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Bonus fino a 500 mila Euro per chi si quota in borsa

Il neo-insediato Presidente Consob, dott. Mario Nava, nel suo primo incontro annuale con la comunità finanziaria ha affermato come «occorra ancora agevolare l’accesso delle imprese al mercato borsistico».

L’obiettivo è quello di incoraggiare «il ricorso a fonti di finanziamento complementari ed alternative al credito bancario», stimolando così l’apporto di capitale di rischio e, più in generale, una maggiore diversificazione della struttura finanziaria delle imprese.

Se si pensa all’enorme massa di liquidità presente oggi sul mercato, anche grazie allo strumento dei Pir (Piani individuali di risparmio), che convogliano parte del risparmio degli italiani verso le piccole e medie imprese, si comprende quanta attenzione richieda la facilitazione all’accesso al mercato, e quanta cultura finanziaria sia necessaria ai risparmiatori, per conoscere le opportunità ed i rischi di un investimento in borsa.

Nava ha infatti sottolineato come buona parte degli italiani necessiti di una maggior educazione finanziaria e che «una delle pre-condizioni alla base di un circolo virtuoso finanza- crescita-benessere finanziario individuale” è che i risparmiatori siano consapevoli delle loro attitudini e conoscenze», in modo da poter compiere scelte adeguate.

Argomento quest’ultimo particolarmente caro al dott. Nava, sul quale era intervenuto anche durante la presentazione a Bruxelles del libro «Banchieri», scritto dal Prof. Beppe Ghisolfi, da sempre in prima linea nella diffusione della cultura e della educazione finanziaria.

Se sul piano dell’educazione finanziaria degli italiani comincia a muoversi qualcosa di organizzato, promosso e fortemente voluto principalmente dall’Abi, dal punto di vista delle agevolazioni, il decreto ministeriale 23 aprile 2018, che attua l’art. 1, comma 89, della Legge di bilancio 2018, è stato pubblicato in Gazzetta Ufficiale n. 139 del 18 giugno 2018.

Si tratta di un provvedimento scritto di concerto tra il Ministero dello sviluppo economico (Mise) ed il Ministero dell’Economia e delle Finanze (Mef), con il quale viene introdotto un credito d’imposta del 50% dei costi di consulenza sostenuti dalle Pmi italiane nella fase che precede la quotazione su un mercato regolamentato o un sistema multilaterale di negoziazione di uno Stato membro dell’Unione Europea.

L’obiettivo è quello di agevolare l’accesso al mercato dei capitali e risolvere il problema del «nanismo industriale» che agisce da freno alla crescita del sistema paese.

Questo credito d’imposta rappresenta un incentivo rilevante alla quotazione, in quanto i costi di consulenza per un’Ipo (Offerta Pubblica Iniziale) sono piuttosto rilevanti, soprattutto per le Pmi.

La norma prevede che il credito d’imposta venga concesso alle società che avviano l’iter della quotazione a decorrere dal 1° gennaio 2018, e fino al 31 dicembre 2020, ed ottengano l’ammissione alla quotazione entro quest’ultima data. Nello specifico, potranno beneficiare dell’agevolazione le piccole e medie imprese come definite dalla raccomandazione 2003/361/CE della Commissione, che prevede il rispetto dei seguenti parametri:

– dipendenti medi annui compresi tra i 10 ed i 250;

– fatturato annuo compreso tra 2 e 50 milioni di euro o totale annuo di bilancio compreso tra 2 e 43 milioni di euro.

Nel calcolo dei parametri occorre valutare eventuali rapporti di controllo o collegamento societario. Il decreto attuativo contiene l’elenco dei costi che possono fruire del bonus quotazione. Si tratta di prestazioni e consulenze specifiche, che anche le grandi banche italiane sono già in grado di fornire. Da Bper a Mediolanum, da Ubi ad Intesa San Paolo, i principali player del credito hanno già organizzato forti squadre di professionisti dell’investment banking in grado di quotare le Pmi.

Tra i costi ammissibili al beneficio rientrano:- attività sostenute in vista dell’inizio del processo di quotazione e ad esso finalizzate, quali, tra gli altri, l’implementazione e l’adeguamento del sistema di controllo di gestione, l’assistenza dell’impresa nella redazione del piano industriale, il supporto all’impresa in tutte le fasi del percorso funzionale alla quotazione nel mercato di riferimento;
– attività fornite durante la fase di ammissione alla quotazione e finalizzate ad attestare l’idoneità della società all’ammissione medesima e alla successiva permanenza sul mercato;
– attività necessarie per collocare presso gli investitori le azioni oggetto di quotazione;
– attività finalizzate a supportare la società emittente nella revisione delle informazioni finanziarie storiche o prospettiche e nella conseguente preparazione di un report, ivi incluse quelle relative allo svolgimento della due diligence finanziaria;
– attività di assistenza della società emittente nella redazione del documento di ammissione e dei documenti utilizzati per il collocamento presso investitori qualificati o per la produzione di ricerche così come definite nell’articolo 3, comma 1, numeri 34 e 35 del Regolamento (UE) n. 596/2014;
– attività riguardanti le questioni legali, fiscali e contrattualistiche strettamente inerenti alla procedura di quotazione quali, tra gli altri, le attività relative alla definizione dell’offerta, la disamina del prospetto informativo o documento di ammissione o dei documenti utilizzati per il collocamento presso investitori qualificati, la due diligence legale o fiscale e gli aspetti legati al governo dell’impresa;
– attività di comunicazione necessarie a offrire la massima visibilità della società, a divulgare l’investment case, tramite interviste, comunicati stampa, eventi e presentazioni alla comunità finanziaria.

Le spese possono consistere in un importo pattuito in misura fissa oppure parzialmente proporzionata al successo dell’operazione di quotazione. L’effettività del sostenimento dei costi e l’ammissibilità degli stessi ai sensi del presente decreto devono risultare da apposita attestazione rilasciata dal presidente del collegio sindacale, oppure da un revisore legale iscritto nel registro dei revisori legali, o da un professionista iscritto nell’albo dei dottori commercialisti e degli esperti contabili.

Il credito d’imposta può essere riconosciuto, fino a un importo massimo di 500.000 euro, nella misura massima del 50% dei costi ammissibili complessivamente sostenuti a decorrere dal 1° gennaio 2018, fino alla data in cui si ottiene la quotazione e, comunque, entro il 31 dicembre 2020.

Esso viene riconosciuto a seguito di un’istanza da presentarsi a partire dal 1° ottobre dell’anno della quotazione e sino al 31 marzo dell’anno successivo.

Quanto alle modalità di utilizzo, il credito d’imposta è utilizzabile esclusivamente in compensazione, mediante il modello F24, ai sensi dell’art. 17 del D. Lgs. 241/97, a decorrere dal periodo d’imposta successivo a quello in cui è stata ottenuta la quotazione.

Non si applica il limite generale annuale di 700.000 euro per le compensazioni nel modello F24 (art. 34 della L. 388/2000), né il limite annuale di 250.000 euro per la compensazione dei crediti d’imposta derivanti da agevolazioni fiscali, da indicare nel quadro RU della dichiarazione dei redditi (art. 1, comma 53, L. 244/2007).

Il credito d’imposta deve essere indicato nella dichiarazione dei redditi relativa al periodo d’imposta di maturazione del credito e nelle dichiarazioni dei redditi relative ai periodi d’imposta successivi, fino a quello nel quale se ne conclude l’utilizzo.

Viene, inoltre, previsto che tale credito d’imposta non concorre alla formazione del reddito, ne’ della base imponibile Irap.

Luigi Gesaldi
Dottore Commercialista in Reggio Emilia
gesaldi@studiodilorenzo.it

Articolo tratto dalla rivista BancaFinanza del 30 luglio 2018, N.3

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Responsabilita’ amministratori: limiti alla Business Judgement Rule

La Corte di Cassazione con sentenza n.15470/2017 torna a pronunciarsi sui criteri da usare nella valutazione della sussistenza di responsabilità dell’amministratore di società di capitali: se l’alea economica è connaturata alla gestione-amministrazione di una società e quindi non può automaticamente discendere in capo agli amministratori una responsabilità per scelte gestionali rivelatesi infelici, è altrettanto vero che le scelte di gestione per quanto insindacabili (c.d. business judgement rule) devono comunque essere ragionevoli tenuto conto delle cautele, verifiche ed informazioni preventivamente acquisite dall’amministratore prima dell’operazione e che vengono considerate come cautele, verifiche ed informazioni normalmente richieste per quel tipo di operazione.

La fattispecie esaminata dalla Corte riguarda, nello specifico, il caso di un amministratore di un consorzio che aveva -tra l’altro- sottoscritto tre contratti qualificati -in virtù sia dell’oggetto negoziale che dei contraenti- come “arbitrari”, posto che nessuna prestazione era stata resa in favore del Consorzio che, tuttavia, ne aveva pagato l’intero corrispettivo già all’atto della sottoscrizione dei contratti.

L’amministratore, condannato secondo grado, ha impugnato la sentenza di appello osservando come la circostanza che le società contraenti fossero rimaste inadempienti ai tre contratti stipulati non potrebbe configurare per ciò solo una responsabilità in capo dell’amministratore, che sarebbe altrimenti chiamato a rispondere di tutte le scelte amministrative e gestionali che si rivelino, nel tempo, infelici. Peraltro, sottolinea l’amministratore, consentendo tale vaglio sulla discrezionalità delle scelte economiche, si consentirebbe un’ingerenza del giudice ex post e basata solo su presunzioni fondate sull’esito delle scelte.

È evidente, infatti, che se il risultato è negativo, la scelta di gestione è stata necessariamente sbagliata. Ma questo non significa automaticamente che vi sia una responsabilità di chi ha preso quella scelta gestoria.

L’assunto è condiviso anche dalla Corte di Cassazione che, tuttavia, precisa che, se resta fermo il principio già consolidato (Cassazione n.3652/1997 e Cassazione n.3409/2013) secondo il quale le scelte economiche inopportune non possono essere ex se fonte di responsabilità (potendo al massimo rilevare come giusta causa per la revoca dell’amministratore), è altrettanto vero che permane l’esigenza di vagliare la diligenza dell’amministratore nel prendere ed attuare quelle scelte (diligenza che, peraltro, adesso deve essere valutata non più alla stregua di quella richiesta al mandatario ex art.1710 c.c. ma di quella qualificata del professionista ex art. 1176, II comma c.c.).

Tale esame potrà essere condotto verificando se l’amministratore ha posto o meno in essere le cautele, verifiche e informazioni preventive che sono normalmente e tipicamente richieste per quel tipo di operazione, e se, quindi, sono stati preventivamente valutati i margini di rischio connaturati all’operazione.

È evidente che la valutazione sul rispetto di tali cautele è squisitamente di merito, non potendosi in alcun modo prescindere dall’esame delle risultanze concrete emerse nel processo.

Nel caso esaminato dalla Cassazione, ad esempio, sarebbe emersa una evidente arbitrarietà nella scelta gestoria, da valutarsi con riferimento sia all’oggetto del contratto (che in alcuni casi non si sarebbe realizzato) sia alla scelta delle controparti contrattuali, del tutto prive dei requisiti di professionalità. Ad incrementare gli indici di anomalia dell’operazione, vi è poi la condotta del Consorzio committente che ha immediatamente eseguito l’integrale ingente pagamento del corrispettivo alla sottoscrizione del contratto, scelta sicuramente poco prudente oltre che non consuetudinaria negli usi commerciali.

Alla luce di ciò, il principio di diritto affermato dalla Corte è il seguente “in tema di responsabilità dell’amministratore di una società di capitali (nella specie, per azioni) per i danni cagionati alla società amministrata, l’insindacabilità del merito delle sue scelte di gestione (c.d. business judgement rule) trova un limite nella valutazione di ragionevolezza delle stesse, da compiersi sia ex ante, secondo i parametri della diligenza del mandatario, alla luce dell’art.2392 cod. civ. (nel testo applicabile ratione temporis) sia tenendo conto della mancata adozione delle cautele, delle verifiche e delle informazioni preventive, normalmente richieste per una scelta di quel tipo e della diligenza mostrata nell’apprezzare i margini di rischio connessi all’operazione da intraprendere”.

Una applicazione concreta di questo principio è contenuta nel decreto emesso in data 08/01/2018 dal Tribunale di Bologna Sezione Specializzata in Materia di Impresa (reperibile su www.giuraemilia.it), emesso a seguito di reclamo avverso provvedimento di sequestro conservativo dei beni degli amministratori di una società ottenuto dalla curatela. In particolare agli amministratori, che rivestivano la carica sia nella società controllante che in quelle controllate -debitrici della società madre, è stata contestata una politica dissennata ed imprudente consistente, tra l’altro, nell’aver permesso che la capogruppo:

-elargisse finanziamenti indiretti ed infruttiferi alle controllate,

-concedesse una fideiussione a garanzia dei finanziamenti erogati dagli istituti di credito alle controllate;

il tutto senza aderire ad un preciso e ponderato piano di sviluppo, senza che vi fosse un ritorno economico in capo alla controllante neppure in termini di aumento del valore della partecipazione, e per un periodo di tempo inaccettabilmente protratto.

Il Tribunale, richiamati anche i precedenti di merito, ribadisce che i risultati negativi della gestione non determinano ex se una responsabilità in capo agli amministratori posto che le scelte imprenditoriali comportano intrinsecamente una valutazione di opportunità e convenienza che è di natura discrezionale. Ma da tale “ombrello” di impunità restano fuori le iniziative avventate, l’omissione di cautele procedurali e/o verifiche tipicamente richieste per il tipo di operazione, che nel caso di specie il Tribunale ha ritenuto integrati nelle condotte sopra specificate tenute dagli amministratori.

Elisa di Gangi
Avvocato in Bologna
elisadigangi@gmail.com

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PMI: linee operative per il commercio on-line

Nella attuale economia la vendita on line di prodotti è sempre più una grande opportunità per tutte le aziende. A volte queste, in ragione di impegni assunti con partner commerciali avente sede in altre nazioni comunitarie, si trovano a dover affrontare scelte strategiche, quali ad esempio vendere il proprio prodotto, tramite il proprio shop on-line, esclusivamente a clienti avente sede legale in Italia. Un accordo di tal fatta, in linea generale, nella normativa comunitaria viene definito “accordo verticale”1.

Tale limitazione alla libertà di vendita, in generale, viene considerata dalla normativa comunitaria di particolare gravità in quanto in contrasto con quanto disposto dall’art. 101 Trattato UE, e si trova inserita nella cosiddetta black-list di operazioni gravemente lesive della libera concorrenza, di cui all’art. 4, Reg. UE 330/10.

Per gli “accordi verticali” fra aziende si applica l’esenzione disposta dall’art. 22 del citato Regolamento, combinata con quanto previsto dall’art. 43, salvo nel caso di specie, trattandosi di limitazione per la quale non è prevista eccezione.

Occorre, peraltro, una ulteriore considerazione.

La normativa esaminata si applica a comportamenti suscettibili di pregiudicare in maniera sensibile il commercio fra Stati; pertanto, laddove non sia riscontrato un pregiudizio sensibile agli scambi intracomunitari detta normativa e le conseguenti sanzioni non potranno essere applicate.

Per la valutazione sulla sussistenza o meno del “pregiudizio sensibile” ovvero “al commercio fra Stati” sarà necessario valutare con “un grado di probabilità adeguato, in base ad un complesso di fattori obiettivi, di fatto o di diritto, che l’accordo o la pratica possano avere un’influenza, diretta o indiretta, attuale o potenziale, sulle correnti degli scambi fra paesi dell’UE.”4. Nel medesimo documento prosegue: “Nella sua comunicazione relativa agli accordi di importanza minore, la Commissione ha affermato che gli accordi fra piccole e medie imprese, raramente influenzano sensibilmente il commercio tra paesi dell’UE”, indicando una esclusione per le operazioni che non superino “La soglia di fatturato di 40 milioni di euro”.

Anche gli orientamenti successivi hanno confermato l’esistenza di un limite minimo entro il quale non possano applicarsi gli artt. 101 e 102 Trattato UE.
Negli Orientamenti sulle restrizioni verticali 5 pubblicati sulla Gazz. Uff. dell’UE del 19.5.10, al paragrafo 2, n. 8) “Gli accordi non suscettibili di pregiudicare in modo significativo gli scambi fra Stati membri, o che non abbiano per oggetto o per effetto quello di restringere sensibilmente il gioco della concorrenza, non rientrano nel campo dʼapplicazione dellʼarticolo 101, paragrafo 1, del trattato. Il regolamento di esenzione per categoria si applica esclusivamente agli accordi che rientrano nellʼambito di applicazione dellʼarticolo 101, paragrafo 1.”
In merito alle limitazioni da black list, quale quella territoriale, prosegue al n. 10: “Per quanto riguarda le restrizioni fondamentali di cui alla comunicazione sugli «accordi di importanza minore», lʼarticolo 101, paragrafo 1, può applicarsi in taluni casi anche al di sotto della soglia del 15% qualora gli accordi abbiano un effetto sensibile sugli scambi tra Stati membri e sulla concorrenza.”
Pertanto, oltre alla valutazione iniziale in merito alla natura della operazione, se sia o meno da ritenersi teoricamente contraria al disposto dell’art. 101, par. 1 trattato UE, occorrerà valutarne la dimensione economica. Se questa, infatti, non avrà “un effetto sensibile sugli scambi tra Stati membri e sulla concorrenza” non potranno applicarsi le severe sanzioni comunitarie6.
E tale valutazione avrà effetti notevolissimi, potendo aprire le porte del mercato comunitario alle tante PMI italiane che nella maggior parte dei casi effettueranno operazioni ben al di sotto dei limiti imposti dalla normativa ovvero senza “un effetto sensibile sugli scambi tra Stati membri e sulla concorrenza”.

Avv. Simone Mazza
Avvocato in Piacenza
simone_mazza@hotmail.com

 

 

1 Art. 1, lett. a), Reg. (UE) N. 330/2010 “per «accordi verticali» si intendono gli accordi o le pratiche concordate conclusi tra due o più imprese, operanti ciascuna, ai fini dell’accordo o della pratica concordata, ad un livello differente della catena di produzione o di distribuzione, e che si riferiscono alle condizioni in base alle quali le parti possono acquistare, vendere o rivendere determinati beni o servizi”

2 “1. Conformemente all’articolo 101, paragrafo 3, del trattato, e salvo il disposto del presente regolamento, l’articolo 101, paragrafo 1, del trattato è dichiarato inapplicabile agli accordi verticali.”

3 “L’esenzione di cui all’articolo 2 non si applica agli accordi verticali che, direttamente o indirettamente, isolatamente o congiuntamente con altri fattori sotto il controllo delle parti, hanno per oggetto quanto segue: b) la restrizione relativa al territorio in cui, o ai clienti ai quali, l’acquirente che è parte contraente dell’accordo, fatta salva una restrizione relativa al suo luogo di stabilimento, può vendere i beni o i servizi oggetto del contratto

4 Linee Direttrici sulla nozione di pregiudizio al commercio, GUCE, C101 del 27.4.04. http://eurlex.europa.eu/legal-content/IT/TXT/?uri=LEGISSUM%3Al26113

5 http://eur-lex.europa.eu/legal-content/IT/ALL/?uri=CELEX:52010XC0519(04)

6 http://ec.europa.eu/competition/cartels/overview/factsheet_fines_it.pdf

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La modifica dell’art. 2751 bis n. 2 c.c. e la decorrenza della sua applicabilità

La legge di bilancio 2018 ha apportato una significativa modifica all’art. 2751 bis n. 2 c.c., sostanzialmente estendendo a tutti i professionisti – non più soltanto ai dottori commercialisti – il privilegio generale oltre che alle retribuzioni in senso stretto, altresì al contributo integrativo da versare alla rispettiva cassa di previdenza ed assistenza ed il credito di rivalsa per l’imposta sul valore aggiunto.

In tal maniera, nel momento in cui la curatela effettuerà il pagamento del credito per prestazioni professionali sarà obbligata a pagarne, contestualmente, anche la rivalsa Iva, indipendentemente dall’esistenza del bene gravato, visto che il legislatore ha disposto il mutamento del privilegio da speciale in generale, facendolo assurgere al livello di quello professionale.

Il nodo cruciale che si pone è però un altro, vale a dire la linea temporale che determina l’applicabilità o meno della novella legislativa.

La norma va intesa nel senso di attribuirle un’estensione anche alle procedure in corso e quindi ai crediti già sorti ed ammessi ma con stato passivo non ancora dichiarato esecutivo, oppure no?

Il dubbio interpretativo si pone poiché il legislatore non ha previsto l’inserimento di norme transitorie che dispongano sul punto.

Da qui nasce un oggettivo problema, fonte di posizioni non unanimi in dottrina e giurisprudenza per il quale si ritiene auspicabile un nuovo intervento legislativo che dia copertura alla lacuna, ovvero un autorevole intervento del supremo consesso che fornisca un’interpretazione autentica ed univoca del testo così riformato.

Per meglio comprendere da dove traggano origine i dubbi bisogna prendere spunto da alcuni precedenti orientamenti giurisprudenziali, secondo cui il limite deve essere individuato con la dichiarazione di esecutività dello stato passivo, sarà soltanto in seguito a tale momento che il credito non potrà essere valutato per una diversa collocazione.

Sulla retroattività delle nuove norme attributive di privilegi si impiantano due sentenze della Corte Costituzionale particolarmente importanti.

La sentenza n. 170/2013 ha in effetti disposto che: “secondo i principi generali delle procedure fallimentari, l’introduzione di un nuovo privilegio da parte del legislatore deve sempre ricevere immediata applicazione da parte del giudice delegato, dal momento che le norme processuali sulla gradazione dei crediti si individuano avendo riguardo al momento in cui il credito viene fatto valere”.

La successiva sentenza n. 176/2017 ha ulteriormente stabilito che: “per principio generale regolatore delle procedure concorsuali, il privilegio introdotto ex novo dal legislatore è destinato a ricevere immediata applicazione da parte del giudice procedente, anche con riguardo a crediti che – ancorché sorti anteriormente alla elegge istitutiva di quel privilegio – vengano, comunque, fatti valere, in concorso con altri, in un momento successivo. Su questa linea, la Corte di legittimità ha da epoca risalente espresso il principio secondo cui, in presenza di una legge retroattiva che introduca nuovi privilegi, questi ultimi assistono anche i crediti sorti anteriormente alla sua entrata in vigore, a prescindere dal tempo in cui siano stati azionati in sede concorsuale e, quindi, anche i crediti prima chirografari, e come tali ammessi al passivo fallimentare, con la conseguenza che tale privilegio può esercitarsi anche dopo l’approvazione dello stato passivo (e, per ciò, anche dopo la formazione del cosiddetto giudicato endofallimentare), fino a quando il riparto non sia divenuto definitivo”.

Nel mezzo si è poi avuta la pronuncia delle Sezioni Unite della Cassazione (sentenza n. 5685 del 20.03.2015 – in materia di privilegio artigiano) la quale ha ribaltato l’orientamento statuendo che: ”le norme sui privilegi sono disposizioni di diritto civile che attengono alla qualità di alcuni crediti, consistente nella loro prelazione rispetto ad altri, per cui trova applicazione, salvo espressa deroga normativa, il principio generale di cui all’art. 11 delle preleggi, secondo cui le leggi non sono retroattive. Ne consegue che la modifica legislativa, che abbia introdotto un nuovo privilegio o abbia introdotto modifiche ad uno già esistente, si applica solo se il credito sia sorto nello stesso giorno o in un giorno successivo rispetto al momento in cui la legge entra in vigore e pertanto la gradazione dei crediti si individua avendo riguardo al momento in cui il credito sorge e non quando viene fatto valere”.

Tale principio generale – proprio in materia di privilegio artigiano –  è stato applicato più di recente dalla Suprema Corte (Cassazione Civile, Sez. I, n. 13877/2017) la quale ha affermato che la disposizione modificata poteva applicarsi solo ai crediti sorti  successivamente al 10.02.2012, data di entrata in vigore di quella modifica, non potendo riconoscersi alla stessa efficacia retroattiva: “il privilegio va riconosciuto all’impresa artigiana a condizione che tale possa essere definita ai sensi delle disposizioni legislative vigenti”. E’ stata pertanto esclusa l’efficacia retroattiva della modifica apportata all’art. 2751 bis n. 5 c.c. poichè il credito di cui si era richiesta l’ammissione al passivo fallimentare era sorto in epoca anteriore alla data di entrata in vigore del novella legislativa.

E’ evidente che volendo dare puntuale applicazione alle ultime statuizioni sopra menzionate, la modifica legislativa apportata all’art. 2751 bis n. 2 c.c. dalla Legge di Bilancio 2018 sembrerebbe doversi ritenere applicabile esclusivamente ai crediti sorti successivamente alla sua entrata in vigore, e non a quelli sorti precedentemente, ma azionati in un momento successivo all’entrata in vigore della modifica, senza alcun discrimine circa la dichiarazione di esecutività dello stato passivo; mentre i principi espressi dalla due menzionate sentenze della Corte Costituzionale sembrerebbero non trovare ulteriori sbocchi, con un divario di opinioni tra le Supreme Corti rilevabile ictu oculi.

Attendiamo, visto la recentissima introduzione del testo riformato, sviluppi giurisprudenziali che possano consolidare il riesame della norma, in un senso o nell’altro.

 

Avv. Alessandra Donatello
avvocato, mediatore civile e commerciale in Piacenza

alessandra.donatello@gmail.com

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Come eliminare un video da Youtube

Quando è possibile eliminare un video da Youtube che ci riguarda e che ritrae la nostra immagine caricato da terzi

I video delle vacanze, i ricordi oppure i racconti di una giornata “tipo” al lavoro con l’aggiunta di qualche commento ironico o spinto: hai caricato parti della tua storia su YouTube, ma ora vuoi cancellarli. Oppure, li hai messi online per sbaglio o inconsapevolmente, come spesso succede tra gli adolescenti che pubblicano e condividono filmati pericolosi per se stessi e i coetanei, dando così in pasto al web contenuti privati che poi loro stessi e i genitori vorrebbero eliminare. Navigando puoi imbatterti anche in video che riguardano te o la tua azienda, caricati però da altri senza la tua autorizzazione.
La rimozione dei video da YouTube è una procedura possibile, ma non sempre ammessa dalla piattaforma. Questo post spiega quindi come rimuovere un video da YouTube, sia che sia stato caricato da te sia che sia stato pubblicato da terzi, e illustra la corretta procedura da seguire per ottenerne l’eliminazione.

Come eliminare un tuo video da YouTube

Partiamo dal caso più semplice: hai caricato un video su YouTube, ma poi ti sei pentito di averlo fatto. Fortunatamente sei tu l’autore del video e lo puoi rimuovere seguendo queste semplici indicazioni: accedi al tuo account, entra nella sessione Gestione video per arrivare all’elenco dei filmati caricati e spunta quelli che intendi eliminare. In seguito basterà cliccare sul pulsante Azioni in alto e selezionare dal menu la voce Elimina. La rimozione è immediata e nessuno potrà più visualizzare il video, né potrai recuperarlo sul tuo canale.

Quando è possibile rimuovere un video su Youtube, se caricato da altri

Può anche succedere che siano stati altri a condividere materiale video che riguarda te o la tua azienda: video copiati e offensivi, lesivi della privacy, con informazioni false oppure con contenuti pericolosi che hanno per protagonisti, ad esempio, gli adolescenti.
In questo caso la procedura di rimozione è assai più complicata e il risultato per nulla scontato. Non puoi ignorare allora alcuni fattori che ti indichiamo qui di seguito.
La prima cosa che devi sapere è che, se il video è stato caricato da terzi, è possibile rimuoverlo se viola un (tuo) diritto.

Si parla di violazione della proprietà intellettuale se:

  • un video da te realizzato è stato pubblicato senza la tua autorizzazione
  • se detieni i diritti di utilizzazione economica della parte audio di un video (se la canzone è tua si tratta, in realtà, di violazione del diritto d’autore così come se tua è la registrazione del brano)
  • se vengono pubblicate, senza la tua autorizzazione, foto nel video di cui detieni i diritti d’autore
  • è ancora violazione della proprietà intellettuale la riproduzione non autorizzata del marchio della tua azienda all’interno di un video.

In questo caso devi inviare a Youtube una notifica di violazione del copyright e seguire alla lettera queste indicazioni

Si tratta invece di violazione della privacy se è stato pubblicato o caricato un video che riguarda te (la tua immagine, i tuoi dati personali) o la tua azienda senza che tu abbia dato espressamente il consenso. Se il contenuto, viola le indicazioni sulla privacy previste dalla piattaforma, allora puoi chiederne l’eliminazione. Se invece il video è stato inserito, a tua insaputa, a tuo nome o a nome dell’azienda si parla di furto d’identità.

Avv. Sveva Antonini
Avvocato in Bologna
sveva.antonini@redpoints.it

Articolo gia’ pubblicato sul sito www.tuteladigitale.it.

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Corte di Giustizia Europea: Schrems v. Facebook

Corte di Giustizia Europea, Schrems v. Facebook – La Class Action che non può essere trattata come una Class Action poiché… non è una Class Action

Da un punto di vista strettamente giuridico, questa non è una di quelle sentenze che passeranno alla storia, nonostante l’altisonante nome dalla parte resistente. Ma qualcosa di significativo potrebbe comunque accadere.

Qualcosa potrebbe accadere in Austria, per esempio, dove potrebbe essere rivista l’attuale disciplina  relativa alla Class Action.

E qualcosa potrebbe accadere anche in ambito Comunitario, così come auspicato al punto 67 delle considerazioni dell’Avvocato Generale Michal Bobek, il quale, pur negando nella sostanza l’argomentazione addotta dal ricorrente in punto di diritto, ne riconosce la potenziale valenza come micro manifesto programmatico finalizzato ad un auspicabile implementazione dello strumento della Class Action a livello comunitario, affinché il ricorso a tale rimedio giudiziale possa diventare più rapido, semplice ed uniforme per ciascun cittadino UE.

Ma veniamo ai fatti.

L’Austriaco Maximilian Schrems sta da anni combattendo la propria battaglia personale contro Facebook, reo, secondo il ricorrente, di numerose violazioni nell’ambito della data protection.

Fu proprio una delle sue battaglie a regalare a Schrems grande notorietà e fama, in quanto riuscì a dimostrare a suo tempo, che il progetto “Safe Harbor”, voluto dall’allora Comunità Europea e finalizzata alla protezione dei dati dei cittadini europei, non garantisse a quest’ultimi un adeguato livello di tutela, una volta che i loro dati fossero transitati dall’altra parte dell’Oceano Atlantico e gestiti da aziende americane di data protection.

Quella sì che fu una sentenza storica. La decisione riguardo “Safe Harbor” fu dichiarata invalida e Schrems cominciò a prenderci decisamente gusto.

Ironicamente, egli continua tutt’ora a sviluppare il suo attivismo contro l’azienda di Zuckerberg attraverso… la sua pagina Facebook.

Ed è questa una delle due questioni che hanno portato la Corte Suprema Austriaca a rinviare incidentalmente la contesa alla Corte di Giustizia.

La questione pregiudiziale infatti, verte sull’individuazione del foro internazionale competente, che, come molti sapranno, nel caso del consumatore, secondo le regole stabilite dagli artt. 15 e 16 del Regolamento 44/2001 (Bruxelles I) è, indistintamente, o il foro del ricorrente o quello del resistente.

Facebook sosteneva che l’utilizzo “professionale” della pagina Facebook impedisse a Schrems di potersi definire un consumatore, secondo un’interpretazione “dinamica” di tale concetto, con conseguente dichiarazione di incompetenza del giudice austriaco.

La Corte tuttavia, ha preferito accogliere una visione più statica del concetto di consumatore, inteso come l’utente medio di un social network (a sua volta inteso come mero fornitore di un servizio) il quale iscrivendosi a Facebook ne accetta termini e condizioni e ad esso si vincola da un punto di vista contrattuale.

Ciò che invece ha sollevato maggiori perplessità è il fatto che il sig. Schrems, oltre ad essere portatore di diritti propri, ha ottenuto una cessione di diritti derivanti dal contratto sottoscritto con Facebook, da parte di altre 7 persone, affinché li facesse valere in giudizio congiuntamente ai propri.

Così facendo, la causa sarebbe stata loro comune e la susseguente decisione avrebbe inciso anche sulla loro sfera individuale.

È qui che la questione ha presentato il maggior grado di complessità.

La Corte di Giustizia ha stabilito che siffatta cessione di diritti (svincolati dal contratto) non permetta ai rappresentati di mantenere lo status di consumatori, non potendo quindi valersi delle stesse favorevoli prerogative, in termini di competenza, spettanti invece al sig. Schrems, il quale potrà perorare la sua causa in veste di consumatore, difendendo però esclusivamente i suoi diritti e non anche quelli dei cedenti.

Ciò non significa che i restanti 7 individui siano rimasti totalmente sprovvisti di tutela. Essi potranno in ogni caso far valere i propri diritti, in qualità di consumatori, attraverso un’azione individuale, verosimilmente presso il foro del loro domicilio e non quello di Schrems.

A parere di chi scrive, la sentenza ha raggiunto un grado apprezzabile di accuratezza e approfondimento. Molto chiare, tra l’altro, le osservazioni dell’Avvocato Generale Bobek, accolte pressoché in toto dalla Corte.

Il commento a questa sentenza va dunque ben oltre il dato giuridico, spostando il proprio obiettivo sulla divulgazione di notizie in merito ad essa.

Leggendo qua e là sul web, non ho potuto far a meno di notare che molti organi di informazione (anche autorevoli) abbiano formulato titoli che parlano di dinìego, da parte della Corte di Giustizia, del riconoscimento del diritto dei consumatori ad organizzare una Class Action nei contronti di Facebook.

Nulla di più impreciso, oltre che solo marginalmente oggetto della pronuncia della Corte di Lussemburgo.

Intendiamoci: se la critica fosse rivolta esclusivamente agli strumenti messi a disposizione dalle istituzioni europee per far fronte a tali evenienze, alle considerazioni lette si potrebbe giungere  semplicemente studiando i Trattati ed i Regolamenti e non attendendo una sentenza della Corte UE.

Quanto invece alla possibilità di proporre un’azione congiunta nei confronti di Facebook (o chi per esso) qualora ne ricorressero gli estremi, tale eventualità non è affatto negata a priori e, si aggiunga, se ciò avvenisse utilizzando strumenti processuali corretti, la Corte di Giustizia non verrebbe neppure adìta.

Alla Corte è stata sottoposta una questione di competenza internazionale, e riguardo ad essa i giudici hanno argomentato.

L’analisi deve essere condotta partendo dal diritto Austriaco. La Corte non ha deciso sulle sorti di una Class Action, poiché in realtà, contrariamente a quanto diffuso dai media, ciò che il sig. Schrems ha messo in piedi non può nemmeno essere definita tale.

La dottrina austriaca ritiene che, formalmente, un tale istituto nel diritto Austriaco, quanto meno in senso stretto, non esista neppure. A mio modestissimo parere, tale visione è oltremodo restrittiva, sussistendo un istituto disciplinato dall’art. 502 ZPO (il Codice di procedura Civile Austriaco), che ricalca prepotentemente la disciplina contenuta negli art. 137 e seguenti del nostro Codice del Consumo e che noi denominiamo “azione congiunta” a tutela del consumatore.

Volendo seguire un’interpretazione restrittiva, nemmeno quella italiana potrebbe essere considerata una Class Action nel senso originario del termine, apparendo più una tutela congiunta dell’interesse di un gruppo di individui che non un’azione di classe come invece intesa negli Stati Uniti;

ciò non toglie che la realtà europea è ben diversa e qui l’azione di classe appare ricalcare maggiormente questo secondo modello.

Al di là di questa manieristica interpretazione, ciò che interessa è che questa, in ogni caso, non è la strada processuale intrapresa dal ricorrente.

Egli ha infatti utilizzato una prassi consolidata da circa 17 anni da parte dei giudici d’oltralpe (Alpi Noriche) che è definita informalmente “Class Action all’Austriaca”, e che prende le mosse dall’art. 227 dello ZPO. Un unico individuo si fa carico non solo dei propri diritti ma, attraverso una cessione, anche di quelli di un numero di altri soggetti portatori di interessi della medesima natura di quelli del ricorrente principale. Del favorevole esito del procedimento ne gioverebbe ciascuno dei soggetti in questione.

Questa prassi ha raggiunto un alto grado di efficienza, ed è divenuta uno strumento attraverso il quale un gruppo di portatori di interessi possono unirsi, raggruppare attorno a sé un numero significativo di persone e, attraverso meccanismi di crowdfunding, poter far fronte alle ingenti spese  processuali, resistendo in giudizio contro questo o quel colosso dell’industria.

Sebbene la finalità sia apprezzabile, la Corte di Giustizia ha negato che tale cessione di diritti possa essere considerata una class action perpetrata da una pluralità di consumatori.

La decisione pare onestamente di assoluto buon senso.

Secondo la Corte di Giustizia infatti, la necessità di trovare mezzi più rapidi, semplici ed incisivi affinché i consumatori dell’Unione possano far valere congiuntamente i propri diritti, si scontra con la necessità di evitare che tale escamotage porti a pericolose pratiche di “Forum Shopping” fortemente osteggiate dalla Commissione.

La dissociazione tra un contratto ed i diritti in esso racchiusi potrebbe infatti portare a paradossali e pericolose conseguenze.

Potrebbe accadere, per esempio, che i diversi diritti derivanti da uno stesso contratto vengano fatti valere, a proprio piacimento, da individui diversi presso Corti differenti, per mera opportunità processuale.

E pensandoci, una tale pratica è ben lontana dal poter essere considerata un’azione di classe. Essa ricorda molto di più l’istituto di diritto romano della “procuratio in rem suam” nella quale nell’intentio figurava il nome del creditor ma nella condemnatio figurava il nome del procurator.

Attenendosi specificamente alla questione di diritto sottoposta alla Corte di Lussemburgo, la decisione è ben poco criticabile. Lo stesso Schrems si è detto soddisfatto della pronuncia.

Ma a prescindere dalla decisione della Corte, questa sentenza potrebbe in ogni caso favorire il dibattito sull’accessibilità, da parte dei cittadini UE, ad una Class Action transnazionale. Molti passi sono stati fatti, ma non quello decisivo. Perché? Perché la Consumer Protection è materia di competenza concorrente, e coordinare  le esigenze di ciascuno stato membro senza poter forzare la mano, richiede maggior tempo e maggior cautela, prima di agire.

Detto ciò, molto c’è ancora da fare per allinere la disciplina europea. Di certo, ad oggi, il consumatore, per il diritto Europeo, è considerato quasi esclusivamente come singolo individuo, ed è forse questo l’aspetto in cui il diritto dell’Unione si discosta maggiormente dalla realtà dei singoli stati.

Forse è da qui che sarebbe opportuno partire ed è forse questo il più importante rilievo su cui riflettere, grazie a questa pronuncia della Corte di Giustizia.

Avv. Andrea Mangia
Avvocato del foro di piacenza, diritto dell’Unione Europea

andrea.mangia@mangia-lex.com

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Corte di Giustizia Europea: Schrems v. Facebook

Corte di Giustizia Europea, Schrems v. Facebook – La Class Action che non può essere trattata come una Class Action poiché… non è una Class Action

Da un punto di vista strettamente giuridico, questa non è una di quelle sentenze che passeranno alla storia, nonostante l’altisonante nome dalla parte resistente. Ma qualcosa di significativo potrebbe comunque accadere.

Qualcosa potrebbe accadere in Austria, per esempio, dove potrebbe essere rivista l’attuale disciplina  relativa alla Class Action.

E qualcosa potrebbe accadere anche in ambito Comunitario, così come auspicato al punto 67 delle considerazioni dell’Avvocato Generale Michal Bobek, il quale, pur negando nella sostanza l’argomentazione addotta dal ricorrente in punto di diritto, ne riconosce la potenziale valenza come micro manifesto programmatico finalizzato ad un auspicabile implementazione dello strumento della Class Action a livello comunitario, affinché il ricorso a tale rimedio giudiziale possa diventare più rapido, semplice ed uniforme per ciascun cittadino UE.

Ma veniamo ai fatti.

L’Austriaco Maximilian Schrems sta da anni combattendo la propria battaglia personale contro Facebook, reo, secondo il ricorrente, di numerose violazioni nell’ambito della data protection.

Fu proprio una delle sue battaglie a regalare a Schrems grande notorietà e fama, in quanto riuscì a dimostrare a suo tempo, che il progetto “Safe Harbor”, voluto dall’allora Comunità Europea e finalizzata alla protezione dei dati dei cittadini europei, non garantisse a quest’ultimi un adeguato livello di tutela, una volta che i loro dati fossero transitati dall’altra parte dell’Oceano Atlantico e gestiti da aziende americane di data protection.

Quella sì che fu una sentenza storica. La decisione riguardo “Safe Harbor” fu dichiarata invalida e Schrems cominciò a prenderci decisamente gusto.

Ironicamente, egli continua tutt’ora a sviluppare il suo attivismo contro l’azienda di Zuckerberg attraverso… la sua pagina Facebook.

Ed è questa una delle due questioni che hanno portato la Corte Suprema Austriaca a rinviare incidentalmente la contesa alla Corte di Giustizia.

La questione pregiudiziale infatti, verte sull’individuazione del foro internazionale competente, che, come molti sapranno, nel caso del consumatore, secondo le regole stabilite dagli artt. 15 e 16 del Regolamento 44/2001 (Bruxelles I) è, indistintamente, o il foro del ricorrente o quello del resistente.

Facebook sosteneva che l’utilizzo “professionale” della pagina Facebook impedisse a Schrems di potersi definire un consumatore, secondo un’interpretazione “dinamica” di tale concetto, con conseguente dichiarazione di incompetenza del giudice austriaco.

La Corte tuttavia, ha preferito accogliere una visione più statica del concetto di consumatore, inteso come l’utente medio di un social network (a sua volta inteso come mero fornitore di un servizio) il quale iscrivendosi a Facebook ne accetta termini e condizioni e ad esso si vincola da un punto di vista contrattuale.

Ciò che invece ha sollevato maggiori perplessità è il fatto che il sig. Schrems, oltre ad essere portatore di diritti propri, ha ottenuto una cessione di diritti derivanti dal contratto sottoscritto con Facebook, da parte di altre 7 persone, affinché li facesse valere in giudizio congiuntamente ai propri.

Così facendo, la causa sarebbe stata loro comune e la susseguente decisione avrebbe inciso anche sulla loro sfera individuale.

È qui che la questione ha presentato il maggior grado di complessità.

La Corte di Giustizia ha stabilito che siffatta cessione di diritti (svincolati dal contratto) non permetta ai rappresentati di mantenere lo status di consumatori, non potendo quindi valersi delle stesse favorevoli prerogative, in termini di competenza, spettanti invece al sig. Schrems, il quale potrà perorare la sua causa in veste di consumatore, difendendo però esclusivamente i suoi diritti e non anche quelli dei cedenti.

Ciò non significa che i restanti 7 individui siano rimasti totalmente sprovvisti di tutela. Essi potranno in ogni caso far valere i propri diritti, in qualità di consumatori, attraverso un’azione individuale, verosimilmente presso il foro del loro domicilio e non quello di Schrems.

A parere di chi scrive, la sentenza ha raggiunto un grado apprezzabile di accuratezza e approfondimento. Molto chiare, tra l’altro, le osservazioni dell’Avvocato Generale Bobek, accolte pressoché in toto dalla Corte.

Il commento a questa sentenza va dunque ben oltre il dato giuridico, spostando il proprio obiettivo sulla divulgazione di notizie in merito ad essa.

Leggendo qua e là sul web, non ho potuto far a meno di notare che molti organi di informazione (anche autorevoli) abbiano formulato titoli che parlano di dinìego, da parte della Corte di Giustizia, del riconoscimento del diritto dei consumatori ad organizzare una Class Action nei contronti di Facebook.

Nulla di più impreciso, oltre che solo marginalmente oggetto della pronuncia della Corte di Lussemburgo.

Intendiamoci: se la critica fosse rivolta esclusivamente agli strumenti messi a disposizione dalle istituzioni europee per far fronte a tali evenienze, alle considerazioni lette si potrebbe giungere  semplicemente studiando i Trattati ed i Regolamenti e non attendendo una sentenza della Corte UE.

Quanto invece alla possibilità di proporre un’azione congiunta nei confronti di Facebook (o chi per esso) qualora ne ricorressero gli estremi, tale eventualità non è affatto negata a priori e, si aggiunga, se ciò avvenisse utilizzando strumenti processuali corretti, la Corte di Giustizia non verrebbe neppure adìta.

Alla Corte è stata sottoposta una questione di competenza internazionale, e riguardo ad essa i giudici hanno argomentato.

L’analisi deve essere condotta partendo dal diritto Austriaco. La Corte non ha deciso sulle sorti di una Class Action, poiché in realtà, contrariamente a quanto diffuso dai media, ciò che il sig. Schrems ha messo in piedi non può nemmeno essere definita tale.

La dottrina austriaca ritiene che, formalmente, un tale istituto nel diritto Austriaco, quanto meno in senso stretto, non esista neppure. A mio modestissimo parere, tale visione è oltremodo restrittiva, sussistendo un istituto disciplinato dall’art. 502 ZPO (il Codice di procedura Civile Austriaco), che ricalca prepotentemente la disciplina contenuta negli art. 137 e seguenti del nostro Codice del Consumo e che noi denominiamo “azione congiunta” a tutela del consumatore.

Volendo seguire un’interpretazione restrittiva, nemmeno quella italiana potrebbe essere considerata una Class Action nel senso originario del termine, apparendo più una tutela congiunta dell’interesse di un gruppo di individui che non un’azione di classe come invece intesa negli Stati Uniti;

ciò non toglie che la realtà europea è ben diversa e qui l’azione di classe appare ricalcare maggiormente questo secondo modello.

Al di là di questa manieristica interpretazione, ciò che interessa è che questa, in ogni caso, non è la strada processuale intrapresa dal ricorrente.

Egli ha infatti utilizzato una prassi consolidata da circa 17 anni da parte dei giudici d’oltralpe (Alpi Noriche) che è definita informalmente “Class Action all’Austriaca”, e che prende le mosse dall’art. 227 dello ZPO. Un unico individuo si fa carico non solo dei propri diritti ma, attraverso una cessione, anche di quelli di un numero di altri soggetti portatori di interessi della medesima natura di quelli del ricorrente principale. Del favorevole esito del procedimento ne gioverebbe ciascuno dei soggetti in questione.

Questa prassi ha raggiunto un alto grado di efficienza, ed è divenuta uno strumento attraverso il quale un gruppo di portatori di interessi possono unirsi, raggruppare attorno a sé un numero significativo di persone e, attraverso meccanismi di crowdfunding, poter far fronte alle ingenti spese  processuali, resistendo in giudizio contro questo o quel colosso dell’industria.

Sebbene la finalità sia apprezzabile, la Corte di Giustizia ha negato che tale cessione di diritti possa essere considerata una class action perpetrata da una pluralità di consumatori.

La decisione pare onestamente di assoluto buon senso.

Secondo la Corte di Giustizia infatti, la necessità di trovare mezzi più rapidi, semplici ed incisivi affinché i consumatori dell’Unione possano far valere congiuntamente i propri diritti, si scontra con la necessità di evitare che tale escamotage porti a pericolose pratiche di “Forum Shopping” fortemente osteggiate dalla Commissione.

La dissociazione tra un contratto ed i diritti in esso racchiusi potrebbe infatti portare a paradossali e pericolose conseguenze.

Potrebbe accadere, per esempio, che i diversi diritti derivanti da uno stesso contratto vengano fatti valere, a proprio piacimento, da individui diversi presso Corti differenti, per mera opportunità processuale.

E pensandoci, una tale pratica è ben lontana dal poter essere considerata un’azione di classe. Essa ricorda molto di più l’istituto di diritto romano della “procuratio in rem suam” nella quale nell’intentio figurava il nome del creditor ma nella condemnatio figurava il nome del procurator.

Attenendosi specificamente alla questione di diritto sottoposta alla Corte di Lussemburgo, la decisione è ben poco criticabile. Lo stesso Schrems si è detto soddisfatto della pronuncia.

Ma a prescindere dalla decisione della Corte, questa sentenza potrebbe in ogni caso favorire il dibattito sull’accessibilità, da parte dei cittadini UE, ad una Class Action transnazionale. Molti passi sono stati fatti, ma non quello decisivo. Perché? Perché la Consumer Protection è materia di competenza concorrente, e coordinare  le esigenze di ciascuno stato membro senza poter forzare la mano, richiede maggior tempo e maggior cautela, prima di agire.

Detto ciò, molto c’è ancora da fare per allinere la disciplina europea. Di certo, ad oggi, il consumatore, per il diritto Europeo, è considerato quasi esclusivamente come singolo individuo, ed è forse questo l’aspetto in cui il diritto dell’Unione si discosta maggiormente dalla realtà dei singoli stati.

Forse è da qui che sarebbe opportuno partire ed è forse questo il più importante rilievo su cui riflettere, grazie a questa pronuncia della Corte di Giustizia.

Avv. Andrea Mangia
Avvocato del foro di piacenza, diritto dell’Unione Europea

andrea.mangia@mangia-lex.com

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Emirati Arabi Uniti: il nuovo regolamento di esecuzione in materia di IVA

L’Autorità fiscale federale ha da poco emesso la tanto attesa decisione sul Regolamento di attuazione del Decreto Federale n. 8 del 2017 in materia di IVA (anche definito “the Regulations”). Tale regolamento ha fornito un orientamento su alcune delle previsioni contenute nel già menzionato Decreto Federale n. 8/2017 in materia di IVA (anche detto “the law”).

Requisiti di registrazione

Il Regolamento di esecuzione ha dato conferma di alcuni requisiti per la registrazione obbligatoria e volontaria. È importante evidenziare che le imprese devono registrarsi conformemente alle tempistiche indicate dall’Autorità fiscale federale. I contribuenti possono essere passibili di sanzioni se non si registrano secondo le suddette tempistiche. Le aziende il cui fatturato annuo supera i 150 milioni di Dirham degli Emirati Arabi Uniti (AED) dovevano registrarsi entro il 31 Ottobre 2017, quelle il cui fatturato annuo è pari a 10 milioni di Dirham dovevano registrarsi entro il 30 novembre del 2017, mentre per tutte le altre aziende la deadline era il 4 dicembre 2017.

Esenzioni e zone franche

Il regolamento in questione fornisce ulteriori chiarimenti su quelle che sono le attività con IVA a tasso zero o esenti. In particolare, risultano particolarmente utili i chiarimenti in materia di “servizi finanziari”, tema fino ad ora oggetto di numerosi dibattiti. I servizi finanziari elencati nel Regolamento dovrebbero essere esenti laddove questi non vengono forniti in cambio di un prezzo, sconto, commissione o deduzione.

Tuttavia, va ancora definito il trattamento di ogni zona franca. L’articolo 51 del Regolamento fa riferimento a determinate “zone designate”, che vengono considerate come territori al di fuori dello Stato a condizione che le stesse siano geograficamente delimitate con misure di sicurezza e controlli doganali in atto per monitorare le entrate e le uscite delle persone e il movimento delle merci (fra le altre condizioni). I movimenti di merce tra le varie “zone designate” non devono essere soggetti ad imposta. Tuttavia, il governo deve ancora emanare una decisione in materia, decisione con cui verranno elencate quelle “designated zones” che verranno considerate al di fuori dello Stato.

Conclusioni

È fondamentale che le imprese rivedano la loro posizione contrattuale in modo tale da valutare se i contratti da queste già conclusi includano o meno l’IVA. Qualsiasi contratto stipulato da questo momento in avanti dovrà prevedere delle disposizioni in materia di IVA. Le norme transitorie sono contenute nell’Art. 70 del Regolamento, che disciplina i requisiti in materia di conservazione dei dati per le imprese. La “due diligence” relativa ai conti e ai contratti commerciali della societa’ dovrà essere rigorosa, indipendentemente dal fatto che la stessa sia registrata ai fini dell’Iva o meno, al fine di evitare ogni responsabilità’.

 

 

 

 

 

 

 

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Rent to buy immobiliare: aspetti contabili e fiscali del canone

L’accordo misto di locazione con patto di futura vendita di un immobile tra il concedente e l’utilizzatore.

Il contratto di rent to buy immobiliare è disciplinato dal D.L. 133/2014 dove sono stabilite le regole civilistiche dell’accordo misto di locazione con patto di futura vendita di un immobile, da cui emerge che, a differenza di quanto accade nella locazione con clausola di trasferimento vincolante per ambedue le parti, nel rent to buy il concedente si obbliga a vendere il bene ad una determinata data, mentre l’utilizzatore ha una semplice facoltà di acquisto dell’immobile.

In merito all’oggetto del contratto, la norma non stabilisce alcuna limitazione relativamente alla tipologia di immobile, che, quindi, può essere sia abitativo che strumentale e, nel contempo, non pone vincoli per quanto riguarda la qualifica delle parti del contratto (che possono quindi essere sia imprese che privati).

Dal punto di vista contabile, è necessaria la distinzione all’interno del canone di locazione della quota imputata al godimento dell’immobile da quella relativa all’acconto del prezzo di cessione pattuito tra le parti.

Ai fini contabili e fiscali, relativamente alla quota di godimento del bene, il concedente deve imputare un componente positivo nel conto economico, fiscalmente rilevante in misura pari al canone di locazione di competenza di ciascun esercizio, che andrà iscritto nella voce A.1 del conto economico – qualora si tratti di immobile merce -, oppure nella voce A.2 del conto economico – qualora si tratti di immobile strumentale per natura o patrimonio.

Per quanto riguarda gli immobili patrimonio, fiscalmente è necessario determinare il componente positivo di reddito in base alle regole dell’articolo 90 del Tuir, secondo cui rileva il maggiore tra canone di locazione, eventualmente ridotto in misura massima del 15% a titolo di spese di manutenzione ordinaria sostenute e documentate, e la rendita catastale.

Relativamente al canone incassato quale anticipo del prezzo pattuito per la vendita, si tratta di movimentazioni finanziarie che non assumono rilievo nella determinazione del reddito d’impresa del concedente, il quale a fronte dell’incasso iscrive un debito nei confronti dell’utilizzatore.

Solamente all’atto del successivo trasferimento del bene, qualora l’utilizzatore eserciti la facoltà di acquisto, si realizzerà alternativamente:

– un ricavo di vendita, al lordo degli acconti, se l’immobile è oggetto dell’attività propria dell’impresa concedente (bene merce);

– una plusvalenza (o una minusvalenza), al lordo degli acconti, se l’immobile ceduto è un bene strumentale o patrimonio di cui all’articolo 90 del Tuir.

Ai fini contabili, contemporaneamente alla rilevazione del credito per la vendita del bene, il concedente dovrà “stornare” il debito maturato relativo agli acconti incassati durante il contratto ed imputarli come componenti positivi di reddito.

Come anticipato, poiché l’utilizzatore ha una facoltà di acquisto del bene nel termine previsto dal contratto tra le parti, laddove non eserciti tale diritto le parti possono stabilire nel contratto che una parte dei canoni incassati in acconto prezzo siano trattenuti dal concedente. In tal caso, il debito iscritto per l’importo degli acconti incassati deve essere restituito per la parte non trattenuta e girocontato a sopravvenienza attiva per la parte trattenuta. Tale componente positivo concorre alla formazione del reddito d’impresa del concedente.

Filippo Radice
Ragioniere commercialista e revisore contabile in Meda (MB)
mailto:filipporadice@hotmail.com

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EMA – tra falsi miti e cattive abitudini: un’opportunità dentro una sconfitta

Non sorgerà in Pianura Padana, ma si ergerà tra i canali della Venezia del nord la nuova sede dell’European Medicines Agency, pronta a lasciare Londra e l’isola Britannica per approdare sul Continente. Il passo è considerevole, ma non così lungo quanto tutti abbiamo sperato, chi per semplice patriottismo, chi invece conscio dei benefici che ciò avrebbe comportato, da un punto di vista strategico, politico ed economico.

Brucia ancora, a più di una settimana di distanza, la beffarda assegnazione ad Amsterdam dell’Agenzia Europea del Farmaco che ha visto Milano soccombere per sorteggio dopo essere stata in vantaggio alle prime due tornate di votazione e dopo che la terza si era conclusa sul tredici pari.

Il complesso metodo di votazione aveva già destato alcune perplessità ed in molti avevano immaginato che la sorpresa potesse essere dietro l’angolo.

Ma non era solo la medodologia di voto il motivo delle grandi incertezze che ruotavano attorno alla votazione.

Attorno al voto gravitavano infatti una serie di interessi ed accordi trasversali che ne minavano l’imparzialità, il tutto condito dai sempre vivi e diffusi individualismi statali, ancora riluttanti e ben lontani dal considerarsi “uniti in un sol patto” e votati alla bandiera a 12 stelle, ma anzi ancora bramosi di ottenere piccole ed egoistiche conquiste, perdendo di vista la visione più ampia dello stare insieme in questa tanto vituperata”casa europea”.

Non vi è un solo sconfitto, in questa vicenda.

In primo luogo, è una sconfitta per l’UE, ed i motivi sono almeno due. L’Unione ha voluto mantenere un profilo neutrale, evitando di stilare una graduatoria che fosse basata su requisiti e dati tecnici ma mostrando un’imparzialità forse addirittura eccessiva, la quale rischiava di portare a scelte controproducenti e mal ponderate.

In aggiunta, relegare ad un mero sorteggio una scelta così importante, decidendo dunque di non decidere, o non trovando valide alternative ai meccanismi di voto adottati, è un poco incoraggiante segnale di debolezza.

Ma questa è anche e soprattutto una sconfitta per il nostro paese. Oltre ad aver perso l’occasione di riacquisire prestigio sulla scena continentale, la sconfitta si manifesta da un punto di vista economico (è stimato che l’EMA avrebbe portato un indotto economico di più di un miliardo di euro), ed ancor più da un punto di vista politico.

Non tanto per le argomentazioni adottate a sostegno della candidatura di Milano (ottimi i richiami alla potenziale cooperazione con l’Agenzia Italiana del farmaco, assolutamente all’avanguardia rispetto alla scena Europea) quanto per le risposte che le varie forze politiche hanno dato a questa sconfitta.

Pare che nemmeno questa débacle dal punto di vista politico sia stata motivo per mettersi in discussione in maniera più ampia riguardo all’approccio ed alle competenze che il nostro paese possiede sulle tematiche europee.

Il dibattito si è ridotto alla diffusione di una fake news riguardo ad una presunta brochures scarna e mal impaginata sottoposta al Consiglio per presentare la propria candidatura, che ha sortito il solo effetto di fornire ai social addicted qualche ora di aride schermaglie a mezzo tastiera, ed al biasimo, da più parti, per il fatto che alla votazione non fosse presente il premier Gentiloni (o il Ministro degli Esteri Alfano) ma solo il sottosegretario alla presidenza del Consiglio con delega agli affari Europei Sandro Gozi.

Pura propaganda politica che non inquadra minimamente il problema. Nonostante tutto ciò che abbiate letto o ciò che ne pensiate, alla votazione non erano presenti né Angela Merkel né Emanuelle Macròn. La Francia ha mandato Nathalie Loiseau e la Germania Michael Roth, i quali ricoprono la funzione equivalente a quella di Sandro Gozi in Italia.

L’errore ha più risvolti: si passa dalla poca conoscenza delle dinamiche europee alla pura irresponsabilità di fronte all’elettorato che ha invece necessità sempre crescente di conoscere quali siano le vere dinamiche che governano le Istituzioni Europee.

Sarebbe ora di smettere di riferirsi a Bruxelles tacciandola di essere una tecnocrazia fatta di burocrati che impongono agli Stati la propria volontà. I c.d. burocrati (ovverosia i funzionari della Commissione Europea) non hanno alcun potere decisionale. Qualsiasi proposta legislativa è vagliata dal Consiglio e dal Parlamento Europeo, in cui a prevalere sono preminentemente gli interessi statali.

Sebbene sia risibile pensare che la presenza del nostro Premier il giorno delle votazioni avrebbe potuto in qualche modo cambiare le sorti della votazione stessa (come se una decisione del genere fosse frutto dell’improvvisazione e delle sensazioni del momento e non il risultato di delicate e continue relazioni diplomatiche) è altrettanto importante evidenziare che, storicamente, l’esperto operatore italiano in ambito europeo badi troppo alla forma e molto poco alla sostanza, denotando una scarsa conoscenza di quelle che sono le dinamiche che determinano la presa di decisione a livello Unitario.

Il dubbio è serio e profondo: ciò accade per semplice irresponsabilità politica verso l’elettorato? O accade perché dopo 60 anni di trattati non abbiamo ancora capito (o non ci è mai interessato veramente capire) quale sia la strada da percorrere al fine di raggiungere i propri obiettivi in ambito europeo? O entrambe le cose insieme?

È sempre la stessa storia che si ripete. Il rappresentante di interessi italiano ritiene di poter discutere e negoziare condizioni favorevoli ai propri affari direttamente con un Direttore Generale, fiero di essere stato ricevuto ed ascoltato dalle più alte sfere gerarchiche della Commissione, trascurando che quando le questioni arrivano ad un direttore generale i giochi siano già fatti e le leggi sostanzialmente già scritte, attraverso il lavoro, già durato mesi, di centinaia di funzionari, coordinati dai capi unità. Salvo poi lamentarsi poiché il proprio interesse non è stato rispettato.

E così anche in ambito politico, il messaggio che passa, per pura propaganda, è che se il Premier Gentiloni fosse andato a stringere qualche mano il giorno della votazione l’esito oggi sarebbe stato diverso, trascurando completamente le dinamiche che influenzano realmente la governance europea.

Come sono andate realmente le cose riguardo ad EMA?

Una piccola inside information giunta in maniera del tutto informale riferisce che la candidatura di Amsterdam ha guadagnato rapidi e solidi consensi poiché con con maggior tempestività è stato individuato il fattore determinante e strategico su cui puntare: i dipendenti di EMA.

Il governo olandese ha saputo far leva sulla volontà di quasi 900 persone, tra assistenti e funzionari, mostrando loro quali opportunità, benefits, servizi, facilities, sistemazioni ed infrastrutture sarebbero state messe loro a disposizione se si fossero trasferiti in Olanda.

È da questo anelito pro-Amsterdam interno all’Agenzia (il cui Direttore, tra l’altro, è Italiano) che si è innescato un diffuso meccanismo di convincimento verso la metropoli olandese sfociato sì, sicuramente, in accordi trasversali e scambi di favori, ma celati sotto il nobile cappello del rispetto della volontà dei dipendenti di EMA, indirizzati verso la piccola e non poi così influente Olanda (nonostante il riguardo sempre riservato ad uno dei paesi fondatori dell’Unione – in seno al Consiglio il voto del Be-Ne-Lux, riunito, è storicamente valso quanto i voti di Francia Italia e Germania).

A riprova di ciò, basti pensare che inizialmente la vera antagonista di Milano nei sondaggi apparisse essere Bratislava (scartata addirittura al primo turno), attraverso un’apertura geo-politica che caldeggiava il trasferimento dell’Agenzia verso una città dell’Est Europa.

La candidatura è rapidamente precipitata proprio a causa del malcontento di numerosi dipendenti i quali sono arrivati a minacciare l’abbandono del posto di lavoro se la sede fosse stata trasferita in Slovacchia.

Nei sondaggi interni all’Agenzia, infatti, la città slovacca riscuoteva ben pochi consensi mentre Amsterdam era l’assoluta prima scelta.

I giochi di potere ed i sottili equilibri tra gli Stati Membri hanno fatto il resto.

Come avrebbe detto il Dalai Lama, “quando perdi, non perdere la lezione”.

È auspicabile un cambio di atteggiamento ed una maggiore presa di coscienza riguardo alle tematiche europee, che troppo spesso vengono utilizzate esclusivamente come parafulmine, indicate come l’unico ed il solo responsabile di scelte politiche inevitabili, a livello nazionale, di fronte alle quali il governo non ha potuto far altro che dar seguito passivamente, chinando il capo. La realtà è ben diversa.

L’Europa, con tutti suoi difetti, è fonte di grande opportunità, ed è l’unico strumento che abbiamo a disposizione per poter tutelare e far valere i nostri interessi sulla scena globale, la quale si sta arricchendo di realtà economiche dirompenti che non esistevano o quasi fino a un paio di decenni fa.

Nessun paese europeo, nemmeno la Germania, da sola, potrebbe rivestire una posizione di forza nella contrattazione con le potenze economiche del terzo millenio.

Se la riluttanza e la diffidenza riguardo una progressiva cessione di sovranità a favore dell’Unione sono ancora diffuse in tutto il continente, dove, tra l’altro, pericolosi rigurgiti nazionalisti stanno minando il primo punto dei Criteri di Copenhagen, è però doveroso da parte del nostro Paese acquisire maggiore consapevolezza di ciò che già esiste ed è possibile ottenere attraverso i Trattati oggi in vigore, massimizzando ed ampliando i numerosi benefici che da essi possiamo trarre.

Avv. Andrea Mangia
Avvocato in Piacenza

andrea.mangia@mangia-lex.com

 

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EMA – tra falsi miti e cattive abitudini: un’opportunità dentro una sconfitta

Non sorgerà in Pianura Padana, ma si ergerà tra i canali della Venezia del nord la nuova sede dell’European Medicines Agency, pronta a lasciare Londra e l’isola Britannica per approdare sul Continente. Il passo è considerevole, ma non così lungo quanto tutti abbiamo sperato, chi per semplice patriottismo, chi invece conscio dei benefici che ciò avrebbe comportato, da un punto di vista strategico, politico ed economico.

Brucia ancora, a più di una settimana di distanza, la beffarda assegnazione ad Amsterdam dell’Agenzia Europea del Farmaco che ha visto Milano soccombere per sorteggio dopo essere stata in vantaggio alle prime due tornate di votazione e dopo che la terza si era conclusa sul tredici pari.

Il complesso metodo di votazione aveva già destato alcune perplessità ed in molti avevano immaginato che la sorpresa potesse essere dietro l’angolo.

Ma non era solo la medodologia di voto il motivo delle grandi incertezze che ruotavano attorno alla votazione.

Attorno al voto gravitavano infatti una serie di interessi ed accordi trasversali che ne minavano l’imparzialità, il tutto condito dai sempre vivi e diffusi individualismi statali, ancora riluttanti e ben lontani dal considerarsi “uniti in un sol patto” e votati alla bandiera a 12 stelle, ma anzi ancora bramosi di ottenere piccole ed egoistiche conquiste, perdendo di vista la visione più ampia dello stare insieme in questa tanto vituperata”casa europea”.

Non vi è un solo sconfitto, in questa vicenda.

In primo luogo, è una sconfitta per l’UE, ed i motivi sono almeno due. L’Unione ha voluto mantenere un profilo neutrale, evitando di stilare una graduatoria che fosse basata su requisiti e dati tecnici ma mostrando un’imparzialità forse addirittura eccessiva, la quale rischiava di portare a scelte controproducenti e mal ponderate.

In aggiunta, relegare ad un mero sorteggio una scelta così importante, decidendo dunque di non decidere, o non trovando valide alternative ai meccanismi di voto adottati, è un poco incoraggiante segnale di debolezza.

Ma questa è anche e soprattutto una sconfitta per il nostro paese. Oltre ad aver perso l’occasione di riacquisire prestigio sulla scena continentale, la sconfitta si manifesta da un punto di vista economico (è stimato che l’EMA avrebbe portato un indotto economico di più di un miliardo di euro), ed ancor più da un punto di vista politico.

Non tanto per le argomentazioni adottate a sostegno della candidatura di Milano (ottimi i richiami alla potenziale cooperazione con l’Agenzia Italiana del farmaco, assolutamente all’avanguardia rispetto alla scena Europea) quanto per le risposte che le varie forze politiche hanno dato a questa sconfitta.

Pare che nemmeno questa débacle dal punto di vista politico sia stata motivo per mettersi in discussione in maniera più ampia riguardo all’approccio ed alle competenze che il nostro paese possiede sulle tematiche europee.

Il dibattito si è ridotto alla diffusione di una fake news riguardo ad una presunta brochure scarna e mal impaginata sottoposta al Consiglio per presentare la propria candidatura, che ha sortito il solo effetto di fornire ai social addicted qualche ora di aride schermaglie a mezzo tastiera, ed al biasimo, da più parti, per il fatto che alla votazione non fosse presente il premier Gentiloni (o il Ministro degli Esteri Alfano) ma solo il sottosegretario alla presidenza del Consiglio con delega agli affari Europei Sandro Gozi.

Pura propaganda politica che non inquadra minimamente il problema. Nonostante tutto ciò che abbiate letto o ciò che ne pensiate, alla votazione non erano presenti né Angela Merkel né Emanuelle Macròn. La Francia ha mandato Nathalie Loiseau e la Germania Michael Roth, i quali ricoprono la funzione equivalente a quella di Sandro Gozi in Italia.

L’errore ha più risvolti: si passa dalla poca conoscenza delle dinamiche europee alla pura irresponsabilità di fronte all’elettorato che ha invece necessità sempre crescente di conoscere quali siano le vere dinamiche che governano le Istituzioni Europee.

Sarebbe ora di smettere di riferirsi a Bruxelles tacciandola di essere una tecnocrazia fatta di burocrati che impongono agli Stati la propria volontà. I c.d. burocrati (ovverosia i funzionari della Commissione Europea) non hanno alcun potere decisionale. Qualsiasi proposta legislativa è vagliata dal Consiglio e dal Parlamento Europeo, in cui a prevalere sono preminentemente gli interessi statali.

Sebbene sia risibile pensare che la presenza del nostro Premier il giorno delle votazioni avrebbe potuto in qualche modo cambiare le sorti della votazione stessa (come se una decisione del genere fosse frutto dell’improvvisazione e delle sensazioni del momento e non il risultato di delicate e continue relazioni diplomatiche) è altrettanto importante evidenziare che, storicamente, l’esperto operatore italiano in ambito europeo badi troppo alla forma e molto poco alla sostanza, denotando una scarsa conoscenza di quelle che sono le dinamiche che determinano la presa di decisione a livello Unitario.

Il dubbio è serio e profondo: ciò accade per semplice irresponsabilità politica verso l’elettorato? O accade perché dopo 60 anni di trattati non abbiamo ancora capito (o non ci è mai interessato veramente capire) quale sia la strada da percorrere al fine di raggiungere i propri obiettivi in ambito europeo? O entrambe le cose insieme?

È sempre la stessa storia che si ripete. Il rappresentante di interessi italiano ritiene di poter discutere e negoziare condizioni favorevoli ai propri affari direttamente con un Direttore Generale, fiero di essere stato ricevuto ed ascoltato dalle più alte sfere gerarchiche della Commissione, trascurando che quando le questioni arrivano ad un direttore generale i giochi siano già fatti e le leggi sostanzialmente già scritte, attraverso il lavoro, già durato mesi, di centinaia di funzionari, coordinati dai capi unità. Salvo poi lamentarsi poiché il proprio interesse non è stato rispettato.

E così anche in ambito politico, il messaggio che passa, per pura propaganda, è che se il Premier Gentiloni fosse andato a stringere qualche mano il giorno della votazione l’esito oggi sarebbe stato diverso, trascurando completamente le dinamiche che influenzano realmente la governance europea.

Come sono andate realmente le cose riguardo ad EMA?

Una piccola inside information giunta in maniera del tutto informale riferisce che la candidatura di Amsterdam ha guadagnato rapidi e solidi consensi poiché con maggior tempestività è stato individuato il fattore determinante e strategico su cui puntare: i dipendenti di EMA.

Il governo olandese ha saputo far leva sulla volontà di quasi 900 persone, tra assistenti e funzionari, mostrando loro quali opportunità, benefits, servizi, facilities, sistemazioni ed infrastrutture sarebbero state messe loro a disposizione se si fossero trasferiti in Olanda.

È da questo anelito pro-Amsterdam interno all’Agenzia (il cui Direttore, tra l’altro, è Italiano) che si è innescato un diffuso meccanismo di convincimento verso la metropoli olandese sfociato sì, sicuramente, in accordi trasversali e scambi di favori, ma celati sotto il nobile cappello del rispetto della volontà dei dipendenti di EMA, indirizzati verso la piccola e non poi così influente Olanda (nonostante il riguardo sempre riservato ad uno dei paesi fondatori dell’Unione – in seno al Consiglio il voto del Be-Ne-Lux, riunito, è storicamente valso quanto i voti di Francia Italia e Germania).

A riprova di ciò, basti pensare che inizialmente la vera antagonista di Milano nei sondaggi apparisse essere Bratislava (scartata addirittura al primo turno), attraverso un’apertura geo-politica che caldeggiava il trasferimento dell’Agenzia verso una città dell’Est Europa.

La candidatura è rapidamente precipitata proprio a causa del malcontento di numerosi dipendenti i quali sono arrivati a minacciare l’abbandono del posto di lavoro se la sede fosse stata trasferita in Slovacchia.

Nei sondaggi interni all’Agenzia, infatti, la città slovacca riscuoteva ben pochi consensi mentre Amsterdam era l’assoluta prima scelta.

I giochi di potere ed i sottili equilibri tra gli Stati Membri hanno fatto il resto.

Come avrebbe detto il Dalai Lama, “quando perdi, non perdere la lezione”.

È auspicabile un cambio di atteggiamento ed una maggiore presa di coscienza riguardo alle tematiche europee, che troppo spesso vengono utilizzate esclusivamente come parafulmine, indicate come l’unico ed il solo responsabile di scelte politiche inevitabili, a livello nazionale, di fronte alle quali il governo non ha potuto far altro che dar seguito passivamente, chinando il capo. La realtà è ben diversa.

L’Europa, con tutti suoi difetti, è fonte di grande opportunità, ed è l’unico strumento che abbiamo a disposizione per poter tutelare e far valere i nostri interessi sulla scena globale, la quale si sta arricchendo di realtà economiche dirompenti che non esistevano o quasi fino a un paio di decenni fa.

Nessun paese europeo, nemmeno la Germania, da sola, potrebbe rivestire una posizione di forza nella contrattazione con le potenze economiche del terzo millenio.

Se la riluttanza e la diffidenza riguardo a una progressiva cessione di sovranità a favore dell’Unione sono ancora diffuse in tutto il continente, dove, tra l’altro, pericolosi rigurgiti nazionalisti stanno minando il primo punto dei Criteri di Copenhagen, è però doveroso da parte del nostro Paese acquisire maggiore consapevolezza di ciò che già esiste ed è possibile ottenere attraverso i Trattati oggi in vigore, massimizzando ed ampliando i numerosi benefici che da essi possiamo trarre.

Avv. Andrea Mangia
Avvocato in Piacenza

andrea.mangia@mangia-lex.com

 

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La politica dei fondi d’investimento in Lussemburgo

Nel corso degli anni, il Lussemburgo si è affermato come una delle prime piazze finanziarie mondiali grazie allo sviluppo dell’industria dei fondi. In particolare, questa crescita si è basata sui fondi alternativi che oggi rappresentano la maggior parte dei fondi presenti a Lussemburgo.

Introdotti nel sistema finanziario dell’Unione europea per effetto della direttiva 2011/61/UE, i fondi alternativi sono nati per politiche d’investimento mirate, in tal senso è sufficiente ricordare i fondi immobiliari o i fondi di “private equity”. La loro flessibilità li rende validi strumenti anche per acquistare aziende e finanziare il loro sviluppo o semplicemente per conservare i patrimoni familiari.

Molteplici sono i vantaggi di un fondo d’investimento.

I fondi d’investimento rendono possibile una diversificazione degli investimenti da parte di soggetti professionalmente qualificati, come richiede la direttiva comunitaria. Inoltre, i risparmiatori sono garantiti dal controllo al quale le società concernenti i fondi sono sottoposte (la CONSOB e la Banca d’Italia per lo Stato italiano) e dalla circostanza, non trascurabile, che risparmiatori possano seguire gli investimenti.

Malgrado i fondi d’investimento nascano al fine di veicolare ricchezza, è da ricordare che i risparmiatori corrono il rischio di non percepire il rendimento inizialmente programmato e anzi di riscontrare una perdita di capitali se le politiche d’investimento non sono correttamente scelte e praticate.

Tanto potrà anche dipendere dalla variabile dell’andamento dei mercati finanziari.

Pe quel che concerne il Lussemburgo, è doveroso premettere che il Granducato di Lussemburgo rappresenta la prima piazza finanziaria in Europa e la seconda a livello mondiale per la costituzione di società che si occupano dei fondi d’investimento. Basti pensare che l’attività dei fondi lussemburghesi genera un quarto del PIL ed impiega oltre 13.000 persone nel settore finanziario.

Complice di questo successo, oltre una duratura stabilità politica, anche i vantaggi fiscali che il Granducato si può permettere di applicare, pur ricordando che il Lussemburgo non è un paese off-shore e dunque rimane sottoposto alle direttive comunitarie.

La legge lussemburghese si presenta abbastanza flessibile nella politica di costituzione dei fondi d’investimento, ancorché rimangano fermi determinati aspetti volti a tutelare la posizione degli investitori.

In primo luogo, il lancio di un fondo passa sempre sotto le forche caudine della Commission de Sourveillance du Secteur Financier (CSSF), la quale adotta un controllo rigidissimo, che può durare anche mesi, sulla strutturazione del fondo e sulle sue politiche d’investimento sintetizzate nel documento economico denominato Prospectus.

La CSSF, inoltre, continua a vigilare durante tutta la vita del fondo dal suo lancio sino alla sua possibile estinzione.

D’altra parte l’ambito fiscale è estremamente vantaggioso, basti pensare che i fondi d’investimento sono sottoposti ad una tassa d’abbonamento annuale da versare ogni tre mesi che varia dallo 0,05% per gli OPC (Organismes de Placements Collectifs) allo 0,01% per i FIS ( Fonds d’investissemnt specialisés) e i FIAR ( Fonds d’investissement alternatifs réservés) sino allo 0,25% per le SPF (Société de gestion de patrimoine familial) calcolata sugli attivi netti.

Sono inoltre previsti degli esoneri fiscali alle condizioni stabilite dalla legge lussemburghese per gli OPC, i FIS e i FIAR.

I vantaggi fiscali evidenti dei fondi d’investimento lussemburghesi li rendono un prodotto estremamente attraente per gli investitori/risparmiatori, i quali potranno veicolare e commercializzare i loro beni senza essere imposti fiscalmente né sui loro guadagni né sul loro patrimonio personale.

In quanto leader europeo dei fondi d’investimento, il Granducato di Lussemburgo si è dotato di recente di nuovi strumenti finanziari.

La nuova espansione di mercato pare oggi sia rappresentata dalle start-ups europee, visto che di recente sono stati introdotti il Fund life science, esclusivamente dedicato alle tecnologie biomediche, ed il Luxembourg Future Fund dedicato alle attività imprenditoriali innovatrici.

Tuttavia, il vero fiore all’occhiello è il FIAR (Fonds d’investissement alternatifs réservés).

Introdotto nel 2016, oggi il FIAR rappresenta il fondo d’investimento più utilizzato in Lussemburgo.

Numerosi i vantaggi e non solo fiscali.

In primo luogo la costituzione di un FIAR avviene in tempi estremamente rapidi (1-3 mesi), perché questo tipo di fondo non è sottoposto al controllo della CSSF lussemburghese.

Questo, però, non significa minori garanzie per i risparmiatori e gli investitori.

Infatti, la gestione del FIAR è affidata inderogabilmente ad una società di gestione (Management Company- ManCo) autorizzata dalla CSSF secondo la direttiva comunitaria AIFM 2011/61/UE e registrata presso lo stesso organismo di vigilanza.

Nella pratica, non vi è più la necessità di essere autorizzati al lancio del fondo dalla CSSF, ma il controllo sulla strutturazione del fondo e sul suo lancio passa attraverso la ManCo, che di fatto gestirà il fondo per tutta la sua durata.

In questo senso, i tempi di costruzione del fondo e del suo lancio sul mercato finanziario vengono fortemente ridotti, essendo le ManCo società private qualificate che generalmente hanno un approccio immediato e meno burocratico con gli investitori.

Come si diceva, peò, questo non significa minori garanzie per gli investitori. Le ManCo, infatti, restano strettamente legate alla CSSF con la quale devono periodicamente conferire per questa via continuando a garantire la massima tutela degli interessi degli investitori.

Strutturalmente il FIAR si presenta abbastanza diversificato. Infatti, il fondo assume naturalmente la forma di un “ombrello”, poiché la società si dirama in diversi comparti ciascuno dei quali potrà essere dedicato al privaty equity, ai beni immobili, alla liquidità ed altre attività finanziarie.

Godendo il FIAR del passaporto europeo, le attività investite nel fondo potranno essere commercializzate per tutto il territorio dell’UE.

Quanto all’imposizione fiscale, deve versarsi trimestralmente la tassa di abbonamento annuale dello 0,01% sugli attivi netti. Se il fondo detiene parti di altri fondi, non è dovuta la tassa annuale dello 0,01% al fine di evitare la doppia imposizione. Certi fondi, ad esempio i fondi pensioni, sono esonerati dal versamento dell’una tantum annuale dello 0,01%. I FIAR costituiti sotto forma societaria sono esonerati dal pagamento della tassa sul patrimonio, salva qualche eccezione. Non è dovuta neanche l’imposta relativa alla ritenuta alla fonte.

A livello di fiscalità internazionale il FIAR soggiace a 49 delle 76 convenzioni fiscali concluse tra il Lussemburgo ed altri Paesi europei, tutte tendenti ad agevolare o alleggerire l’imposizione fiscale sui rendimenti degli investitori.

In ogni caso, soprattutto gli investitori europei non residenti nel Granducato di Lussemburgo, e che hanno costituito il fondo come una società di capitali, non sono tenuti ad alcuna imposizione sulle loro plus-valenze. Le plus-valenze realizzate al momento dell’uscita da un comparto e all’entrata in un altro non sono imponibili.

Tutti i servizi forniti da una società di gestione della FIAR, per esempio i servizi di gestione del portafoglio o quelli consistenti in consigli di strategia d’investimento che possono essere forniti oltre che dalla ManCO anche da società indipendenti costituite sotto forma di società in accomandita, sono esonerati dal pagamento d’imposta del 17% a titolo di TVA corrispondente alla nostra imposta sul valore aggiunto (IVA).

In conclusione, il FIAR oggi è innegabilmente il veicolo più attraente nel panorama dell’industria dei fondi del Lussemburgo.

La struttura diversificata del FIAR concernente le attività finanziarie investite e l’opportunità di sfuggire alle faticose tempistiche della messa a punto come accade per la maggior parte dei fondi d’investimento, ne fanno uno strumento fortemente interessante anche nell’ottica di conservazione e rendimento dei più importanti patrimoni familiari.

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La politica dei fondi d’investimento in Lussemburgo

Nel corso degli anni, il Lussemburgo si è affermato come una delle prime piazze finanziarie mondiali grazie allo sviluppo dell’industria dei fondi. In particolare, questa crescita si è basata sui fondi alternativi che oggi rappresentano la maggior parte dei fondi presenti a Lussemburgo.

Introdotti nel sistema finanziario dell’Unione europea per effetto della direttiva 2011/61/UE, i fondi alternativi sono nati per politiche d’investimento mirate, in tal senso è sufficiente ricordare i fondi immobiliari o i fondi di “private equity”. La loro flessibilità li rende validi strumenti anche per acquistare aziende e finanziare il loro sviluppo o semplicemente per conservare i patrimoni familiari.

Molteplici sono i vantaggi di un fondo d’investimento.

I fondi d’investimento rendono possibile una diversificazione degli investimenti da parte di soggetti professionalmente qualificati, come richiede la direttiva comunitaria. Inoltre, i risparmiatori sono garantiti dal controllo al quale le società concernenti i fondi sono sottoposte (la CONSOB e la Banca d’Italia per lo Stato italiano) e dalla circostanza, non trascurabile, che risparmiatori possano seguire gli investimenti.

Malgrado i fondi d’investimento nascano al fine di veicolare ricchezza, è da ricordare che i risparmiatori corrono il rischio di non percepire il rendimento inizialmente programmato e anzi di riscontrare una perdita di capitali se le politiche d’investimento non sono correttamente scelte e praticate.

Tanto potrà anche dipendere dalla variabile dell’andamento dei mercati finanziari.

Pe quel che concerne il Lussemburgo, è doveroso premettere che il Granducato di Lussemburgo rappresenta la prima piazza finanziaria in Europa e la seconda a livello mondiale per la costituzione di società che si occupano dei fondi d’investimento. Basti pensare che l’attività dei fondi lussemburghesi genera un quarto del PIL ed impiega oltre 13.000 persone nel settore finanziario.

Complice di questo successo, oltre una duratura stabilità politica, anche i vantaggi fiscali che il Granducato si può permettere di applicare, pur ricordando che il Lussemburgo non è un paese off-shore e dunque rimane sottoposto alle direttive comunitarie.

La legge lussemburghese si presenta abbastanza flessibile nella politica di costituzione dei fondi d’investimento, ancorché rimangano fermi determinati aspetti volti a tutelare la posizione degli investitori.

In primo luogo, il lancio di un fondo passa sempre sotto le forche caudine della Commission de Sourveillance du Secteur Financier (CSSF), la quale adotta un controllo rigidissimo, che può durare anche mesi, sulla strutturazione del fondo e sulle sue politiche d’investimento sintetizzate nel documento economico denominato Prospectus.

La CSSF, inoltre, continua a vigilare durante tutta la vita del fondo dal suo lancio sino alla sua possibile estinzione.

D’altra parte l’ambito fiscale è estremamente vantaggioso, basti pensare che i fondi d’investimento sono sottoposti ad una tassa d’abbonamento annuale da versare ogni tre mesi che varia dallo 0,05% per gli OPC (Organismes de Placements Collectifs) allo 0,01% per i FIS ( Fonds d’investissemnt specialisés) e i FIAR ( Fonds d’investissement alternatifs réservés) sino allo 0,25% per le SPF (Société de gestion de patrimoine familial) calcolata sugli attivi netti.

Sono inoltre previsti degli esoneri fiscali alle condizioni stabilite dalla legge lussemburghese per gli OPC, i FIS e i FIAR.

I vantaggi fiscali evidenti dei fondi d’investimento lussemburghesi li rendono un prodotto estremamente attraente per gli investitori/risparmiatori, i quali potranno veicolare e commercializzare i loro beni senza essere imposti fiscalmente né sui loro guadagni né sul loro patrimonio personale.

In quanto leader europeo dei fondi d’investimento, il Granducato di Lussemburgo si è dotato di recente di nuovi strumenti finanziari.

La nuova espansione di mercato pare oggi sia rappresentata dalle start-ups europee, visto che di recente sono stati introdotti il Fund life science, esclusivamente dedicato alle tecnologie biomediche, ed il Luxembourg Future Fund dedicato alle attività imprenditoriali innovatrici.

Tuttavia, il vero fiore all’occhiello è il FIAR (Fonds d’investissement alternatifs réservés).

Introdotto nel 2016, oggi il FIAR rappresenta il fondo d’investimento più utilizzato in Lussemburgo.

Numerosi i vantaggi e non solo fiscali.

In primo luogo la costituzione di un FIAR avviene in tempi estremamente rapidi (1-3 mesi), perché questo tipo di fondo non è sottoposto al controllo della CSSF lussemburghese.

Questo, però, non significa minori garanzie per i risparmiatori e gli investitori.

Infatti, la gestione del FIAR è affidata inderogabilmente ad una società di gestione (Management Company- ManCo) autorizzata dalla CSSF secondo la direttiva comunitaria AIFM 2011/61/UE e registrata presso lo stesso organismo di vigilanza.

Nella pratica, non vi è più la necessità di essere autorizzati al lancio del fondo dalla CSSF, ma il controllo sulla strutturazione del fondo e sul suo lancio passa attraverso la ManCo, che di fatto gestirà il fondo per tutta la sua durata.

In questo senso, i tempi di costruzione del fondo e del suo lancio sul mercato finanziario vengono fortemente ridotti, essendo le ManCo società private qualificate che generalmente hanno un approccio immediato e meno burocratico con gli investitori.

Come si diceva, peò, questo non significa minori garanzie per gli investitori. Le ManCo, infatti, restano strettamente legate alla CSSF con la quale devono periodicamente conferire per questa via continuando a garantire la massima tutela degli interessi degli investitori.

Strutturalmente il FIAR si presenta abbastanza diversificato. Infatti, il fondo assume naturalmente la forma di un “ombrello”, poiché la società si dirama in diversi comparti ciascuno dei quali potrà essere dedicato al privaty equity, ai beni immobili, alla liquidità ed altre attività finanziarie.

Godendo il FIAR del passaporto europeo, le attività investite nel fondo potranno essere commercializzate per tutto il territorio dell’UE.

Quanto all’imposizione fiscale, deve versarsi trimestralmente la tassa di abbonamento annuale dello 0,01% sugli attivi netti. Se il fondo detiene parti di altri fondi, non è dovuta la tassa annuale dello 0,01% al fine di evitare la doppia imposizione. Certi fondi, ad esempio i fondi pensioni, sono esonerati dal versamento dell’una tantum annuale dello 0,01%. I FIAR costituiti sotto forma societaria sono esonerati dal pagamento della tassa sul patrimonio, salva qualche eccezione. Non è dovuta neanche l’imposta relativa alla ritenuta alla fonte.

A livello di fiscalità internazionale il FIAR soggiace a 49 delle 76 convenzioni fiscali concluse tra il Lussemburgo ed altri Paesi europei, tutte tendenti ad agevolare o alleggerire l’imposizione fiscale sui rendimenti degli investitori.

In ogni caso, soprattutto gli investitori europei non residenti nel Granducato di Lussemburgo, e che hanno costituito il fondo come una società di capitali, non sono tenuti ad alcuna imposizione sulle loro plus-valenze. Le plus-valenze realizzate al momento dell’uscita da un comparto e all’entrata in un altro non sono imponibili.

Tutti i servizi forniti da una società di gestione della FIAR, per esempio i servizi di gestione del portafoglio o quelli consistenti in consigli di strategia d’investimento che possono essere forniti oltre che dalla ManCO anche da società indipendenti costituite sotto forma di società in accomandita, sono esonerati dal pagamento d’imposta del 17% a titolo di TVA corrispondente alla nostra imposta sul valore aggiunto (IVA).

In conclusione, il FIAR oggi è innegabilmente il veicolo più attraente nel panorama dell’industria dei fondi del Lussemburgo.

La struttura diversificata del FIAR concernente le attività finanziarie investite e l’opportunità di sfuggire alle faticose tempistiche della messa a punto come accade per la maggior parte dei fondi d’investimento, ne fanno uno strumento fortemente interessante anche nell’ottica di conservazione e rendimento dei più importanti patrimoni familiari.

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Diritto all’adeguamento retributivo dei medici specializzandi: termini e prescrizione

La giurisprudenza ormai consolidata ha stabilito i termini di decorrenza della prescrizione per far valere il diritto all’adeguamento retributivo dei medici specializzandi.

L’ormai annosa vicenda prende le mosse da alcune direttive comunitarie (la numero 75/362/CEE e 75/363/CEE, trasfuse ed integrate nella numero 82/76/CEE) che hanno sancito alcuni principi in materia di esercizio della professione medica, come ad esempio il reciproco riconoscimento dei titoli tra gli stati membri, e, per quanto qui interessa, la necessità di garantire una adeguata remunerazione per l’attività di formazione dei medici specialisti.

Gli Stati membri avrebbero dovuto recepire le direttive europee entro la data del 31 dicembre 1982, cosa che l’Italia non fece mai, restando per molti anni successivi inadempiente all’obbligo di uniformare l’ordinamento interno ai principi comunitari sulla professione medica.

Finalmente, con il Decreto Legislativo n. 257 dell’8 agosto 1991, il legislatore italiano ha dato attuazione ai principi comunitari, ma solo parzialmente, stabilendo il diritto a percepire una remunerazione esclusivamente in favore dei medici specializzandi a partire dall’anno accademico 1991/1992. Pertanto tutti gli specializzandi iscritti negli anni accademici anteriori si sono trovati ad essere esclusi dal diritto di percepire l’indennità riconosciuta ai loro colleghi più giovani.

A seguito dei numerosi ricorsi giudiziali azionati contro tale ingiusta esclusione, si è consolidato l’orientamento giurisprudenziale che riconosce ai medici specializzandi iscritti

negli anni accademici precedenti al 1991/1992 il diritto al risarcimento del danno derivante dalla mancata attuazione della direttiva europea.

 In sostanza, anche i soggetti esclusi dall’applicazione del Decreto legislativo 257/91, e quindi i medici che hanno conseguito la specializzazione negli anni accademici compresi tra il 1 gennaio 1983 e il 1990/1991, possono recuperare le somme loro spettanti promuovendo un’azione di risarcimento del danno derivante dal mancato recepimento della normativa comunitaria.

Proprio guardo a tale domanda risarcitoria si è posto il problema di disciplinare il decorso della prescrizione, ossia la durata del termine prescrizionale applicabile e il termine iniziale di decorrenza.

Sul punto la giurisprudenza oggi consolidata, si veda per tutte sentenza della Corte di Cassazione n. 10813/2011, ha stabilito alcuni principi di diritto, premettendo che le direttive comunitarie citate devono essere ricomprese tra quelle non direttamente applicabili nell’ordinamento italiano, quindi non auto esecutive, e come tali bisognose di provvedimenti attuativi interni.

Innanzitutto la responsabilità dello Stato per inadempimento all’obbligo di attuare le direttive comunitarie ha natura contrattuale ed è riconducibile alla disciplina dell’art 1176 del codice civile; ne deriva un obbligo risarcitorio che prescinde dagli elementi della colpa e del dolo e soggiace al termine ordinario decennale di prescrizione.

Inoltre, sempre secondo la giurisprudenza, la condotta inadempiente dello Stato ha dato luogo ad un illecito permanente, il cui obbligo risarcitorio si è di giorno in giorno rinnovato, sino a quando il legislatore non ha provveduto a recepire le norme europee.

Per tale ragione, rispetto ai medici specializzandi esclusi dalla previsione del Decreto Legislativo n. 257/1991, il termine di prescrizione non può considerarsi decorso a far tempo da tale normativa, restando essi, in quanto non compresi dal suo ambito di applicazione, in una situazione di “attesa” rispetto all’obbligo dello Stato italiano di recepire le direttive comunitarie rendendole applicabili anche nei loro confronti.

Verso tali soggetti, invece, la prescrizione decennale può considerarsi decorrente solo a far tempo dalla data del 27 ottobre 1999, data di entrata in vigore della Legge 19 ottobre 1999 n.370, con la quale il legislatore, all’art 11, dando ulteriore parziale attuazione alla normativa europea, ha riconosciuto il diritto alla remunerazione solo ai medici specializzandi destinatari di alcune sentenze definitive del Tribunale Amministrativo Regionale del Lazio. Da tale data, infatti, tutti i soggetti esclusi dal riconoscimento economico di cui sopra, hanno avuto la ragionevole certezza che lo Stato, dopo tale adempimento parziale, non avrebbe più emanato ulteriori atti di adempimento delle direttive comunitarie e che quindi fosse diventato definitivo l’inadempimento statale nei confronti dei soggetti esclusi dai giudicati del Tribunale Amministrativo.

Conseguentemente, il diritto al risarcimento del danno per mancato adeguamento retributivo dei medici ammessi alle scuole di specializzazione negli anni 1983-1991 deve considerarsi prescritto alla data del 27 ottobre 2009, salvo che essi non abbiano nel frattempo interrotto il termine prescrizionale decennale, agendo in giudizio o  ponendo comunque in essere atti di esercizio del loro diritto ad una adeguata remunerazione.

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Fenomeno Fake News: come fronteggiare la circolazione di notizie false in rete

Recenti statistiche mostrano come il Web stia diventando sorgente di notizie sempre più utilizzata, contrastando la Tv, ancora la fonte d’informazione prediletta dagli italiani e soprattutto la stampa.

Aggiornarsi oggi è diventato semplicissimo e, anche grazie a smartphone e tablet, le notizie ci giungono in maniera rapida e costante, 24 ore su 24, trecentosessantacinque giorni l’anno.

Questo ha portato a un’accelerazione del flusso informatico ma anche a una dispersione di notizie dalle fonti non sempre attendibili, alimentando un fenomeno in rapida ascesa noto ai più col nome anglosassone di fake news.

Alcuni forse ricorderanno la bufala fatta circolare sul web qualche mese fa che ritraeva un improbabile Umberto Eco che spingeva a votare sì al referendum costituzionale dello scorso novembre, con la foto di un signore dalla dubbia somiglianza con il grande scrittore, che esibiva una t-shirt con la scritta “basta un sì”. In poche ore la notizia è diventata virale generando condivisioni e commenti spesso desolanti sul compianto semiologo.

O ancora, il falso endorsment di Papa Francesco a favore di Donald Trump per la corsa alla Casa Bianca alle ultime presidenziali che ha tratto in inganno parte dell’elettorato americano.

Casi celebri che hanno condizionato non poco l’opinione pubblica, influenzando le persone e alterando il loro modo di vedere la realtà dei fatti.

Ma senza arrivare a palcoscenici così mediaticamente esposti, una notizia falsa può colpire anche un soggetto privato, screditandolo o diffamandolo pubblicamente.

Come riconoscere le fake news?

Il fenomeno delle fake news è molto complesso poiché vengono create in maniera strategica e si confondono nella grande mole di notizie che circolano online, sfruttando prevalentemente il basso livello di attenzione dei lettori.

Nella maggioranza dei casi, le bufale vengono create a partire da un flusso di notizie vere da cui si prende spunto e su cui si ricamano particolari non corrispondenti alla realtà dei fatti.

Fortunatamente, è possibile prendere diversi accorgimenti per riconoscere le notizie false e per difendersi dall’attacco ormai sempre più copioso di bufale.

Prima di tutto è fondamentale non fermarsi al mero titolo, spesso scritto in maniera fuorviante, con caratteri in maiuscolo e una punteggiatura smodata per attirare l’attenzione e creare sgomento: non è un caso che, secondo un recente sondaggio firmato BuzzFeed News, le fake news sono le più condivise e commentate sul web; approfondire la vicenda e controllare se è confermata anche da altre testate è sicuramente un’azione intelligente e indispensabile per smascherare le bufale.

Occhio inoltre al nome del portale che diffonde la notizia. Spesso sono siti web che hanno nomi simili a testate molto note: ilfattoquotidaino.com, NewsTg24.com o gazzettadellasera.com sono alcuni degli esempi più eclatanti.

Habitat ideale per diffondere notizie di questo tipo sono senz’altro i social dove tendenzialmente la soglia di attenzione delle persone che vi navigano è bassa e quindi informazioni non verificate riescono a circolare con maggiore facilità.

Facebook e Google stanno prendendo in seria considerazione il tema, attivandosi per creare strategie mirate a contrastare la diffusione di bufale online. Google sta avanzando l’ipotesi di tagliare i proventi pubblicitari ai siti che diffondono notizie false, mentre invece Mark Zuckerberg sta sperimentando un nuovo tool che permette di evidenziare un contenuto falso, segnalando il link dello stesso ed etichettandolo come “notizia falsa”.

Esistono inoltre delle estensioni che alcuni browser stanno mettendo a disposizione come BS Detector che, grazie a un database interno in costante evoluzione, riesce a classificare la fonte di una notizia etichettandola come più o meno affidabile.

Molto spesso infatti queste notizie si appoggiano a siti e blog esterni, non verificati e che hanno il solo scopo di generare views, traffico e dunque proventi pubblicitari. Ma il clickbait non è il solo motivo per cui vengono create. Le fake news possono essere redatte anche con il solo scopo di screditare o diffamare un soggetto.

In questi casi è fondamentale sapersi difendere in maniera tempestiva. Se sei un politico, un personaggio pubblico o un semplice cittadino, puoi appellarti alla legge (Art. 656 del codice penale) ma talvolta può essere necessario rivolgersi a servizi qualificati di tutela della reputazione online.

Come comportarsi se si è vittima di una notizia falsa?

Abbiamo già visto in un nostro precedente articolo come comportarsi si è oggetto di notizie vecchie, datate o non aggiornate. Ma che fare nel caso in cui si è vittima di notizie false o diffamatorie?

Esiste la possibilità di segnalare, tramite appositi moduli online, i link a Google o a Facebook, ma spesso non è sufficiente e risulta necessario affidarsi a società specializzate.

Tutela Digitale offre un servizio efficace di monitoraggio continuo delle attività sul web e, dove possibile, elimina o de-indicizza notizie false o non aggiornate, forum, blog e profili falsi creati solo con l’intento di rovinare la tua reputazione online.

Avv. Sveva Antonini
Avvocato in Bologna
sveva.antonini@redpoints.it

Articolo gia’ pubblicato sul sito www.tuteladigitale.it.

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Fenomeno Fake News: come fronteggiare la circolazione di notizie false in rete

Recenti statistiche mostrano come il Web stia diventando sorgente di notizie sempre più utilizzata, contrastando la Tv, ancora la fonte d’informazione prediletta dagli italiani e soprattutto la stampa.

Aggiornarsi oggi è diventato semplicissimo e, anche grazie a smartphone e tablet, le notizie ci giungono in maniera rapida e costante, 24 ore su 24, trecentosessantacinque giorni l’anno.

Questo ha portato a un’accelerazione del flusso informatico ma anche a una dispersione di notizie dalle fonti non sempre attendibili, alimentando un fenomeno in rapida ascesa noto ai più col nome anglosassone di fake news.

Alcuni forse ricorderanno la bufala fatta circolare sul web qualche mese fa che ritraeva un improbabile Umberto Eco che spingeva a votare sì al referendum costituzionale dello scorso novembre, con la foto di un signore dalla dubbia somiglianza con il grande scrittore, che esibiva una t-shirt con la scritta “basta un sì”. In poche ore la notizia è diventata virale generando condivisioni e commenti spesso desolanti sul compianto semiologo.

O ancora, il falso endorsment di Papa Francesco a favore di Donald Trump per la corsa alla Casa Bianca alle ultime presidenziali che ha tratto in inganno parte dell’elettorato americano.

Casi celebri che hanno condizionato non poco l’opinione pubblica, influenzando le persone e alterando il loro modo di vedere la realtà dei fatti.

Ma senza arrivare a palcoscenici così mediaticamente esposti, una notizia falsa può colpire anche un soggetto privato, screditandolo o diffamandolo pubblicamente.

Come riconoscere le fake news?

Il fenomeno delle fake news è molto complesso poiché vengono create in maniera strategica e si confondono nella grande mole di notizie che circolano online, sfruttando prevalentemente il basso livello di attenzione dei lettori.

Nella maggioranza dei casi, le bufale vengono create a partire da un flusso di notizie vere da cui si prende spunto e su cui si ricamano particolari non corrispondenti alla realtà dei fatti.

Fortunatamente, è possibile prendere diversi accorgimenti per riconoscere le notizie false e per difendersi dall’attacco ormai sempre più copioso di bufale.

Prima di tutto è fondamentale non fermarsi al mero titolo, spesso scritto in maniera fuorviante, con caratteri in maiuscolo e una punteggiatura smodata per attirare l’attenzione e creare sgomento: non è un caso che, secondo un recente sondaggio firmato BuzzFeed News, le fake news sono le più condivise e commentate sul web; approfondire la vicenda e controllare se è confermata anche da altre testate è sicuramente un’azione intelligente e indispensabile per smascherare le bufale.

Occhio inoltre al nome del portale che diffonde la notizia. Spesso sono siti web che hanno nomi simili a testate molto note: ilfattoquotidaino.com, NewsTg24.com o gazzettadellasera.com sono alcuni degli esempi più eclatanti.

Habitat ideale per diffondere notizie di questo tipo sono senz’altro i social dove tendenzialmente la soglia di attenzione delle persone che vi navigano è bassa e quindi informazioni non verificate riescono a circolare con maggiore facilità.

Facebook e Google stanno prendendo in seria considerazione il tema, attivandosi per creare strategie mirate a contrastare la diffusione di bufale online. Google sta avanzando l’ipotesi di tagliare i proventi pubblicitari ai siti che diffondono notizie false, mentre invece Mark Zuckerberg sta sperimentando un nuovo tool che permette di evidenziare un contenuto falso, segnalando il link dello stesso ed etichettandolo come “notizia falsa”.

Esistono inoltre delle estensioni che alcuni browser stanno mettendo a disposizione come BS Detector che, grazie a un database interno in costante evoluzione, riesce a classificare la fonte di una notizia etichettandola come più o meno affidabile.

Molto spesso infatti queste notizie si appoggiano a siti e blog esterni, non verificati e che hanno il solo scopo di generare views, traffico e dunque proventi pubblicitari. Ma il clickbait non è il solo motivo per cui vengono create. Le fake news possono essere redatte anche con il solo scopo di screditare o diffamare un soggetto.

In questi casi è fondamentale sapersi difendere in maniera tempestiva. Se sei un politico, un personaggio pubblico o un semplice cittadino, puoi appellarti alla legge (Art. 656 del codice penale) ma talvolta può essere necessario rivolgersi a servizi qualificati di tutela della reputazione online.

Come comportarsi se si è vittima di una notizia falsa?

Abbiamo già visto in un nostro precedente articolo come comportarsi se si è oggetto di notizie vecchie, datate o non aggiornate. Ma che fare nel caso in cui si è vittima di notizie false o diffamatorie?

Esiste la possibilità di segnalare, tramite appositi moduli online, i link a Google o a Facebook, ma spesso non è sufficiente e risulta necessario affidarsi a società specializzate.

Avv. Sveva Antonini
Avvocato in Bologna
sveva.antonini@redpoints.it

Articolo gia’ pubblicato sul sito www.tuteladigitale.it.

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Le nuove norme sulla responsabilità civile e penale in ambito medico-sanitario

Con la recente Legge n. 24 dell’08/03/2017, il legislatore ha introdotto nuovi principi e nuove procedure in materia di risarcimento del danno da responsabilità medico-sanitaria.

L’intento del legislatore è stato quello di far maggiore chiarezza in un ambito estremamente delicato per l’importanza degli interessi coinvolti e le ripercussioni economiche e sociali del contenzioso sanitario, da tempo in costante crescita, contemperando il diritto al risarcimento del paziente leso nel fondamentale diritto alla salute con la tutela dell’operatore sanitario.

Esaminiamo quindi le principali novità introdotte dalla legge sulla responsabilità dell’operatore sanitario.

Innanzitutto, nella giusta ottica di prevenzione del danno, la normativa impone alle strutture sanitarie, pubbliche e private, e a tutti gli operatori sanitari, l’obbligo di contribuire ad assicurare, adottando opportuni modelli organizzativi, la prevenzione e la gestione del rischio sanitario.

Tale attività di gestione e prevenzione del rischio è, secondo il legislatore, un modo per assicurare il fondamentale diritto alla sicurezza delle cure, sancito dall’articolo 1 della Legge 24/2017 e inteso quale naturale corollario del diritto alla salute affermato dall’art 32 della Costituzione.

Quindi la prevenzione del rischio sanitario è concepita, non solo una necessaria misura deflattiva del danno e del conseguente obbligo risarcitorio, con tutti i drammatici risvolti anche sul piano della finanza pubblica, ma anche uno strumento per tutelare maggiormente la salute del paziente.

In secondo luogo il legislatore ha inteso alleggerire la responsabilità personale del singolo operatore sanitario, cogliendo un’istanza da tempo sentita come urgente.

Sono noti gli effetti della cosiddetta “medicina difensiva”, termine con il quale si indica un approccio diagnostico e terapeutico volto, non tanto al bene del malato, quanto a garantire al medico l’esenzione da possibili responsabilità risarcitorie. Tale approccio, con il quale si è cercato sino ad ora di arginare un esponenziale aumento del contenzioso sanitario e delle moltiplicate pretese risarcitorie confronti dei sanitari, si è rivelato, non solo inutile per il malato, ma gravemente deleterio per le sempre più esangui casse statali.

La legge 24/2017 tenta di dare una svolta decisiva novellando le norme sulla responsabilità sia civile che penale in ambito medico sanitario.

Il nuovo regime di responsabilità civile dell’operatore sanitario

Dal punto di vista della responsabilità civile il legislatore ha inteso garantire, da un lato, il diritto al risarcimento del danno derivante da prestazione sanitaria e, dall’altro, un’adeguata tutela dell’operatore sanitario, sancendo la primaria responsabilità della struttura sanitaria.

L’art 7 della nuova legge, mediante la previsione di norme espressamente qualificate come imperative, prevede infatti che sia la struttura sanitaria, pubblica o privata, presso la quale la prestazione sanitaria è erogata, a dover rispondere a titolo di responsabilità contrattuale delle condotte colpose e dolose dell’operatore sanitario, anche qualora quest’ultimo operi in regime di libera professione e sia stato scelto dal paziente.

Tale regime di responsabilità si applica anche ai sanitari che operano in convenzione con Servizio Sanitario Nazionale e nell’ambito della sperimentazione o ricerca clinica e della telemedicina.

Parallelamente, la normativa ha previsto per il singolo operatore sanitario una generale responsabilità ai sensi dell’art 2043 del codice civile, cioè di tipo extracontrattuale, nei confronti del paziente, a meno che egli abbia stipulato con il paziente stesso uno specifico contratto per la sua prestazione sanitaria, nel qual caso risponderà a titolo di responsabilità contrattuale.

La differenza tra responsabilità contrattuale ed aquiliana comporta un diverso regime dell’onere della prova per il paziente danneggiato ed un diverso regime di prescrizione.

Per la valutazione del danno da prestazione sanitaria, l’art 7 impone al giudice di verificare se l’operatore si sia o meno attenuto alle buone pratiche clinico-assistenziali ed alle raccomandazioni previste dalle linee guida, essendo queste ultime assunte ex lege a parametro di correttezza della condotta tenuta dal sanitario.

Inoltre, il giudice dovrà quantificare il danno secondo i criteri dalle tabelle del codice delle assicurazioni private.

La nuova responsabilità penale dell’operatore sanitario

Importanti novità sono state previste anche sotto il profilo della responsabilità penale dell’esercente la professione sanitaria, conformemente alla nuova impostazione seguita dal legislatore.

L’art 6 della legge 24/2017 introduce il nuovo art 590 sexies del codice penale prevedente la nuova fattispecie della “Responsabilità colposa per morte o lesioni personali in ambito sanitario

La nuova norma prevede l’applicazione delle pene previste dal vigente codice penale nel caso in cui l’operatore sanitario provochi la morte o lesioni colpose al paziente; tuttavia, se il fatto è dovuto a imperizia, il sanitario non è punibile se ha agito seguendo i criteri e le raccomandazioni previsti dalle buone pratiche clinico-assistenziali e dalle linee guida previste dalla legge, sempreché essi risultino adeguati al caso concreto.

Quindi il legislatore ha previsto una nuova causa di non punibilità per il sanitario che abbia provocato colposamente l’evento lesivo o mortale seguendo la buona prassi e le linee guida adeguate al caso concreto.

Lara Garlassi
Avvocato in Reggio Emilia

lgarlassi@sabrinamalaguti.com

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Il credito d’imposta per l’acquisto di beni strumentali a favore del mezzogiorno

money-87189_640Dal 1° gennaio 2016 al 31 dicembre 2019 è prevista l’attribuzione di un credito d’imposta alle imprese che acquistano beni strumentali nuovi destinati a strutture produttive ubicate nelle zone assistite delle regioni Campania, Puglia, Basilicata, Calabria, Sicilia, Molise, Sardegna e Abruzzo.

La misura del credito d’imposta riconosciuto varia in base alle dimensioni delle imprese che vi accedono e, precisamente nella misura massima
– del 20% per le piccole imprese,
– del 15% per le medie imprese
– del 10% per le grandi imprese
entro i limiti della Carta degli aiuti a finalità regionale 2014-2020 C(2014) 6424 final del 16/9/2014.

Alle imprese attive nel settore della produzione, trasformazione e commercializzazione primaria di prodotti agricoli, nel settore della pesca e dell’acquacoltura che effettuano l’acquisizione di beni strumentali nuovi, gli aiuti sono concessi nei limiti e alle condizioni previsti dalla normativa europea in materia di aiuti di Stato nei settori agricolo, forestale e delle zone rurali e ittico.

Soggetti beneficiari

I destinatari di questo beneficio sono tutti i soggetti titolari di reddito d’impresa, individuabili in base all’articolo 53 del TUIR, indipendentemente dalla natura giuridica assunta, che effettuano nuovi investimenti destinati a strutture produttive situate nelle aree ammissibili alle deroghe previste dall’articolo 87, paragrafo 3, lettere a) e c), del Trattato istitutivo della Comunità europea, ubicate nelle regioni della Campania, Puglia, Basilicata, Calabria, Sicilia, Molise, Sardegna e Abruzzo.

Il comma 98 art. 1 L. 208/2015 stabilisce che alle imprese attive nel settore della produzione primaria di prodotti agricoli, nel settore della pesca e dell’acquacoltura, disciplinato dal regolamento (UE) n. 1379/ 2013 del Parlamento europeo e del Consiglio, dell’11 dicembre 2013, e nel settore della trasformazione e della commercializzazione di prodotti agricoli e della pesca e dell’acquacultura, che effettuano l’acquisizione di beni strumentali nuovi, gli aiuti sono concessi nei limiti e alle condizioni previsti dalla normativa europea in materia di aiuti di Stato nei settori agricolo, forestale e delle zone rurali e ittico.

Per quanto concerne il settore agricolo, il credito d’imposta si applica nel rispetto degli “Orientamenti comunitari per gli aiuti di Stato nel settore agricolo e forestale” alle attività di trasformazione e commercializzazione dei prodotti agricoli di cui all’allegato I del Trattato CE, con riferimento ai soli casi in cui tali attività non siano esercitate da imprenditori agricoli come definiti all’art. 1 del decreto legislativo 18 maggio 2001, n. 228.

Precisamente per imprese operanti nella trasformazione e commercializzazione dei prodotti agricoli gli aiuti per gli investimenti le cui spese ammissibili siano superiori a 25 mil. EUR, o se l’importo effettivo dell’aiuto supera i 12 milioni di EUR, devono essere appositamente notificati alla Commissione a norma dell’articolo 88, paragrafo 3, del Trattato CE5.

Il regime si applica, inoltre, al settore dei trasporti, nel rispetto delle discipline comunitarie specifiche di settore e, ove prevista, previa autorizzazione comunitaria, ferma restando, in ogni caso, l’esclusione degli attivi mobili dall’agevolazione.

In assenza di un’espressa esclusione normativa si ritiene che possono fruire dell’agevolazione anche gli enti non commerciali, con riferimento all’attività commerciale eventualmente esercitata.

Per le imprese soggette a discipline comunitarie specifiche, ivi inclusa quella relativa ai grandi progetti di investimento, l’applicazione del beneficio in esame è espressamente subordinata alle condizioni sostanziali e procedurali definite dalle predette discipline dell’Unione europea e alla preventiva autorizzazione della Commissione europea, ove prescritta.

Soggetti esclusi dall’agevolazione

In base al comma 100 dell’articolo 1 della Legge di stabilità per l’anno 2016, l’agevolazione non spetta ai soggetti che operano nei settori dell’industria siderurgica, carbonifera, della costruzione navale, delle fibre sintetiche, dei trasporti e delle relative infrastrutture, della produzione e della distribuzione di energia e delle infrastrutture energetiche, nonché ai settori creditizio, finanziario e assicurativo.

Inoltre, l’agevolazione non si applica alle imprese in difficoltà come definite dalla comunicazione della Commissione europea 2014/C 249/01, del 31 luglio 2014.

In particolare, la Commissione europea ritiene che un’impresa sia in difficoltà se, in assenza di un intervento dello Stato, è quasi certamente destinata al collasso economico a breve o a medio termine. Pertanto un’impresa è considerata in difficoltà se sussiste almeno una delle seguenti circostanze:

a) nel caso di società a responsabilità limitata, qualora abbia perso più della metà del capitale sociale sottoscritto a causa di perdite cumulate. Ciò si verifica quando la deduzione delle perdite cumulate dalle riserve (e da tutte le altre voci generalmente considerate come parte dei fondi propri della società) dà luogo a un importo cumulativo negativo superiore alla metà del capitale sociale sottoscritto;

b) nel caso di società in cui almeno alcuni soci abbiano la responsabilità illimitata per i debiti della società, qualora abbia perso più della metà dei fondi propri, quali indicati nei conti della società, a causa di perdite cumulate;

c) qualora l’impresa sia oggetto di procedura concorsuale per insolvenza o soddisfi le condizioni previste dal diritto nazionale per l’apertura nei suoi confronti di una tale procedura su richiesta dei suoi creditori;

d) nel caso di un’impresa diversa da una PMI, qualora, negli ultimi due anni:
a. il rapporto debito/patrimonio netto contabile dell’impresa sia stato superiore a 7,5;
b. il quoziente di copertura degli interessi dell’impresa (EBITDA/interessi) sia stato inferiore a 1,0.

Un’impresa di recente costituzione non è ammessa a beneficiare di aiuti a norma dei presenti orientamenti, neanche se la sua situazione finanziaria iniziale è precaria. Ciò avviene, ad esempio, quando la nuova impresa è il risultato della liquidazione di un’impresa preesistente oppure del rilevamento dei suoi attivi. In linea di principio, un’impresa viene considerata di recente costituzione nel corso dei primi tre anni dall’avvio dell’attività nel settore interessato.

Investimenti agevolabili e Progetto di investimento

Il regime agevola i progetti di investimento iniziale in conformità a quanto stabilito dagli Orientamenti comunitari. Pertanto, il credito d’imposta potrà essere concesso soltanto a progetti di investimento iniziale, in conformità alla definizione contenuta negli Orientamenti, e saranno agevolabili soltanto i beni connessi ad un progetto di investimento iniziale.

Per investimento iniziale, sulla base di quanto indicato dalla CM. 38/E/2008, si intende “un investimento in attivi materiali e immateriali riguardante:
– la creazione di un nuovo stabilimento;
– l’ampliamento di uno stabilimento esistente;
– la diversificazione della produzione di uno stabilimento in nuovi 
prodotti aggiuntivi;
– un cambiamento fondamentale del processo di produzione complessivo 
di uno stabilimento esistente”.

Saranno ammissibili i costi/beni materiali o immateriali che fanno parte di 
un progetto di investimento iniziale. Pertanto, l’agevolazione può esser concessa in relazione ai costi sostenuti per effettuare interventi strutturali quali la creazione di un nuovo impianto l’ampliamento, la riattivazione e l’ammodernamento di impianti (diversi da quelli infissi al suolo) esistenti, in quanto gli stessi si realizzano:

a) attraverso interventi intesi ad aumentare la capacità produttiva degli impianti con l’aggiunta di un nuovo complesso a quello preesistente o con l’aggiunta di nuovi macchinari capaci di dotare il complesso esistente di maggiore capacità produttiva;

b) attraverso interventi intesi a riportare in funzione impianti disattivati;

c) attraverso interventi di carattere straordinario volti ad un adeguamento tecnologico dell’impianto che consenta di incrementare i livelli di produttività degli impianti.

Prima di fruire dell’agevolazione i soggetti, che intendono avvalersi del credito d’imposta, devono presentare apposita comunicazione all’Agenzia delle entrate.
Le modalità, i termini di presentazione e il contenuto della comunicazione sono stabiliti con provvedimento del direttore dell’Agenzia medesima, da emanare entro sessanta giorni dalla data di pubblicazione della presente legge nella Gazzetta Ufficiale. L’Agenzia delle entrate comunica alle imprese l’autorizzazione alla fruizione del credito d’imposta.
Si ritiene che il modello possa essere simile al noto modello FAS presente sul sito dell’Agenzia delle Entrate.

Oggetto dell’agevolazione

Sono agevolabili gli investimenti relativi all’acquisto, anche mediante contratti di locazione finanziaria, di macchinari, impianti e attrezzature varie destinati a strutture produttive già esistenti o che vengono impiantate nel territorio.
Nella determinazione dell’investimento ammissibile i beni nuovi sono assunti al costo di acquisto o di costruzione.
Per gli investimenti effettuati mediante contratti di locazione finanziaria, si assume il costo sostenuto dal locatore per l’acquisto dei beni; tale costo non comprende le spese di manutenzione.
Per i beni acquisiti in locazione finanziaria le disposizioni di cui al presente comma si applicano anche se non viene esercitato il riscatto.

Misura del credito di imposta

Il credito d’imposta è commisurato alla quota del costo complessivo dei beni indicati nel paragrafo precedente, nel limite massimo, per ciascun progetto di investimento, pari a:
– 1,5 milioni di euro per le piccole imprese,
– 5 milioni di euro per le medie imprese,
– 15 milioni di euro per le grandi imprese
eccedente gli ammortamenti dedotti nel periodo d’imposta, relativi alle medesime categorie dei beni d’investimento della stessa struttura produttiva, ad esclusione degli ammortamenti dei beni che formano oggetto dell’investimento agevolato.

La misura del credito d’imposta dipende dalla dimensione aziendale e precisamente è stabilita nella misura massima
– del 20% per le piccole imprese,
– del 15% per le medie imprese,
– del 10% per le grandi imprese.

In sostanza Il credito d’imposta spetta per ciascun esercizio fiscale in cui sono realizzati gli investimenti. L’ammontare dell’investimento ammissibile all’agevolazione in argomento è dato, per ciascun periodo d’imposta e per ciascuna struttura produttiva, dal costo complessivo delle acquisizioni di beni nuovi appartenenti alle categorie indicate dalla norma decurtato degli ammortamenti dedotti, relativi ai medesimi beni appartenenti alla struttura produttiva nella quale si effettua il nuovo investimento.

Per “struttura produttiva”, sulla base di quanto precisato con la CM 41/E/2001 deve intendersi ogni singola unità locale o stabilimento, ubicati nei territori sopra richiamati, in cui il beneficiario esercita l’attività d’impresa.

Può trattarsi di un autonomo ramo di azienda, inteso come un insieme coordinato di beni materiali, immateriali e risorse umane precisamente identificabili ed esclusivamente ad esso attribuibili, dotato di autonomia decisionale come centro di costo e di profitto, idoneo allo svolgimento di un’attività consistente nella produzione di un output specifico indirizzato al mercato.

Inoltre, si ritiene che possa trattarsi, di una autonoma diramazione territoriale dell’azienda ovvero una mera linea di produzione o un reparto, pur dotato di autonomia organizzativa, purché costituisca di per sé un centro autonomo di imputazione di costi e non rappresenti parte integrante del processo produttivo dell’unità locale situata nello stesso territorio comunale ovvero nel medesimo perimetro aziendale.

Modalità di fruizione del credito

Il credito d’imposta è utilizzabile esclusivamente in compensazione ai sensi dell’articolo 17 del decreto legislativo 9 luglio 1997, n. 241, e successive modificazioni, a decorrere dal periodo d’imposta in cui è stato effettuato l’investimento e deve essere indicato nella dichiarazione dei redditi relativa al periodo d’imposta di maturazione del credito e nelle dichiarazioni dei redditi relative ai periodi d’imposta successivi fino a quello nel quale se ne conclude l’utilizzo.

Al credito d’imposta non si applica il limite di utilizzo annuo di € 250.000,00 di cui all’articolo 1, comma 53, della legge 24 dicembre 2007, n. 244.

Cumulabilità del credito

Il credito d’imposta non è cumulabile con aiuti de minimis e con altri aiuti di Stato che abbiano ad oggetto i medesimi costi ammessi al beneficio.

Di conseguenza si ritiene che nel modello da inviare all’Agenzia delle Entrate, sarà prevista una specifica attestazione da parte del soggetto beneficiario che dichiari che non beneficia di tali aiuti.

Ad avviso dello scrivente, in considerazione di espressi divieti non previsti dalla norma, dovrebbe invece essere consentito usufruire del maxi ammortamento del 140% previsto sempre dalla Stabilità. Sul punto ovviamente si è in attesa di un chiarimento ufficiale da parte dell’Agenzia delle Entrate.

L’agevolazione di cui ai commi da 98 a 106 è concessa nel rispetto dei limiti e delle condizioni previsti dal regolamento (UE) n. 651/2014 della Commissione, del 17 giugno 2014, che dichiara alcune categorie di aiuti compatibili con il mercato interno in applicazione degli articoli 107 e 108 del Trattato sul funzionamento dell’Unione europea, e in particolare dall’articolo 14 del medesimo regolamento, che disciplina gli aiuti a finalità regionale agli investimenti

Rideterminazione dell’agevolazione

È prevista una rideterminazione del credito d’imposta nel caso in cui i beni oggetto dell’agevolazione:

a) non entrino in funzione entro il secondo periodo d’imposta successivo a quello della loro acquisizione o ultimazione;

b) siano dismessi, ceduti a terzi, destinati a finalità estranee all’esercizio dell’impresa ovvero destinati a strutture produttive diverse da quelle che hanno dato diritto all’agevolazione entro il quinto periodo d’imposta successivo a quello nel quale gli stessi sono entrati in funzione (comma 277, secondo periodo).

Per effetto della rideterminazione, il credito d’imposta è computato, per ciascun periodo d’imposta di maturazione, escludendo dagli investimenti agevolati il costo dei beni non entrati in funzione ovvero fatti uscire dal regime di impresa.

Se nel periodo di imposta in cui si verifica una delle ipotesi di cui al precedente punto b), vengono acquisiti beni della stessa categoria di quelli agevolati, “il credito d’imposta è rideterminato escludendo il costo non ammortizzato degli investimenti agevolati per la parte che eccede i costi delle nuove acquisizioni”.

In altri termini, fino a concorrenza del costo non ammortizzato del bene sostituito, l’acquisto del bene nuovo costituisce “mero rimpiazzo” e non può essere oggetto di agevolazione; in tale ipotesi, inoltre, il beneficio viene proporzionalmente meno nella misura in cui il costo non ammortizzato del bene uscente (sostituito) è superiore a quello del nuovo bene (sostituto).

Il credito d’imposta indebitamente utilizzato rispetto all’importo rideterminato secondo le disposizioni del presente comma è versato entro il termine stabilito per il versamento a saldo dell’imposta sui redditi dovuta per il periodo d’imposta in cui si verificano le ipotesi ivi indicate.

Controlli

Qualora, a seguito dei controlli, sia accertata l’indebita fruizione, anche parziale, del credito d’imposta per il mancato rispetto delle condizioni richieste dalla norma ovvero a causa dell’inammissibilità dei costi sulla base dei quali è stato determinato l’importo fruito, l’Agenzia delle entrate provvede al recupero del relativo importo, maggiorato di interessi e sanzioni previsti dalla legge.

Luca Santi
Dottore Commercialista in Verona
luca.santi@studiosanti.co.uk

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Come prevenire il rischio di lock-in nelle procedure negoziate di cui all’art. 57 del Codice dei Contratti Pubblici. Le Linee Guida della Commissione Europea – Dir. 2014/24/UE.

lock inLe recenti ricerche e statistiche economiche susseguitesi sin dal 2011 ad oggi, emerse sia da organi e autorità istituzionali che europee, sono state oggetto di diverse consultazioni sul mercato, da parte della Commissione Europea, la quale ha di recente pubblicato alcuni dati e linee guida per prevenire il rischio di lock-in nelle procedure negoziate di cui al considerando 50 della Direttiva 2014/24/UE (cd. Direttiva Appalti).

Ma vediamo in analisi l’argomento in esame, partendo dal concetto di lock-in, e sino alle prospettive, idee future e novità del Legislatore in merito agli appalti pubblici informatici, per una migliore razionalizzazione ed interoperabilità fra le Amministrazioni dei Paesi aderenti all’UE, le imprese e i cittadini.

Secondo la definizione fornita dalla Commissione Europea, il “lock-in si verifica quando l’amministrazione non può cambiare facilmente fornitore alla scadenza del periodo contrattuale perché non sono disponibili le informazioni essenziali sul sistema che consentirebbero a un nuovo fornitore di subentrare al precedente in modo efficiente”(1).

Le ragioni legate all’infungibilità del sistema per le Pubbliche Amministrazioni sono molteplici, sia dovute alle economie dei mercati che agli sviluppi delle forniture e dei servizi ICT stessi, offerti dagli operatori economici.

Nella Legislazione Europea, l’infungibilità del prodotto o del servizio è disciplinata ai considerandi 50 e 32, paragrafi 2 (lettera b) e 3 (lettera b) della Direttiva 24/2014/UE.

Con il considerando 50 (2), è possibile ricorrere a procedure negoziate senza previa pubblicazione di un bando per ragioni di infungibilità dei lavori, delle forniture o dei servizi e
le relative modalità di accertamento. L’infungibilità deve derivare da:

a) situazioni concrete, non derivanti da precedenti modalità di acquisto delle Pubbliche Amministrazioni,

b) da clausole contenute nella lex specialis di gara.

Con il considerando 32 (3 – 4), il ricorso alla medesima procedura negoziata e per le ragioni di infungibilità di cui sopra, è possibile per:

a) la creazione o acquisizione di un’opera d’arte o rappresentazione artistica unica,

b) la concorrenza è assente per motivi tecnici, o

c) la presenza di diritti esclusivi, inclusi i diritti di proprietà intellettuale, non derivanti da limitazioni artificiali dei parametri dell’appalto.

Si osserva infine, che l’art. 42 della Direttiva 2014/24/UE prevede che: “le specifiche tecniche possono altresì indicare se sarà richiesto il trasferimento dei diritti di proprietà intellettuale”.

Allo stato attuale, nella legislazione italiana, l’infungibilità è regolata dall’art. 57 del Codice dei Contratti Pubblici di cui al D.Lgs. n. 163/2006. Nella fattispecie, la possibilità di affidare un appalto per i servizi e forniture, nei settori ordinari è consentita con la procedura negoziata senza previa pubblicazione di un bando allorquando, per ragioni di natura tecnica o artistica ovvero pertinenti alla tutela dei diritti esclusivi, il contratto possa essere affidato unicamente ad un operatore economico determinato (comma 2, lettera b). O, per le forniture, invece, nel caso di consegne complementari o al rinnovo parziale, o all’ampliamento di quelle già presenti, qualora il cambiamento del fornitore obblighi l’amministrazione pubblica ad acquistare le medesime con caratteristiche tecniche differenti, il cui utilizzo potrebbe dar luogo a incompatibilità o imprevisti tecnici differenti; la durata o il rinnovo di tati contratti non può superare i tre anni (comma 3, lettera b).

Infine, per i lavori, gli eventuali servizi complementari o aggiuntivi, sorti successivamente all’esecuzione al contratto iniziale di appalto, aggiudicati all’operatore economico che presta le opere, per circostanze impreviste, sono divenuti necessari, a condizione che: a) tali lavori o servizi non possono essere separati dall’appalto iniziale, oppure, pur essendo separabili, sono strettamente necessari al suo perfezionamento; b) il valore complessivo stimato dai contratti aggiudicati per lavori o servizi complementari non supera il cinquanta per cento del contratto iniziale di appalto (comma 5, lettera a).

Nei casi di cui alle lettere di cui sopra, è possibile procedere secondo le procedure di affidamento di cui all’art. 57, comma 6 del Codice.

Per prevenire o contrastare il lock-in, la documentazione di gara non può derogare alle norme sulle specifiche tecniche di cui all’art. 68, punto 1 dell’Allegato VIII del Codice, secondo il quale, le stazioni appaltanti devono indicare nei bandi le specifiche tecniche dei lavori, forniture o servizi che si intende acquisire, ai fini della più ampia partecipazione alle gare.

Infatti, “a meno di non essere giustificate dall’oggetto dell’appalto, le specifiche tecniche non possono menzionare una fabbricazione o provenienza determinata o un procedimento particolare né far riferimento a un marchio, a un brevetto o a un tipo, a un ‘origine o a una produzione specifica che avrebbero come effetto di favorire o eliminare talune imprese o taluni prodotti. Tale menzione o riferimento sono autorizzati, in via eccezionale, nel caso in cui una descrizione sufficientemente precisa e intellegibile dell’oggetto dell’appalto non sia possibile applicando i commi 3 e 4 dell’art. 68 (5), a condizione che siano accompagnati dall’espressione “o equivalente” (comma 13, articolo 68).

Come già anticipato in premessa, l’analisi economica del fenomeno dell’infungibilità delle forniture e dei servizi, vede il ricorso a tale tipo di affidamento senza pubblicazione per oltre il 50% nel settore della sanità, e la parte restante nei settori ICT, rifiuti, finanziario e assicurativo, poste e telecomunicazioni.

Il fenomeno in esame ha riguardato, nella realtà giuridica ed economica, sia casi correlati all’”infungibilità”, sia a casi legati all’”esclusività” dei prodotti e dei servizi acquistati dalle Pubbliche Amministrazioni.

Un bene o un servizio è “infungibile” se è l’unico che può garantire il soddisfacimento di una necessità. Un bene o un servizio è “esclusivo” in quanto l’esclusiva si concretizza nella presenza di privative industriali. In pratica, entrambi i tipi di beni o servizi possono reciprocamente garantirsi il raggiungimento di quel bisogno o necessità motivato e richiesto dalle Pubbliche Amministrazioni.

Oltre ai noti casi antitrust Kodak e Microsoft, numerosi casi pratici, soprattutto nel settore della Sanità, hanno riguardato invece la tutela della proprietà industriale e intellettuale e il principio della libera circolazione delle merci, stabiliti dalle leggi europee e internazionali.

Ci si chiede: quali sono gli effetti economici che il lock-in produce sul mercato? Quali sono i fattori critici di successo da superare per contrastare tale fenomeno? Cosa è necessario cambiare sia nell’economia di mercato che nelle Leggi in vigore? Quali sono le possibili soluzioni e alternative per tutte le imprese e le Pubbliche Amministrazioni?

Da un’inchiesta realizzata nel 20116 (6), il 40% delle amministrazioni aggiudicatrici interpellate ritiene che cambiare un fornitore comporterebbe:

a) elevati costi di investimento iniziali non recuperabili (sunk costs),

b) lunghi e costosi processi di apprendimento (learning) per ottimizzazione del servizio o prodotto,

c) le informazioni non sono trasferibili (il 23% fa riferimento alle denominazioni commerciali, il 40% solo qualche volta),

d) esternalità e di economie di rete (es. social networks).

Per i fornitori, l’inchiesta ha rivelato che il lock-in nuoce allo sviluppo dei sistemi e dei nuovi prodotti da proporre sul mercato; per la maggioranza di essi è favorevole ad una prima soluzione e proposta della Commissione Europea, con appalti più aperti basati su standard, nel settore ICT, e non su sistemi prioritari. L’utilizzo su standard, almeno nel lungo periodo, aumenterebbe la competitività del mercato UE, notevoli risparmi sugli affidamenti, maggiore interoperabilità, innovazione e interazione con i cittadini. Insomma, utilizzare i sistemi basati su standard, rispetto a quelle di tecnologie proprietarie, sarebbe una base per una nuova generazione di servizi di eGovernment aperti e flessibili, come presentato dal piano di azione europeo stesso 2011-2015.

In ambito europeo, gli Stati Membri Francia, Italia, Paesi Bassi, Regno Unito, Germania, Svezia, Spagna e Danimarca (7) propongono l’utilizzo degli standard nelle gare, attraverso elenchi e linee guida per modelli e documenti per i bandi di gara, ai fini di una migliore cooperazione ed interoperabilità fra le Amministrazioni aggiudicatrici e le imprese, interagire con il mercato, pianificare il bilancio a lungo termine per superare gli elevati costi iniziali cennati in precedenza, e per raggiungere una migliore efficienza per i cittadini e gli altri soggetti che operano con le autorità pubbliche.

La Commissione Europea ha raccolto e presentato le migliori pratiche di alcuni Stati Membri in una Linea Guida agli appalti del 25.06.2013, SWD (2013) 224 final, denominata “Guide for the procurement of standards-based ICT –Elements of Good Practice”, accompagnatoria della Comunicazione della Commissione al Parlamento Europeo, al Consiglio, al Comitato Economico e Sociale Europeo e al Comitato delle Regioni del 25.06.2013, COM (2013) 455 final.

Secondo la Commissione Europea, l’invito ad utilizzare le predette gare di appalto basate su standard porterebbe ad un miglior sostentamento dell’agenda digitale europea, avere un accesso comune di dati e informazioni pubblici, e che gli Stati Membri possano proseguire nel futuro a sviluppare metodologie e versioni della Linea Guida più aderenti alle loro esigenze di acquisto dei servizi e dei beni da parte dei fornitori presenti sul mercato.

Infine, la Commissione stessa ha proposto in data 3 dicembre 2012 di proseguire tale iniziativa attraverso la richiesta di una direttiva relativa all’accessibilità dei siti web (8) delle amministrazioni pubbliche, per le consultazioni e gli aggiornamenti in merito, con le autorità pubbliche, organismi e fornitori, per adattare le esigenze di ogni Paese alle migliori strategie di acquisto e alle soluzioni possibili future per realizzare un vero mercato unico digitale. Allo stesso modo, anche le imprese potrebbero essere in grado di proporre offerte di acquisto per un buon rapporto qualità/prezzo dei servizi e dei beni innovativi.

Una seconda possibile soluzione della Commissione Europea potrebbe essere l’affidamento multi-sourcing, prevedendo tali due alternative:

–    o più aggiudicatari per la singola gara (o lotto), assegnando al concorrente primo classificato di una quota predefinita del quantitativo massimo previsto, e a scalare i successivi,

–    o dividendo la gara in due o più lotti, imponendo un numero massimo di lotti aggiudicabili.

La prima ipotesi sarebbe idonea ad un sistema per la stipula di accordi quadro, un buon potere contrattuale delle amministrazioni aggiudicatrici negli affidamenti successivi, potendo contare su più imprese. La seconda ipotesi, invece, darebbe maggiori garanzie alle imprese sui quantitativi offerti e acquisiti.

Nelle Linee Guida, oltre alle predette proposte di soluzioni di affidamenti, monitoraggio dei bandi di gara, dei modelli standard utilizzati per i fabbisogni delle amministrazioni pubbliche, formazione e aggiornamento del personale addetto alle gare, sarebbe necessario anche esaminare effettuare programmazioni dei bisogni nel lungo periodo (superando i costi iniziali di investimento –sunk costs), indagini di mercato sulle competenze tecniche specifiche, l’intero ciclo di vita del prodotto e servizio, con aggiornamento e manutenzione, e valutare le possibili clausole alternative alle esigenze delle parti contrattuali negli schemi di contratto di appalto e nei capitolati, nonché infine quelle afferenti ai diritti di proprietà intellettuale e industriale, tutele e possibili trasferimenti degli stessi alle Pubbliche Amministrazioni, evitare possibili privative, o proporre agli operatori di indicare i costi necessari per fornire il servizio o prodotto aperto anche ad altri fornitori al termine del periodo contrattuale.

Per gli approfondimenti in merito alle possibili clausole, si rinvia alle Linee Guida del 25.06.2013 su cennate della Commissione Europea, e gli aggiornamenti ad oggi della pubblica consultazione del 23 settembre 2015 della Commissione Europea sulle priorità nell’individuazione e definizione degli standard (“Consultation on standards in the Digital Single Market: setting priorities and ensuring delivery”), che si concluderà il prossimo 16.12.2015 (9), oltre che le future proposte delle autorità istituzionali italiane per gli appalti diversi dall’ICT.

Giuseppina Maria Violante

Avvocato in Roma

avv.giuseppinaviolante@legaliviolante.it

SLV

1 Comunicazione della Commissione al Parlamento Europeo, al Consiglio, al Comitato Economico e Sociale Europeo e al Comitato delle Regioni, Contro il lock-in: costruire sistemi TIC aperti facendo un uso migliore degli standard negli appalti pubblici, Com (2013) 455 final del 25 giugno 2013.
2 Cons. 50, direttiva 2014/24/UE prevede: «Tenuto conto degli effetti pregiudizievoli sulla concorrenza, le procedure negoziate senza previa pubblicazione di un bando di gara dovrebbero essere utilizzate soltanto in circostanze del tutto eccezionali. L’eccezionalità dovrebbe essere circoscritta ai casi nei quali la pubblicazione non sia possibile per cause di estrema urgenza dovute a eventi imprevedibili e non imputabili all’amministrazione aggiudicatrice, o se è chiaro fin dall’inizio che la pubblicazione non genererebbe maggiore competitività ovvero migliori risultati dell’appalto, non da ultimo perché un solo operatore economico è oggettivamente in grado di eseguire l’appalto. Ciò vale per le opere d’arte, in quanto l’identità dell’artista determina intrinsecamente il carattere e valore unico dell’opera d’arte stessa. L’esclusività può anche trarre origine da altri motivi, ma solo situazioni di reale esclusività possono giustificare il ricorso alla procedura negoziata senza previa pubblicazione, se la situazione di esclusività non è stata creata dalla stessa amministrazione aggiudicatrice in vista della futura gara di appalto.

Le amministrazioni aggiudicatrici che si avvalgono di questa eccezione dovrebbero indicare i motivi per cui non esistono soluzioni alternative o sostituibili praticabili quali il ricorso a canali di distribuzione alternativi anche al di fuori dello Stato membro dell’amministrazione aggiudicatrice o la possibilità di prendere in considerazione lavori, forniture e servizi comparabili dal punto di vista funzionale. Se la situazione di esclusività è dovuta a ragioni tecniche, queste dovrebbero essere rigorosamente definite e giustificate caso per caso. Potrebbe rientrarvi, ad esempio, il caso in cui sia tecnicamente quasi impossibile che un altro operatore economico consegua i risultati richiesti o la necessità di utilizzare conoscenze, strumenti o mezzi specifici di cui solo un unico operatore economico dispone. Le ragioni tecniche possono anche derivare da requisiti specifici di interoperabilità che devono essere soddisfatti per garantire il funzionamento dei lavori, delle forniture o dei servizi da appaltare».
3 Cons. 32, paragrafo 2, lettera b), della direttiva 2014/24/UE prevede che: «Nel caso degli appalti pubblici di lavori, forniture e servizi, la procedura negoziata senza previa pubblicazione può essere utilizzata nei seguenti casi: b) quando i lavori, le forniture o i servizi possono essere forniti unicamente da un determinato operatore economico per una delle seguenti ragioni:
i) lo scopo dell’appalto consiste nella creazione o nell’acquisizione di un’opera d’arte o rappresentazione artistica unica;
ii) la concorrenza è assente per motivi tecnici;
iii) tutela di diritti esclusivi, inclusi i diritti di proprietà intellettuale.
Le eccezioni di cui ai punti ii) e iii) si applicano solo quando non esistono sostituti o alternative ragionevoli e l’assenza di concorrenza non è il risultato di una limitazione artificiale dei parametri dell’appalto»
4 Cons. 32, paragrafo 3, lettera b), della direttiva 2014/24/UE prevede che: «Nel caso degli appalti pubblici di forniture, la procedura negoziata senza previa pubblicazione può essere utilizzata nei casi seguenti: b) nel caso di consegne complementari effettuate dal fornitore originario e destinate o al rinnovo parziale di forniture o di impianti o all’ampliamento di forniture o impianti esistenti, qualora il cambiamento di fornitore obbligasse l’amministrazione aggiudicatrice ad acquistare forniture con caratteristiche tecniche differenti il cui impiego o la cui manutenzione comporterebbero incompatibilità o difficoltà tecniche sproporzionate; la durata di tali contratti e dei contratti rinnovabili non può, come regola generale, superare i tre anni».
5 I commi 3 e 4 dell’art. 68 del Codice prevedono che: «3. Fatte salve le regole tecniche nazionali obbligatorie, nei limiti in cui sono compatibili con la normativa comunitaria, le specifiche tecniche sono formulate secondo una delle modalità seguenti: a) mediante riferimento a specifiche tecniche definite nell’allegato VIII, e, in ordine di preferenza, alle norme nazionali che recepiscono norme europee, alle omologazioni tecniche europee, alle specifiche tecniche comuni, alle norme internazionali, ad altri sistemi tecnici di riferimento adottati dagli organismi europei di normalizzazione o, se questi mancano, alle norme nazionali, alle omologazioni tecniche nazionali o alle specifiche tecniche nazionali in materia di progettazione, di calcolo e di realizzazione delle opere e di messa in opera dei prodotti. Ciascun riferimento contiene la menzione «o equivalente»; b) in termini di prestazioni o di requisiti funzionali, che possono includere caratteristiche ambientali. Devono tuttavia essere sufficientemente precisi da consentire agli offerenti di determinare l’oggetto dell’appalto e alle stazioni appaltanti di aggiudicare l’appalto;
c) in termini di prestazioni o di requisiti funzionali di cui alla lettera b), con riferimento alle specifiche citate nella lettera a), quale mezzo per presumere la conformità a dette prestazioni o a detti requisiti; d) mediante riferimento alle specifiche di cui alla lettera a) per talune caratteristiche, e alle prestazioni o ai requisiti funzionali di cui alla lettera b) per le altre caratteristiche.
4. Quando si avvalgono della possibilità di fare riferimento alle specifiche di cui al comma 3, lettera a), le stazioni appaltanti non possono respingere un’offerta per il motivo che i prodotti e i servizi offerti non sono conformi alle specifiche alle quali hanno fatto riferimento, se nella propria offerta l’offerente prova in modo ritenuto soddisfacente dalle stazioni appaltanti, con qualsiasi mezzo appropriato, che le soluzioni da lui proposte ottemperano in maniera equivalente ai requisiti definiti dalle specifiche tecniche».
6 http://cordis.europa.eu/fp7/ict/ssai/docs/study-action23/study44-survey1results.pdf
7 http://cordis.europa.eu/fp7/ict/ssai/docs/study-action23/d2-finalreport-29feb2012.pdf
8 http://eur-lex.europa.eu/legal-content/EN/TXT/?uri=CELEX:52012PC0721
9 http://ec.europa.eu/growth/tools-databases/newsroom/cf/itemdetail.cfm?item_id=8464&lang=en&title=Consultation-on-standards-in-the-Digital-Single-Market%3A-setting-priorities-and-ensuring-delivery

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