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Archives for Unione Europea

Unione Europea: Lo scambio obbligatorio di informazioni

Al fine di massimizzare le norme relative allo scambio automatico obbligatorio di informazioni, la Direttiva 2011/16/UE del Consiglio è stata più volte modificata negli ultimi anni. In questo contesto, la Direttiva 2014/107/UE ha introdotto lo standard comune di comunicazione di informazioni CRS (Common Reporting Standard) elaborato dall’OCSE (Organizzazione per la cooperazione e lo sviluppo economico), che prevede lo scambio automatico di informazioni sui conti finanziari di cui sono titolari persone fisicamente non residenti e delinea un quadro per tale scambio a livello mondiale. A partire dal 1°Luglio 2020, il Regno Unito dovrà inglobare nella sua legislazione la Direttiva 2018/ 822/UE recante modifica della direttiva 2011/16/UE, anche nota come DAC6, per quanto riguarda lo scambio automatico obbligatorio di informazioni nel settore fiscale relativamente ai meccanismi transfrontalieri soggetti all’obbligo di notifica.
Per essere più specifici, la norma prevede la divulgazione obbligatoria degli accordi transfrontalieri da parte di intermediari, o soggetti passivi nei confronti di autorità fiscali e lo scambio automatico di queste informazioni tra gli Stati membri all’interno dell’Unione Europea i quali devono adottare e pubblicare le disposizioni legislative, regolamentari ed amministrative necessarie per conformarsi alla DAC6 entro il 31 dicembre 2019. In effetti, Stati membri come la Polonia hanno già introdotto alcune disposizioni; altre giurisdizioni, come Italia, Lituania, Svezia, Cipro e Paesi Bassi hanno presentato progetti di Legge per la consultazione. Con riferimento al Regno Unito, nonostante non si sappia ancora come verrà assorbita la DAC6, intermediari e clienti devono essere consapevoli della presenza di regole transitorie che richiedono la divulgazione delle operazioni che sono state stipulate dopo il 25 giugno 2018, per le quali il 31 agosto 2020 costituisce la data ultima per la comunicazione di tutte le informazioni necessarie.
L’attuazione della Direttiva prevede il rispetto di due condizioni:
-in primis, deve trattarsi di un accordo transfrontaliero, un accordo, cioè, riguardante più di uno Stato membro dell’Unione Europea, o uno Stato membro dell’UE ed un paese terzo in cui è soddisfatta almeno una delle seguenti condizioni:
• non tutti i partecipanti all’accordo sono residenti fiscali nella stessa giurisdizione;
• almeno uno dei partecipanti ha doppia residenza ai fini fiscali;
• almeno uno dei partecipanti all’accordo svolge un’attività in un’altra giurisdizione attraverso una stabile organizzazione e l’accordo fa parte degli affari di quella stabile organizzazione; o
• almeno uno dei partecipanti all’accordo svolge attività in un’altra giurisdizione senza essere residente ai fini fiscali o creando una stabile organizzazione situata in tale giurisdizione.
Le disposizioni in esame non fanno luce sui rapporti nazionali, ciò, però, non esclude la possibilità per gli stati membri di regolarizzare la disciplina anche all’interno dei propri confini.
-Deve contenere almeno uno dei 18 hallmarks (segni distintivi), in altre parole, deve avere una caratteristica specifica indica la presenza di un potenziale rischio di elusione fiscale.
• Elementi generali connessi al main benefit test;
• Elementi specifici connessi al main benefit test;
• Elementi specifici connessi alle transazioni transfrontaliere;
• Elementi specifici riguardanti lo scambio di informazioni e la titolarità effettiva;
• Elementi specifici relativi al prezzo di trasferimento.
Molti degli elementi indicati nell’appendice IV della Direttiva sono soggetti a un test di soglia supplementare, l’Unione Europea ha optato per l’MBT (Main Benefit Test). Lo scopo dell’MBT è di filtrare la divulgazione non pertinente e ridurre parte del carico amministrativo e di conformità del regime di divulgazione mirando solo alle transazioni motivate da imposte che potrebbero rappresentare la maggiore politica fiscale e rischi di entrate. L’MBT è soddisfatta se “si può stabilire che il vantaggio principale o uno dei principali benefici che, in considerazione di tutti i fatti e le circostanze rilevanti, una persona possa ragionevolmente aspettarsi di derivare da un accordo è l’ottenimento di un vantaggio fiscale”. Quindi, questo test confronta il valore del vantaggio fiscale atteso con qualsiasi altro beneficio che si possa ottenere dalla transazione. Secondo la relazione finale sull’azione 12 BEPS, l’MBT stabilisce una soglia relativamente alta per la divulgazione. È interessante notare che la direttiva afferma esplicitamente che il trattamento fiscale di un pagamento transfrontaliero a livello del destinatario non può essere l’unico motivo per concludere che un accordo soddisfa l’MBT. Pertanto, non importa di per sé se la giurisdizione del destinatario di un pagamento non impone alcuna imposta sulle società o impone un’imposta sulle società ad un tasso pari a zero o quasi zero o se il pagamento beneficia di un’esenzione completa o un regime fiscale preferenziale. Secondo la relazione finale sull’azione 12 di BEPS, l’MBT confronta il valore del vantaggio fiscale atteso con qualsiasi altro beneficio che potrebbe essere ottenuto dalla transazione. Ciò richiede un’analisi obiettiva di tutti i benefici ottenuti da un accordo e si presume che stabilisca una soglia relativamente alta per la divulgazione. Pertanto, la gestione della posizione fiscale di un accordo transfrontaliero o di un investimento che mira a generare reddito non dovrebbe soddisfare questa condizione di soglia poiché qualsiasi beneficio fiscale, in modo del tutto naturale, può essere solo una frazione del reddito complessivo. Quando si analizza l’MBT, può anche essere utile dare un’occhiata a come il Regno Unito ha affrontato problemi simili. Il Regno Unito ha introdotto le norme sulla divulgazione dei regimi di elusione fiscale (DOTAS) nel 2004 che sono costruiti, come il regime di divulgazione obbligatorio previsto dalla direttiva, intorno a una serie di segni distintivi che determinano se un sistema debba essere segnalato. Il Regno Unito ha anche adottato l’MBT come condizione limite. Le linee guida fornite da HMRC in merito all’MBT affermano esplicitamente che “il vantaggio è uno dei principali vantaggi dell’accordo se è un elemento significativo o importante dei benefici e non incidentale o non sostanziale”. Di conseguenza, il test è obiettivo e considera il valore del vantaggio fiscale atteso rispetto al valore di eventuali altri benefici che possono essere goduti. La guida afferma inoltre che dovrebbe essere ovvio a qualsiasi potenziale cliente quale sia la relazione tra il vantaggio fiscale e qualsiasi altro vantaggio finanziario del prodotto che stanno acquistando.
La DAC6 indica gli elementi per cui un accordo transfrontaliero è bloccato in quanto non aderente ai criteri stabiliti dal CRO.
• L’uso di investimenti finanziari che non sono previsti dal CRS ma hanno caratteristiche sostanzialmente simili a quelli che vengono catturati (ad esempio, l’uso di determinati tipi di moneta elettronica e contratti derivati);
• Il trasferimento di fondi ad una giurisdizione che non rientra nell’ambito del CRS;
• Riclassificazione, trasferimento o conversione di attività non rientrano nell’ambito del CRS;
• Disposizioni che intendono eliminare le segnalazioni, ad esempio accordi di investimento back-to-back.
• Accordi che indeboliscono o sfruttano le debolezze nelle procedure di due diligence utilizzate dagli istituti finanziari, incluso l’uso di giurisdizioni con requisiti di applicazione o trasparenza inadeguati o deboli.
Gli Stati Uniti sono una delle poche giurisdizioni che non hanno implementato il CRS, le informazioni pertinenti sono scambiate secondo il FATCA (l’equivalente americano del CRS).
L’obbligo di segnalazione primaria ricade sull’intermediario nonché qualsiasi persona che progetta, commercializza, organizza, mette a disposizione per l’implementazione o gestisce l’attuazione di un accordo transfrontaliero da segnalare. Gli esempi includono: consulenti fiscali, contabili e avvocati che forniscono consulenza ai clienti su accordi transfrontalieri segnalabili. Non c’è esclusione per i consulenti interni. Un intermediario comprende anche qualsiasi persona che fornisce (direttamente o indirettamente) servizi in relazione ad un accordo transfrontaliero se è ragionevole che il fornitore di servizi sappia che l’accordo è segnalabile. Si tratta di una definizione ampia che probabilmente riguarderà molti fornitori di servizi come banche, family office, fiduciari, i fornitori di servizi aziendali e notai, che possono assistere con tali accordi. Affinché un intermediario abbia un obbligo di segnalazione, deve anche essere residente ai fini fiscali o fornire i servizi pertinenti in uno Stato membro. Ad esempio, uno studio legale non appartenente all’Unione Europea rientrerebbe nell’ambito del regime DAC6 se prestasse servizi in uno Stato membro dell’Unione. Laddove vi sia più di un intermediario, l’obbligo di denunciare è di tutti gli intermediari coinvolti negli accordi. Un intermediario può, tuttavia, essere esonerato dal deposito delle informazioni nella misura in cui ha la prova che tali informazioni è già stato depositato da un altro intermediario. Laddove non esiste un intermediario dell’UE o l’intermediario dell’UE è un avvocato la cui consulenza gode di privilegi legali, l’obbligo di segnalare l’accordo transfrontaliero passa quindi al contribuente, se residente nell’Unione Europea. Dove c’è più di un contribuente che deve segnalare (come un marito e una moglie), l’obbligo primario ricade sul contribuente che ha concordato l’accordo con l’intermediario.
Come già detto, le prime transazioni segnalabili saranno quelle che hanno avuto il luogo tra il 25 giugno 2018 e il 1° luglio 2020, con il 31 agosto 2020 come data finale per la divulgazione. A partire dal 1° luglio 2020, gli accordi diventano riportabili entro 30 giorni (a seconda di quale dei due eventi si verifica per primo):
• il giorno successivo l’accordo transfrontaliero viene preparato per l’implementazione;
• il giorno dopo l’accordo transfrontaliero da segnalare è pronto per l’attuazione;
• o quando è stato fatto il primo passo nell’attuazione dell’accordo informativo transfrontaliero.
Alle autorità fiscali vanno comunicate le seguenti informazioni:
• L’identificazione degli intermediari e dei relativi contribuenti – inclusi nome, data e luogo di nascita (nel caso di un individuo), residenza fiscale e numero di identificazione fiscale;
• I tratti distintivi: i dettagli degli elementi che rendono possibile la dichiarazione transfrontaliera;
• Un riepilogo dell’accordo transfrontaliero da segnalare – incluso il valore delle attività coinvolte;
• I tempi: la data in cui ha luogo il primo passo nell’attuazione dell’accordo transfrontaliero da segnalare;
• Gli Stati membri interessati: l’identificazione dello Stato membro del/dei contribuenti e gli altri Stati membri che potrebbero essere interessati all’accordo transfrontaliero da segnalare.
• Altre persone interessate: l’identificazione di qualsiasi altra persona negli Stati membri che potrebbero essere interessati all’accordo transfrontaliero da segnalare – indicando a quale Stato membro tale persona appartiene;
• Un numero di riferimento per l’accordo.
Gli Stati membri scambieranno queste informazioni trimestralmente inserendo le relazioni ricevute in una banca dati centrale dell’Unione Europea, che può quindi essere valutato da ogni altro Stato membro, impedendone, però, l’uso pubblico.
• Sebbene la DAC6 miri principalmente alle grandi transazioni aziendali, questa nuova divulgazione obbligatoria aumenta anche la trasparenza delle strutture di detenzione di ricchezza private. Oltre alle potenziali sanzioni finanziarie, il danno alla reputazione per intermediari e contribuenti potrebbe essere significativo se non riescono a rispettare questo regime. Gli intermediari dovrebbero pertanto rivedere qualsiasi consiglio o servizio fornito ai clienti all’interno dell’UE, tenendo presente che la divulgazione è necessaria se l’accordo ha l’effetto di eludere la segnalazione di CRS o oscurare la proprietà del beneficiario, indipendentemente dal fatto che sia stato o meno previsto. Laddove i clienti implementano le transazioni senza consulenze esterne o cercano consigli e servizi da un non-UE intermediario o da intermediari dell’UE che beneficiano del privilegio legale, allora l’obbligo ricadrà su di loro. Le misure pratiche immediate da considerare includono:
• capire quali transazioni possono essere influenzate dal regime di divulgazione;
• identificare le transazioni intraprese durante il periodo di transizione che devono essere segnalate entro il 31 agosto 2020;
• raccogliere, analizzare e archiviare i dati che saranno necessari per la presentazione; e
• concordare un approccio con i team dei clienti e altri intermediari per garantire un reporting coerente.

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Unione Europea: convalida dei Brevetti Europei

Il sistema brevettuale Europeo fornisce alle aziende un’importante struttura per la tutela e l’utilizzazione delle invenzioni in Europa, da non confondere con il Brevetto Unitario che è stato introdotto con molto ritardo. Alcuni requisiti devono essere soddisfatti in modo che i titolari dei brevetti possano usufruire meglio del sistema.

A differenza del marchio dell’Unione Europea (EUTM – European Union Trade Mark), che tutela i marchi commerciali in tutta l’Unione Europea dalla fase di registrazione, un brevetto europeo (BE) non fornisce automaticamente una tutela a livello europeo. Invece, un BE verrà depositato in prima fase in uno o più di uno dei 38 stati membri della Convenzione sul Brevetto Europeo, e in seconda fase consegnato ad altri paesi con potere di decisione per il processo di convalida.

Il processo di convalida del BE è soggetto ad una serie di requisiti importanti e scadenze. In particolare, le società che cercano di convalidare i loro diritti di BE devono farlo entro tre mesi dalla prima decisione di concedere e, a seconda del paese in questione, devono attenersi a determinati requisiti di traduzione.

Gruppo 1 – nessun requisito di traduzione: i paesi firmatari che condividono una lingua ufficiale con l’Ufficio Europeo dei Brevetti (inglese, francese o tedesco) non devono più tradurre il BE nella loro lingua nazionale. Questo gruppo include: Francia, Germania, Irlanda, Lussemburgo, Monaco, Svizzera / Liechtenstein e Regno Unito.

Gruppo 2 – richiesta di traduzione solo del “claim”: tutti gli altri paesi firmatari richiedono che il “claim” sia tradotto nella lingua nazionale come parte del processo di convalida. Alcuni di questi paesi richiedono anche una descrizione in inglese.

Gruppo 3 – traduzione completa: nel caso dei paesi non firmatari viene richiesta una traduzione completa del brevetto nella loro lingua nazionale.

Alle società che cercano di convalidare i loro brevetti in paesi che richiedono la traduzione del “claim” o la traduzione completa, viene consigliato di usare i servizi dei traduttori specializzati con una profonda conoscenza del settore e della scientifica, che forniscono traduzioni tecniche dei brevetti. Per questo motivo, è importante collaborare con un consulente della Proprietà Intellettuale, che è in grado di mettervi in contatto con il traduttore giusto, adatto al vostro settore industriale e alle esigenze specifiche. Ciò può garantire che le traduzioni siano fedeli al testo originale e ai requisiti dei paesi designati.

Non è necessario convalidare i brevetti in ogni stato firmatario; al contrario, le società dovrebbero favorire i principali mercati di distribuzione, trasporto e/o produzione quando richiedano la convalida dei loro diritti di BE.

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Commissione Europea: possibili scenari relativi ad una hard Brexit

La Commissione Europea ha pubblicato oggi una comunicazione nella quale sono tratteggiati tutti i possibili scenari relativi ad un’eventuale hard Brexit. In tale comunicato, si mette a fuoco, inoltre, la lunga questione della continuità dei contratti che si trovano a cavallo della data della Brexit. Quest’ultima è diventata un pensiero costante per le associazioni di mercato e per le imprese finanziarie, preoccupate che la mancanza di una licenza o di una registrazione europea per poter svolgere business nel Regno Unito possa compromettere i contratti esistenti, impedendone l’esecuzione. La questione è stata particolarmente preoccupante per quelli nei mercati assicurativo, bancario e dei derivati. Ad esempio, i fornitori dei servizi nel Regno Unito sono preoccupati che i loro clienti europei possano utilizzare la Brexit come “un via libera” per venir meno agli obblighi contrattuali qualora questi dovessero uscire dal denaro. Al contrario, i clienti dell’Unione Europea che hanno stipulato polizze con assicurazioni e banche britanniche hanno temuto di non poter essere in grado di ricevere legalmente i pagamenti o rilasciare depositi dopo la Brexit.

Nella nostra precedente nota dal titolo: “Continuity Of Contracts And Business On A “Hard” Brexit: Human Rights And Reverse Solicitation To The Rescue!” abbiamo espresso il nostro punto di vista in base al quale eventuali preoccupazioni sul fatto che l’esecuzione dei contratti possa essere compromessa sono in ultima analisi esagerate, poiché i contratti finanziari creano diritti di proprietà che sono tutelati dalle Leggi dell’Unione Europea e dalle Convenzioni internazionali sui diritti umani.

Auspicabilmente, la Commissione Europea ha annunciato oggi di non ritenere che vi sia un problema con la continuità dei contratti nel contesto dei servizi finanziari. La comunicazione afferma che:

“In relazione ai contratti, in questo frangente, non sembra esserci una questione di natura generale legata alla continuità del contratto perché in linea di principio, anche dopo il ritiro, l’adempimento degli obblighi esistenti può continuare. Tuttavia, ogni tipo di contratto deve essere esaminato separatamente. “

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Commissione Europea si occupa di SPC e di Brexit

Il 27 aprile 2018 la Commissione Europea ha pubblicato un avviso alle parti interessate relativo all’impatto della Brexit sui certificati complementari di protezione (SPC) per medicinali e prodotti fitosanitari.

Un SPC è un diritto IP, derivante dai Regolamenti SPC che ha effetto alla fine del termine legale di un brevetto e compensa parzialmente l’erosione del periodo di 20 anni di protezione del brevetto dovuta al lungo e costoso processo normativo che porta alla concessione di un’autorizzazione per l’immissione in commercio.

La durata di un CPC è per un periodo pari al periodo decorrente dal momento in cui è stata presentata la domanda di brevetto di base, alla data della prima autorizzazione di immissione del prodotto sul mercato Europeo, ridotto ad un periodo di 5 anni e soggetto ad un limite di 5 anni.

La comunicazione della CE affronta due questioni derivanti dall’uscita del Regno Unito dall’Unione Europea il 30 marzo 2019 (“la data del recesso”).

In primo luogo, con riferimento a come verrà calcolata la durata degli SPC nell’Unione Europea-27, l’avviso conferma che:

  • Qualsiasi autorizzazione all’immissione in commercio rilasciata dal Regno Unito a partire dalla data di recesso non sarà considerata una prima autorizzazione ai fini dei Regolamenti SPC;
  • Qualsiasi autorizzazione all’immissione in commercio rilasciata dal Regno Unito prima della data di recesso sarà considerata una prima autorizzazione ai fini dei Regolamenti SPC.

In secondo luogo, l’avviso afferma che, salvi eventuali accordi transitori, a partire dalla data di recesso i Regolamenti SPC non si applicheranno più al Regno Unito.

L’avviso riconosce il fatto che vi siano negoziazioni in corso tra l’Unione Europea ed il Regno Unito con lo scopo di raggiungere un accordo di recesso. In particolare, viene sottolineata la necessità di chiarimenti su come verranno trattate le domande pendenti di SPC del Regno Unito presentate prima della data del ritiro. La posizione attuale dell’Unione Europea è che se tali domande sono pendenti alla data del recesso, dovrebbero essere completate conformemente alla legislazione dell’Unione Europea.

L’avviso riconosce, inoltre, che la data in cui la legislazione dell’Unione Europea non si applicherà più al Regno Unito potrebbe essere respinta con un accordo tra l’Unione Europea ed il Regno Unito. L’attuale progetto relativo all’accordo sul recesso suggerisce fortemente che il diritto dell’Unione Europea (e quindi i regolamenti SPC) continuerà ad essere applicabile al Regno Unito fino al 31 dicembre 2020.

Sebbene questo avviso fornisca alle parti interessate alcune risposte relative agli SPC ed alla Brexit, resta ancora molto da stabilire. Soprattutto il Regno Unito ha bisogno alla fine di decidere se vuole un diritto “SPC-equivalente” post-Brexit e, in tal caso, come sarà allineato questo diritto con l’attuale sistema europeo.

 

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Unione Europea: transazioni transfrontaliere e costituzione di società online

Il 25 aprile 2018, la Commissione europea ha pubblicato due proposte di direttiva: una volta a semplificare i procedimenti di fusione e divisione delle società e il trasferimento della sede legale all’interno dell’UE e l’altra al fine di rendere possibile la creazione di società online in tutta l’UE.

A quali forme societarie si applicano le proposte?

Nei Paesi Bassi, la nuova procedura europea armonizzata per fusioni, divisioni e conversioni transfrontaliere e la creazione online completa di una società si applicherà in linea di principio alle società private a responsabilità limitata (besloten vennootschappen) e alle società per azioni (naamloze vennootschappen). Tuttavia, i singoli stati membri possono scegliere di non consentire che le società per azioni vengano costituite interamente online.

Per il Belgio, le nuove regole in questione si applicano alle società per azioni (naamloze vennootschap / société anonyme), alle società in accomandita con azioni (commanditaire vennootschap op aandelen / société en commandite par actions) e alla società a responsabilità limitata privata (besloten vennootschap met beperkte aansprakelijkheid / société privée à responsabilité limitée).

Come nei Paesi Bassi, alcune tipologie di società possono essere escluse dalla procedura di costituzione online. Inoltre, il Belgio adotterà le misure necessarie per garantire che la proposta sulle fusioni, le divisioni e le conversioni transfrontaliere si applichi a tutte le forme societarie.

Per quanto riguarda il Lussemburgo, le norme si applicano alle cosiddette’ société anonyme (società per azioni), alla società in accomandita per azioni (société en commandite par actions) e alle società a responsabilità limitata (société à responsabilité limitée), con la possibilità di escludere le prime e, potenzialmente, la SCA dalla piena costituzione online.

Allo stato attuale, la normativa lussemburghese sulle fusioni transfrontaliere è piuttosto flessibile e consente una fusione transfrontaliera con qualsiasi società del Lussemburgo o società in accomandita con personalità giuridica. Inoltre, la fusione transfrontaliera di una società del Lussemburgo con una società straniera (ossia non UE) è consentita nella misura in cui questa non sia vietata dalla legge straniera applicabile e la società non europea rispetti le disposizioni e le formalità della sua legge nazionale.

La procedura per le fusioni transfrontaliere rimane sostanzialmente la stessa come prevista dall’attuale direttiva sulle fusioni (direttiva 2005/56 / CE, codificata nella direttiva 2017/1132) con l’aggiunta di nuove norme per le fusioni semplici e nuove misure protettive per gli azionisti e creditori.

La nuova procedura per la divisione o conversione transfrontaliera sarà, per la maggior parte, identica alla procedura di fusione transfrontaliera. Le nuove misure di protezione comprendono, tra l’altro, la possibilità per lo Stato membro di pretendere che la società dichiari di non vedere alcuna ragione per cui non dovrebbe più essere in grado di adempiere ai propri obblighi dopo la transazione e che i creditori che non sono soddisfatti della protezione fornita possano chiedere garanzie adeguate all’organo amministrativo o giudiziario competente. Gli azionisti di minoranza che hanno votato contro la transazione transfrontaliera possono beneficiare di una compensazione in contanti.

Tutti i documenti richiesti devono essere caricati online utilizzando e-ID e firme elettroniche (in conformità con il regolamento (UE) 910/2014).

Per prevenire gli abusi, le autorità nazionali possono utilizzare le rispettive informazioni circa gli amministratori espulsi. Le autorità pubbliche possono anche chiedere che alcuni professionisti (come i notai) siano coinvolti nella costituzione della società, a condizione che i soci fondatori possano completare interamente la procedura online.

Le proposte per le nuove direttive saranno ora discusse dal Consiglio Europeo e dal Parlamento Europeo, che dovranno raggiugere un comune accordo. Successivamente, gli Stati membri affronteranno un cosiddetto periodo di recepimento, durante il quale le direttive dovranno essere recepite nel diritto nazionale.

 

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Commissione UE: proposte per la tassazione delle imprese digitali

Il 21 marzo 2018, la Commissione Europea ha pubblicato due direttive che stabiliscono nuove regole relative alla tassazione delle società digitali attive nella UE e le relative attività dei fornitori di servizi dell’economia digitale. La proposta legislativa comprende una soluzione permanente di lungo termine che introduce il concetto di “presenza digitale significativa” e una di breve termine in modo tale da risolvere il problema in attesa di un accordo tra tutti gli Stati membri dell’UE. La Commissione riconosce che idealmente il problema dovrebbe essere affrontato a livello globale. A causa della mancanza di progressi nel raggiungimento di un accordo internazionale nel quadro dell’Organizzazione per la cooperazione e lo sviluppo economico, la Commissione ha deciso di andare avanti e di assumere la guida di questa agenda.

La prima proposta mira a riformare le norme in materia di imposta sulle società, in modo che gli utili siano registrati e tassati nel luogo in cui le imprese hanno un’interazione significativa con gli utenti attraverso i canali digitali.

Le società potranno essere considerate tassabili se soddisfano almeno uno dei tre criteri elencati nella proposta. Un business sarà soggetto al pagamento di imposte se esso ha, nel territorio di uno dei stati membri dell’UE, oltre 100 000 utenti digitali, e/o genera un fatturato annuo superiore a 7 milioni di Euro, e/o conclude più di 3.000 contratti aziendali per servizi digitali in un anno. Come tale, la proposta di direttiva non implica una nuova tassa ma piuttosto riassegna i diritti di tassazione delle imprese segnando un cambiamento nel modo in cui i profitti sono assegnati agli Stati membri.

La Commissione propone un approccio comune armonizzato anche perché è preoccupata del prevedibile effetto sul mercato unico delle iniziative legislative nazionali disparate che 11 Stati membri hanno già deciso o (come nel caso dell’Italia) si preparano ad applicare per la tassazione delle imprese digitali.

Questa soluzione a lungo termine non comprende situazioni in cui le imprese sono fiscalmente residenti in paesi terzi che hanno firmato accordi di doppia imposizione con lo Stato membro interessato. La Commissione pertanto propone una raccomandazione sull’adattamento degli accordi di doppia imposizione dei Stati membri di UE con le giurisdizioni non UE. Per garantire l’applicazione coerente a livello internazionale, la Commissione raccomanda che i trattati sulla doppia tassazione tengano conto delle norme in materia di attribuzione di profitto e presenza digitale introdotto nella direttiva avente ad oggetto una “soluzione a lungo termine”.

La seconda proposta risponde alle richieste di numerosi Stati membri di istituire un’imposta temporanea da prelevare sugli introiti delle principali attività dell’economia digitale, che al momento sfuggono a qualsiasi tipo di imposizione fiscale nell’Ue. La proposta di “breve termine”, progettata per evitare una proliferazione di misure unilaterali a livello nazionale, introduce la cosiddetta imposta sui servizi digitali (“Digital Services Tax – DST”). Tale imposta, con un’aliquota del 3% sugli introiti lordi (piuttosto che sui profitti) riguarderà principalmente quelle società che attività che vendono on-line spazi pubblicitari e svolgono in genere attività che creano valore, come la vendita di “big data”, pubblicità mirata, le interazioni/interfaccia fra venditori e compratori.

Secondo le stime della Commissione, metà delle 180 società che rientreranno nell’ambito di applicazione della direttiva hanno sede negli Stati Uniti e un terzo nell’Unione Europea.

 

 

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Proposta una nuova normativa fiscale a sostegno del commercio elettronico e delle imprese online nell’UE.

Bruxelles, 1° dicembre 2016

Oggi la Commissione europea ha reso pubblica una serie di misure volte ad agevolare gli adempimenti IVA (imposta sul valore aggiunto) per le imprese di commercio elettronico nell’UE. Le proposte consentiranno ai consumatori e alle imprese, in particolare le start-up e le PMI, di acquistare e vendere più facilmente beni e servizi online.

L’introduzione di un portale a livello dell’UE per i pagamenti IVA online (lo “sportello unico”) permetterà di ridurre significativamente le spese per gli adempimenti IVA; le imprese dell’Unione potranno così risparmiare 2,3 miliardi di euro all’anno. Inoltre, secondo le nuove norme l’IVA sarà versata nello Stato membro del consumatore finale, garantendo così una distribuzione più equa del gettito fiscale tra i paesi dell’Unione. Le proposte aiuteranno gli Stati membri a recuperare l’IVA perduta ogni anno sulle vendite online, stimata attualmente a 5 miliardi di euro. Si prevede che la perdita di entrate raggiungerà i 7 miliardi di euro entro il 2020 e per questo è essenziale agire ora.

Infine, la Commissione ha mantenuto la sua promessa: gli Stati membri potranno applicare la stessa aliquota IVA alle pubblicazioni elettroniche, come i libri in formato elettronico e i quotidiani online, e ai loro equivalenti in formato cartaceo; sono state infatti soppresse le disposizioni che escludevano le pubblicazioni elettroniche dal trattamento fiscale favorevole riservato alle pubblicazioni cartacee tradizionali.

Andrus Ansip, Vicepresidente della Commissione europea responsabile per il Mercato unico digitale, ha dichiarato: “Manteniamo fede alla nostra promessa di liberare il potenziale del commercio elettronico in Europa. Abbiamo già proposto di rendere la consegna dei pacchi più efficiente ed economicamente accessibile per meglio tutelare i consumatori che acquistano online e risolvere il problema dei geoblocchi ingiustificati. Ora semplifichiamo le norme IVA, l’ultima tessera del mosaico. La proposta odierna non solo stimolerà le imprese, in particolare le più piccole e le start-up, ma potenzierà l’efficienza dei servizi pubblici e incrementerà la cooperazione transfrontaliera.”

Pierre Moscovici, Commissario per gli Affari economici e finanziari, la fiscalità e le dogane, ha dichiarato: “Le imprese online operanti nell’UE ci hanno chiesto di semplificare loro la vita. È quello che facciamo oggi. Ora le imprese, grandi e piccole, che vendono online all’estero adempiranno ai loro obblighi IVA nello stesso modo in cui lo farebbero per vendite effettuate nei loro paesi. Risultato: meno tempo perso, meno burocrazia e costi inferiori. Abbiamo anche semplificato le norme per le microimprese e le start-up, in modo da consentire loro di sfruttare più agevolmente i nuovi mercati. Con le nostre proposte i governi europei potranno incassare 100 milioni di euro in più alla settimana, da spendere per servizi a vantaggio dei cittadini.”

Le proposte odierne, che comprendono un nuovo approccio all’IVA per il commercio elettronico, fanno seguito agli impegni assunti dalla Commissione europea nella strategia per il mercato unico digitale in Europa e nel piano d’azione “Verso uno spazio unico europeo dell’IVA”.

In particolare la Commissione propone:

  • nuove norme che consentono alle imprese che vendono beni online di adempiere facilmente a tutti gli obblighi IVA nell’UE in un unico luogo;
  • la semplificazione delle norme IVA per le start-up e le microimprese che vendono online: l’IVA sulle vendite transfrontaliere di valore inferiore a 10 000 euro sarà gestita a livello nazionale. Le PMI trarranno vantaggio da procedure più semplici per le vendite transfrontaliere di un massimo di 100 000 euro;
  • iniziative contro le frodi dell’IVA provenienti dall’esterno dell’Unione, che possono provocare distorsioni del mercato e dar luogo a concorrenza sleale;
  • possibilità per gli Stati membri di ridurre le aliquote IVA applicabili alle pubblicazioni elettroniche, come i libri in formato elettronico e i quotidiani online. 

Queste proposte legislative saranno ora trasmesse al Parlamento europeo per consultazione e al Consiglio per adozione.

Le azioni principali in dettaglio

Nuove norme in materia di IVA per la vendita di beni e servizi online. Attualmente i commercianti online devono effettuare l’iscrizione IVA in tutti gli Stati membri in cui vendono i loro prodotti. Spesso citati come uno dei principali ostacoli al commercio elettronico transfrontaliero, gli obblighi IVA rappresentano per le imprese un costo di circa 8 000 euro per ogni paese UE in cui sono effettuate le vendite. Secondo la nostra proposta le imprese saranno tenute a presentare una semplice dichiarazione trimestrale IVA per tutto il territorio dell’UE tramite lo sportello unico IVA online. Questo sistema esiste già per le vendite di servizi elettronici, quali le applicazioni per smartphone, e si è dimostrato efficace per gli oltre 3 miliardi di euro di IVA incassati nel 2015. Verranno così ridotti di un consistente 95% gli oneri amministrativi a carico delle imprese, con un risparmio complessivo per le imprese dell’UE di 2,3 miliardi di euro e un aumento delle entrate IVA per gli Stati membri di 7 miliardi di euro.

Semplificare le norme sull’IVA per le microimprese e le start-up. Verrà introdotta una nuova soglia annuale di 10 000 euro per le vendite online al di sotto della quale le imprese che vendono all’estero potranno continuare ad applicare le norme in materia di IVA che applicano nel loro paese di origine. In tal modo per 430 000 imprese in tutta l’UE, che rappresentano il 97% di tutte le microimprese che operano a livello transfrontaliero, sarà più facile rispettare le norme in materia di IVA. Una seconda nuova soglia annuale di 100 000 euro consentirà di facilitare gli adempimenti IVA per le PMI, con norme semplificate per l’individuazione della sede dei clienti. Le soglie potrebbero essere applicate già nel 2018 per i servizi elettronici ed entro il 2021 per beni online. Altre semplificazioni consentiranno alle microimprese di applicare le norme IVA del paese d’origine, ad esempio per quanto riguarda gli obblighi di fatturazione e di tenuta dei registri. Il primo punto di contatto sarà sempre l’amministrazione fiscale del paese in cui l’impresa ha sede, e le imprese non saranno più controllate da ogni Stato membro in cui effettuano le loro vendite.

Azione contro le frodi all’IVA al di fuori dell’UE. Attualmente i piccoli pacchi importati nell’UE di valore inferiore a 22 euro sono esentati dall’IVA. Con circa 150 milioni di pacchi importati ogni anno nell’UE in esenzione IVA, il sistema è suscettibile di ingenti frodi e abusi, il che crea forti distorsioni a scapito delle imprese dell’UE. In primo luogo, le imprese dell’UE si ritrovano in una situazione di evidente svantaggio, dato che, diversamente dai concorrenti dei paesi terzi, devono applicare l’IVA a partire dal primo centesimo di euro venduto. In secondo luogo, per beneficiare dell’esenzione IVA, i beni importati di valore elevato, quali smartphone e tablet, sono costantemente sottovalutati o non correttamente descritti nella documentazione di importazione. La Commissione ha pertanto deciso di eliminare l’esenzione.

Parità di norme sulla tassazione di libri elettronici, quotidiani elettronici e i loro equivalenti in formato cartaceo. Le norme vigenti consentono agli Stati membri di tassare le pubblicazioni su stampa, quali libri e giornali, con aliquote ridotte o, in alcuni casi, super ridotte o con aliquota zero. Le stesse norme escludono le pubblicazioni elettroniche, il che significa che tali beni devono essere assoggettati all’aliquota normale. Una volta approvato da tutti gli Stati membri, il nuovo regime consentirà agli Stati membri di allineare le aliquote sulle pubblicazioni elettroniche a quelle sulle pubblicazioni in formato cartaceo. Gli Stati membri non saranno però obbligati a farlo.

-Fonte: Unione Europea-

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Crisi migratoria: Il 74 % dei cittadini europei vuole che l’Unione Europea faccia di più

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L’UNIONE EUROPEA ha registrato un afflusso di migranti senza precedenti nel corso degli ultimi anni. Il 74 % dei cittadini europei vuole che l’UNIONE EUROPEA faccia di più per gestire la situazione, secondo l’ultimo sondaggio Eurobarometro commissionato dal Parlamento europeo. Inoltre, due terzi degli intervistati hanno affermato che l’azione dell’UNIONE EUROPEA in materia di migrazione è insufficiente. Leggi oltre per scoprire quali sono le misure che il Parlamento europeo sta elaborando.

In marzo i deputati al Parlamento Europeo hanno adottato una relazione sulla situazione nel Mediterraneo e la necessità di un approccio globale dell’Unione Europea in materia di immigrazione.

Il 30 maggio la commissione per le libertà civili ha approvato la proposta della Commissione europea di introdurre un documento di viaggio standard dell’UNIONE EUROPEA per i migranti.

Il 6 luglio i deputati al PE hanno votato a favore della creazione di un sistema UNIONE EUROPEA di controllo delle frontiere, che riunirà l’agenzia comunitaria di frontiera Frontex e le autorità di gestione delle frontiere nazionali.

La Commissione propone di istituire un elenco comune dell’UNIONE EUROPEA di paesi di origine sicuri per accelerare il trattamento delle domande presentate da persone provenienti da paesi considerati sicuri. La proposta deve essere approvata dal Parlamento europeo e dal Consiglio prima di entrare in vigore.

L’on. Sylvie Guillaume, deputato francese del gruppo S&D, incaricata di guidare la proposta in seno al Parlamento, ha affermato: “La metodologia per designare un paese come paese di origine sicuro o per modificare tale status è stata notevolmente migliorata. È stato inserito un processo di consultazione per consentire a terzi, come l’EASO, l’UNHCR e le ONG, di prendere parte all’attività di monitoraggio dell’elenco comune dell’UNIONE EUROPEA svolta dalla Commissione”.

Il sondaggio

Il sondaggio Eurobarometro è stato effettuato tra il 9 e il 18 aprile 2016 intervistando 27 969 cittadini di tutti i paesi dell’UNIONE EUROPEA. Il campione è stato scelto in maniera tale da essere rappresentativo dell’insieme della popolazione.

A livello di Unione gli intervistati che dichiarano di volere che l’UNIONE EUROPEA faccia di più in materia di migrazione sono il 74%, rispetto al 74% in Irlanda e al 68% nel Regno Unito.

Fonte: Commissione Europea

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