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Archives for Brexit

Brexit no-deal: cinque cose che chi viaggia per lavoro dovrebbe considerare

Siamo a meno di un mese dalla Brexit ed il Regno Unito lascerá l’Unione Europea alle 11pm, ora inglese, il 29 marzo 2019 in base all’automatica applicazione della legge, a meno che il Parlamento non approvi il Withdrawal Agreement (accordo sul recesso) oppure accada qualcos’altro che impedisca che ciò accada. Nel frattempo, le imprese britanniche che impiegano personale che viaggia o risiede temporaneamente nell’Unione Europea, devono provvedere alla loro uscita “no deal”.

Esaminiamo di cosa le imprese hanno bisogno al fine di assicurarsi che il personale viaggiante in Europa dopo la Brexit non incontri difficoltà.

Visa

I viaggiatori britannici non hanno bisogno di una Visa per viaggiare nell’Unione Europea e possono muoversi liberamente tra i Paesi europei con un passaporto in corso di validità.

Dopo il 29 marzo 2019, in base agli accordi di reciprocità, i cittadini del Regno Unito che si recano nei Paesi dell’area Schengen per un breve periodo (90 giorni nell’arco di 180 giorni) possono viaggiare senza una Visa.

Tuttavia, potrebbero cambiare le cose: dal 2021, coloro che possiedono il passaporto inglese e intendono lavorare o stabilirsi in Europa per più di tre mesi devono presentare una domanda in anticipo (e pagare una tassa) allo European Travel and Authorisation System (“ETIAS”). I detentori di passaporto inglese dovranno compilare una domanda online e fornire le proprie generalità (ad esempio: nome, genere, data di nascita ecc.), i dati del passaporto o del titolo di viaggio, lo stato membro di ingresso, informazioni generiche circa lo stato di salute del soggetto richiedente, precedenti penali, nonché precedenti casi di immigrazione nell’ Unione Europea. Tali informazioni verranno confrontate con un registro di sicurezza degli ospiti prima che sia presa una decisione (anche se, in generale, la decisione viene presa in pochi minuti).

Questo tipo di Visa è simile all’ESTA Americana, che mira ad identificare chiunque rappresenti una minaccia per la sicurezza o altri rischi.

Passaporti

I passaporti britannici continueranno ad essere validi sino alla loro data di scadenza, ma se il Regno Unito lascerà l’Unione Europea senza un accordo, i possessori di passaporto inglese saranno trattati come cittadini di Paesi terzi dagli stati dell’area Schengen e saranno soggetti allo Schengen Boarder Code. Quest’ultimo prevede che i passaporti devono:

  1. essere stati rilasciati negli ultimi 10 anni; e
  2. avere almeno 3 mesi di ulteriore validità alla data in cui si intende partire dall’ultimo Paese visitato nell’area Schengen. Tuttavia, poiché i cittadini degli stati terzi possono rimanere nell’area Schengen 90 giorni (circa tre mesi), coloro che viaggiano per affari, i cui passaporti scadranno entro sei mesi a partire dal 29 marzo 2019, avranno bisogno di rinnovare il loro passaporto ora, al fine di evitare che gli venga negato l’accesso ai Paesi dell’area di Schengen.

Ai possessori di passaporto inglese non sarà permesso neanche usare le code “fast track” riservate ai cittadini dell’Unione Europea e dello Spazio Economico Europeo e dovranno tenere in considerazione il tempo in cui saranno tenuti ad attendere in coda prima di poter proseguire con i propri affari.

Guida ed assicurazione

Attualmente gli automobilisti del Regno Unito possono guidare in Europa senza difficoltà. Tutto ciò di cui hanno bisogno è una patente UK valida, un’adeguata polizza auto ed ogni equipaggiamento opportuno (come il triangolo di pericolo, il giubbotto catarifrangente, il kit di pronto soccorso ecc.).

Se usciamo senza un accordo, i conducenti che portino la loro auto di proprietà o ne noleggino una all’estero, potrebbero aver bisogno di un permesso di guida internazionale (International Driving Permit – “IDP”) e potrebbero averne bisogno di più di uno se viaggiano in differenti paesi dell’UE. Il Regno Unito rilascia tre tipi di IDP ai possessori di patente inglese ivi residenti: il 1926 IDP, il 1949 IDP e il 1968 IDP. A partire dal 28 marzo 2019, alcuni stati cesseranno di riconoscere la 1926 e la 1949 IDP ed è possibile che gli automobilisti abbiano bisogno del 1968 IDP per guidare. Questa disposizione verrà applicata dalla maggior parte dei paesi dell’Unione Europea, inclusi Belgio, Francia, Germania e Portogallo. In ogni caso, gli automobilisti che viaggiano in Spagna, Cipro, Islanda o Malta avranno bisogno del 1949 IDP.

L’Irlanda, invece, ha stabilito che i conducenti del Regno Unito non avranno bisogno di un permesso di guida internazionale.

Inoltre, gli IDP hanno una durata limitata. Possono essere ottenuti allo sportello dell’ufficio postale al costo di £5.50.

In merito alle assicurazioni, nel caso in cui non si raggiunga un accordo, i possessori di veicoli registrati nel Regno Unito, avranno bisogno di farsi rilasciare una Green Card dalla propria compagnia assicurativa, al fine di provare che hanno una copertura assicurativa per quando viaggiano all’estero (a meno che la Commissione Europea non revochi tale previsione). Se hanno un incidente, potrebbero dover presentare un reclamo contro l’altro conducente, ovvero contro la propria compagnia, nel Paese in cui l’incidente è avvenuto. Ciò comporterebbe che il reclamo debba essere presentato nella lingua propria di quel paese.

Costi per il traffico dati in roaming

Ai sensi della normativa europea, tutti i suoi cittadini hanno diritto ad usufruire gratuitamente del roaming. Questo significa che i cittadini britannici che viaggiano in Europa non devono più pagare per effettuare le chiamate, inviare messaggi o usare i dati che gli vengono applicati nel Regno Unito.

In più, gli operatori di rete mobile devono applicare di default un limite di spesa per l’uso dei dati mobili di 50 Euro (ed avvisare i viaggiatori nel caso in cui i loro dispositivi raggiungano l’80% e poi il 100% del limite di roaming dati prestabilito).

Nel caso in cui non vi sia un accordo, queste tutele spariranno e gli operatori telefonici potranno incrementare le tariffe per il roaming. Secondo l’amministrazione, la 3, la EE, la 02 e la Vodafone hanno affermato che non hanno intenzione di farlo, ma i viaggiatori d’affari dovranno effettuare un controllo con le proprie compagnie telefoniche prima di mettersi in viaggio.

Assicurazione sanitaria

Attualmente, i viaggiatori britannici che si recano in uno dei Paesi dell’Unione Europea hanno il diritto di ricevere cure pubbliche gratuitamente o ad un prezzo ridotto in ogni Paese dell’Unione. Sono tenuti a portare con sé la European Health Insurance Card (“EHIC”), che è disponibile gratuitamente e copre sia le patologie, sia le cure d’emergenza. Ciò significa che i soggetti con patologie croniche come, ad esempio, quelle che richiedono la dialisi quotidiana, possono viaggiare sapendo che riceveranno le cure alle stesse condizioni dei cittadini dei Paesi che stanno visitando. La EHIC card potrebbe non essere valida se recediamo senza un accordo ed il Governo ha consigliato ai viaggiatori di controllare quali tipologie di accordi sono vigenti nei Paesi che intendono visitare. L’amministrazione sostiene che sta “cercando degli accordi” con i Paesi in merito alle convenzioni di assistenza sanitaria per i cittadini del Regno Unito successivamente al 29 marzo, ma sino ad ora non è stata raggiunta alcuna intesa. I visitatori per motivi professionali dovrebbero sottoscrivere delle apposite assicurazioni di viaggio. Coloro i quali sono soggetti a condizioni sanitarie di lungo periodo devono aspettarsi significativi aumenti dei costi.

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Brexit: aggiornamento sull’immigrazione relativo all’industria sportiva

A meno di 5 mesi dall’uscita dall’Unione Europea prevista per il 29 marzo 2019, continua ad esserci incertezza circa il potenziale impatto che la Brexit avrà sull’industria dello sport e sull’intera nazione in generale.

Il Regno Unito e l’Unione Europea devono ancora portare a termine i loro negoziati sulle condizioni del recesso del Regno Unito e sembra più probabile che questo debba essere esteso.

Fino a quando il Regno Unito farà parte dell’Unione Europea, la libera circolazione e il diritto comunitario continueranno ad essere applicati. Ciò include la libertà di viaggiare, risiedere e lavorare liberamente in qualsiasi stato membro.

In preparazione dell’uscita dall’Unione Europea, il Regno Unito ha già introdotto lo schema di regolamento europeo. Tale schema fornirà una base su cui i cittadini dell’UE residenti nel Regno Unito ed i loro familiari potranno richiedere uno status ai sensi della Legge britannica sull’Immigrazione. Essa ha appena iniziato la sua seconda fase di prova, che si concluderà il 21 dicembre 2018, con un completo lancio ufficiale previsto per marzo 2019, momento in cui gli atleti e le loro famiglie dovrebbero essere in grado di presentare la relativa domanda.

Il sistema si baserà esclusivamente sulla residenza, pertanto non è richiesto ai cittadini europei di mostrare di aver esercitato nel Regno Unito i diritti derivanti dai trattati (ad esempio lavorando). I cittadini europei che sono stati residenti in UK per 5 anni otterranno il “settled status” e coloro che devono ancora completare i cinque anni otterranno il “pre-settled status”.

Anche se si presuppone che il processo di candidatura sarà veloce e semplice, bisogna considerare il fatto che in UK vi sono 3.6 milioni di cittadini europei e che il termine per presentare la domanda non è fino al 30 giugno 2021.

L’accordo relativo all’uscita del Regno Unito dall’UE è ancora in fase di negoziazione e ci sono state parecchie ipotesi sull’impatto che potrebbe avere il non raggiungimento di un accordo, con alcune preoccupazioni circa l’impatto che questo potrebbe avere ad esempio sul periodo di trasferimento nell’estate 2019.

Se viene raggiunto un accordo sulla base dei termini attuali dell’accordo di uscita, la libera circolazione continuerà fino al 31 dicembre 2020 ed i cittadini europei che entreranno nel Regno Unito entro le 23:59 del 31 dicembre 2020 saranno protetti dai termini dell’accordo di uscita.

Attualmente non esiste alcun meccanismo che consenta al Governo, alle forze poste al confine, ai datori di lavoro, ai proprietari ecc. di distinguere tra un cittadino europeo residente nel Regno Unito prima del 29 marzo 2019 e coloro che invece entreranno nel Regno Unito dopo il 29 marzo 2019. Di conseguenza, il Ministro degli Interni ha confermato che, anche in caso di mancato accordo, la libera circolazione, per una questione di praticità, dovrà continuare durante un “periodo di transizione ragionevole”.

Pertanto, accordo o no, il 30 marzo 2019 non dovrebbe esserci alcun “cliff edge” ed il periodo di trasferimento previsto per l’estate 2019 non dovrebbe essere influenzato. Per quanto tempo possa durare un periodo di transizione, nel caso di un no deal, è un’ipotesi difficile da indovinare.

Da notare, l’accordo relativo all’uscita dall’UE non include attualmente Norvegia, Liechtenstein, Islanda o Svizzera e negoziati fatti con questi paesi.

Il Governo ha dichiarato che era in attesa della pubblicazione del rapporto finale del Comitato Consultivo sulla Migrazione (MAC) relativo appunto alla Migrazione nel Regno Unito prima di pubblicare la Legge sull’Immigrazione che delinea il futuro sistema di immigrazione del Regno Unito. Tuttavia, il rapporto del MAC è uscito a settembre 2018 e la Legge sull’Immigrazione non è stata ancora pubblicata.

Si prevede l’applicazione da parte del Governo delle raccomandazioni del MAC e la non concessione di un trattamento preferenziale nei confronti dei cittadini dell’UE. Il rapporto non fa una menzione specifica sulle possibili opzioni di immigrazione per chi fa parte del mondo dello sport. Invece la sua raccomandazione generale consisteva nel fatto che il Regno Unito avrebbe dovuto concentrarsi sull’abilitazione di una migrazione più qualificata insieme a una politica più restrittiva sulle migrazioni meno qualificate nella progettazione del suo sistema post-Brexit. Sebbene ciò possa significare che l’ingresso di atleti di alto livello sarà comunque agevolato, l’accesso per i lavoratori meno qualificati che sostengono lo sport come attività commerciale potrebbe essere limitato.

L’attuale sistema di immigrazione applicabile agli atleti/allenatori non appartenenti al SEE è un punto che si basa sulla richiesta di sponsorizzazione. Il criterio è altamente selettivo e richiede agli atleti di essere riconosciuti a livello internazionale e al massimo livello e di soddisfare i criteri specifici previsti per un particolare tipo di sport.

Se il Governo deciderà di applicare l’attuale sistema di immigrazione nei confronti dei cittadini europei, attuando le restrizioni in atto, allora ciò potrebbe comportare delle gravi conseguenze sull’industria sportiva. Ad esempio, i club inglesi potrebbero non essere più in grado di beneficiare dell’eccezione UE/SEE alla regola generale della FIFA che vieta i trasferimenti internazionali di giocatori di età inferiore ai 18 anni.

Gli sport e le attività sportive contribuiscono in modo significativo all’economia del Regno Unito, generando un valore aggiunto lordo di 20,3 miliardi di sterline solo in Inghilterra (1,9% del totale dell’Inghilterra) e sostenendo oltre 400.000 posti di lavoro equivalenti a tempo pieno (il 2,3% di tutti i posti di lavoro in Inghilterra). Pertanto, qualsiasi nuovo sistema di immigrazione dovrà garantire la non introduzione di barriere che potrebbero avere un impatto negativo su questo settore e che potrebbero ostacolare la crescita.

Per quegli atleti o lavoratori europei che sono nel settore sportivo, il consiglio è quello di verificare la loro situazione attuale e chiedere assistenza legale nel caso in cui siano preoccupati delle possibili implicazioni che potrebbero derivare dalla Brexit, specialmente per coloro che potrebbero non risultare residenti in UK prima del 31 dicembre 2020.

Dovrebbe essere presa in considerazione la possibilità di presentare ora una domanda di residenza permanente o di cittadinanza britannica o di presentare prima o poi una domanda ai sensi dello schema del regolamento europeo al fine di proteggere la propria posizione.

Per coloro che desiderano trasferirsi nel Regno Unito dopo la Brexit, è importante tenere il passo con i negoziati di uscita man mano che questi si sviluppano al fine di determinare in che modo questi possano essere “colpiti”.

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Regno Unito: nuove regole sull’immigrazione e implicazioni per l’NHS

I cambiamenti delle regole sull’immigrazione annunciati dal governo includono la sospensione dell’applicazione delle regole relative al tetto massimo per il rilascio dei Visa Tier 2 per dottori ed infermieri (ossia la visa concessa ai lavoratori altamente qualificati che non appartengono all’ Area Economica Europea o alla Svizzera).

Includono, inoltre, nuove regole di insediamento per i lavoratori e per gli uomini d’affari turchi ed un’espansione della lista di Paesi i cui studenti saranno in grado di utilizzare un processo semplificato.

I cambiamenti entreranno in vigore dal 6 luglio 2018.

Che cos’e’ un Certificato di sponsorizzazione limitato (CoS) e qual è il tetto massimo

La quota relativa ai certificati di sponsorizzazione limitati è stata introdotta nell’aprile 2011 ed e’ stata stabilita a 20.700 all’anno, suddivisa in allocazioni mensili.

La quota complessiva non è stata aumentata dal momento della sua introduzione ma ci sono stati alcuni aggiustamenti delle allocazioni, in modo che siano numericamente piu’ disponibili all’inizio dell’anno e meno alla fine.

Precedentemente, la quota di 20.700 era un tetto solo teorico, in quanto nei precedenti sei anni, prima dei recenti problemi iniziati nel dicembre 2017, il tetto era stato raggiunto una volta sola.

La volta precedente quando il tetto mensile fu raggiunto, le richieste tornaro ad un livello normale il mese sucessivo e ricaderro subito sotto il limite previsto.

Di 16.945 richieste di certificati di sponsorizzazione effettuate da dicembre 2017 ad aprile 2018, 8.192 sono state rifiutate in quanto eccedenti il tetto mensile, mostrando un considerevole incremento della domanda.

Il numero di cittadini appartenenti all’area economica europea è diminuito drasticamente a fine settembre 2017.

Questo va in qualche modo a spiegare l’aumento dei certificati di sponsorizzazione limitati, in quanto i datori di lavoro devono rivolgersi a cittadini non appartenenti all’area economica europea per coprire il vuoto lasciato da quest’ultimi, non piu’ interessati a venire o restare nel Regno Unito.

L’NHS fa molto affidamento sui dottori ed infermieri che si sono istruiti all’estero e, quelli del continente europeo sono stati meno inclini a venire nel Regno Unito a seguito della Brexit.

Quali sono le potenziali soluzioni

Dopo sei mesi di un significativo eccesso di richieste – periodi in cui numerose aziende e l’NHS sono rimasti a corto di personale qualificato – e’ apparso evidente che qualcosa doveva essere modificato.

Sono state avanzate varie ipotesi:

  1. Rimuovere tutti i ruoli in cui si ha carenza di occupazione dalla regola del tetto massimo dei certificati di sponsorizzazione limitati

Delle 4.000 richieste del solo mese di aprile 2018 (contro il tetto di 2.200) circa 750 riguardavano ruoli a carenza occupazionale.

Questi includono ruoli specializzati che il Regno Unito non puo’ soddisfare con la forza lavoro residente, inclusi ingenieri e scienziati, cosi’ come infermieri ed una manciata di aree di medicina.

E’ sempre stato illogico includere i ruoli a carenza occupazionale all’interno del processo dei certificati di sponsorizzazione limitati.

La carenza di talenti in queste aree e’ ben riconosciuta e stabilita dalle regole sull’immigrazione.

  1. Esenzioni per il personale dell’NHS

Jeremy Hunt ha supportato la proposta di uno schema per i visti dell’NHS, eliminando i dottori e gli infermieri dal tetto.

Tuttavia, la previsione di eccezioni riservate a specifici settori rischia di favorire quei settori con più forti poteri di lobby, rispetto ad altri ruoli che possono essere altrettanto meritevoli ma che hanno una rappresentanza meno organizzata, come ad esempio gli insegnanti.

  1. Aumentare o rimuovere il limite

Sfortunatamente, questa soluzione, per quanto ideale, è sempre apparsa improbabile. La rimozione del limite non si sarebbe adeguata bene con le continue ambizioni politiche di riduzione dei numeri sull’immigrazione.

Allo stesso tempo, incrementare il limite sarebbe andato contro le raccomandazioni del Comitato consultivo per la migrazione di mantenere il limite così com’era.

Cosa e’ stato fatto

La dichiarazione avente ad oggetto i cambiamenti alle norme sull’immigrazione, pubblicata il 15 giugno 2018, conferma che tutti i certificati di sponsorizzazione limitati con codice 2211 – medici (inclusi dottori, psichiatri, chirurghi etc) e 2231 infermieri (inclusi infermieri psichiatrici, operatori sanitari, infermieri distrettuali) sono stati rimossi dal processo dei certificati e dal tetto a partire dal 6 luglio 2018.

Sembra pertanto, che lo schema per ottenere la visa dell’NHS sia stato implementato, come Jeremy Hunt desiderava.

Vale la pena notare, tuttavia, che l’esenzione dai certificati con restrizione si applica a tutti i ruoli all’interno dei due codici – pertanto anche i dottori ed infermieri di strutture private, case di cura ed altre organizzazioni ne beneficeranno, non solamente i dipendenti dell’NHS.

Quale impatto avranno questi cambiamenti?

I dati pubblicati mostrano che, delle 15.881 richieste di “restricted CoS” effettuate da gennaio ad aprile 2018, 3.164 erano per personale medico.

Tuttavia, solo 1.088 di queste richieste hanno avuto esito positivo – le rimanenti non hanno infatti raggiunto la soglia di salario minimo in quei mesi.

In effetti, la rimozione dei medici dal limite permettera’ a questi certificati di sponsorizzazione limitati di essere allocati da qualche altra parte. La loro rimozione dovrebbe quindi portare a rilasciare circa 250 certificati al mese.

Altri dati mostrano che a febbraio 2018, 501 certificati limitati erano allocati per gli infermieri, a marzo erano 442 e ad aprile erano 414.

Poiché gli infermieri sono riconosciuti come una posizione a carenza occupazionale, con conseguente aumento di ulteriori 130 punti, le richieste di certificati validi andavano sempre a buon fine.

Per tale motivo non c’e’ differenza tra il numero di richieste valide e di quelle allocate ogni mese. Rimuovere gli infermieri dal limite dovrebbe consentire di rilasciare circa 450 certificati al mese.

Quindi, in totale, i circa 700 certificati allocati per medici ed infermieri ogni mese, saranno adesso disponibili per altre professioni.

Si tratta di una buona soluzione per l’NHS, che avra’ ora certezza che i posti vacanti potranno essere riempiti, così come essere in grado di evitare i ritardi nel processo mensile di richiesta dei certificati limitati. Ci sara’ anche un effetto a catena positivo per le altre professioni, che possono usufruire dei 700 certificati aggiuntivi ogni mese.

Tuttavia, ad aprile 2018 sono state presentate un totale di 4.325 richieste di certificato, contro un limite di 2.200.

Quel mese, se i medici e gli infermieri fossero già stati rimossi, la quota sarebbe stata comunque superata di circa 1.400.

Poiche’ ora esiste un notevole arretrato di richieste, potrebbe essere necessario un po’ di tempo prima di vedere una significativa riduzione della soglia di stipendio necessaria.

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Regno Unito: brevetto unitario dopo la Brexit

Il Dipartimento Britannico che si occupa dell’uscita del Regno Unito dall’Unione Europea ha pubblicato un documento (“White Paper”) che espone le proposte del Governo per le future relazioni tra il Regno Unito e l’Unione Europea. Una delle molte questioni affrontate in questo documento è l’argomento della continua partecipazione del Regno Unito al Brevetto Unitario e al Tribunale Unificato dei Brevetti (TUB) in seguito alla Brexit. Il Governo sottolinea l’importanza di continuare la lunga storia della cooperazione europea nel campo della protezione dei brevetti e tutelare le imprese che operano tra il Regno Unito e l’Unione Europea.

Il documento conferma l’intenzione del Regno Unito di esplorare le opzioni per rimanere nell’UPC ed il sistema unitario di brevetti su una base giuridica solida. La natura di questa base giuridica dovrà riflettere il cambiamento dello status giuridico del Regno Unito come Stato non appartenente all’Unione e sarà quindi oggetto di ulteriori negoziati tra il Regno Unito e gli altri Stati contraenti dell’UPC.

Questo nuovo sviluppo conferma ancora una volta l’impegno del Regno Unito nei confronti del progetto di stabilire una giurisdizione europea unificata sui brevetti, come già chiarito dalla sua ratifica dell’accordo UPC.

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Brexit: implicazioni dell’accordo di transizione per le imprese

L’accordo sul periodo di transizione è stato concordato in linea di principio da David Davis e Michel Bamieron il 19 marzo 2018, in seguito alla richiesta di certezze da parte delle imprese inglesi. Le aziende del Regno Unito attendevano particolari specifici per poter pianificare delle operazioni post – Brexit.

L’accordo colma il divario tra l’attuale appartenenza del Regno Unito all’Unione Europea e la sua eventuale uscita dall’Europa a lungo termine.

Il periodo di transizione durerà fino alla fine del 2020. Nel frattempo, le imprese inglesi potranno continuare a fare business con l’Unione Europea senza essere soggette ad alcun dazio.

Cosa bisogna sapere riguardo al “transition deal”?

  • In primo luogo, non è scolpito nella pietra – si tratta di un accordo politico che richiede un chiarimento dei termini dell’accordo di recesso. L’ accordo è destinato ad essere approvato ad ottobre, il che significa che nei prossimi 4 mesi vi saranno intensi negoziati.
  • Le imprese non dovrebbero dimenticare che l’accordo di recesso è esso stesso soggetto alla risoluzione di alcune questioni chiave come ad esempio il futuro accordo commerciale tra il Regno Unito e l’Unione Europea e la questione sul confine Irlandese. Nonostante le tensioni stiano aumentando, siamo ancora lontani dalle possibili soluzioni.
  • Per le imprese il periodo di transizione ha avuto un effetto positivo, fornendo alcune certezze riguardo a cosa succederà dopo la Brexit; riteniamo che il sentimento sia diventato più positivo. Sebbene la maggiore fiducia delle imprese sarà vantaggiosa per l’economia del Regno Unito, quest’ultime dovrebbero tenere a mente il quadro generale. L’accordo è solo un rinvio – il Regno Unito sarà al di fuori di tutti gli accordi dell’Unione Europea nel 2021 e probabilmente non ci sarà alcuna estensione. Molti ritengono che questo rappresenti ancora un calendario molto serrato per concludere un accordo commerciale.
  • Inoltre, non è ancora chiaro se dopo marzo 2019 le imprese britanniche potranno ancora trarre vantaggio dagli accordi commerciali dell’Unione Europea con i Paesi terzi, senza ulteriore conferma da parte di quest’ultimi. Terremo un occhio di riguardo su ciò che è stato concordato in merito.

Il processo sulla Brexit sta entrando in una fase cruciale, ci sono ancora molte questioni da risolvere: la valutazione dei rischi è ancora all’ordine del giorno.

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Regno Unito: minori puniti dalla politica sull’immigrazione

Non capita spesso di osservare il verificarsi di eventi in giro per il mondo relativi alla questione sull’immigrazione, specialmente dopo due recenti eventi verificatisi, i quali fanno riflettere su come il Regno Unito abbia agito nel  modo giusto.

Prima, la terribile, ma fortunatamente di breve durata, nuova politica americana che prevedeva la separazione dei bambini (inclusi alcuni al di sotto dei 5 anni) dai loro genitori,  trattenendoli da soli dopo che avevano attraversato il confine messicano per entrare negli USA insieme alle proprie famiglie. La notevole indignazione nazionale ed internazionale espressa, quando questo venne alla luce, ha provocato un’inversione di politica di Donald Trump. Ci sono ancora alcuni bambini che devono essere riuniti alle proprie famiglie ma auspicabilmente questo terribile processo sarà presto un evento del passato.

Nel Regno Unito le famiglie possono essere trattenute (insieme) immediatamente prima della loro espulsione dal Regno Unito, in speciali strutture di detenzione alle quali è stato dato il nuovo nome di “strutture di pre-espulsione”. Le famiglie con i loro bambini normalmente possono essere trattenute solo per 72 ore, sebbene possa estendersi fino a 7 giorni in circostanze eccezionali. L’Immigration Act 2014 ha vietato la detenzione di minori non accompagnati per un periodo superiore alle 24 ore e possono essere trattenuti solo in strutture di detenzione di breve termine. Le linee guida dell’Home Office stabiliscono che i minori non accompagnati, non possono essere trattenuti se non in circostanze del tutto eccezionali, per il minor tempo possibile e con le dovute cure.

Un’ altra storia arriva dall’Australia; a una madre e’ stato richiesto di lasciare il paese e ritornare nelle Filippine, terra d’origine, dopo averci vissuto per oltre un decennio costringendola a lasciare il suo bambino di 8 anni a vivere in Australia a causa della custodia condivisa con il padre, il che significa che il bambino doveva rimanere in Australia. Pare che il ragazzo piangesse durante la notte e soffrisse di incubi, dovuti alla paura della separazione. Secondo un articolo del Guardian, il caso è stato attentamente valutato dalle autorità ma le custodie dei figli erano “oltre la portata” del dipartimento degli affari interni australiani. È un sollievo sapere che alla madre è stata data una tregua dell’ultimo minuto ma sicuramente non si sarebbe mai dovuti arrivare a quel punto.

Il Regno Unito ha regole sull’immigrazione che riguardano lo status di immigrati dei genitori e stabilizzano i figli (il che significa che il figlio ha un permesso indefinito e quindi nessun vincolo temporale alla propria permanenza) quando le loro relazioni terminano. Le domande devono rispettare diversi requisiti di idoneità (principalmente relativi alle condanne penali), il requisito della lingua inglese ed un requisito finanziario nel quale i genitori devono dimostrare che possono mantenere la propria famiglia senza ricorrere ai fondi pubblici. Normalmente il diritto a rimanere sarà concesso se un genitore ha la sola responsabilita’ di un cittadino inglese o di un minore stabilizzato, o se il minore normalmente vive con lui e non con l’altro genitore (che è inglese o ha un permesso indefinito) o in alternativa se il minore vive con l’altro genitore ma ha contatti regolari con il genitore con un permesso limitato. È necessario fornire la prova che stanno assumendo ed intendono continuare a svolgere un ruolo attivo nell’educazione del bambino.

Questo evidenzia come è generalmente nel miglior interesse del minore continuare ad avere una relazione significativa con entrambi i genitori se i due si separano. Può essere applicato anche quando i genitori hanno un irregolare permesso di soggiorno se il loro figlio è cittadino inglese o ha vissuto nel Regno Unito per almeno 7 anni precedentemente alla domanda e, preso primariamente in considerazione il miglior interesse del bambino, non sarebbe ragionevole aspettarsi che il bambino lasci il Regno Unito. Se il minore è in contatto con l’altro genitore nel Regno Unito e più probabile che non sia ragionevole per il bambino lasciare il Regno Unito. In queste circostanze i requisiti finanziari e di lingua inglese non sono necessari ma occorre più tempo per qualificarsi per un permesso a rimanere a tempo indeterminato.  C’è anche la possibilità per i genitori che vivono all’estero di fare domanda per la Visa sotto le medesime condizioni, nel caso in cui hanno esclusiva responsabilità genitoriale per un minore inglese o stabilito, oppure dove hanno contatti con il minore che vive con l’altro genitore (britannico o stabilito).

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Regno Unito: minori puniti dalla politica sull’immigrazione

Non capita spesso di osservare il verificarsi di eventi in giro per il mondo relativi alla questione sull’immigrazione, specialmente dopo due recenti eventi verificatisi, i quali fanno riflettere su come il Regno Unito abbia agito nel  modo giusto.

Prima, la terribile, ma fortunatamente di breve durata, nuova politica americana che prevedeva la separazione dei bambini (inclusi alcuni al di sotto dei 5 anni) dai loro genitori,  trattenendoli da soli dopo che avevano attraversato il confine messicano per entrare negli USA insieme alle proprie famiglie. La notevole indignazione nazionale ed internazionale espressa, quando questo venne alla luce, ha provocato un’inversione di politica di Donald Trump. Ci sono ancora alcuni bambini che devono essere riuniti alle proprie famiglie ma auspicabilmente questo terribile processo sarà presto un evento del passato.

Nel Regno Unito le famiglie possono essere trattenute (insieme) immediatamente prima della loro espulsione dal Regno Unito, in speciali strutture di detenzione alle quali è stato dato il nuovo nome di “strutture di pre-espulsione”. Le famiglie con i loro bambini normalmente possono essere trattenute solo per 72 ore, sebbene possa estendersi fino a 7 giorni in circostanze eccezionali. L’Immigration Act 2014 ha vietato la detenzione di minori non accompagnati per un periodo superiore alle 24 ore e possono essere trattenuti solo in strutture di detenzione di breve termine. Le linee guida dell’Home Office stabiliscono che i minori non accompagnati, non possono essere trattenuti se non in circostanze del tutto eccezionali, per il minor tempo possibile e con le dovute cure.

Un’ altra storia arriva dall’Australia; a una madre e’ stato richiesto di lasciare il paese e ritornare nelle Filippine, terra d’origine, dopo averci vissuto per oltre un decennio costringendola a lasciare il suo bambino di 8 anni a vivere in Australia a causa della custodia condivisa con il padre, il che significa che il bambino doveva rimanere in Australia. Pare che il ragazzo piangesse durante la notte e soffrisse di incubi, dovuti alla paura della separazione. Secondo un articolo del Guardian, il caso è stato attentamente valutato dalle autorità ma le custodie dei figli erano “oltre la portata” del dipartimento degli affari interni australiani. È un sollievo sapere che alla madre è stata data una tregua dell’ultimo minuto ma sicuramente non si sarebbe mai dovuti arrivare a quel punto.

Il Regno Unito ha regole sull’immigrazione che riguardano lo status di immigrati dei genitori e stabilizzano i figli (il che significa che il figlio ha un permesso indefinito e quindi nessun vincolo temporale alla propria permanenza) quando le loro relazioni terminano. Le domande devono rispettare diversi requisiti di idoneità (principalmente relativi alle condanne penali), il requisito della lingua inglese ed un requisito finanziario nel quale i genitori devono dimostrare che possono mantenere la propria famiglia senza ricorrere ai fondi pubblici. Normalmente il diritto a rimanere sarà concesso se un genitore ha la sola responsabilita’ di un cittadino inglese o di un minore stabilizzato, o se il minore normalmente vive con lui e non con l’altro genitore (che è inglese o ha un permesso indefinito) o in alternativa se il minore vive con l’altro genitore ma ha contatti regolari con il genitore con un permesso limitato. È necessario fornire la prova che stanno assumendo ed intendono continuare a svolgere un ruolo attivo nell’educazione del bambino.

Questo evidenzia come è generalmente nel miglior interesse del minore continuare ad avere una relazione significativa con entrambi i genitori se i due si separano. Può essere applicato anche quando i genitori hanno un irregolare permesso di soggiorno se il loro figlio è cittadino inglese o ha vissuto nel Regno Unito per almeno 7 anni precedentemente alla domanda e, preso primariamente in considerazione il miglior interesse del bambino, non sarebbe ragionevole aspettarsi che il bambino lasci il Regno Unito. Se il minore è in contatto con l’altro genitore nel Regno Unito e più probabile che non sia ragionevole per il bambino lasciare il Regno Unito. In queste circostanze i requisiti finanziari e di lingua inglese non sono necessari ma occorre più tempo per qualificarsi per un permesso a rimanere a tempo indeterminato.  C’è anche la possibilità per i genitori che vivono all’estero di fare domanda per la Visa sotto le medesime condizioni, nel caso in cui hanno esclusiva responsabilità genitoriale per un minore inglese o stabilito, oppure dove hanno contatti con il minore che vive con l’altro genitore (britannico o stabilito).

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I diritti dei cittadini europei dopo la Brexit

Dal 24 giugno del 2016, data in cui sono usciti i risultati del referendum sulla Brexit, una delle piu’ grandi preoccupazioni per i cittadini europei che attualmente vivono del Regno Unito (e per le aziende che hanno assunto tali soggetti) riguarda quello che sarà il loro status dopo l’uscita del Regno Unito dall’Unione Europea.

Il governo inglese ha piu’ volte ribadito l’intenzione di salvaguardare i diritti di quei cittadini europei che vivono attualmente nel Regno Unito e desiderano rimanervi anche dopo l’uscita del paese dalla UE.

Tuttavia, il mantenimento di tali diritti è sempre stato condizionato dalla possibilità per il Regno Unito di negoziare simili forme di tutela a protezione dei cittadini inglesi che invece vivono in un altro stato dell’Unione Europea.

Dal punto di vista economico, le ragioni per garantire ai cittadini europei che attualmente vivono in UK il diritto di rimanere nel paese anche dopo la Brexit sono piuttosto evidenti. Ci sono attualmente infatti circa 3,5 milioni di cittadini europei nel Regno Unito, e all’incirca 2,4 milioni di loro svolgono attività lavorativa.

Se tali soggetti fossero costretti a lasciare il paese in seguito alla Brexit, senza dubbio le conseguenze per l’economia del Regno Unito sarebbero disastrose.

Il 29 marzo del 2018 il Regno Unito e l’Unione Europea sembrano aver raggiunto un accordo sui diritti dei cittadini europei dopo la Brexit.

Si spera che tale accordo possa garantire un maggior livello di certezza ai cittadini europei e ai loro familiari che vivono nel Regno Unito.

Di seguito vengono riassuntivamente elencati i contenuti dell’accordo:

  • I cittadini europei che arrivano nel Regno Unito entro il 31 dicembre del 2020, data in cui avrà fine il periodo di transizione, e che hanno vissuto legalmente e continuativamente nel paese per 5 anni o piu’, potranno presentare domanda per il settled status. Acquisito tale status, gli stessi avranno diritto di risiedere nel Regno Unito a tempo indeterminato. Ciò significa che gli stessi saranno liberi di risiedere in UK, potranno accedere ai fondi e servizi pubblici ed eventualmente, se lo volessero, presentare domanda per ottenere la cittadinanza inglese. Il governo ha comunicato che i cittadini europei avranno tempo di presentare domanda per tale status fino al 30 giugno del 2021;

 

  • I cittadini europei che arrivano nel Regno Unito entro il 29 marzo del 2019 ma non avranno completato i cinque anni di residenza nel paese prima che il Regno Unito esca dall’Unione Europea, potranno nel frattempo richiedere il permesso di residenza temporaneo, che consentirà loro di rimanere in UK fino al raggiungimento dei cinque anni di residenza. A quel punto, questi potranno quindi presentare domanda per il settled status. Anche in questo caso, avranno tempo di richiedere tale permesso fino al 30 giugno del 2021;

 

  • I cittadini europei che arrivano in UK nel corso del periodo di transizione (dal 29 marzo 2019 al 31 dicembre 2020) e desiderano rimanere nel paese per un periodo piu’ lungo di tre mesi, dovranno registrare la propria presenza nel Regno Unito. Se gli stessi poi desiderano rimanere in UK anche dopo la fine del periodo di transizione, dovranno richiedere il rilascio di un permesso di residenza temporaneo, che, oltre a dare loro il diritto di rimanere nel paese, consentira’ agli stessi di maturare i cinque anni di residenza necessari per l’ottenimento del settled status;

 

  • I cittadini europei che arrivano in UK dopo la fine del periodo di transizione saranno invece soggetti alle leggi sull’immigrazione e dovranno ottenere il permesso di entrare nel Regno Unito in base al sistema di immigrazione inglese, cui verrà data attuazione dopo la Brexit. Il governo inglese, a tal proposito, dovrebbe presentare a breve una proposta per il nuovo sistema in questione;

 

  • Per quanto riguarda invece i familiari che già vivono con un loro familiare cittadino europeo nel Regno Unito alla data del 31 dicembre del 2020 (o che raggiungono un parente, cittadino europeo, nel Regno Unito prima di tale data) potranno presentare domanda per il settled status generalmente dopo aver vissuto nel Regno unito per un periodo di cinque anni;

 

  • I familiari piu’ stretti (coniuge, convivente e partner, figli a carico e nipoti) potranno raggiungere i cittadini europei che vivono nel Regno Unito anche dopo che il paese sarà uscito dalla UE laddove il rapporto di parentela è preesistente al 31 dicembre 2020.

 

I cittadini europei in possesso del settled status e di un permesso di residenza temporaneo continueranno ad avere accesso alle cure sanitarie, conserveranno il diritto alla pensione e altri eventuali benefits.

Il governo inglese ha inoltre espresso l’intenzione di estendere tale offerta anche ai cittadini di Norvegia, Islanda e Liechtenstein (che fanno parte dello Spazio Economico Europeo) e Svizzera (che invece non fa parte né dell’Unione Europea né dello Spazio Economico Europeo).

Inoltre, siccome i diritti dei cittadini britannici e irlandesi sono sanciti dall’Ireland Act del 1949, i cittadini irlandesi non dovranno presentare domanda per ottenere il settled status, il permesso di residenza temporaneo o registrarsi. I diritti di questi soggetti infatti non saranno toccati dalla Brexit.

Il governo inglese molto probabilmente comincerà ad accettare le prime domande per settled status e permessi di residenza temporanei verso la fine del 2018. L’intenzione è quella di introdurre un sistema piuttosto semplice e rapido, che consenta di presentare tali domande online.

Il Ministro per l’immigrazione ha comunicato infatti che il modulo per presentare domanda avrà un massimo di otto domande, il costo della procedura non supererà le 75 sterline e la decisione verrà presa entro due settimane.

Al fine di facilitare e velocizzare il processo, l’Home Office collaborerà con altri dipartimenti governativi come l’HMRC, al fine di verificare l’identità dei soggetti che presenteranno domanda e ottenere i dati governativi esistenti.

Tutto ciò dovrebbe ridurre l’ammontare di documenti che dovranno essere spediti dal soggetto che presenterà la domanda.

Inoltre, i criteri per ottenere il settled status saranno in sostanza gli stessi di quelli necessari ad ottenere la residenza permanente ai sensi del diritto europeo e cioè: il cittadino europeo deve aver risieduto continuativamente nel Regno Unito esercitando i diritti previsti dal trattato UE (come ad esempio essere dipendente, libero professionista, studiare o cercare lavoro) per un periodo di almeno cinque anni. Il governo inglese, tuttavia, ha chiarito l’intenzione di adottare un approccio piu’ pragmatico nel gestire le domande per il rilascio del settled status.

Ad esempio, solitamente i cittadini europei che studiano in UK o sono autosufficienti economicamente da almeno cinque anni potranno ottenere il permesso di residenza permanente se hanno avuto una assicurazione malattia completa per tutto il periodo di tempo in cui hanno esercitato tali diritti previsti dal trattato. Il governo inglese ha però specificato che coloro che presenteranno domanda per il settled status non dovranno anche fornire la prova di essere in possesso di tale assicurazione malattia.

Ha inoltre aggiunto che, a coloro che sono dipendenti o libero professionisti, non sarà richiesto di dimostrare che si tratti di un’occupazione effettiva e non marginale o supplementare.

In altre parole, l’Home Office non si occuperà di verificare il livello di attività (dipendente o autonoma) e il reddito del soggetto al fine di valutare se lo stesso sta di fatto esercitando uno dei diritti previsti dal trattato.

Ai sensi del diritto europeo, i cittadini europei che hanno acquisito la residenza permanente nel Regno Unito possono richiedere un documento che certifichi lo status di residente permanente, anche se ciò non è obbligatorio.

Il governo inglese, peraltro, ha comunicato che tali documenti cesseranno di essere validi quando il Regno Unito uscirà dall’Unione Europea.

Tuttavia, il governo inglese ha confermato che coloro che sono in possesso di tale documento potranno utilizzare una procedura semplificata per scambiarlo con un documento che ne attesti il settled status, senza dover pagare alcuna tassa.

Il governo inglese si è dichiarato consapevole della sfida a cui va incontro data la necessità di rilasciare permessi di residenza temporanei e documenti attestanti il settled status a piu’ di tre milioni di cittadini europei che attualmente vivono nel Regno Unito.

Oltre a sviluppare un sistema interamente online, il governo ha intenzione di triplicare il numero dei dipendenti dell’Home Office al fine di processare entro brevi tempi la mole di domande che verranno presentate.

L’accordo in questione dà maggiore certezza ai cittadini europei che hanno intenzione di trasferirsi nel Regno Unito entro la fine del periodo di transizione, consentendo loro maggior tempo per pianificare il loro trasferimento.

Tuttavia, sembra strano che il governo inglese sia stato disposto a rinunciare ad una delle proprie principali posizioni negoziali, e cioè che i cittadini europei siano soggetti alle leggi sull’immigrazione del Regno Unito una volta che il paese uscirà dall’Unione Europea il 29 marzo del 2019.

E’ chiaro che il governo inglese abbia deciso di cedere sulla questione al fine di poter raggiungere migliori compromessi su altre questioni.

Inoltre, l’accordo in questione estende il periodo di transizione, almeno per quanto riguarda i diritti dei cittadini europei, al 30 giugno del 2021, e pertanto questi ultimi dovranno ottenere il settled status o un permesso di residenza temporaneo solamente a partire da tale data.

 

 

 

 

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Brexit: possibile impatto sulle famiglie del Regno Unito

Si è discusso molto sul fatto se la Brexit manterrà l’accesso al Mercato Unico e quale sarà il suo impatto sui cittadini europei che vivono nel Regno Unito e rispettivamente sui cittadini britannici che vivono negli altri Stati Membri dell’Unione Europea. Ma che dire dell’impatto potenzialmente distruttivo che la Brexit potrebbe avere sulle relazioni personali?

La parte 2 del Progetto di Accordo di Recesso (il 19 marzo 2018) sui diritti dei cittadini è stata “concordata dai negoziatori” e le sue disposizioni sono dirette a tutelare i diritti dei cittadini britannici e dei cittadini dell’Unione Europea consentendo l’effettivo esercizio dei diritti derivanti dal diritto dell’Unione Europea. La “cut-off date” coincide con il 31 dicembre 2020, quella che le coppie che semplicemente” vivono insieme “dovrebbero tenere a mente.

Questa parte della bozza dell’Accordo di Recesso prevede delle tutele per le coppie stabili ma che non sono sposate?

Si e no. I cittadini che vivono nel Regno Unito o in un Paese dell’Unione Europea fino al 31 dicembre 2020 potranno presentare la domanda per ottenere il settled status dopo aver risieduto per almeno 5 anni in modo continuativo nel Regno Unito prima o dopo il 31 dicembre 2020. Pertanto, il partner europeo di un cittadino inglese che vive nel Regno Unito o il partner inglese di un cittadino europeo che vive in uno stato membro dell’Unione Europea avrà il diritto di rimanere nel Regno Unito o nello Stato europeo, se lo desidera, indipendentemente dallo stato civile.

Tuttavia, la bozza dell’Accordo di Recesso non tutela in modo esaustivo il diritto dei cittadini inglesi e di quelli europei di portare il loro partner non europeo nello Stato ospitante dopo il 31 dicembre 2020. Esiste, dunque, una differenza significativa tra i diritti e le tutele garantiti alle coppie sposate e quelle che semplicemente “convivono”. Nonostante i rapporti di convivenza si stiano sempre di più diffondendo ed abbiano ottenuto il riconoscimento statutario in Scozia, in determinate circostanze, tali coppie sembra siano escluse dalla “tutela globale dei diritti dei cittadini” presentata in questa parte dell’accordo di recesso.

In che modo l’Accordo di Recesso tutela i cittadini del Regno Unito che desiderano raggiungere il loro partner nello Stato di origine entro il 2020 o il cittadino europeo nel caso in cui voglia raggiungere il proprio partner britannico nel Regno Unito dopo il 2020?

Non è prevista alcuna tutela per questi cittadini nell’accordo di recesso. Quest’ultimo tutela il diritto dei cittadini inglesi ed europei che vivono in tali Stati prima della data del cut-off date, ossia il 31 dicembre 2020. Ciò significa, ad esempio, che un cittadino inglese residente in Spagna fino al 31 dicembre 2020 ha il diritto di avere vicini i membri familiari, ovvero un coniuge o un partner registrato, i figli a carico di età inferiore ai 21 anni ed i genitori a carico restano con loro in Spagna o raggiungerli indipendentemente dalla loro nazionalità. Lo stesso vale per un cittadino europeo che vive nel Regno Unito entro la fine del periodo di transizione. Quindi il marito, la moglie o il convivente civile del cittadino inglese o europeo possono trasferirsi nel Regno Unito o nello stato europeo per raggiungere il coniuge (insieme a figli e genitori) dopo il 31 dicembre 2020 insieme a bambini e genitori, ma lo stesso non vale per i conviventi.

Un cittadino del Regno Unito che vive in uno stato membro dell’Unione alla fine del 2020 ha diritto a far rimanere i propri familiari, “il coniuge non comunitario o il partner civile registrato con loro nello stato ospitante”. I “membri familiari” possono raggiungere il cittadino britannico nello stato dell’Unione, anche dopo la fine del periodo di transizione, se sono sposati prima della fine del 2020.

Ma, laddove il partner non europeo non è sposato ed è “semplicemente” un convivente, la coppia dovrà dimostrare che la sua relazione è “duratura” ed è nata prima della fine del periodo di transizione. Lo stato ospitante dovrà quindi “facilitare l’ingresso e la residenza” ma solo dopo “un ampio esame delle circostanze personali”, un prerequisito che non è richiesto per le coppie sposate.

Dunque, i cittadini britannici e dell’Unione Europea ed i rispettivi “membri familiari” (cioè marito o moglie, figli minori di 21 anni e genitori) che soggiornano legalmente nello stato ospitante fino al 2020 avranno automaticamente diritto di risiedere nello stato ospitante. Ciò vale anche per i membri familiari non europei o britannici che desiderano raggiungere il cittadino dell’Unione Europea o inglese nello stato ospitante dopo il 2020 a condizione che siano stati “membri familiari” (marito, moglie, figlio o genitore) prima della fine del periodo di transizione. Tali individui possono andarsene e ritornare nello stato ospitante senza visto, lavorare nello stato ospitante ed avere il diritto di essere trattati allo stesso modo dei cittadini di tale stato ospitante.

Tuttavia, i “non familiari”, in particolare i conviventi non britannici e non europei non hanno tale diritto di soggiorno automatico. Il diritto di soggiornare o entrare nello stato ospitante dipende da “un ampio esame delle circostanze personali” e a condizione che sia stata instaurata una “relazione duratura” con il Regno Unito o il cittadino dell’Unione Europea prima del 31 dicembre 2020.

Il progetto di accordo di recesso non tutela il futuro a lungo termine di tutte le coppie del Regno Unito e dell’Unione Europea dopo la Brexit in particolare laddove il loro partner non è un cittadino inglese o europeo.

 

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Questa parte della bozza dell’Accordo di Recesso prevede delle tutele per le coppie stabili ma che non sono sposate?

Si e no. I cittadini che vivono nel Regno Unito o in un Paese dell’Unione Europea fino al 31 dicembre 2020 potranno presentare la domanda per ottenere il settled status dopo aver risieduto per almeno 5 anni in modo continuativo nel Regno Unito prima o dopo il 31 dicembre 2020. Pertanto, il partner europeo di un cittadino inglese che vive nel Regno Unito o il partner inglese di un cittadino europeo che vive in uno stato membro dell’Unione Europea avrà il diritto di rimanere nel Regno Unito o nello Stato europeo, se lo desidera, indipendentemente dallo stato civile.

Tuttavia, la bozza dell’Accordo di Recesso non tutela in modo esaustivo il diritto dei cittadini inglesi e di quelli europei di portare il loro partner non europeo nello Stato ospitante dopo il 31 dicembre 2020. Esiste, dunque, una differenza significativa tra i diritti e le tutele garantiti alle coppie sposate e quelle che semplicemente “convivono”. Nonostante i rapporti di convivenza si stiano sempre di più diffondendo ed abbiano ottenuto il riconoscimento statutario in Scozia, in determinate circostanze, tali coppie sembra siano escluse dalla “tutela globale dei diritti dei cittadini” presentata in questa parte dell’accordo di recesso.

In che modo l’Accordo di Recesso tutela i cittadini del Regno Unito che desiderano raggiungere il loro partner nello Stato di origine entro il 2020 o il cittadino europeo nel caso in cui voglia raggiungere il proprio partner britannico nel Regno Unito dopo il 2020?

Non è prevista alcuna tutela per questi cittadini nell’accordo di recesso. Quest’ultimo tutela il diritto dei cittadini inglesi ed europei che vivono in tali Stati prima della data del cut-off date, ossia il 31 dicembre 2020. Ciò significa, ad esempio, che un cittadino inglese residente in Spagna fino al 31 dicembre 2020 ha il diritto di avere vicini i membri familiari, ovvero un coniuge o un partner registrato, i figli a carico di età inferiore ai 21 anni ed i genitori a carico restano con loro in Spagna o raggiungerli indipendentemente dalla loro nazionalità. Lo stesso vale per un cittadino europeo che vive nel Regno Unito entro la fine del periodo di transizione. Quindi il marito, la moglie o il convivente civile del cittadino inglese o europeo possono trasferirsi nel Regno Unito o nello stato europeo per raggiungere il coniuge (insieme a figli e genitori) dopo il 31 dicembre 2020 insieme a bambini e genitori, ma lo stesso non vale per i conviventi.

Un cittadino del Regno Unito che vive in uno stato membro dell’Unione alla fine del 2020 ha diritto a far rimanere i propri familiari, “il coniuge non comunitario o il partner civile registrato con loro nello stato ospitante”. I “membri familiari” possono raggiungere il cittadino britannico nello stato dell’Unione, anche dopo la fine del periodo di transizione, se sono sposati prima della fine del 2020.

Ma, laddove il partner non europeo non è sposato ed è “semplicemente” un convivente, la coppia dovrà dimostrare che la sua relazione è “duratura” ed è nata prima della fine del periodo di transizione. Lo stato ospitante dovrà quindi “facilitare l’ingresso e la residenza” ma solo dopo “un ampio esame delle circostanze personali”, un prerequisito che non è richiesto per le coppie sposate.

Dunque, i cittadini britannici e dell’Unione Europea ed i rispettivi “membri familiari” (cioè marito o moglie, figli minori di 21 anni e genitori) che soggiornano legalmente nello stato ospitante fino al 2020 avranno automaticamente diritto di risiedere nello stato ospitante. Ciò vale anche per i membri familiari non europei o britannici che desiderano raggiungere il cittadino dell’Unione Europea o inglese nello stato ospitante dopo il 2020 a condizione che siano stati “membri familiari” (marito, moglie, figlio o genitore) prima della fine del periodo di transizione. Tali individui possono andarsene e ritornare nello stato ospitante senza visto, lavorare nello stato ospitante ed avere il diritto di essere trattati allo stesso modo dei cittadini di tale stato ospitante.

Tuttavia, i “non familiari”, in particolare i conviventi non britannici e non europei non hanno tale diritto di soggiorno automatico. Il diritto di soggiornare o entrare nello stato ospitante dipende da “un ampio esame delle circostanze personali” e a condizione che sia stata instaurata una “relazione duratura” con il Regno Unito o il cittadino dell’Unione Europea prima del 31 dicembre 2020.

Il progetto di accordo di recesso non tutela il futuro a lungo termine di tutte le coppie del Regno Unito e dell’Unione Europea dopo la Brexit in particolare laddove il loro partner non è un cittadino inglese o europeo.

 

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Regno Unito: le ostilità si estendono ai cittadini del Commonwealth

La stampa ha recentemente divulgato la notizia di persone che, dopo aver vissuto nel Regno Unito per molti anni, hanno ricevuto una comunicazione dall’Home Office con cui viene richiesto loro di lasciare in Paese. In particolare, molto scalpore ha fatto la storia di un uomo di mezza età, trasferitosi dai Caraibi nel Regno Unito intorno agli anni ’50: questi, dopo aver trascorso gran parte della sua vita nel Regno Unito, qualche settimana fa si è visto recapitare una lettera dal UKVI (United Kingdom Visas and Immigration) con cui gli veniva comunicato che avrebbe dovuto lasciare il Paese.

Ma andiamo con ordine. Agli inizi degli anni ’50, il governo inglese aveva espressamente richiesto alle persone dei Caraibi di venire a vivere nel Regno Unito per aiutare a ricostruire il paese dopo la guerra. A quel tempo, molte persone sono emigrate dal loro Paese per venire a vivere nel Regno Unito, dove hanno trovato lavoro come infermieri, conducenti di autobus e ricoprendo altri posti vacanti. A quel tempo, e in tali circostanze, coloro che emigravano dai Caraibi verso il Regno Unito facevano parte del Commonwealth e delle colonie inglesi e quando sbarcavano nel Regno Unito, lo facevano in qualità di cittadini britannici. Di conseguenza, tali persone godevano del cosiddetto “Right of abode – ROA”, e cioè un diritto di residenza nel Paese. Tale diritto consente al soggetto di vivere e lavorare liberamente nel Regno Unito e di non essere sottoposto a controlli di immigrazione.

Per vedersi riconosciuto tale diritto, un soggetto deve soddisfare i seguenti requisiti:

  • Uno dei due genitori deve essere nato nel Regno Unito ed avere la cittadinanza del Regno Unito o di una colonia inglese al momento in cui il soggetto è nato;
  • il 31 dicembre 1982 il soggetto era cittadino del Commonwealth;
  • il soggetto non hai smesso di essere cittadino del Commonwealth (nemmeno temporaneamente) in qualsiasi momento dopo il 31 dicembre 1982.

Pertanto, coloro che sono arrivati nel Regno Unito da bambini negli anni ’50, i cui genitori erano cittadini di una colonia inglese (ad esempio la Giamaica), soddisfavano il requisito richiesto al primo punto.

Per quanto riguarda il secondo punto, con l’entrata in vigore del British Nationality Act 1981 le cose sono cambiate e coloro che erano emigrati dai Caraibi non potevano più fare affidamento sul solo punto 1 al fine di essere riconosciuti come soggetti britannici e ottenere il Right of Abode. La legge del 1981 ha infatti modificato le regole e il soggetto doveva dimostrare di essere stato cittadino del Regno Unito o di una colonia inglese al 31 dicembre 1982, e di essere stato in grado di mantenere tale cittadinanza per il fatto di essere nato, essere stato adottato, essere naturalizzato o per essersi registrato nel Regno Unito. Le cose, pertanto, si sono notevolmente complicate rispetto a prima.

Molte persone a loro tempo non si erano registrate come cittadini britannici, forse non conoscendo tale necessità. Erano inoltre previsti ulteriori requisiti, come l’aver risieduto in modo permanente nel Regno Unito per almeno cinque anni o più, non aver violato i controlli sull’immigrazione, ecc. Pertanto, si è reso da subito evidente che non sarebbe stato più cosi semplice riuscire a dimostrare di essere in possesso dei requisiti necessari per ottenere il diritto a rimanere nel Regno Unito.

Il terzo punto causa ulteriori problemi, in particolare per quanto riguarda le parole tra parentesi, “anche temporaneamente”. Prendiamo la Giamaica come esempio: questo stato ha ottenuto l’indipendenza nel 1962, e pertanto da tale data non è più una colonia del Regno Unito. I giamaicani che vivevano nel Regno Unito e non erano in possesso di un passaporto britannico, potevano a quel punto presentare richiesta per il passaporto Giamaicano. Tali soggetti, pertanto, hanno di fatto perso temporaneamente la cittadinanza del Commonwealth nel momento in cui la Giamaica è divenuta uno stato indipendente. La persona doveva quindi dimostrare al United Kingdom Immigration and Visas di avere diritto alla cittadinanza britannica. E qui insorgono i problemi: se una persona ha vissuto per oltre 40 anni nel Regno Unito cosa potrebbe essere, se non inglese? Però, purtroppo, la questione non è cosi semplice e scontata.

Numerosi sono tuttavia i casi di persone ritrovatesi in tale situazione. Fra gli altri, vale la pena menzionare il caso di una signora di sessantacinque anni, trasferitasi nel Regno Unito a soli 5 anni in seguito all’ondata migratoria degli anni 50 con il passaporto di una zia, la quale si è vista recentemente recapitare una lettera dall’ufficio immigrazione nella quale le viene espressamente richiesto di lasciare il paese entro 7 giorni. La signora, sposata ormai da quarant’anni con un cittadino inglese, è riuscita a dimostrare il suo diritto alla cittadinanza inglese in ragione del matrimonio, evitando quindi la lunga trafila di dover fornire prova di tale diritto dimostrando di avere fatto ingresso nel Regno Unito come British Subject e, pertanto, di essere stata titolare del cosiddetto Right of Abode.

Il governo inglese si è limitato a dire che avrà un occhio di riguardo per casi come questo. Tuttavia, osservando le leggi in materia di immigrazione che continuano a venire introdotte, non è difficile capire il perché’ del verificarsi di tali spiacevoli situazioni.

Il governo da molti anni continua a esercitare pressioni sui cittadini per gestire e controllare l’immigrazione. Basta semplicemente guardare le legge sull’immigrazione del 2014 e 2016, che richiedono ai proprietari di immobili di verificare che le persone a cui decidono di dare in affitto il bene abbiano il diritto di risiedere nel Regno Unito. Anche le banche hanno il potere di verificare che coloro che sono titolari di un conto bancario abbiano il diritto di risiedere nel Regno Unito. L’NHS ha inoltre il dovere di segnalare all’UKVI tutti i casi in cui una persona è sotto trattamento medico e potrebbe non essere un cittadino britannico. La legislazione sull’immigrazione introdotta nel corso degli anni, inoltre, continua a inasprire le sanzioni finanziarie, penali e civili in cui il soggetto può incorrere.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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Brexit: ultimi aggiornamenti sui diritti dei lavoratori

A meno di un anno dalla Brexit, vi forniamo una sintesi della recente posizione sui diritti dei lavoratori europei ed in che modo i datori di lavoro devono prepararsi all’uscita del Regno Unito dall’Europa.

I cittadini europei che arrivano nel Regno Unito prima del 29 marzo 2019:

L’8 dicembre 2017, il Governo inglese ha raggiunto un accordo con l’Europa sui diritti dei cittadini europei che si riferisce specificamente alla situazione dei cittadini europei che arrivano (o che sono già) nel Regno Unito prima della data della Brexit (cioè il 29 marzo 2019). Riportiamo di seguito un riepilogo dei punti chiave che sono stati concordati.

  • I cittadini europei che, entro il 29 marzo 2019, vivono legalmente ed in modo continuativo nel Regno Unito per 5 anni potranno richiedere di rimanere indefinitamente nel Paese ottenendo il “settled status”. Ciò significa che potranno risiedere nel Regno Unito, accedere a fondi e servizi pubblici e richiedere la cittadinanza britannica una volta che avranno i requisiti per farlo.
  • Quando il Regno Unito uscirà dall’Unione Europea, i cittadini europei che arrivano entro il 29 marzo 2019 nel Paese ma non risiedono in quest’ultimo da 5 anni, potranno chiedere di rimanere fino a quando non avranno raggiunto la soglia dei 5 anni. Inoltre, possono presentare la domanda per ottenere il settled status.
  • I membri della famiglia che convivono o raggiungono i cittadini europei nel Regno Unito entro il 29 marzo 2019 potranno, inoltre, presentare la domanda per l’ottenimento del settled status, di solito dopo 5 anni nel Regno Unito.
  • I familiari stretti (vale a dire i coniugi, partner non sposati, figli e nipoti a carico e genitori e nonni a carico) potranno raggiungere i cittadini europei dopo che il Regno Unito lascerà l’Unione Europea, nel caso in cui il legame esisteva entro il 29 marzo 2019.

L’Home Office ha confermato che ci sarà una procedura online per fare richiesta che sarà “semplificata, di facile e rapido utilizzo ed è probabile che sarà operativa entro la fine dell’anno. Ai cittadini europei sarà richiesto di fornire un documento di identità ed una fototessera e dovranno dichiarare l’esistenza di eventuali condanne penali. Saranno, inoltre, tenuti a pagare una tassa che probabilmente sarà la stessa richiesta per ottenere il passaporto inglese (che è attualmente pari a £ 75,50).

Il 19 marzo 2018, il Regno Unito e l’Unione Europea hanno, inoltre, raggiunto un accordo su una serie di punti fondamentali relativi all’accordo di recesso, uno dei quali prevedeva un accordo su un periodo di transizione dopo che il Regno Unito lascerà l’Unione Europea. I punti essenziali da considerare sono i seguenti:

  • È stato concordato un periodo di transizione di 21 mesi che avrà inizio il 29 marzo 2019 e terminerà il 31 dicembre 2020.
  • Durante il periodo di transizione, i diritti dei cittadini europei saranno tutelati e verrà garantita la libera circolazione dei lavoratori tra il Regno Unito e l’Europa. Questo varrà anche per i cittadini europei che arrivano nel Regno Unito durante il periodo di transizione.
  • Tutti i cittadini europei che arrivano nel Regno Unito durante il periodo di transizione avranno 6 mesi di tempo dalla fine del periodo di transizione (vale a dire fino al 30 giugno 2021) per richiedere la documentazione relativa alla residenza.

Dopo il periodo di transizione

Il Governo inglese non ha fornito alcuna chiarimento sui diritti dei cittadini europei dopo il periodo di transizione. Si pensava che il Governo avrebbe pubblicato un White Paper sull’immigrazione la scorsa estate, che avrebbe definito le sue proposte post Brexit sull’’immigrazione e avrebbe incluso maggiori dettagli sulla nuova politica relativa all’immigrazione. Tuttavia, è improbabile che venga pubblicato prima di ottobre di quest’anno. Il ritardo ha suscitato critiche e, comprensibilmente, ha creato preoccupazione per i cittadini europei ed incertezza per le imprese inglesi non consentendo una pianificazione adeguata. Questo significa anche che il nuovo Disegno di Legge sull’immigrazione, promesso nel Discorso della Regina, potrebbe essere posticipato.

L’Home Office ha dichiarato sul proprio sito Web che i cittadini europei (ed i datori di lavoro inglesi) non devono fare nulla ora ed attendere che la nuova procedura online diventi operativa nella seconda metà del 2018. Tuttavia, per essere preparati alla Brexit, suggeriamo che i datori di lavoro attuino i seguenti step:

  • Effettuino un controllo sull’attuale forza lavoro e valutino il potenziale impatto che avrà la Brexit.
  • Incoraggino i dipendenti dell’Unione Europea che risiedono da almeno 5 anni nel Regno Unito a richiedere subito la residenza permanente.
  • Rassicurino i dipendenti dell’Unione Europea che i loro diritti saranno protetti.
  • considerino eventuali costi aggiuntivi come risultato della Brexit, come un potenziale aumento dei salari per far fronte ad eventuali competenze e/o carenze di manodopera all’interno dell’azienda e/o qualsiasi aumento dei costi per migliorare la forza lavoro attuale.
  • Aggiornino le procedure e le politiche contro le molestie, il bullismo ed assicurino che i dirigenti siano pienamente formati su tali politiche. La Brexit ha provocato un aumento del numero di episodi di molestie razziali all’interno del luogo di lavoro e molti cittadini europei hanno riferito di essere vittime di bullismo e molestie a causa del loro status di cittadini europei.
  • Creino un team Brexit per eseguire gli step sopra descritti, per gestire le richieste dei dipendenti europei in merito al loro status e per rispondere alle domande quando la procedura online sarà operativa entro la fine dell’anno.

Il Migration Advisory Committee ha pubblicato la sua relazione il 27 marzo 2018 che fornisce una valutazione iniziale del mercato del lavoro inglese in seguito alla Brexit. La relazione finale è prevista per settembre 2018. Quest’ultima mette in luce le preoccupazioni di molti datori di lavoro su come il Regno Unito potrebbe limitare i lavoratori europei dopo il periodo di transizione e su come ciò potrebbe impedire loro di assumere lavoratori europei poco qualificati nel Regno Unito. L’incertezza ha già avuto un impatto negativo su alcuni settori dell’economia britannica, come ad esempio la sanità, l’edilizia, l’hospitality , il settore dell’agricoltura, la vendita al dettaglio che stanno attualmente affrontando una grave carenza di manodopera. Vi sono prove che dimostrano che i datori di lavoro inglesi stanno iniziando ad assumere fuori dall’Unione Europea per colmare queste lacune. Mentre il Governo britannico ha fornito i necessari chiarimenti sui diritti dei lavoratori dell’Unione Europea prima della Brexit e durante il periodo di transizione, ci sono ancora molte incertezze sui diritti dei lavoratori europei dopo il periodo di transizione e probabilmente continueranno ad esserci fino a quando il Governo non pubblicherà il suo White Paper sull’immigrazione.

 

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Brexit: conseguenze in caso di “no deal”

L’Unione europea ha pubblicato una nota tecnica in cui vengono evidenziate le possibili conseguenze negative per le imprese nel caso in cui il Regno Unito lasci l’Unione Europea senza il raggiungimento di un accordo.

La Commissione europea, in particolare, ha avvertito le società di tutta Europa di prepararsi a significativi attriti alle frontiere e costi ingenti da sostenere una volta che il Regno Unito lascerà l’Unione Europea.

Le aziende interessate dovrebbero prepararsi a tali eventualità, aspettando di conoscere l’esito dei negoziati.

Nell’ambito di una serie di note che spiegano cosa accadrà nel caso di “no deal” tra i 27 Stati membri dell’UE e il Regno Unito, la Commissione Europea ha pubblicato un “Notice to Shakeholders” riguardante l’impatto della Brexit nel settore delle dogane e delle imposte indirette. A meno che non venga stabilito diversamente, il Regno Unito dovrà essere trattato come paese non facente piu’ parte dell’UE a partire dal 30 marzo 2019. E, se l’accordo non viene raggiunto, tale avviso avverte le aziende del fatto che dovranno aspettarsi significativi attriti e costi alle frontiere.

La Gran Bretagna dovrà inoltre far fronte ad inevitabili barriere commerciali nel caso in cui dovesse decidere di lasciare l’unione doganale dell’Unione Europea.

Qualora il Regno Unito dovesse uscire dall’unione doganale senza che vi sia un altro accordo in vigore, le merci esportate tra il Regno Unito e il territorio doganale dell’UE saranno soggette alla vigilanza doganale, e potenzialmente a controlli alla frontiera. Secondo quanto previsto dal codice doganale dell’Unione, andranno in tal caso applicate tutte le varie formalità doganali. Le merci importate dal Regno Unito saranno soggette a dazi doganali secondo la Tariffa Doganale Comune.

Inoltre, le merci esportate tra il Regno Unito e il territorio doganale saranno soggette a controlli sulle esportazioni (ad esempio, merci militari, prodotti chimici, prodotti di scarto). Inoltre, le merci prodotte originariamente nel Regno Unito che sono incorporate nelle merci esportate da l’UE a paesi terzi non saranno più classificate come “contenuto dell’UE” nell’ambito della Politica Commerciale Comune dell’UE, che potrebbe incidere sull’applicabilità delle tariffe preferenziali stabilite negli accordi commerciali tra l’UE e tali paesi.

In risposta all’incombente possibilità di una “hard” Brexit, la Dublin Port Company di proprietà dello stato irlandese, terminal marittimo più grande del paese, ha costruito nuove postazioni doganali e punti di ispezione merci per gestire i controlli alle frontiere sulle importazioni del Regno Unito. Sebbene la relazione congiunta di dicembre rispecchiasse l’accordo raggiunto tra le parti per evitare controlli sulla frontiera terrestre, questo non prende in considerazione il confine marittimo. Nonostante il libro bianco del governo britannico sui futuri accordi doganali richieda un “profondo e speciale partenariato” con l’UE, non è chiaro quali siano le misure di emergenza del Regno Unito nel caso in cui tale collaborazione non possa essere concordata. Sebbene l’HMRC abbia comunicato di avere predisposto un aggiornamento dei suoi sistemi, ha tuttavia affermato che avrà bisogno di molto più personale per essere in grado di affrontare l’aumento dei controlli di importazione/esportazione.

Se non si raggiunge un accordo, le merci esportate dal Regno Unito verso l’area IVA dell’Unione Europea saranno soggette a IVA al punto di importazione (cioè l’IVA all’importazione sarà pagata anticipatamente alla frontiera, mentre le esportazioni sono esenti da IVA). Lo stesso vale per l’applicazione delle accise.

Questo rappresenterà un significativo cambiamento rispetto a quella che è la prassi attuale e potrebbe causare problemi.

I fornitori britannici di servizi di telecomunicazione, di servizi di trasmissione o di servizi elettronici che desiderano trarre vantaggio dal regime fiscale del Mini One-Stop Shop (MOSS) dovranno registrarsi presso l’autorità fiscale in almeno uno Stato membro dell’UE. Inoltre, gli importatori britannici non sarebbero più in grado di richiedere i rimborsi IVA per via elettronica, ma saranno soggetti ad un diverso regime di rimborso per i soggetti passivi stabiliti in paesi non UE; e alle società del Regno Unito che operano nell’UE potrebbe essere richiesto di assumere un rappresentante per gestire i pagamenti IVA nell’UE.

Commenti e preoccupazioni

  • Piccole imprese La stragrande maggioranza delle piccole imprese che esportano merci dal Regno Unito lo fa solo verso l’UE e quindi non ha dovuto affrontare le dogane e IVA per le esportazioni. Se nessun accordo verra’ raggiunto sul tema, esse dovranno iniziare ad affrontare l’impatto dei dazi doganali e dell’IVA sulle vendite ai clienti dell’UE, compresa l’implementazione dei processi di conformità per garantire che vengano pagate le giuste imposte. Questo obbligo potrebbe avere effetto su fino 130.000 imprese nel Regno Unito.
  • Modello norvegese: L’UE ha recentemente firmato un accordo di cooperazione IVA con la Norvegia. L’accordo fornirà agli Stati membri dell’UE e alla Norvegia un solido quadro giuridico per una sana cooperazione finalizzata a combattere la frode IVA e aiuterà gli uni e gli altri a recuperare le dichiarazioni IVA.Anche se la Norvegia è nel mercato unico dell’UE eha un sistema IVA “simile” a quello dell’UE, l’accordo ha richiesto diversi anni per essere completato, nonostante il processo di negoziazione sia stato avviato nel giugno del 2015.
  • Il punto di vista del Regno Unito: Sebbene il Ministero del Tesoro del Regno Unito si sia rifiutato di commentare, il segretario Brexit del Regno Unito David Davis ha precedentemente descritto tali “dichiarazioni unilaterali” della Commissione come “inutili” e “dannosi” per gli interessi del Regno Unito.
  • Necessità di chiarezza: Le regole finali in materia di IVA per le transazioni transfrontaliere dipenderanno dall’esito dei negoziati sulla Brexit. Sulla base del procedimento di tali negoziati, la Commissione sembra stia cercando di utilizzare note tecniche come questa per aumentare la pressione sul governo britannico, sebbene in nome della trasparenza.

 

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Brexit: raggiunto un primo accordo con l’Unione Europea

Venerdì 8 dicembre la Commissione Europea e il Regno Unito hanno annunciato la conclusione di un primo accordo per disciplinare le numerose questioni sorte in seguito alla decisione del Regno Unito di uscire dall’Unione Europea. L’accordo in questione è stato approvato dal Consiglio Europeo il 15 dicembre scorso, ed è dunque possibile passare ad una seconda fase di negoziati, aventi ad oggetto le relazioni post Brexit tra Regno Unito e Unione Europea e altre questioni importanti quali ad esempio il commercio.

Per ora, è stato raggiunto un accordo sufficientemente dettagliato su tre punti chiave che l’Unione Europea considera di fondamentale importanza:

  • L’accordo sull’importo dovuto dal Regno Unito all’Unione Europea (il cosiddetto accordo di “divorzio”);
  • I diritti dei cittadini europei già presenti nel Regno Unito; e
  • Lo status del confine con l’Irlanda del Nord.

Per quanto riguarda i primi due punti, e cioè il calcolo di quanto dovrà pagare il Regno Unito all’Unione Europea prima dell’uscita (si pensa una cifra tra i 40 e i 60 miliardi di Euro) e lo status dei cittadini europei presenti in UK, tali questioni sono già state in parte risolte. Tuttavia, uno degli aspetti più importanti su cui è stato raggiunto un accordo è la questione dei confini (“hard border question”).

Mantenimento dello status attuale

Non vi saranno restrizioni ai movimenti e al commercio tra Irlanda e Irlanda del Nord, e quest’ultima non sarà in alcun modo separata dal resto del Regno Unito dopo la Brexit. Il Regno Unito intende mantenere un totale allineamento con il mercato unico europeo e con le norme sull’unione doganale che forniscono supporto alla cooperazione tra nord e sud, all’economia dell’intera isola britannica, nonché la protezione dell’accordo di Belfast (detto anche “accordo del venerdì santo” – Good Friday Agreement).

Nonostante qualche piccola ambiguità presente nella formulazione testuale delle norme, verosimilmente tutte le leggi che disciplinano il mercato unico europeo e l’unione doganale possono essere considerate di supporto per l’economia dell’Irlanda e per la cooperazione tra nord e sud. Ciò riduce sostanzialmente il rischio di divergenze normative tra il Regno Unito e l’Irlanda. Alla luce dell’accordo raggiunto l’8 dicembre, è difficile che il Regno Unito possa decidere per conto proprio su questioni quali l’ambiente, normativa dei prodotti e dei generi alimentari quando ha l’obbligo di rimanere allineato con l’Irlanda e l’Irlanda del Nord.

L’assenza di divergenze da un punto di vista normativo va a vantaggio delle imprese Irlandesi e dell’Irlanda del Nord e garantisce maggiori certezze per gli accordi futuri, soprattutto per quelle imprese che operano a livello transfrontaliero, nonché garantisce libero accesso al mercato del Regno Unito. Quest’ultimo aspetto, in particolare, è di fondamentale importanza per il vasto numero di agricoltori e produttori agroalimentari che si trovano da una parte e dall’altra del confine. Altra buona notizia, soprattutto per coloro che attraversano il confine ogni giorno per recarsi al lavoro, è il mantenimento della Common Travel Area tra Irlanda e Regno Unito.

E’ molto probabile che lo status del Regno Unito sarà in gran parte allineato con quello di altri Paesi membri dello Spazio Economico Europeo che non fanno parte dell’Unione Europea, come la Norvegia o la Svizzera. Norvegia e Svizzera non sono infatti direttamente soggette alla giurisdizione della Corte di Giustizia Europea e mantengono una certa autonomia, anche se limitata, su questioni in materia di mercato unico; tuttavia, uno svantaggio derivante da tale posizione consiste nel fatto che tali paesi sono in gran parte assoggettati alla normativa europea sul mercato unico senza avere parola sul contenuto di tali norme.

Quale sarà il prossimo step

A seguito dell’approvazione dell’accordo da parte del Consiglio Europeo, l’Unione Europea e il Regno Unito possono passare alla seconda fase di negoziati al fine di concludere un accordo che governi tutti gli aspetti relativi alle future relazioni tra Regno Unito e Unione Europea. Oggetto principale di tali negoziati sarà un accordo di libero scambio tra le due parti (EU-UK Free Trade Agreement).

L’assenza di un accordo di questo tipo comporterebbe dazi piuttosto elevati per il trasferimento delle merci tra Regno Unito e Stati membri dell’Unione Europea. Ad esempio, la media dei dazi sull’importazione di beni da Paesi terzi nell’Unione Europea nel corso del 2017 è stata: 35% sui prodotti lattiero caseari, 25% su zucchero e prodotti di pasticceria e 20% su bibite e tabacco. Il costo per l’importazione e l’esportazione di prodotti con tali tariffe è chiaramente svantaggioso per l’economia del Regno Unito e i suoi partner commerciali, dati anche gli attuali livelli di commercio.

Tuttavia, la negoziazione di accordi di libero scambio globali è sempre piuttosto complessa. Vale la pena evidenziare che l’accordo economico e commerciale globale tra Unione Europea e Canada è entrato in vigore a settembre dello scorso anno, nonostante i negoziati siano iniziati nel 2009.

 

 

 

 

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Coniugi sposati da 18 anni rischiano la separazione: il Governo inglese decide che lui deve ritornare in America

Due coniugi sposati da ormai 18 anni rischiano di essere separati dopo una decisione del Governo inglese con la quale è stato stabilito che lui deve tornare in America.

Collette Murwin e il marito Clayton, entrambi residenti a Liscard, Wallasey, sono infatti stati informati che Clayton non soddisfa i criteri per rimanere nel Regno Unito.

La coppia di coniugi ha vissuto nel Regno Unito dal 2000 al 2003 e si è successivamente trasferita in America per 13 anni in quanto Clayton doveva prendersi cura della madre anziana.

Successivamente, nel 2016, la coppia è nuovamente tornata nel Regno Unito. Dopo sei mesi dal rientro nel Regno Unito, alla scadenza del visto, Clayton ha presentato domanda per rimanere nel Paese.

Questa settimana Clayton ha ricevuto la notizia che la sua domanda è stata rifiutata con decisione inappellabile.

Clayton, pertanto, di fatto rischia l’espulsione e la moglie Collette teme che il risultato possa essere quello di non vedere più il marito.

La signora Collette ha poi aggiunto: “mai avremmo pensato che ci sarebbero stati dei problemi in quanto mio marito aveva già ottenuto il diritto a rimanere nel Regno Unito e possiamo tranquillamente dimostrare il nostro legame familiare: siamo sposati da ben 18 anni! Apparentemente, però, non presentiamo i requisiti per ottenere un visto come famiglia”.

“Siamo davvero distrutti. Non riusciamo a dormire, né a mangiare e ho iniziato a soffrire di attacchi d’ansia perché temo di rientrare dal lavoro un giorno e scoprire che mio marito non è più a casa”.

Collette ha spiegato che i suoi 5 figli considerano Clayton loro padre e uno dei suoi 7 nipoti un giorno le ha chiesto perché il nonno dovrà andarsene.

Ha poi aggiunto: “Clayton non ha più alcun legame con l’America. Sua madre è deceduta ad agosto; la sua vita ormai è qui con la sua famiglia. Quello che vogliamo è solamente rimanere assieme. Non chiediamo alcun benefit, se questo è il problema e non necessitiamo di alcuna assistenza. Mio marito è un lavoratore con esperienza e non ha mai pesato sul paese”.

La controversa decisione del Governo è definitiva, pertanto i coniugi non potranno proporre appello. L’unica opzione a loro disposizione è quella di chiedere di sottoporre tale decisione a controllo di legittimità, anche se il costo per intraprendere tale strada ammonta a 4000 sterline.

In seguito a tale controllo il giudice potrebbe dare ai coniugi il diritto di appello contro tale decisione, ma ciò non toglie che la domanda di Clayton potrebbe comunque essere respinta. E nel frattempo, se Clayton non lascia il paese verrà espulso dal Regno Unito e gli sarà vietato di farvi nuovamente ingresso per i prossimi 10 anni.

Collette non ha nemmeno la possibilita’ di andare negli Stati Uniti con lui in quanto, non avendo fatto ritorno in America entro l’anno, la sua green card è scaduta e probabilmente non verrà rinnovata.

Collette non può capacitarsi della decisione del Governo inglese: “Clayton è mio compagno di vita, ciò non ha alcun significato per il Governo? Come possiamo pensare di ridurre la nostra vita di coppia a semplici chiamate su Skype? Ho già provato l’esperienza di vivere lontano dalle persone che amo quando eravamo in America e non ero felice, questo è il motivo per cui siamo tornati. Chiedo semplicemente di potermi godere i nipoti, assieme a mio marito”.

Nella lettera dell’ufficio per i visti e l’immigrazione del Regno Unito c’è scritto quanto segue: “UK Visas and Immigration ha rifiutato la tua domanda in quanto non riteniamo vi siano i presupposti per l’applicazione dei criteri previsti dal “Ex1” o che vi siano particolari difficoltà o impedimenti per lei o sua moglie nel continuare la vostra vita fuori dal Regno Unito. Siamo certi che non sarete d’accordo con la presente decisione”.

Contro il provvedimento è già stata lanciata una petizione e familiari e amici della coppia hanno avviato una raccolta fondi per aiutare Clayton e Collette a richiedere una revisione giudiziale di tale provvedimento.

Lucia Zeleznik
Avvocato
Registered European Lawyer in London

lucia.zeleznik@ascheri.co.uk

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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Accordo Regno Unito – Commissione Europea in materia di diritti dei cittadini europei

L’8 dicembre scorso il Regno Unito e la Commissione Europea hanno raggiunto un accordo su quelli che saranno i diritti dei cittadini europei prima e soprattutto dopo la formale uscita del Regno Unito dall’Unione Europea, che avverrà il 29 marzo 2019.

Il Regno Unito ha da subito evidenziato come tale accordo tuteli i diritti dei cittadini europei e delle loro famiglie che vivono nel Regno Unito anche dopo l’uscita del Paese dall’Unione Europea, garantendo il diritto di questi ultimi di rimanere nell’isola britannica anche dopo il 29 marzo 2019.

Il Governo inglese ha comunicato che non vi saranno modifiche allo status acquisito dai cittadini europei che attualmente vivono in UK, almeno finche’ il Regno Unito rimane nell’Unione Europea. Inoltre, i cittadini europei che attualmente vivono nel Regno Unito avranno il diritto di rimanere anche dopo l’uscita dall’Unione Europea. È stato inoltre garantito che, una volta formalizzata l’uscita, vi sarà un lasso di tempo molto ampio in cui, coloro che vogliono rimanere, potranno richiedere l’acquisizione di un nuovo status di residente.

Di seguito il contenuto dell’accordo tra Regno Unito e Commissione Europea in materia di diritti dei cittadini UE e famiglia:

  • Coloro che arrivano nel Regno Unito prima del 29 marzo 2019 e, a quella data, avranno vissuto nel Regno Unito legalmente e continuativamente per un periodo di 5 anni, potranno richiedere il rilascio del cosiddetto “settled status” entro due anni. Chi otterrà detto status potrà continuare a vivere nel Regno Unito, avrà accesso ai fondi pubblici e ai servizi statali e potrà richiedere la cittadinanza inglese;
  • Coloro che arrivano nel Regno Unito prima del 29 marzo 2019, ma a tale data non avranno maturato i 5 anni di residenza necessari per richiedere il settled status, potranno presentare richiesta per rimanere nel Paese finche’ non avranno raggiunto i 5 anni di residenza (cosiddetto “temporary residency permit”). Passato detto periodo, potranno richiedere il rilascio del settled status;
  • I familiari che vivono in UK o raggiungono un loro parente che è cittadino europeo entro il 29 marzo 2019 potranno richiedere il rilascio del cosiddetto settled status dopo 5 anni di residenza in UK. I bambini nati dopo il 29 marzo 2019 avranno diritto a rimanere se i genitori hanno ottenuto tale diritto;
  • I parenti stretti (coniuge, partner, figli a carico e nipoti) potranno raggiungere i cittadini europei anche dopo la data di uscita dall’Unione Europea, a condizione che la relazione di parentela sia sorta prima del 29 marzo 2019 e continui a sussistere alla data in cui il soggetto vuole raggiungere il familiare nel Regno Unito;
  • I cittadini europei che hanno ottenuto il cosiddetto “settled status” oppure un permesso di soggiorno temporaneo, continueranno ad avere accesso alla sanità pubblica, al sistema pensionistico e agli altri benefits;

ESEMPI PRATICI:

  • Adriana è greca e al 29 marzo 2019 avrà maturato 10 anni di residenza in UK. Avrà il diritto di vivere e lavorare nel Regno Unito fino al 29 marzo 2019, data di uscita del Regno Unito dall’Unione Europea. Siccome Adriana vive nel Regno Unito da più di 5 anni ha diritto ad ottenere il cosiddetto settled status. Ciò significa che potrà richiedere il rilascio del nuovo status non appena verrà attivata la nuova procedura. Tuttavia, vi sono 2 anni di tempo a partire dal 29 marzo 2019 per ottenere detto status, e cioè entro il 29 marzo 2021.
  • Christophe è un professore francese arrivato in UK da poco. Alla data di uscita dall’Unione Europea, questi avrà maturato in UK 4 anni di residenza. Dopo il 29 marzo 2019, Christophe avrà ancora il diritto di vivere e lavorare in UK fino al 29 marzo 2021 senza presentare alcuna domanda. Non appena maturati i 5 anni di residenza, dovrà presentare domanda per richiedere il settled status.
  • Lukas è cittadino austriaco ed è arrivato in UK prima del 29 marzo 2019. Alla data di uscita avrà maturato 2 anni di residenza. Per i due anni successivi al 29 marzo 2019 Lukas avrà diritto di continuare a vivere e lavorare in UK senza alcun permesso. Tuttavia, se vuole rimanere nel Regno Unito dopo il 29 marzo 2021, dovrà richiedere all’Home Office il rilascio di un permesso di residenza temporaneo che gli consentirà di continuare a vivere e lavorare in UK fino al raggiungimento dei 5 anni necessari per richiedere il settled status.
  • Audra e Ignas si sono trasferiti in UK dalla Lituania nel 2015. Sono sposati e il loro primo figlio nascerà nel 2018. Nei due anni successivi all’uscita, Audra e Ignas potranno rimanere in UK senza permesso. Nel 2020, una volta raggiunti i 5 anni di residenza, potranno richiedere il settled status che consentirà loro di rimanere in UK a tempo indeterminato. Una volta nato loro figlio, e a condizione che entrambi abbiano ottenuto il settled status, potranno richiederlo anche per quest’ultimo.

Il governo inglese ha quindi previsto che tutti i cittadini Europei e rispettivi familiari che desiderano rimanere nel Regno Unito dovranno presentare domanda all’Home Office al fine di ottenere il nuovo “settled status” tramite un nuovo procedimento che verrà introdotto a breve.

Come specificato più volte dal Governo, tale nuovo procedimento (la cosiddetta “settled status application”) sarà completamente diverso dal procedimento attualmente utilizzato per ottenere un certificato europeo di residenza permanente. Al soggetto verrà richiesto di presentare un documento di identificazione personale ed una recente fotografia che ne confermi l’identità. Sarà inoltre richiesto allo stesso di dichiarare l’esistenza di eventuali condanne o procedimenti in corso. Il governo tuttavia rassicura che il costo della procedura non sarà superiore al costo per ottenere il rilascio del passaporto inglese.

Coloro che hanno già ottenuto un certificato di residenza permanente dovranno comunque richiedere il rilascio del cosiddetto settled status anche se, (così assicura il Governo), vi sarà un procedimento ulteriormente semplificato e gratuito.

Coloro che hanno invece acquisito il cosiddetto “indefinite leave to remain status” lo manterranno anche dopo l’uscita del Regno Unito dall’Unione Europea, senza la necessita’ di presentare domanda. Tuttavia, per coloro i quali, pur essendo in possesso del predetto status, desiderassero ottenere un documento aggiornato potranno richiedere il “biometric residence permit”.

Da ultimo, i cittadini europei che arriveranno nel Regno Unito dopo il 29 marzo 2019 potranno rimanervi e lavorare o studiare per un periodo di circa due anni. Dopo detto periodo, si applicheranno le norme in vigore a quel tempo.

Lucia Zeleznik
Avvocato
Registered European Lawyer in London

lucia.zeleznik@ascheri.co.uk

 

 

 

 

 

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Regno Unito: la sfida del limite di 180 giorni di assenza per gli immigranti extracomunitari della categoria “Tier 1”

L’ostacolo che più frequentemente dissuade imprenditori e uomini d’affari dal richiedere un permesso per entrare o rimanere nel Regno Unito è costituito dal breve limite di tempo che questi ultimi possono trascorrere al di fuori dal paese nel corso del cosiddetto “qualifying period” necessario ad ottenere tale permesso. Il limite di tempo che può essere trascorso fuori dal Regno Unito è pari a 180 giorni.

L’Inghilterra prevede un sistema a punti per controllare l’ingresso degli stranieri non comunitari nel Regno Unito, il cosiddetto “Five Tier Visa System”. Sono infatti previste cinque categorie di visti, ciascuno indirizzato a una diversa categoria di soggetti.

In base a quanto previsto dalle categorie di visto “Tier 1”e Tier 2”, i cittadini extracomunitari che vogliono acquisire il diritto di residenza permanente nel Regno Unito devono dimostrare di avere soggiornato legalmente nel paese per periodi continuativi, e di non essere usciti dal Regno Unito per più di 180 giorni nell’arco dei 12 mesi calendaristici.

La categoria Tier 2 fa riferimento ai lavoratori extracomunitari qualificati che hanno ricevuto un’offerta di lavoro nel Regno Unito e che hanno ottenuto uno sponsor da un datore di lavoro nel Regno Unito. Per tale categoria di soggetti (sponsored workers) tale limite massimo di assenza dal Paese non costituisce un problema, mentre gli imprenditori e gli investitori extracomunitari che richiedono il rilascio del visto della categoria Tier 1 potrebbero trovare tale limite piuttosto restrittivo. Inoltre, le motivazioni per cui il soggetto trascorre detto periodo di tempo al di fuori del Regno Unito (siano esse motivazioni di lavoro, svago, o qualsiasi altro motivo) non vengono tenute in considerazione.

Per quanto riguarda la categoria di soggetti prevista dal “Tier 1 Investor”, e cioè gli investitori non comunitari, questi ultimi, al fine di ottenere un permesso di soggiorno permanente nel Regno Unito, devono trascorrere nel Paese almeno:

  • 2 anni, se il soggetto ha investito 10 milioni di sterline nel Regno Unito;
  • 3 anni, se il soggetto ha investito 5 milioni di sterline, e
  • 5 anni, se il soggetto ha investito 2 milioni di sterline.

Gli imprenditori, cui fa riferimento la categoria “Tier 1”, possono ottenere lo status di residente permanente dopo aver vissuto continuativamente nel Regno Unito per 5 anni. A determinate condizioni, il soggetto imprenditore può ottenere tale status dopo soli tre anni di residenza continuativa nel Regno Unito. Ciò è possibile quando l’imprenditore:

  • Ha creato almeno 10 nuove opportunità occupazionali nei primi 3 anni, oppure
  • Ha creato un business il cui fatturato è di almeno 5 milioni di sterline, oppure
  • Ha rilevato o ha investito in una attività già esistente nel Regno Unito e tale intervento ha determinato un netto incremento del fatturato (di almeno 5 milioni di sterline).

Indipendentemente da quale sia il metodo utilizzato, il soggetto che vuole ottenere il rilascio di un permesso di soggiorno permanente nel Regno Unito può trascorrere al di fuori del Paese al massimo 180 giorni all’anno.

Point Based System: disciplina delle persone a carico

I recenti emendamenti apportati alle norme sull’immigrazione hanno modificato i requisiti di residenza per il partner o le persone a carico del soggetto imprenditore, di colui che ha investito nel Regno Unito o del lavoratore. Nel 2016, alla definizione di “residenza continuativa” della persona a carico è stato aggiunto il tetto massimo dei 180 giorni. Le modifiche annunciate il 7 dicembre scorso hanno introdotto il limite massimo dei 180 giorni di assenza dal Regno Unito nella valutazione della residenza del richiedente principale e delle persone a suo carico. Tale modifica verrà introdotta per tutte le domande presentate a partire dall’11 gennaio 2018. I giorni di assenza precedenti a tale data non verranno invece presi in considerazione.

Tali modifiche non riguarderanno le persone a carico che hanno già prorogato il loro permesso di soggiorno e stanno per ottenere la residenza permanente senza bisogno di prorogare nuovamente il loro permesso di soggiorno.

Gli operatori del settore ritengono che l’imposizione del tetto massimo dei 180 giorni di assenza dal Regno Unito sia stato introdotto per far fronte al crescente numero di soggetti che tentavano di trarre vantaggio da tale vuoto di normativa, che di fatto consentiva a soggetti che si trovavano nel Regno Unito in qualità di persone a carico di un altro soggetto di presentare domanda come richiedenti principali. I rispettivi partners erano pertanto in grado di continuare le loro attività al di fuori del Regno Unito e, allo stesso tempo, di qualificarsi per ottenere un permesso di soggiorno permanente. A partire dall’11 gennaio 2018, pertanto, ciò non sarà più possibile.

Guido Ascheri
Ragioniere commercialista e Chartered Accountant in Londra
info@ascheri.co.uk

 

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Brexit: conseguenze e possibili scenari politici e finanziari

14/09/2017 – ore 10:00
Unindustria Reggio Emilia
Via Toschi 30/a
42121 Reggio Emilia

Brexit è il processo che porterà il Regno Unito ad abbandonare l’Unione Europea, risultato del Referendum del 23 giugno 2016 e attualmente oggetto di complesse trattative.

Le principali incognite al momento riguardano la tutela dei diritti dei cittadini europei che vivono e lavorano nel Regno Unito e, in particolare per le imprese, la libertà di circolazione delle merci e dei capitali anche sul confine tra le due Irlande.

Londra, indipendentemente dall’uscita o meno dalla Comunità Europea, rimane una piazza finanziaria di primario livello mondiale e l’intero Regno Unito è il crocevia per lo sviluppo delle imprese.

Al fine di approfondire queste tematiche e di valutare le migliori strategie per l’internazionalizzazione delle Associate negli UK, alla luce di queste importanti novità – ancora per altro in fase di definizione – Unindustria Reggio Emilia, in collaborazione con professionisti dello Studio Ascheri & Partners di Londra (network interprofessionale che raggruppa collaboratori in diverse categorie e Paesi della UE), ha deciso di organizzare il workshop di approfondimento e confronto “Brexit: conseguenze e possibili scenari politici e finanziari”.

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Brexit: conseguenze e possibili scenari politici e finanziari

14/09/2017 – ore 10:00
Unindustria Reggio Emilia
Via Toschi 30/a
42121 Reggio Emilia

Brexit è il processo che porterà il Regno Unito ad abbandonare l’Unione Europea, risultato del Referendum del 23 giugno 2016 e attualmente oggetto di complesse trattative.

Le principali incognite al momento riguardano la tutela dei diritti dei cittadini europei che vivono e lavorano nel Regno Unito e, in particolare per le imprese, la libertà di circolazione delle merci e dei capitali anche sul confine tra le due Irlande.

Londra, indipendentemente dall’uscita o meno dalla Comunità Europea, rimane una piazza finanziaria di primario livello mondiale e l’intero Regno Unito è il crocevia per lo sviluppo delle imprese.

Al fine di approfondire queste tematiche e di valutare le migliori strategie per l’internazionalizzazione delle Associate negli UK, alla luce di queste importanti novità – ancora per altro in fase di definizione – Unindustria Reggio Emilia, in collaborazione con professionisti dello Studio Ascheri & Partners di Londra (network interprofessionale che raggruppa collaboratori in diverse categorie e Paesi della UE), ha deciso di organizzare il workshop di approfondimento e confronto “Brexit: conseguenze e possibili scenari politici e finanziari”.

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Regno Unito, Corte Suprema: parrucchiera intenta causa al Governo per fermare il Brexit

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Una parrucchiera, un gestore di fondi ed una manciata di altri cittadini hanno intentato una causa nanti la Suprema Corte del Regno Unito. I ricorrenti chiedono alla Suprema Corte di stabilire che l’attivazione della procedura di cui all’art. 50 del Trattato di Lisbona spetta al Parlamento e non al Governo: in mancanza di voto favorevole del Parlamento alla ratifica dei risultati del Referendum il Governo non puo’ attivare la procedura di uscita dall’Unione Europea.

Il caso è di importanza capitale in quanto regola un percorso legale che potrebbe consentire alla Camera dei Comuni di ignorare il risultato del referendum per l’uscita del Regno Unito dall’Unione Europea.

Questo sarà uno dei più importanti casi di legge costituzionale che sia mai stato deciso. La Gran Bretagna, a differenza di molti altri Stati, non ha una costituzione scritta, ci si basa su di un cumulo di leggi, costumi e decisioni giudiziarie che risalgono a secoli addietro.

La corte prende questo contenzioso molto seriamente e si muoverà rapidamente, questo è quanto ha affermato un giudice nel corso dell’udienza preliminare del 19 luglio scorso.

Il giudice ha aggiunto che la questione è “di tale rilevanza costituzionale”, da imporre alla Corte Suprema di agire e decidere rapidamente.

Il primo ministro Theresa May è sotto pressione: gli si chiede di procedere con una attivazione della procedura di cui all’ articolo 50 senza mettere la ratifica dei risultati del Referendum ai voti della Camera dei Comuni. Questo in quanto oltre il 70% dei parlamentari è dichiaratamente contrario al Brexit.

Tra l’altro un giudice dell’Alta Corte può imprigionare un ministro per non aver obbedito alla legge o alla decisione della Corte.

Se i deputati votano contro la ratifica dei risultati del Referendum il caso potrebbe essere impugnato per giungere sino alla Corte di Giustizia Europea.

Le scommesse sono aperte!

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Brexit ‘potrebbe essere ritardata fino alla fine del 2019

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I dipartimenti di Whitehall non sono pronti ad attivare la procedura dell’articolo 50

Il governo aveva precedentemente affermato che la procedura di cui all’articolo 50 sarebbe stata attivata entro la fine dell’anno 2016.

Secondo quanto si dice i ministri sono impegnati in discussioni sulla necessità di ritardare la procedura prevista dall’articolo 50, il processo formale di lasciare l’Unione Europea potrebbe essere ritardato fino alla fine del 2019 e vedere la Gran Bretagna come membro effettivo dell’Unione sino a quella data.

Secondo fonti ben informate della City di Londra, Theresa May, che vorrebbe innescare il processo di due anni di lasciare l’Unione europea nei primi mesi del 2017, potrebbe soprassedere perché il suo nuovo Brexit ed i dipartimenti commerciali internazionali non sono pronti.

Le elezioni nel continente, comprese quelle in Francia e Germania, consigliano di ritardare l’attivazione dell’articolo 50 del trattato Lisbona.

Alcuni ministri pensano la procedura potrebbe essere attivata  nell’autunno 2017, ma una fonte vicina a due ministri di alto livello ha detto che non hanno neppure le infrastrutture per assumere le persone di cui avranno bisogno: i nuovi dipartimenti di Whitehall deputati a gestire i negoziati Brexit partono da zero.

Non conoscono nemmeno le domande giuste da porre quando finalmente comincerà la contrattazione con l’Europa.

Un portavoce di Downing Street ha detto: “Il Primo Ministro è stato chiaro che una priorità assoluta per questo governo è quello di attuare la decisione del popolo britannico di lasciare l’UE e costruire il successo di Brexit. Il Primo Ministro ha esposto la posizione del governo sull’articolo 50 e ha istituito un nuovo dipartimento dedicato a portare avanti i negoziati.

C’è chi ipotizza che l’ultima cosa che il premier vorrebbe è ritardare l’attivazione del Brexit in quanto teme per la sua rielezione.

Ms May in precedenza ha precisato che lei non farebbe scattare l’articolo 50 alla fine di quest’anno e ha detto che non avvierebbe formalmente il processo di lasciare l’Unione Europea fino a quando non è definito un coerente approccio “UK” per le trattative.

Una volta che il processo è innescato i negoziati devono essere conclusi entro un periodo di due anni e una richiesta di estendere l’accordo richiede la ratifica degli altri 27 Stati membri dell’UE.

“Brexit means Brexit” affermazione emozionale ad effetto. Sta bene ma si comincia a realizzare che la strada dell’uscita dalla Unione Europea è lunga, tortuosa e piena di ostacoli: assomiglia sempre di più ad un tunnel buio di cui non si vede l’inizio e neppure la fine.

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Speciale Brexit: oggi ne parliamo

KEEP-CALM-RED-TIN-SIGN-WEB_large__61819.1291468243.1280.1280Il referendum ha dato un risultato inaspettato da tutti e ha trovato tutti impreparati.

I nuovi protagonisti della scena politica e mediatica scrivono e dicono tutto ed il contrario di tutto.

L’importante è apparire.

Ovviamente le discussioni si basano su aspetti superficiali ed inesatti.

Cominciamo con il più semplice: il Regno Unito non è il primo paese che vorrebbe – condizionale d’obbligo – uscire dalla Unione.

La Groenlandia fece parte della Comunità Economica Europea, come territorio danese, dal 1973 fino al 1985, quando decise di uscirne con referendum.

Paese esteso tre volte l’Australia, pochi abitanti ma grandi giacimenti di uranio – e non è poco.

Vediamo ora, restando distaccati dalle polemiche e dagli aspetti prettamente politici, quali sono le azioni che il Regno Unito deve compiere per uscire effettivamente dalla Unione.

In base alla legislazione inglese il referendum ha valore consultivo per il governo che non è obbligato a ratificarlo.

L’attuale parlamento è composto per oltre il 70% di parlamentari contrari alla uscita dalla Unione.

La Scozia ha votato a favore del “Remain” ed intende porre il veto alla uscita o, in alternativa, chiedere un secondo referendum per uscire dal Regno Unito e restare nella Unione.

L’Irlanda del Nord ha votato a favore del Remain ed ipotizza un referendum per riunificarsi con la Repubblica Irlandese.

I cittadini hanno presentato una petizione al governo per ottenere un secondo referendum che preveda anche una maggioranza qualificata di votanti e voti affinché sia valido. In pochi giorni sono stati superati i quattro milioni di firme. Alcuni parlamentari hanno dichiarato espressamente che è necessario un secondo referendum.

David Cameron si è dimesso con effetto dal prossimo ottobre, giusto per far calmare le acque, ma non ha alcuna intenzione di far convalidare il referendum.

I suoi possibili e probabili successori George Osborne, contrario alla uscita, e Boris Johnson, favorevole, si stanno allineando sulla posizione di non ratifica.

I laburisti chiedono elezioni anticipate ma non sono d’accordo con gli attuali dirigenti che considerano incapaci di vincere le eventuali elezioni generali.

Se si dovessero tenere elezioni anticipate, oltre a vincere le elezioni, sarebbe necessario che la maggioranza degli eletti fosse favorevole all’uscita; ipotesi molto improbabile.

Quindi anche con le eventuali elezioni anticipate si ritorna al punto di partenza.

Veniamo alla procedura che riguarda sia la ratifica dei risultati del referendum sia la notifica della decisione di uscire dalla Unione al Consiglio d’Europa.

Il Referendum, ricordiamo, ha carattere consultivo e non obbliga il Parlamento ad indire una sessione per la sua ratifica. Alla data odierna il Governo non intende assolutamente attivare la procedura di ratifica.

Nel caso in cui un futuro governo cambi opinione il referendum potrà essere ratificato o meno dal Parlamento.

Nell’ipotesi di ratifica il Governo deve notificare la decisone al Consiglio Europeo: non e’ previsto alcun termine, perentorio o ordinatorio, per effettuare questa notifica.

Quindi tutto può restare lettera morta.

Ammettiamo che il Parlamento ratifichi e che il Governo notifichi la decisione di uscire dalla Unione.

Non esamineremo ora la procedura di uscita; quello che importa è che i “Leave”, vorrebbero uscire dalla Unione ma restare nel Mercato Comune con accordi mutuati da quelli vigenti con la Norvegia o con la Svizzera.

Questo significherebbe il mantenimento della libera circolazione di merci, persone e capitali.

Il Regno Unito avrebbe tutti i costi per mantenere le regole europee ma cesserebbe di poter intervenire in sede legislativa in quanto non più rappresentato nel Parlamento europeo: un vero autogoal.

Ultim’ora: la regina Elizabeth non vuole che si esca dalla Unione, sa benissimo che sarebbe la fine del Regno Unito.

Lasciamo che il tempo faccia il suo corso: “keep calm and carry on”, ignoriamo gli inutili ed intempestivi allarmismi.

Guido Ascheri

Ragioniere commercialista e Chartered Accountant in Londra

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