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Archives for Generale

Regno Unito: Il nuovo Codice di Corporate Governance

Il nuovo Codice di Corporate Governance inglese (il Codice) e’ stato pubblicato il 16 luglio 2018. Questo e’ il risultato di una ampia consultazione da parte del Financial Reporting Council (FRC) sul progetto di revisione del Codice. Il Codice si applica ai periodi contabili a partire dal 1 gennaio 2019, il che significa che molte societa’ devono nei successivi cinque mesi stabilire i processi per essere conformi. La presente relazione esamina alcune considerazioni chiave ed esamina come la FRC abbia affrontato le preoccupazioni sollevate durante il processo di consultazione.

Coinvolgimento degli Stakeholder

Il Codice fa riferimento alla responsabilita’ del consiglio di amministrazione nel considerare i bisogni  e le opinioni di una piu’ vasta gamma di stakeholders, come ad esempio i lavoratori, clienti e fornitori. Suggerisce che la funzione del consiglio e’ quella di “promuovere il successo che sostenibile a lungo termine della societa’”. Questo sembra andare oltre il dovere previsto ai sensi dell’art. 172 del Companies Act 2006, il quale promuove il successo della societa’ “avendo riguardo a” un numero di fattori, inclusi gli interessi degli stakeholders.  A risposta delle preoccupazioni sorte da questa estensione, l’introduzione del Codice finale chiarisce che niente nel nuovo Codice prevale o viene intesa come interpretazione delle responsabilita’ degli amministratori previste dal Companies Act. Pertanto, l’obbligo previsto dall’articolo 172 rimane promuovere il successo della societa’ per il beneficio dei membri nel loro insieme.

Coinvolgimento della forza lavoro

Con riguardo al coinvolgimento della forza lavoro, il progetto del Codice aveva avanzato tre opzioni, ovvero, un amministratore nominato dalla forza lavoro, un consiglio consultivo della forza lavoro ed un NED designato. La proposta era stata criticata per essere eccessivamente prescrittiva. Il nuovo codice ha tenuto in considerazione questa considerazione, consentendo uno od una combinazione dei metodi di essere utilizzato e la flessibilita’ di utilizzare altri approcci, purche’ il consiglio ne spieghi l’efficacia.

Indipendenza del Consiglio

Il Codice mantiene la posizione corrente secondo cui almeno la metà del Consiglio, escluso il presidente, dovrebbe essere indipendente. Il progetto aveva proposto che la maggioranza del consiglio, incluso il presidente, dovrebbe essere indipendente. Aveva inoltre proposto che le indicazioni dell’indipendenza dovrebbe essere trasformata in criteri, rimuovendo la discrezione del Consiglio per determinare se un amministratore e’ indipendente nonostante non rispetti nessuno dei criteri.

Ogni riduzione della flessibilita’ avrebbe comportato un maggiore bisogno per le aziende di “spiegare” piuttosto che “rispettare”. C’erano preoccupazioni che un approccio di controllo avrebbe portato a risultati strani. Il cambiamento di approccio proposto è stato anche considerato probabilmente negativo per incidere sugli sforzi per espandere la diversità dei NED. Nel Codice l’FRC ha abbordibito questa posizione, descrivendo i criteri come “circostanze che possono pregiudicare o compromettere l’indipendenza e richiedere una spiegazione chiara nel caso in cui il Consiglio di amministrazione consideri comunque un NED indipendente. Sebbene sia utile reintegrare la flessibilità rispetto al progetto del Codice, le società dovrebbero essere consapevoli del cambiamento di enfasi e della probabile attenzione aggiuntiva prestata a tali spiegazioni.

Il progetto del Codice aveva proposto un limite rigoroso di nove anni per un amministratore o per il presidente per essere considerato indipendente. Sono state sollevate preoccupazioni che tale requisito, in combinazione con un nuovo requisito per il presidente di essere indipendente su base continuativa (piuttosto che solo al momento della nomina), impatterebbe negativamente nei piani di successione. E’ stato inoltre visto come scoraggiante la nomina di un esistente NED come presidente. Riconoscendo il ruolo “speciale” del presidente, il Codice finale stabilisce che il presidente dovrebbe essere indipendente alla nomina, con il requisito di “dimostrare un giudizio oggettivo durante il loro mandato”. Fornisce inoltre della flessibilita’ sul limite dei 9 anni per il presidente, consentendone l’estensione per un periodo limitato, per facilitare la pianificazione della successione e per sviluppare un Consiglio di amministrazione piu’ diversificato, particolarmente quando il presidente e’ un NED esistente alla nomina.

Voti significativi contro le delibere

Il Codice introduce il concetto di voti significativi degli azionisti contro le delibere. Quando il 20% o piu’ di voti si sono espressi contro una delibera, la societa’ ha l’obbligo di spiegare, quando vengono annunciati i risultati dei voti, quali azioni intende intraprendere per consultare gli azionisti al fine di comprendere le ragioni del risultato. La societa’deve poi fornire  un aggiornamento intermedio non piu’ tardi di sei mesi dopo il voto, prima di fornire una situazione finale, tipicamente nella relazione annuale. Alcuni intervistati erano preoccupati che sei mesi fosse un tempo troppo breve per essere in grado  di fornire un aggiornamento significativo e che farlo avrebbe pregiudicato in modo non necessario le discussioni in corso. La posizione rimane sostanzialmente la stessa nel Codice finale, sebbene chiarisce che il report a sei mesi dovrebbe essere un aggiornamento sulle opinioni ricevute dagli azionisti e sulle azioni intraprese”.

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Paesi Bassi: nuova tassa sull’aviazione

Il Governo Olandese ha avviato una consultazione pubblica con l’intento di introdurre una nuova tassa aerea entro il 2021.

La consultazione di due mesi avviata il 5 luglio, esplora diverse opzioni per una tassa sul trasporto aereo, incluse le tasse nazionali su aeromobili o passeggeri in partenza. La consultazione esamina anche la possibilità di introdurre una tassa sull’aviazione a livello europeo.

Secondo le proposte del Governo, una tassa nazionale per passeggero sarebbe imposta ad un tasso di 3,80 Euro per i voli all’interno dell’Unione Europea e di 22 Euro per i voli intercontinentali. Il Governo ha dichiarato che questo comporterebbe in termini di entrate un aumento stimato di 200 milioni di Euro.

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Paesi Bassi: nuova tassa sull’aviazione

Il Governo Olandese ha avviato una consultazione pubblica con l’intento di introdurre una nuova tassa aerea entro il 2021.

La consultazione di due mesi avviata il 5 luglio, esplora diverse opzioni per una tassa sul trasporto aereo, incluse le tasse nazionali su aeromobili o passeggeri in partenza. La consultazione esamina anche la possibilità di introdurre una tassa sull’aviazione a livello europeo.

Secondo le proposte del Governo, una tassa nazionale per passeggero sarebbe imposta ad un tasso di 3,80 Euro per i voli all’interno dell’Unione Europea e di 22 Euro per i voli intercontinentali. Il Governo ha dichiarato che questo comporterebbe in termini di entrate un aumento stimato di 200 milioni di Euro.

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Paesi Bassi: nuova tassa sull’aviazione

Il Governo Olandese ha avviato una consultazione pubblica con l’intento di introdurre una nuova tassa aerea entro il 2021.

La consultazione di due mesi avviata il 5 luglio, esplora diverse opzioni per una tassa sul trasporto aereo, incluse le tasse nazionali su aeromobili o passeggeri in partenza. La consultazione esamina anche la possibilità di introdurre una tassa sull’aviazione a livello europeo.

Secondo le proposte del Governo, una tassa nazionale per passeggero sarebbe imposta ad un tasso di 3,80 Euro per i voli all’interno dell’Unione Europea e di 22 Euro per i voli intercontinentali. Il Governo ha dichiarato che questo comporterebbe in termini di entrate un aumento stimato di 200 milioni di Euro.

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Paesi Bassi: nuova tassa sull’aviazione

Il Governo Olandese ha avviato una consultazione pubblica con l’intento di introdurre una nuova tassa aerea entro il 2021.

La consultazione di due mesi avviata il 5 luglio, esplora diverse opzioni per una tassa sul trasporto aereo, incluse le tasse nazionali su aeromobili o passeggeri in partenza. La consultazione esamina anche la possibilità di introdurre una tassa sull’aviazione a livello europeo.

Secondo le proposte del Governo, una tassa nazionale per passeggero sarebbe imposta ad un tasso di 3,80 Euro per i voli all’interno dell’Unione Europea e di 22 Euro per i voli intercontinentali. Il Governo ha dichiarato che questo comporterebbe in termini di entrate un aumento stimato di 200 milioni di Euro.

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Regno Unito: variazione norme VAT nel settore Edile

Nell’Ottobre 2019 si assisterà ad un significativo scossone delle norme VAT (IVA) nel settore delle costruzioni.

Nuove regole entreranno in vigore in quella data che, in molti casi, richiederà al destinatario della fornitura di servizi di costruzione, piuttosto che al fornitore, di contabilizzare l’IVA sulla fornitura stessa.

Le piccole e grandi imprese che effettuano forniture di servizi in campo edile e che fatturano con VAT al tasso standard (20%) o ridotto (5%) saranno colpite da questa riforma.

Le implicazioni di tale manovra si ripercuoteranno sicuramente sul cash flow (liquidità) aziendale.

Attualmente, il fornitore di servizi che opera nel campo delle costruzioni versa ad HMRC l’IVA sulle sue forniture. Il cliente paga quindi al fornitore il prezzo più IVA.

Le nuove regole mirano a prevenire la situazione in cui l’appaltatore paga al subappaltatore il prezzo più IVA per i servizi, ma il subappaltatore omette di versare l’IVA ad HMRC.

A partire dal primo Ottobre 2019 sarà il cliente a versare all’HMRC l’Iva sulle prestazioni in campo edile ricevute.

La nuova regola non si applicherà nei seguenti casi:

  • Il soggetto destinatario dei servizi di costruzione è un utente finale; ad esempio, un proprietario o un inquilino;
  • È un inquilino che fornisce i servizi di costruzione al proprietario;
  • È un proprietario che fornisce i servizi di costruzione al suo inquilino.

La situazione si complica un po’ quando la vendita di servizi in campo edile si associa alla vendita di immobili: gli appaltatori dovranno considerare attentamente il caso in cui vi sia un contratto di costruzione associato ad un contratto di compravendita.

Il confine tra ciò che è e ciò che non è servizio in campo edile, nel contesto del progetto di legge, non è chiaro.

Supponiamo che un appaltatore principale (A) accetti di costruire un edificio per un proprietario terriero (B) e B accetti di vendere l’edificio completato a C.

B avrà l’obbligo di versare la Vat per l’HMRC per conto di A che gli ha fornito servizi in campo edile; al contrario tra B e C si realizza, invece, una compravendita immobiliare alla quale non si applica tale normativa.

E’ fondamentale, inoltre, valutare se vi sia o meno materiale da costruzione coinvolto nella fornitura del servizio.

I servizi di costruzione sono ampiamente definiti e comprendono riparazioni, demolizioni e decorazioni. Talvolta possono includere anche beni (vale a dire i materiali) utilizzati al fine della fornitura del servizio.

Tale situazione solleva la questione di valutare se tali materiali rientrino all’interno della fornitura del servizio edile, e quindi soggetti alla nuova normativa, o, al contrario, vadano separati ai fini IVA.

I contratti relativi alle forniture di servizi di costruzione dovranno essere redatti per garantire che:

  • I destinatari delle forniture che rientrano nel nuovo regime paghino solo la quota al netto dell’IVA alla persona che effettua le forniture;
  • Dal contratto si evinca se si applicano le nuove regole

Mentre si avvicina la data di inizio del nuovo regime, le parti legate da contratti di servizi nel settore edile, dovrebbero rivedere e, se il caso, modificare i loro sistemi di pagamento al fine di garantire l’applicazione corretta dell’inversione dell’onere dell’assolvimento Iva.

Tale norma non si applica ai contratti di fornitura di servizi edili stipulati prima del 1 ° ottobre 2019, ma solo ai contratti attualmente in fase di stesura e che prevedono la fornitura di tali servizi a partire dal 1 ° ottobre 2019.

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Regno Unito: variazione norme VAT nel settore Edile

Nell’Ottobre 2019 si assisterà ad un significativo scossone delle norme VAT (IVA) nel settore delle costruzioni.

Nuove regole entreranno in vigore in quella data che, in molti casi, richiederà al destinatario della fornitura di servizi di costruzione, piuttosto che al fornitore, di contabilizzare l’IVA sulla fornitura stessa.

Le piccole e grandi imprese che effettuano forniture di servizi in campo edile e che fatturano con VAT al tasso standard (20%) o ridotto (5%) saranno colpite da questa riforma.

Le implicazioni di tale manovra si ripercuoteranno sicuramente sul cash flow (liquidità) aziendale.

Attualmente, il fornitore di servizi che opera nel campo delle costruzioni versa ad HMRC l’IVA sulle sue forniture. Il cliente paga quindi al fornitore il prezzo più IVA.

Le nuove regole mirano a prevenire la situazione in cui l’appaltatore paga al subappaltatore il prezzo più IVA per i servizi, ma il subappaltatore omette di versare l’IVA ad HMRC.

A partire dal primo Ottobre 2019 sarà il cliente a versare all’HMRC l’Iva sulle prestazioni in campo edile ricevute.

La nuova regola non si applicherà nei seguenti casi:

  • Il soggetto destinatario dei servizi di costruzione è un utente finale; ad esempio, un proprietario o un inquilino;
  • È un inquilino che fornisce i servizi di costruzione al proprietario;
  • È un proprietario che fornisce i servizi di costruzione al suo inquilino.

La situazione si complica un po’ quando la vendita di servizi in campo edile si associa alla vendita di immobili: gli appaltatori dovranno considerare attentamente il caso in cui vi sia un contratto di costruzione associato ad un contratto di compravendita.

Il confine tra ciò che è e ciò che non è servizio in campo edile, nel contesto del progetto di legge, non è chiaro.

Supponiamo che un appaltatore principale (A) accetti di costruire un edificio per un proprietario terriero (B) e B accetti di vendere l’edificio completato a C.

B avrà l’obbligo di versare la Vat per l’HMRC per conto di A che gli ha fornito servizi in campo edile; al contrario tra B e C si realizza, invece, una compravendita immobiliare alla quale non si applica tale normativa.

E’ fondamentale, inoltre, valutare se vi sia o meno materiale da costruzione coinvolto nella fornitura del servizio.

I servizi di costruzione sono ampiamente definiti e comprendono riparazioni, demolizioni e decorazioni. Talvolta possono includere anche beni (vale a dire i materiali) utilizzati al fine della fornitura del servizio.

Tale situazione solleva la questione di valutare se tali materiali rientrino all’interno della fornitura del servizio edile, e quindi soggetti alla nuova normativa, o, al contrario, vadano separati ai fini IVA.

I contratti relativi alle forniture di servizi di costruzione dovranno essere redatti per garantire che:

  • I destinatari delle forniture che rientrano nel nuovo regime paghino solo la quota al netto dell’IVA alla persona che effettua le forniture;
  • Dal contratto si evinca se si applicano le nuove regole

Mentre si avvicina la data di inizio del nuovo regime, le parti legate da contratti di servizi nel settore edile, dovrebbero rivedere e, se il caso, modificare i loro sistemi di pagamento al fine di garantire l’applicazione corretta dell’inversione dell’onere dell’assolvimento Iva.

Tale norma non si applica ai contratti di fornitura di servizi edili stipulati prima del 1 ° ottobre 2019, ma solo ai contratti attualmente in fase di stesura e che prevedono la fornitura di tali servizi a partire dal 1 ° ottobre 2019.

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Regno Unito: variazione norme VAT nel settore Edile

Nell’Ottobre 2019 si assisterà ad un significativo scossone delle norme VAT (IVA) nel settore delle costruzioni.

Nuove regole entreranno in vigore in quella data che, in molti casi, richiederà al destinatario della fornitura di servizi di costruzione, piuttosto che al fornitore, di contabilizzare l’IVA sulla fornitura stessa.

Le piccole e grandi imprese che effettuano forniture di servizi in campo edile e che fatturano con VAT al tasso standard (20%) o ridotto (5%) saranno colpite da questa riforma.

Le implicazioni di tale manovra si ripercuoteranno sicuramente sul cash flow (liquidità) aziendale.

Attualmente, il fornitore di servizi che opera nel campo delle costruzioni versa ad HMRC l’IVA sulle sue forniture. Il cliente paga quindi al fornitore il prezzo più IVA.

Le nuove regole mirano a prevenire la situazione in cui l’appaltatore paga al subappaltatore il prezzo più IVA per i servizi, ma il subappaltatore omette di versare l’IVA ad HMRC.

A partire dal primo Ottobre 2019 sarà il cliente a versare all’HMRC l’Iva sulle prestazioni in campo edile ricevute.

La nuova regola non si applicherà nei seguenti casi:

  • Il soggetto destinatario dei servizi di costruzione è un utente finale; ad esempio, un proprietario o un inquilino;
  • È un inquilino che fornisce i servizi di costruzione al proprietario;
  • È un proprietario che fornisce i servizi di costruzione al suo inquilino.

La situazione si complica un po’ quando la vendita di servizi in campo edile si associa alla vendita di immobili: gli appaltatori dovranno considerare attentamente il caso in cui vi sia un contratto di costruzione associato ad un contratto di compravendita.

Il confine tra ciò che è e ciò che non è servizio in campo edile, nel contesto del progetto di legge, non è chiaro.

Supponiamo che un appaltatore principale (A) accetti di costruire un edificio per un proprietario terriero (B) e B accetti di vendere l’edificio completato a C.

B avrà l’obbligo di versare la Vat per l’HMRC per conto di A che gli ha fornito servizi in campo edile; al contrario tra B e C si realizza, invece, una compravendita immobiliare alla quale non si applica tale normativa.

E’ fondamentale, inoltre, valutare se vi sia o meno materiale da costruzione coinvolto nella fornitura del servizio.

I servizi di costruzione sono ampiamente definiti e comprendono riparazioni, demolizioni e decorazioni. Talvolta possono includere anche beni (vale a dire i materiali) utilizzati al fine della fornitura del servizio.

Tale situazione solleva la questione di valutare se tali materiali rientrino all’interno della fornitura del servizio edile, e quindi soggetti alla nuova normativa, o, al contrario, vadano separati ai fini IVA.

I contratti relativi alle forniture di servizi di costruzione dovranno essere redatti per garantire che:

  • I destinatari delle forniture che rientrano nel nuovo regime paghino solo la quota al netto dell’IVA alla persona che effettua le forniture;
  • Dal contratto si evinca se si applicano le nuove regole

Mentre si avvicina la data di inizio del nuovo regime, le parti legate da contratti di servizi nel settore edile, dovrebbero rivedere e, se il caso, modificare i loro sistemi di pagamento al fine di garantire l’applicazione corretta dell’inversione dell’onere dell’assolvimento Iva.

Tale norma non si applica ai contratti di fornitura di servizi edili stipulati prima del 1 ° ottobre 2019, ma solo ai contratti attualmente in fase di stesura e che prevedono la fornitura di tali servizi a partire dal 1 ° ottobre 2019.

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Regno Unito: variazione norme VAT nel settore Edile

Nell’Ottobre 2019 si assisterà ad un significativo scossone delle norme VAT (IVA) nel settore delle costruzioni.

Nuove regole entreranno in vigore in quella data che, in molti casi, richiederà al destinatario della fornitura di servizi di costruzione, piuttosto che al fornitore, di contabilizzare l’IVA sulla fornitura stessa.

Le piccole e grandi imprese che effettuano forniture di servizi in campo edile e che fatturano con VAT al tasso standard (20%) o ridotto (5%) saranno colpite da questa riforma.

Le implicazioni di tale manovra si ripercuoteranno sicuramente sul cash flow (liquidità) aziendale.

Attualmente, il fornitore di servizi che opera nel campo delle costruzioni versa ad HMRC l’IVA sulle sue forniture. Il cliente paga quindi al fornitore il prezzo più IVA.

Le nuove regole mirano a prevenire la situazione in cui l’appaltatore paga al subappaltatore il prezzo più IVA per i servizi, ma il subappaltatore omette di versare l’IVA ad HMRC.

A partire dal primo Ottobre 2019 sarà il cliente a versare all’HMRC l’Iva sulle prestazioni in campo edile ricevute.

La nuova regola non si applicherà nei seguenti casi:

  • Il soggetto destinatario dei servizi di costruzione è un utente finale; ad esempio, un proprietario o un inquilino;
  • È un inquilino che fornisce i servizi di costruzione al proprietario;
  • È un proprietario che fornisce i servizi di costruzione al suo inquilino.

La situazione si complica un po’ quando la vendita di servizi in campo edile si associa alla vendita di immobili: gli appaltatori dovranno considerare attentamente il caso in cui vi sia un contratto di costruzione associato ad un contratto di compravendita.

Il confine tra ciò che è e ciò che non è servizio in campo edile, nel contesto del progetto di legge, non è chiaro.

Supponiamo che un appaltatore principale (A) accetti di costruire un edificio per un proprietario terriero (B) e B accetti di vendere l’edificio completato a C.

B avrà l’obbligo di versare la Vat per l’HMRC per conto di A che gli ha fornito servizi in campo edile; al contrario tra B e C si realizza, invece, una compravendita immobiliare alla quale non si applica tale normativa.

E’ fondamentale, inoltre, valutare se vi sia o meno materiale da costruzione coinvolto nella fornitura del servizio.

I servizi di costruzione sono ampiamente definiti e comprendono riparazioni, demolizioni e decorazioni. Talvolta possono includere anche beni (vale a dire i materiali) utilizzati al fine della fornitura del servizio.

Tale situazione solleva la questione di valutare se tali materiali rientrino all’interno della fornitura del servizio edile, e quindi soggetti alla nuova normativa, o, al contrario, vadano separati ai fini IVA.

I contratti relativi alle forniture di servizi di costruzione dovranno essere redatti per garantire che:

  • I destinatari delle forniture che rientrano nel nuovo regime paghino solo la quota al netto dell’IVA alla persona che effettua le forniture;
  • Dal contratto si evinca se si applicano le nuove regole

Mentre si avvicina la data di inizio del nuovo regime, le parti legate da contratti di servizi nel settore edile, dovrebbero rivedere e, se il caso, modificare i loro sistemi di pagamento al fine di garantire l’applicazione corretta dell’inversione dell’onere dell’assolvimento Iva.

Tale norma non si applica ai contratti di fornitura di servizi edili stipulati prima del 1 ° ottobre 2019, ma solo ai contratti attualmente in fase di stesura e che prevedono la fornitura di tali servizi a partire dal 1 ° ottobre 2019.

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Brexit: implicazioni dell’accordo di transizione per le imprese

L’accordo sul periodo di transizione è stato concordato in linea di principio da David Davis e Michel Bamieron il 19 marzo 2018, in seguito alla richiesta di certezze da parte delle imprese inglesi. Le aziende del Regno Unito attendevano particolari specifici per poter pianificare delle operazioni post – Brexit.

L’accordo colma il divario tra l’attuale appartenenza del Regno Unito all’Unione Europea e la sua eventuale uscita dall’Europa a lungo termine.

Il periodo di transizione durerà fino alla fine del 2020. Nel frattempo, le imprese inglesi potranno continuare a fare business con l’Unione Europea senza essere soggette ad alcun dazio.

Cosa bisogna sapere riguardo al “transition deal”?

  • In primo luogo, non è scolpito nella pietra – si tratta di un accordo politico che richiede un chiarimento dei termini dell’accordo di recesso. L’ accordo è destinato ad essere approvato ad ottobre, il che significa che nei prossimi 4 mesi vi saranno intensi negoziati.
  • Le imprese non dovrebbero dimenticare che l’accordo di recesso è esso stesso soggetto alla risoluzione di alcune questioni chiave come ad esempio il futuro accordo commerciale tra il Regno Unito e l’Unione Europea e la questione sul confine Irlandese. Nonostante le tensioni stiano aumentando, siamo ancora lontani dalle possibili soluzioni.
  • Per le imprese il periodo di transizione ha avuto un effetto positivo, fornendo alcune certezze riguardo a cosa succederà dopo la Brexit; riteniamo che il sentimento sia diventato più positivo. Sebbene la maggiore fiducia delle imprese sarà vantaggiosa per l’economia del Regno Unito, quest’ultime dovrebbero tenere a mente il quadro generale. L’accordo è solo un rinvio – il Regno Unito sarà al di fuori di tutti gli accordi dell’Unione Europea nel 2021 e probabilmente non ci sarà alcuna estensione. Molti ritengono che questo rappresenti ancora un calendario molto serrato per concludere un accordo commerciale.
  • Inoltre, non è ancora chiaro se dopo marzo 2019 le imprese britanniche potranno ancora trarre vantaggio dagli accordi commerciali dell’Unione Europea con i Paesi terzi, senza ulteriore conferma da parte di quest’ultimi. Terremo un occhio di riguardo su ciò che è stato concordato in merito.

Il processo sulla Brexit sta entrando in una fase cruciale, ci sono ancora molte questioni da risolvere: la valutazione dei rischi è ancora all’ordine del giorno.

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Brexit: implicazioni dell’accordo di transizione per le imprese

L’accordo sul periodo di transizione è stato concordato in linea di principio da David Davis e Michel Bamieron il 19 marzo 2018, in seguito alla richiesta di certezze da parte delle imprese inglesi. Le aziende del Regno Unito attendevano particolari specifici per poter pianificare delle operazioni post – Brexit.

L’accordo colma il divario tra l’attuale appartenenza del Regno Unito all’Unione Europea e la sua eventuale uscita dall’Europa a lungo termine.

Il periodo di transizione durerà fino alla fine del 2020. Nel frattempo, le imprese inglesi potranno continuare a fare business con l’Unione Europea senza essere soggette ad alcun dazio.

Cosa bisogna sapere riguardo al “transition deal”?

  • In primo luogo, non è scolpito nella pietra – si tratta di un accordo politico che richiede un chiarimento dei termini dell’accordo di recesso. L’ accordo è destinato ad essere approvato ad ottobre, il che significa che nei prossimi 4 mesi vi saranno intensi negoziati.
  • Le imprese non dovrebbero dimenticare che l’accordo di recesso è esso stesso soggetto alla risoluzione di alcune questioni chiave come ad esempio il futuro accordo commerciale tra il Regno Unito e l’Unione Europea e la questione sul confine Irlandese. Nonostante le tensioni stiano aumentando, siamo ancora lontani dalle possibili soluzioni.
  • Per le imprese il periodo di transizione ha avuto un effetto positivo, fornendo alcune certezze riguardo a cosa succederà dopo la Brexit; riteniamo che il sentimento sia diventato più positivo. Sebbene la maggiore fiducia delle imprese sarà vantaggiosa per l’economia del Regno Unito, quest’ultime dovrebbero tenere a mente il quadro generale. L’accordo è solo un rinvio – il Regno Unito sarà al di fuori di tutti gli accordi dell’Unione Europea nel 2021 e probabilmente non ci sarà alcuna estensione. Molti ritengono che questo rappresenti ancora un calendario molto serrato per concludere un accordo commerciale.
  • Inoltre, non è ancora chiaro se dopo marzo 2019 le imprese britanniche potranno ancora trarre vantaggio dagli accordi commerciali dell’Unione Europea con i Paesi terzi, senza ulteriore conferma da parte di quest’ultimi. Terremo un occhio di riguardo su ciò che è stato concordato in merito.

Il processo sulla Brexit sta entrando in una fase cruciale, ci sono ancora molte questioni da risolvere: la valutazione dei rischi è ancora all’ordine del giorno.

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Brexit: implicazioni dell’accordo di transizione per le imprese

L’accordo sul periodo di transizione è stato concordato in linea di principio da David Davis e Michel Bamieron il 19 marzo 2018, in seguito alla richiesta di certezze da parte delle imprese inglesi. Le aziende del Regno Unito attendevano particolari specifici per poter pianificare delle operazioni post – Brexit.

L’accordo colma il divario tra l’attuale appartenenza del Regno Unito all’Unione Europea e la sua eventuale uscita dall’Europa a lungo termine.

Il periodo di transizione durerà fino alla fine del 2020. Nel frattempo, le imprese inglesi potranno continuare a fare business con l’Unione Europea senza essere soggette ad alcun dazio.

Cosa bisogna sapere riguardo al “transition deal”?

  • In primo luogo, non è scolpito nella pietra – si tratta di un accordo politico che richiede un chiarimento dei termini dell’accordo di recesso. L’ accordo è destinato ad essere approvato ad ottobre, il che significa che nei prossimi 4 mesi vi saranno intensi negoziati.
  • Le imprese non dovrebbero dimenticare che l’accordo di recesso è esso stesso soggetto alla risoluzione di alcune questioni chiave come ad esempio il futuro accordo commerciale tra il Regno Unito e l’Unione Europea e la questione sul confine Irlandese. Nonostante le tensioni stiano aumentando, siamo ancora lontani dalle possibili soluzioni.
  • Per le imprese il periodo di transizione ha avuto un effetto positivo, fornendo alcune certezze riguardo a cosa succederà dopo la Brexit; riteniamo che il sentimento sia diventato più positivo. Sebbene la maggiore fiducia delle imprese sarà vantaggiosa per l’economia del Regno Unito, quest’ultime dovrebbero tenere a mente il quadro generale. L’accordo è solo un rinvio – il Regno Unito sarà al di fuori di tutti gli accordi dell’Unione Europea nel 2021 e probabilmente non ci sarà alcuna estensione. Molti ritengono che questo rappresenti ancora un calendario molto serrato per concludere un accordo commerciale.
  • Inoltre, non è ancora chiaro se dopo marzo 2019 le imprese britanniche potranno ancora trarre vantaggio dagli accordi commerciali dell’Unione Europea con i Paesi terzi, senza ulteriore conferma da parte di quest’ultimi. Terremo un occhio di riguardo su ciò che è stato concordato in merito.

Il processo sulla Brexit sta entrando in una fase cruciale, ci sono ancora molte questioni da risolvere: la valutazione dei rischi è ancora all’ordine del giorno.

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L’accordo sul periodo di transizione è stato concordato in linea di principio da David Davis e Michel Bamieron il 19 marzo 2018, in seguito alla richiesta di certezze da parte delle imprese inglesi. Le aziende del Regno Unito attendevano particolari specifici per poter pianificare delle operazioni post – Brexit.

L’accordo colma il divario tra l’attuale appartenenza del Regno Unito all’Unione Europea e la sua eventuale uscita dall’Europa a lungo termine.

Il periodo di transizione durerà fino alla fine del 2020. Nel frattempo, le imprese inglesi potranno continuare a fare business con l’Unione Europea senza essere soggette ad alcun dazio.

Cosa bisogna sapere riguardo al “transition deal”?

  • In primo luogo, non è scolpito nella pietra – si tratta di un accordo politico che richiede un chiarimento dei termini dell’accordo di recesso. L’ accordo è destinato ad essere approvato ad ottobre, il che significa che nei prossimi 4 mesi vi saranno intensi negoziati.
  • Le imprese non dovrebbero dimenticare che l’accordo di recesso è esso stesso soggetto alla risoluzione di alcune questioni chiave come ad esempio il futuro accordo commerciale tra il Regno Unito e l’Unione Europea e la questione sul confine Irlandese. Nonostante le tensioni stiano aumentando, siamo ancora lontani dalle possibili soluzioni.
  • Per le imprese il periodo di transizione ha avuto un effetto positivo, fornendo alcune certezze riguardo a cosa succederà dopo la Brexit; riteniamo che il sentimento sia diventato più positivo. Sebbene la maggiore fiducia delle imprese sarà vantaggiosa per l’economia del Regno Unito, quest’ultime dovrebbero tenere a mente il quadro generale. L’accordo è solo un rinvio – il Regno Unito sarà al di fuori di tutti gli accordi dell’Unione Europea nel 2021 e probabilmente non ci sarà alcuna estensione. Molti ritengono che questo rappresenti ancora un calendario molto serrato per concludere un accordo commerciale.
  • Inoltre, non è ancora chiaro se dopo marzo 2019 le imprese britanniche potranno ancora trarre vantaggio dagli accordi commerciali dell’Unione Europea con i Paesi terzi, senza ulteriore conferma da parte di quest’ultimi. Terremo un occhio di riguardo su ciò che è stato concordato in merito.

Il processo sulla Brexit sta entrando in una fase cruciale, ci sono ancora molte questioni da risolvere: la valutazione dei rischi è ancora all’ordine del giorno.

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Pakistan: Amnistia fiscale estesa fino al 31 luglio

Il Governo Pakistano ha prorogato di un mese i condoni fiscali per le società ed i privati, la cui durata era prevista fino al 30 giugno 2018.

Le amnistie consentono ai contribuenti del paese di regolarizzare il reddito non dichiarato e di pagare un’aliquota fiscale del 5%. I “liquid asset” non documentati (compresi contanti e titoli) detenuti al di fuori del Pakistan possono essere rimpatriati con il pagamento di una tassa del 2% oppure qualsiasi somma non rimpatriata può essere regolarizzata con il pagamento di una tassa del 5%.

La data di scadenza per le domande sarà il 31 luglio 2018.

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Pakistan: Amnistia fiscale estesa fino al 31 luglio

Il Governo Pakistano ha prorogato di un mese i condoni fiscali per le società ed i privati, la cui durata era prevista fino al 30 giugno 2018.

Le amnistie consentono ai contribuenti del paese di regolarizzare il reddito non dichiarato e di pagare un’aliquota fiscale del 5%. I “liquid asset” non documentati (compresi contanti e titoli) detenuti al di fuori del Pakistan possono essere rimpatriati con il pagamento di una tassa del 2% oppure qualsiasi somma non rimpatriata può essere regolarizzata con il pagamento di una tassa del 5%.

La data di scadenza per le domande sarà il 31 luglio 2018.

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Pakistan: Amnistia fiscale estesa fino al 31 luglio

Il Governo Pakistano ha prorogato di un mese i condoni fiscali per le società ed i privati, la cui durata era prevista fino al 30 giugno 2018.

Le amnistie consentono ai contribuenti del paese di regolarizzare il reddito non dichiarato e di pagare un’aliquota fiscale del 5%. I “liquid asset” non documentati (compresi contanti e titoli) detenuti al di fuori del Pakistan possono essere rimpatriati con il pagamento di una tassa del 2% oppure qualsiasi somma non rimpatriata può essere regolarizzata con il pagamento di una tassa del 5%.

La data di scadenza per le domande sarà il 31 luglio 2018.

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Pakistan: Amnistia fiscale estesa fino al 31 luglio

Il Governo Pakistano ha prorogato di un mese i condoni fiscali per le società ed i privati, la cui durata era prevista fino al 30 giugno 2018.

Le amnistie consentono ai contribuenti del paese di regolarizzare il reddito non dichiarato e di pagare un’aliquota fiscale del 5%. I “liquid asset” non documentati (compresi contanti e titoli) detenuti al di fuori del Pakistan possono essere rimpatriati con il pagamento di una tassa del 2% oppure qualsiasi somma non rimpatriata può essere regolarizzata con il pagamento di una tassa del 5%.

La data di scadenza per le domande sarà il 31 luglio 2018.

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Ungheria: introduzione dell’amministratore delegato senza diritti di rappresentanza

La Legislazione ungherese ha sempre consentito agli azionisti di una società di limitare il potere degli amministratori delegati e, di conseguenza, ha permesso di nominare un amministratore delegato senza alcun potere di rappresentanza della societá.

Tuttavia, finora, la limitazione dei diritti di rappresentanza di un amministratore delegato non poteva essere registrata nel registro delle imprese (a parte il potere di firma individuale o congiunta) e, pertanto, non poteva essere considerata un’informazione pubblicamente disponibile. Di conseguenza, la limitazione non era valida nei confronti dei terzi.

Per effetto dell’ultima modifica della Legge in materia, entrata in vigore il 1 luglio 2018, al Registro delle imprese è stata aggiunta una nuova sezione per la registrazione degli amministratori delegati senza diritti di rappresentanza. Per effetto di questo cambiamento, tre tipi di diritti di rappresentanza sono disponibili nel Registro delle Imprese:

  • Potere individuale di rappresentanza;
  • Potere congiunto di rappresentanza; e
  • Completa mancanza di diritti di rappresentanza.

Il cambiamento è positivo poiché consente al Registro delle imprese di riflettere adeguatamente quella che è già stata la pratica, in particolare le grandi società (ad esempio le private companies limited by shares e le public limited companies), dove i membri del consiglio di amministrazione sono stati spesso nominati senza poteri di rappresentanza e, unicamente a fini di gestione durante il processo decisionale interno della società.

Al fine di introdurre effettivamente un amministratore delegato senza poteri di firma in una società, gli azionisti devono deliberare eventuali modifiche dello statuto sociale (o dell’atto di fondazione). La modifica deve poi essere depositata e registrata dal tribunale aziendale competente. Tutti questi passaggi richiedono l’assistenza di un avvocato autorizzato ungherese.

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Ungheria: introduzione dell’amministratore delegato senza diritti di rappresentanza

La Legislazione ungherese ha sempre consentito agli azionisti di una società di limitare il potere degli amministratori delegati e, di conseguenza, ha permesso di nominare un amministratore delegato senza alcun potere di rappresentanza della societá.

Tuttavia, finora, la limitazione dei diritti di rappresentanza di un amministratore delegato non poteva essere registrata nel registro delle imprese (a parte il potere di firma individuale o congiunta) e, pertanto, non poteva essere considerata un’informazione pubblicamente disponibile. Di conseguenza, la limitazione non era valida nei confronti dei terzi.

Per effetto dell’ultima modifica della Legge in materia, entrata in vigore il 1 luglio 2018, al Registro delle imprese è stata aggiunta una nuova sezione per la registrazione degli amministratori delegati senza diritti di rappresentanza. Per effetto di questo cambiamento, tre tipi di diritti di rappresentanza sono disponibili nel Registro delle Imprese:

  • Potere individuale di rappresentanza;
  • Potere congiunto di rappresentanza; e
  • Completa mancanza di diritti di rappresentanza.

Il cambiamento è positivo poiché consente al Registro delle imprese di riflettere adeguatamente quella che è già stata la pratica, in particolare le grandi società (ad esempio le private companies limited by shares e le public limited companies), dove i membri del consiglio di amministrazione sono stati spesso nominati senza poteri di rappresentanza e, unicamente a fini di gestione durante il processo decisionale interno della società.

Al fine di introdurre effettivamente un amministratore delegato senza poteri di firma in una società, gli azionisti devono deliberare eventuali modifiche dello statuto sociale (o dell’atto di fondazione). La modifica deve poi essere depositata e registrata dal tribunale aziendale competente. Tutti questi passaggi richiedono l’assistenza di un avvocato autorizzato ungherese.

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I contribuenti americani e le loro case nel Regno Unito

Un cittadino americano oppure un possessore di carta verde americana che è fiscalmente residente nel Regno Unito dovrà presentare la propria dichiarazione dei redditi negli Stati Uniti e dichiarare i redditi e i profitti a livello mondiale.

Laddove il reddito o  le plusvalenze vengono tassate in entrambi i paesi, le tasse pagate in un paese, tramite una pianificazione, possono essere compensate
con le tasse che devono essere pagate nell’altro paese, in modo da evitare una doppia tassazione.

Le cose diventano più difficili per un cittadino americano che vive nel Regno Unito quando dei ricavi esenti da tassazione in UK vengono invece considerati tassabili dal fisco americano.

L’esempio più concreto è il caso della vendita di una casa di famiglia nel Regno Unito.  Nel caso di un cittadino fiscalmente residente in UK, il profitto proveniente dalla vendita della dimora principale viene escluso dalla tassazione sulle plusvalenze. Al contrario, il fisco americano (IRS) tassa il profitto proveniente dalla vendita della casa di famiglia – che essa si trovi in Texas oppure a Londra.

I primi $250,000 del guadagno sono esentasse ma l’eccesso può essere tassato fino al 23.8%. L’esenzione dei $250,00 e’ prevista nel caso in cui l’immobile sia stato posseduto e utilizzato come residenza per almeno due anni nell’arco degli ultimi cinque anni. Non è necessario che il periodo di due anni sia continuo.

Laddove i titolari dell’immobile siano due, entrambi i proprietari hanno diritto all’esenzione sui primi $250,000.

Nel caso di una coppia in cui uno è cittadino americano ed uno cittadino inglese, per motivi di tassazione americana, è meglio se la casa di famiglia sia a nome del partner inglese.

L’altro problema finanziario è che il guadagno tassabile negli Stati Uniti sarà calcolato in dollari; il prezzo di acquisto ed il prezzo di vendita, pagato in british pound, dovrà essere convertito in dollari in modo da calcolare il profitto tassabile.

Un dollaro forte al momento dell’acquisto ed un dollaro debole alla vendita comporta un aumento significativo della tassa sul guadagno.

I mutui sono irrilevanti nel calcolo delle plusvalenze derivanti dalla vendita sia nel Regno Unito che negli Stati Uniti, ma ripagare un mutuo può avere conseguenze sorprendenti, e potenzialmente sgradevoli, dal punto di vista del sistema fiscale americano.

Se un soggetto americano acquista una proprietà nel Regno Unito con un mutuo in sterline e la somma richiesta per ripagare il capitale in sterline (se convertita in dollari) è inferiore al valore del dollaro nel momento in cui è stato sottoscritto il mutuo, il “profitto” del fantomatico dollaro, prodotto esclusivamente dalla variazione del tasso di cambio, può essere tassato dall’imposta sul reddito degli Stati Uniti fino al 37% (tasso corrente).

Siccome le imposte sul reddito devono essere versate in entrambi i paesi e di fatto vi e’ solo una leggera compensazione degli oneri fiscali piu’ bassi di un paese contro una maggiore tassazione nell’altro, tale sgravio non avrà probabilmente un impatto finanziario significativo; il “benefit” è, in verità, illusorio.

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Brexit: conseguenze per coloro che possiedono immobili in Spagna

Alla luce delle nuove decisioni sulla Brexit, Susana Lajusticia, esperta del settore immobiliare spagnolo, ha esaminato quale sarà l’impatto dell’uscita del Regno Unito dall’Unione Europea su coloro che possiedono degli immobili in Spagna.

Una delle principali domande che un soggetto potrebbe porsi è: “Potrò ancora acquistare casa in Spagna?”. Attualmente non vi sono norme di legge che impongono che un soggetto che vuole acquistare immobili in Spagna abbia la cittadinanza di uno dei paesi dell’Unione Europea. Sulla base di ciò, gli inglesi che intendono investire nel mercato immobiliare spagnolo non dovrebbero risentire delle conseguenze della Brexit e, soprattutto al momento, sono liberi di investire in Spagna senza che siano previste particolari limitazioni o requisiti.

Secondo quanto riferito da Susana Lajusticia, numerosi sono attualmente i soggetti che decidono di acquistare in Spagna una casa per le vacanze estive o per puro investimento. La Spagna, infatti, è un paese che ha molto da offrire tra bellissime spiagge e paesaggi montagnosi.

Tuttavia, va sottolineato che il soggetto che possiede la cittadinanza di uno degli stati membri dell’Unione Europea è libero di entrare e uscire dal territorio dei vari stati membri, così come ha il diritto di fermarsi a viverci o per esigenze lavorative, senza la necessità di richiedere il rilascio di un visto o di una licenza. Lo scenario post Brexit è invece ancora abbastanza incerto per quanto riguarda la possibilità per i cittadini inglesi di entrare e stabilirsi in uno dei paesi membri dell’Unione, e viceversa il diritto che avranno i cittadini europei di entrare e stabilirsi nel Regno Unito. Sicuramente, si tratta di una questione che tutti sperano si risolva nel modo piu’ vantaggioso possibile.

Dal punto di vista dei costi, attualmente in Spagna l’imposta di trasferimento deve essere versata per l’acquisto di immobili già esistenti, mentre l’IVA spagnola e l’imposta di bollo vanno pagate sugli immobili di nuova costruzione acquistati direttamente dal costruttore.

Le tasse di cui sopra, e cioè l’imposta di trasferimento, l’IVA e l’imposta di bollo, vengono pagate dall’acquirente in tutte le transazioni e le aliquote vanno applicate indipendentemente dalla nazionalità dell’acquirente.

I costi aggiuntivi che devono essere presi in considerazione sono le spese notarili (in Spagna, infatti, il notaio deve essere coinvolto in qualità di pubblico ufficiale nelle transazioni aventi ad oggetto beni immobili) e le spese catastali. Tutte le spese sopra menzionate devono essere versate indipendentemente dalla cittadinanza del soggetto che effettua l’acquisto dell’immobile, sia questi cittadino di uno stato membro dell’Unione Europea o meno; pertanto, per tale motivo ci si aspetta che acquistare un immobile in Spagna dopo la Brexit non sarà piu’ costoso di ora.

Per quanto riguarda gli affitti, in Spagna vige la normativa prevista dalla Ley de Arrendamientos Urbanos e la legislazione regionale delle 17 Comunità autonome.

La normativa principale (Ley de Arrendamientos Urbanos) disciplina l’affitto degli immobili come residenza principale e per altri usi (come ad esempio gli affitti temporanei), mentre gli affitti turistici sono disciplinati da ogni singola regione.

Attualmente non sono previste restrizioni o requisiti particolari in capo al proprietario dell’immobile per quanto attiene alla cittadinanza di quest’ultimo (ad esempio, non è richiesto che lo stesso sia cittadino di un paese UE) e, pertanto, e’ probabile che non verranno previste restrizioni agli affitti.

Tutte le transazioni aventi ad oggetto beni immobili in Spagna si concludono mediante la firma di un accordo di vendita di fronte ad un notaio che, agendo come pubblico ufficiale, si occupa di verificare l’identità delle parti e conferisce validità al trasferimento della proprietà.

Il notaio è un pubblico ufficiale che agisce per entrambe le parti mentre, al fine di ottenere assistenza legale personalizzata, il singolo soggetto dovrebbe rivolgersi ad un avvocato specializzato in materia.

Gli acquirenti che vogliono tutelare al meglio i propri diritti e ricevere consulenza adeguata prima di effettuare un investimento di questo tipo dovrebbero idealmente rivolgersi ad un avvocato qualificato sia in Spagna che nel Regno Unito (o nel paese di origine o di residenza dell’acquirente).

Per quanto riguarda invece la posizione di coloro che già possiedono immobili in Spagna, aggiunge Susana Lajusticia, è difficile poter valutare se vi saranno degli svantaggi nel rivendere gli immobili dopo la Brexit.

Sfortunatamente infatti, continua Susana Lajusticia, non sappiamo esattamente quale sarà lo scenario post Brexit e se verranno conclusi degli accordi internazionali contro la doppia imposizione per risolvere eventuali problematiche future.

Il Regno Unito e la Spagna hanno già in vigore degli accordi contro la doppia imposizione, uno in particolare con riferimento all’imposta sui redditi, mentre non vi è ad esempio un accordo avente ad oggetto l’imposta di successione (anche se l’agenzia delle entrate inglese prende in considerazione eventuali imposte di successione già versate in Spagna).

Attualmente vi sono diverse aliquote applicabili ai cittadini europei e non europei, soprattutto per quanto attiene l’imposta sui redditi e l’imposta di successione. Tuttavia, le aliquote in questione sono in continuo cambiamento, e pertanto, è attualmente molto difficile poter prevedere future modifiche.

 

 

 

 

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Isole Cayman: la titolarità effettiva diventa un affare pubblico?

Nel 2017 le Isole Cayman hanno modificato le loro Leggi al fine di istituire dei registri sulla titolarità effettiva delle società costituite entro i confini delle isole. Questi registri identificherebbero quegli individui che detengono, direttamente o indirettamente, più del 25% delle azioni o i diritti di voto all’interno della società`; e/o quegli individui che hanno il diritto, direttamente o indirettamente, di nominare o di rimuovere la maggior parte dei membri del consiglio di amministrazione della società.

Se un individuo ha il diritto legale assoluto e incondizionato di esercitare, o di fatto esercita un’influenza notevole o un controllo sulla società attraverso l’assetto proprietario o gli interessi descritti sopra, tale individuo è considerato il beneficiario effettivo.

Questi registri sono presentati all’autorità competente, e attualmente, sono accessibili solo al Ministro incaricato della gestione dei Servizi Finanziari o ad una persona da lui designata.

Il 1 maggio 2018, il Governo britannico ha approvato un emendamento della Legge sulle sanzioni e sull’antiriciclaggio presentato alla Camera dei Comuni. Questo emendamento avrà come effetto quello di richiedere a tutti i territori britannici d’oltremare attraverso l’ordine in consiglio, senza alcuna eccezione per le Isole Cayman, di compilare un registro pubblico con tutte le informazioni sulla titolarità effettiva del territorio alla fine del 2020. Questo tentativo da parte del Regno Unito di fornire una maggior trasparenza globale consentirebbe alle interessenze partecipative delle società registrate nelle Isole di essere accessibili praticamente da chiunque, ovunque.

Questa esigenza ha portato con sé molte domande e preoccupazioni, tra cui quella relativa all’autonomia costituzionale dei territori, con il Premier dell’Isola che la definisce “un grave affronto alla relazione costituzionale che intercorre in questo momento con il Regno Unito”. Il Governo delle Isole Cayman ha rilasciato una dichiarazione in cui ha affermato che una disputa legale “sull’emendamento che viola le relazioni costituzionali riconosciute e convenzionali tra il Regno Unito e le Isole Cayman” rimane valida.

Si teme, inoltre, che l’esigenza dell’accesso pubblico a tali informazioni comprometterebbe la protezione delle informazioni commerciali, personalmente sensibili e riservate. Ad esempio, le informazioni saranno disponibili per i concorrenti e potrebbero avere un impatto sulle relazioni future. E` probabile che gli individui interessati dal cambiamento sostengano l’esistenza di una violazione ingiustificata del diritto della privacy sancito nella costituzione delle Isole.

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