che affronta il tema della possibilità di mutare uno dei tre requisiti alternativi ai fini della qualifica di start up innovativa in un momento successivo all’iscrizione nella sezione speciale del Registro delle imprese: nel caso di specie, per il venir meno del requisito dell’assunzione di personale altamente qualificato dichiarato per l’iscrizione, con contestuale rispetto del requisito relativo alle spese in ricerca e sviluppo.

Per il MISE, anche se la normativa non prevede espressamente il mutamento dei requisiti alternativi, non risultano limiti alla fattispecie prospettata.

Una condizione però deve esser assolta: la presenza di almeno uno dei tre requisiti deve risultare verificata continuativamente, durante la permanenza nella sezione speciale del Registro delle imprese. La mutazione può, dunque, avvenire senza fuoriuscita e successivo rientro nella sezione speciale, bastando l’aggiornamento delle informazioni fornite in fase di iscrizione ai sensi dell’art. 25, comma 14, del DL 179/2012.

Quanto alla tempistica di tale adempimento, il Ministero dello Sviluppo economico sottolinea che la norma va interpretata nel senso che “l’aggiornamento non può superare il semestre, ma deve intervenire in occasione di ogni mutazione rilevante, rispetto a quanto dichiarato al momento dell’iscrizione in sezione speciale”.

D’altro canto, secondo il Ministero, non occorrerebbe anticipare al momento della mutazione del requisito alternativo l’altro adempimento, quello relativo alla conferma annuale del possesso dei requisiti di cui all’art. 25, comma 15 del DL 179/2012, legato al deposito dell’approvazione del bilancio d’esercizio.

Secondo il Ministero, essendo la pubblicità nella sezione speciale del Registro delle imprese già assicurata mediante l’aggiornamento delle informazioni contestualmente alla mutazione del requisito, non sussisterebbe alcuna lesione dell’interesse generale dell’amministrazione e del mercato quanto ad una rappresentazione veritiera e aggiornata della posizione della singola start up.

Massimo Bianchi
Iscritto all’Ordine dei Dottori Commercialisti e degli esperti contabili di Pisa
m.bianchi@mb-consulenze.com

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Conversazione di aggiornamento professionale Verona 27 novembre 2015

Conversazione di aggiornamento professionale
VERONA 27 NOVEMBRE 2015 – Ore 15.00 Ore 18.00

Via Aeroporto 20 – 37066 Sommacampagna (VR)

TAVOLA ROTONDA

Le società nel diritto inglese

  • Panoramica generale
  • La Limited nei suoi aspetti generali, giuridici e fiscali

Utilizzo della Limited, casi di specie:

  • Holding
  • Tutela del patrimonio
  • Passaggio generazionale

IVIE – IVAFE: Aspetti generali e profili di incostituzionalità

Tassazione dividendi e redditi prodotti all’estero

Relatori

Guido Ascheri: ragioniere commercialista, chartered accountant Londra

Marina d’Angerio: dottore commercialista, chartered accountant Londra

Sabrina Malaguti: avvocato Reggio Emilia e Londra

Lara Garlassi: avvocato in Reggio Emilia

Viviana Grippo: Dottore commercialista in Verona, Partner Studio Impresa

Roberto Canevaro: Dottore commercialista in Verona, Partner Studio Impresa

Partecipazione gratuita

Scarica il modulo di iscrizione 27.11.15 Verona

 

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All’articolo 2929 (bis) nomination al Golden Globe della presunzione di colpevolezza

presunzioneConsiderazioni e riflessioni a margine della recente novella

Il Legislatore introduce con la norma in esame, in modo fantasioso ma altrettanto pericoloso, uno strumento potente per il creditore al quale è consentito procedere all’esecuzione forzata nei confronti di un presunto debitore senza dover preventivamente ottenere una sentenza favorevole.

Ieri, prima dell’entrata in vigore dell’art.2929 bis c.c, la costituzione di fondo patrimoniale, le donazioni, i trust costituivano negozi giuridici veri e validi, con piena efficacia tra le parti. Certo se i negozi erano simulati, i terzi creditori danneggiati dalla simulazione erano ammessi a provare la volontà maliziosa del loro debitore di sottrarre la sua garanzia patrimoniale alla successiva pretesa del creditore. Si instaurava un procedimento giudiziario ordinario nel quale entrambe le parti erano ammesse a provare le loro ragioni, e che, in caso di prova della tesi del creditore danneggiato, poteva concludersi con una sentenza del Giudice che dichiarava la inefficacia del trasferimento nei confronti del creditore procedente.

Ieri, dunque, solo a conclusione di un processo il creditore poteva soddisfarsi sul bene del debitore!

Ora, con l’entrata in vigore dell’art.2929 bis c.c., il creditore, per il solo fatto che ritenga di essere pregiudicato da una donazione, da un fondo patrimoniale, da un trust, da un vincolo, può iniziare l’esecuzione forzata senza alcun permesso del Giudice.

Oggi, dunque, il creditore può soddisfarsi sul bene del debitore indipendentemente dalla sentenza dichiarativa di inefficacia pronunciata da un Giudice a conclusione di un processo!

Il testo del nuovo disposto normativo, previsto dall’art. 12 del citato D.L 83/15, così recita: “Il creditore che sia pregiudicato da un atto del debitore, di costituzione di vincolo di indisponibilità o di alienazione, che ha per oggetto beni immobili o mobili iscritti in pubblici registri, compiuto a titolo gratuito successivamente al sorgere del credito, può procedere, munito di titolo esecutivo, a esecuzione forzata, ancorché non abbia preventivamente ottenuto sentenza dichiarativa di inefficacia, se trascrive il pignoramento nel termine di un anno dalla data in cui l’atto è stato trascritto. La disposizione di cui al presente comma si applica anche al creditore anteriore che, entro un anno dalla trascrizione dell’atto pregiudizievole, interviene nell’esecuzione da altri promossa.

Dalla norma in esame si evince come al creditore titolato – ancorché non abbia preventivamente e vittoriosamente esperito l’azione revocatoria volta ad ottenere la declaratoria d’inefficacia dell’atto compiuto dal debitore in pregiudizio delle proprie ragioni creditorie – venga ugualmente data facoltà di procedere ad esecuzione forzata sui beni immobili o mobili iscritti in pubblici registri che siano stati oggetto, successivamente al sorgere del credito, di un atto a titolo gratuito di costituzione di vincolo di indisponibilità o di alienazione, e come tale mirato a realizzare un’illecita limitazione o riduzione della garanzia patrimoniale generica che la legge impone sia offerta dal debitore chiamato ad adempiere alle proprie obbligazioni.

Le enormi criticità di tale normativa sono le seguenti.

Lesione del diritto di difesa del debitore e del terzo. Il Giudice potrebbe emettere una sentenza di rigetto delle ragioni del creditore, quando però la casa del debitore è stata già venduta all’asta. Ciò determinerebbe una lesione gravissima del diritto del difesa in capo al debitore e del terzo che ha ricevuto i beni.

Inversione dell’onere della prova. Il debitore ed il terzo, che ha ricevuto il bene, hanno un unico rimedio cioè quello di opporsi solo alla procedura esecutiva, e non alla causa ordinaria con tutte le garanzie di legge. Così solo in sede di eventuale opposizione il debitore, o gli altri soggetti, potranno   esercitare il proprio diritto di difesa.

Limiti nel diritto di difesa. I motivi di opposizione da parte del debitore sono limitati e di difficile prova in quanto è sufficiente che in capo al debitore sussista la consapevolezza di divenire insolvente o di rendere più difficile l’esecuzione del creditore.

Eccesso di onerosità. Il debitore ha l’unica possibilità di avviare una azione di opposizione all’esecuzione e ciò comporta che le spese processuali per l’accertamento della buona fede dello stesso saranno anticipate da quest’ultimo.

Il risultato finale della normativa in esame è molto semplice e chiaro: la perdita di efficacia dei trasferimenti a titolo gratuito come le donazioni o in veicoli legittimi quali i trust fino allo spirare del termine dell’anno dalla loro trascrizione. Sono quindi atti con che potremmo dire con efficacia procrastinata.

Cercando di fare l’identikit di chi sia il beneficiario di questa norma, andando oltre l’apparente generalità della destinazione.

Stiamo parlando di un soggetto che ha un credito, magari ipotecario, già munito di un titolo, che ha la possibilità di monitorare in tempo reale tutti i trasferimenti reali da parte del suo debitore per poter reagire tempestivamente entro l’anno.

Lasciamo perdere Joker che ha già o suoi grattacapi con Batman e neanche Mister NO che non ha speranze con 007. La soluzione è più vicina di quello che immaginate e lascio alla vostra fantasia individuarne e definirne il profilo.

La nuova normativa in esame apre possibili abusi, o indebite pressioni, in quanto potrebbe essere usata anche quando in effetti non vi siano i presupposti, una sorte di arma concessa al creditore il quale potrebbe non curarsi di avere nel proprio mirino principi cardini del nostro sistema giuridico.

Siamo alle solite.

La presunzione di colpevolezza non è mai accompagnata dalla presunzione di innocenza, che in ogni stato di diritto dovrebbe esser la norma.

Ma mi chiedo quale debitore già colpito da azioni esecutive possa pensare a nascondere i propri bene addirittura trasferendoli a titolo gratuito.

Se è quindi giusto colpire chi con atti di distrazione lede i propri creditori, attuando comportamenti inutili stupidi e illegali; egli va punito con i rimedi che l’ordinamento offre. Ma nello stesso tempo non si possono bloccare operazioni invece legittime senza che si possa reagire.

I propugnatori di questa norma sorridono affermando che esiste una tutela giurisdizionale che però è differita.

A nessuno piacerebbe esser salvato dopo la sua morte…una tutela efficace è quella immediata e non rinviata. Ciò non lo dice l’umile estensore del presente articolo ma l’art. 6 e 8 della Corte Europea dei diritti dell’uomo che ha già più volte sancito come nel caso Ravon che ognuno ha diritto a un giusto processo a un contraddittorio, insomma a vedersi riconosciute le proprie ragioni immediatamente e non quando ormai non serve più a nulla.

Giuseppe Lepore

gl@studiogiuseppelepore.it

Ragioniere commercialista in Savona

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La tassa sulla non capacita’ contributiva, ovvero diamo ai poveri ciò che è dei poveri

capacita' contributivaIl presente articolo prende spunto da alcune, già criticatissime dalla Dottrina in modo unanime, pronunce della Suprema Corte in materia di assoggettabilità ad imposta dei vincoli di destinazione non traslativi (Cass. n.3735-3886-3737/2015).

Sebbene tutti i giorni assistiamo alla deprecabile erosione delle e dalle fondamenta dei pilastri che separano il potere legislativo da quello giudiziario con deprecabili sortite degli Uni nelle competenze degli altri e viceversa, coloro i quali amano ancora credere che siano solo degli incidenti di percorso, purtroppo con Ordinanze come questa sono portati a ricredersi.

Infatti le leggi le dovrebbero fare il legislatore, il potere giudiziario dovrebbe esser deputato a presidiarne la loro applicazione.

Invero con le pronunce in materia di assoggettabilità a tassazione, dei vincoli di destinazione, i Giudici del Palazzaccio hanno dato vita ad una nuova imposta, dotata di autonomia rispetto all’imposta sulle successioni e donazioni il cui presupposto impositivo è l’istituzione dei vincoli di destinazione.

La Cassazione, nelle summenzionate sentenze, ha reiteratamente stabilito, anche qui macroscopicamente errando, l’inesistenza del trust, poiché privo del tipico elemento del trasferimento ad altro soggetto (diverso dal disponente) dei beni istituiti in trust.

Si badi bene che il caso esaminato dai Giudici non esauriva l’universum dei trust ma solo due tipologie di trust quelli di garanzia e quelli autodichiarati, la cui vera comprensione nella loro essenza avrebbe permesso di capire che erano tutt’altro che inesistenti, ma lascerò ad altro scritto l’esame degli stessi e una compiuta analisi della perfetta loro esistenza sia nell’ambito del diritto del trust che secondo la nostra ormai consolidata giurisprudenza (vedasi per tutte la Sentenza 10105 Cass. Penale del 2014).

Ritornando al tema di queste articolo, e se ciò non bastasse gli Ermellini, dopo aver “bollato” di inesistenza i trust oggetto di esame, nelle medesime sentenze stabiliscono che l’oggetto di tassazione è l’istituzione del vincolo in sé a prescindere dal fatto che vi sia o non vi sia il trasferimento del patrimonio.

I Giudici giungono dunque a ritenere applicabile l’imposta sui vincoli di destinazione in assenza di un trasferimento di beni e diritti, in quanto non si è prodotto alcun effetto traslativo ed in mancanza di un arricchimento. Il ragionamento a cui sono giunti gli ermellini si fonda su una evidente contraddizione: se l’utilità economica di cui dispone colui che ha costituito il vincolo è l’indice di capacità contributiva, non si capisce come mai il soggetto passivo sia stato individuato in colui che ha costituito il vincolo e non sul beneficiario finale di tale utilità.

Lo sviluppo argomentativo della Cassazione nelle varie ordinanze appare quantomeno forzato, in quanto insiste sull’esistenza di una imposta nuova ed autonoma in mancanza di un atto di trasferimento, di liberalità e/o di arricchimento di una sfera giudico – patrimoniale altrui, diversa da quella del disponente. Se stressassimo il ragionamento della Suprema Corte, strictu sensu, avremmo effetti dirompenti anche su altri istituti la cui qualificazione e trattamento fiscale, anche da parte della Suprema Corte, non è mai stata messa in discussione. Infatti tale imposta dovrebbe essere applicata, mutatis mutandis, anche ad altri negozi giuridici che in comune con i trusts abbiano l’effetto di porre sui medesimi un vincolo di destinazione (quali ad esempio le intestazioni fiduciarie, le istituzioni di fondi speciali per la previdenza e assistenza, le fondazioni, le iscrizioni ipotecarie, i pignoramenti etc.).

L’Agenzia delle Entrate con la circolare n.48/E del 6 Agosto 2007, aveva già ampiamente spiegato – peraltro con ammirevole sforzo interpretativo – che l’imposta si applica a tutte le tipologie di trust e si applica al momento del conferimento dei beni in trust e non al momento in cui sopraggiunto il termine finale e divenute le posizioni beneficiarie quesite. Ben 8 anni prima di quanto oggi stabilito dai giudici del Palazzaccio, l’Agenzia delle Entrate – nel tentativo di evitare fenomeni di doppia imposizione – aveva chiarito che l’imposta va applicata al momento dell’atto dispositivo con cui il disponente vincola determinati beni in trust, ciò in quanto tutte le vicende del trust sono legate ad un’unica causa.

L’Amministrazione finanziaria, infatti, ha ritenuto – e ritiene tutt’ora – di non rinviare a data incerta il momento della tassazione, poiché potrebbe capitare che al momento della dotazione del trust non si conoscano i beneficiari finali.

Non è plausibile la fantasiosa ricostruzione operata dalla Corte sull’esistenza, all’interno di un unico comma, di due diverse imposte con distinti presupposti, ossia: l’imposta sulle successioni e donazioni ed una separata ed autonoma sui vincoli di destinazione in quanto la volontà del Legislatore emerge in modo chiaro ed incontestabile nell’art. 2 comma 47 DL 262/2006.

Inoltre, tale imposta creata in modo fantasioso dalla Corte si fonda su evanescenti presupposti ed è priva di soggetti passivi individuati, di un indice di capacità contributiva che viene comunemente inteso come espressivo di capacità economica, pertanto, impossibile ed ingestibile, nonché incostituzionale. Nei casi in esame, la Cassazione postula un prelievo su atti che denotano un impoverimento, una diminuzione patrimoniale, una perdita di utilità e non un’imposta incentrata sul patrimonio e prelevata in occasione di atti di trasferimento dello stesso (come nel caso di un tributo successorio).

Chiariti i punti chiave del dibattito insorto dalle distorsioni emerse nella pronunce della Suprema Corte volte a tentare di smontare timidamente, e infruttuosamente, il trust, occorre aggiungere che la nostra cultura giuridica non merita vedersi chiudere le porte sulle importanti evoluzioni conseguite fino ad oggi in materia di autonomia privata e di uguaglianza tributaria, nonché di capacità contributiva.

Giuseppe Lepore

gl@studiogiuseppelepore.it

Ragioniere commercialista in Savona

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La posizione delle Sezioni Unite della Cassazione riguardo l’elusione fiscale

elusione fiscaleIl 17 settembre 2015 le Sezioni Unite della Corte di Cassazione italiana hanno reso due sentenze (numero 18213 e 18214) in materia di contratti di locazione, nelle quali si leggono tuttavia alcune indicazioni di carattere generale, che trascendono cioè lo specifico settore oggetto di tali pronunce.

                In effetti, nella seconda delle decisioni citate, Le Sezioni Unite hanno osservato che “su di un più generale piano etico/costituzionale, e nel rispetto della essenziale ratio della legge del 1998, la soluzione adottata impedisce che, dinanzi ad una Corte suprema di un Paese Europeo, una parte possa invocare tutela giurisdizionale adducendo apertamente e impunemente la propria qualità di evasore fiscale, volta che l’imposizione e il corretto adempimento degli obblighi tributari, lungi dall’attenere al solo rapporto individuale contribuente-fisco, afferiscono ad interessi ben più generali, in quanto il rispetto di quegli obblighi, da parte di tutti i consociati, si risolve in un miglior funzionamento della stessa macchina statale, nell’interesse superiore dell’intera collettività”.

                Analogamente, nella prima di dette decisioni la Suprema Corte ha espressamente enunciato il principio che “su di un più generale piano etico/costituzionale, impedisce che, dinanzi ad una Corte suprema di un Paese Europeo, una parte possa invocare tutela giurisdizionale adducendo apertamente e impunemente la propria qualità di evasore fiscale, volta che l’imposizione e il corretto adempimento degli obblighi tributari, lungi dall’attenere al solo rapporto individuale contribuente-fisco, afferiscono ad interessi ben più generali, in quanto il rispetto di quegli obblighi, da parte di tutti i consociati, si risolve in un miglior funzionamento della stessa macchina statale, nell’interesse superiore dell’intera collettività”.

                Sempre nella decisione ora in esame le Sezioni Unite hanno pure rammentato che già in passato la medesima Corte aveva già più volte affermato e applicato il principio del divieto di abuso del diritto (Cass. 18/9/2009, n. 20106; Cass. 15/10/2012, n. 17642), specie in tema di imposte, in particolare precisando che “l’esame delle operazioni poste in essere dal contribuente deve essere in ogni caso compiuto alla stregua del principio desumibile dal relativo concetto elaborato dalla giurisprudenza comunitaria (in materia fiscale, ex aliis, Corte di Giustizia 21/2/2006, in causa C-255/02), secondo cui non possono trarsi benefici da operazioni che, seppure realmente volute e quand’anche immuni da invalidità, risultino, alla stregua di un insieme di elementi obiettivi, compiute essenzialmente allo scopo di ottenere un indebito vantaggio fiscale, in difetto di ragioni economicamente apprezzabili che le giustifichino, diverse dalla mera aspettativa di quel risparmio fiscale (tra le altre, Cass. 29/9/2006, n. 21221; Cass. ss.uu. 23/12/2008, n. 30055; Cass. 9/3/2011, n. 5583; Cass. 28/6/2012, n. 10807; Cass., 30/11/2012 n. 21390, e, tra le più recenti, Cass. 6/12/2013, n. 27352)”.

Precisano ora le Sezioni Unite che “tale, generale principio «antielusivo» trovava il suo fondamento nell’art. 53 della Costituzione, la cui ratio rende ultroneo l’eventuale accertamento della simulazione o del carattere fraudolento dell’operazione, da valutare, viceversa, nella sua reale essenza, non potendo al riguardo influire ragioni economiche meramente marginali o teoriche, inidonee a fornire una spiegazione alternativa dell’operazione rispetto al mero risparmio fiscale, come tali quindi manifestamente inattendibili o assolutamente irrilevanti rispetto alla predetta finalità” (su cui anche Cass. 21/4/2008, n. 10257)”.

                Nella summenzionata sentenza del 21/2/2006 la Grande Sezione della Corte di Giustizia dell’Unione Europea si era pronunciata su un caso ove, dinanzi al giudice nazionale, era contestato il carattere elusivo di alcune operazioni di cessione di beni, che si ritenevano unicamente finalizzate ad ottenere vantaggi fiscali nel settore dell’imposta sul valore aggiunto.

                Pronunciandosi su una questione di natura pregiudiziale, la Corte UE aveva ricordato (punti da 68 a 71 della motivazione) che “secondo una giurisprudenza costante, gli interessati non possono avvalersi fraudolentemente o abusivamente del diritto comunitario (v., in particolare, sentenze 12 maggio 1998, causa C‑367/96, Kefalas e a., Racc. pag. I‑2843, punto 20; 23 marzo 2000, causa C‑373/97, Diamantis, Racc. pag. I‑1705, punto 33, e 3 marzo 2005, causa C‑32/03, Fini H, Racc. pag. I‑1599, punto 32).      L’applicazione della normativa comunitaria non può, infatti, estendersi fino a comprendere i comportamenti abusivi degli operatori economici, vale a dire operazioni realizzate non nell’ambito di transazioni commerciali normali, bensì al solo scopo di beneficiare abusivamente dei vantaggi previsti dal diritto comunitario (v., in tal senso, in particolare, sentenze 11 ottobre 1977, causa 125/76, Cremer, Racc. pag. 1593, punto 21; 3 marzo 1993, causa C‑8/92, General Milk Products, Racc. pag. I‑779, punto 21, e Emsland‑Stärke, cit., punto 51). Questo principio di divieto di comportamenti abusivi si applica anche al settore IVA.      La lotta contro ogni possibile frode, evasione ed abuso è, infatti, un obiettivo riconosciuto e promosso dalla sesta direttiva (v. sentenza 29 aprile 2004, cause riunite C‑487/01 e C‑7/02, Gemeente Leusden e Holin Groep, Racc. pag. I‑5337, punto 76)”.

                E’ però egualmente utile rammentare che la Grande Sezione aveva altresì puntualizzato (punto 72 della medesima sentenza): “la Corte ha più volte dichiarato, tuttavia, la normativa comunitaria dev’essere certa e la sua applicazione prevedibile per coloro che vi sono sottoposti (v., in particolare, sentenza 22 novembre 2001, causa C‑301/97, Paesi Bassi/Consiglio, Racc. pag. I‑8853, punto 43). Tale necessità di certezza del diritto s’impone con rigore particolare quando si tratta di una normativa idonea a comportare oneri finanziari, al fine di consentire agli interessati di conoscere con esattezza l’estensione degli obblighi che essa impone loro (v., in particolare, sentenze 15 dicembre 1987, causa 326/85, Paesi Bassi/Commissione, Racc. pag. 5091, punto 24, e 29 aprile 2004, causa C‑17/01, Sudholz, Racc. pag. I‑4243, punto 34)”.

                Principio, quello della certezza del diritto, che notoriamente il nostro legislatore pare molto spesso ignorare, non solo in materia fiscale!

Il nocciolo della questione resta comunque quello di provare che, nel contesto di un’operazione contestata, sussista l’elemento elusivo.

In effetti, così si è espressa la Corte UE sempre nella sentenza citata (punti 74, 75 e 76 della motivazione): “Tutto ciò considerato, risulta che, nel settore IVA, perché possa parlarsi di un comportamento abusivo, le operazioni controverse devono, nonostante l’applicazione formale delle condizioni previste dalle pertinenti disposizioni della sesta direttiva e della legislazione nazionale che la traspone, procurare un vantaggio fiscale la cui concessione sarebbe contraria all’obiettivo perseguito da queste stesse disposizioni. Non solo. Deve altresì risultare da un insieme di elementi oggettivi che lo scopo delle operazioni controverse è essenzialmente l’ottenimento di un vantaggio fiscale. Come ha precisato l’avvocato generale al paragrafo 89 delle conclusioni, il divieto di comportamenti abusivi non vale più ove le operazioni di cui trattasi possano spiegarsi altrimenti che con il mero conseguimento di vantaggi fiscali. Spetta al giudice del rinvio verificare, conformemente alle norme nazionali sull’onere della prova, ma senza che venga compromessa l’efficacia del diritto comunitario, se gli elementi costitutivi di un comportamento abusivo sussistano nel procedimento principale (v. sentenza 21 luglio 2005, causa C‑515/03, Eichsfelder Schlachtbetrieb, Racc. pag. I‑7355, punto 40)”.

                Per concludere, va ancora detto che, mediante le due menzionate sentenze delle Sezioni Unite della Cassazione italiana, è stata praticamente chiusa ogni ai locatori di immobili che si propongano di eludere la registrazione dei contratti di locazione, al fine di evadere poi le imposte sui relativi redditi.

Ermenegildo Mario Appiano

avv.appiano@appiano.info

Avvocato in Torino

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