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Archives for Maggio 2018

Norvegia: il Parlamento rifiuta la “Google Tax”

Il Parlamento norvegese ha respinto una proposta legislativa diretta all’introduzione di un’imposta sui modelli di business digitali, denominata “Google tax”, suggerendo al Governo di rivedere la questione della tassazione digitale in collaborazione con l’OCSE.

Il Parlamento ha invitato, inoltre, il Governo a fornire una valutazione su come la Norvegia seguirà i lavori dell’OCSE in quest’area entro l’autunno del 2019 e ha affermato che, allo stesso tempo, il Governo dovrebbe  valutare l’idoneità delle imposte temporanee sulle società digitali e valutare le possibili conseguenze dell’introduzione di una tassa sulle società digitali simile a quella proposta dalla Commissione europea nel marzo 2018.

 

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Norvegia: previste agevolazioni fiscali

Il Governo norvegese, il 15 maggio 2018, ha pubblicato una revisione del bilancio che prevede l’esenzione dall’IVA per le pubblicazioni elettroniche, le sgravi fiscali per le imprese ed un regime fiscale semplificato per i lavoratori stranieri.

A partire dal 2019, le modifiche alle imposte personali per i lavoratori stranieri vedranno l’introduzione di un regime di aliquota forfettaria del 25%, senza l’ammissibilità per le detrazioni. “L’assegno speciale per lavoratori stranieri” sarà abrogato.

Altre modifiche includono, inoltre, l’introduzione di nuove norme amministrative per le richieste di riduzione dell’imposta sui dividendi per gli azionisti stranieri.

Le modifiche per i datori di lavoro si concentrano sulle norme fiscali per le prestazioni in natura. Verranno, inoltre, modificate le norme sulla tassazione dei redditi da risparmio.

 

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Gli Emirati Arabi Uniti rilasciano una guida su come recuperare l’IVA sulle nuove costruzioni

L’Autorità Fiscale degli Emirati Arabi Uniti ha rilasciato una guida su come ottenere il rimborso dell’IVA sulle nuove costruzioni.

I cittadini degli Emirati Arabi Uniti sui quali grava l’IVA quando costruiscono una abitazione per il proprio uso esclusivo, hanno diritto a chiedere il rimborso dell’IVA a condizione che l’IVA si riferisca ai costi di costruzione.

La richiesta per ottenere il rimborso dell’IVA va effettuata online. La prima fase consiste nello scaricare, completare e presentare un modulo di rimborso all’Autorità fiscale entro 6 mesi dal completamento dei lavori di costruzione. Ai richiedenti che hanno diritto ad ottenere il rimborso verrà rilasciato un reference number.

I richiedenti devono quindi presentare la richiesta di rimborso dell’IVA ad un organismo di controllo accreditato dall’Autorità che emetterà successivamente un “Codice di Verifica” indicando l’importo delle imposte pagate rispetto all’importo rimborsabile e lo invia all’Autorità. Quest’ultima procederà quindi alla richiesta di rimborso dell’IVA finale.

Nessuna tassa è prevista da pagare per la richiesta di rimborso IVA.

Una guida completa sulla procedura di rimborso dell’IVA è disponibile in arabo sul sito web dell’Autorità.

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Finlandia-Spagna: nuovo trattato fiscale a partire dal 2019

La Finlandia e la Spagna hanno raggiunto un nuovo accordo che amplierà i diritti di tassazione del Governo finlandese per quanto riguarda i redditi da pensione e sarà efficace a partire dal 2019.

Il Ministero ha dichiarato il 17 maggio che, in base al trattato fiscale in vigore, i redditi da pensione versati ai residenti in Spagna sono tassati in Finlandia solo nel caso delle pensioni del settore pubblico. Il trattato soggetto a revisione consentirà alla Finlandia di tassare tutte le pensioni pagate dalla Finlandia ai residenti in Spagna, comprese le pensioni del settore privato.

Il nuovo trattato fiscale rafforza, inoltre, il diritto della Finlandia di tassare i redditi da locazione e le plusvalenze prodotti da persone residenti in Spagna derivanti da appartamenti residenziali situati in Finlandia.

La Finlandia e la Spagna hanno approvato il nuovo testo rispettivamente nell’aprile 2018. Secondo il Ministero, il trattato soggetto a revisione entrerà in vigore il 30 luglio 2018 e produrrà effetto dal 1 ° gennaio 2019.

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Non – doms: ultimi aggiornamenti

Nel discorso sul bilancio del luglio 2015, l’allora cancelliere George Osborne aveva annunciato una serie di modifiche fiscali aventi ad oggetto i soggetti che non sono domiciliati nel Regno Unito, tra cui l’abolizione dello status di non-domiciliato permanente. I tre anni successivi a quell’annuncio sono stati piuttosto incerti per tutti i soggetti qualificati come “non-doms”.

Dopo questo lungo e confuso periodo di tempo, tuttavia, tutte le modifiche annunciate da George Osborne sono ora entrate in vigore. Risulta pertanto necessario ricapitolare la situazione sul punto per capire esattamente cos’è cambiato.

Di seguito vengono elencate le modifiche che sono state introdotte con il Finance (N.2) Act del 2017. L’ultima modifica è stata approvata a novembre 2017, ma è stata retrodatata al 6 aprile 2017. Molte delle modifiche interessano solo i cosiddetti UK resident foreign domiciliaries (RNDs), e cioè coloro che hanno la residenza nel Regno Unito ma sono domiciliati all’estero, mentre altre modifiche in tema di imposta sulle successioni sono importanti anche per i soggetti non residenti.

  • Sono state create nuove norme in tema di deemed domicile con riferimento alla disciplina dell’imposta sui redditi, dell’imposta sulle plusvalenze e dell’imposta sulle successioni. I soggetti domiciliati e nati al di fuori del Regno Unito sono ora soggetti alla cosiddetta “15 out of 20 tax years rule”, secondo la quale tali soggetti vengono considerati come domiciliati nel Regno Unito a partire dall’inizio del sedicesimo anno fiscale di residenza continuativa nel Regno Unito. A partire da tale data, tali soggetti non potranno piu’ utilizzare il sistema fiscale di remittance basis. È inoltre prevista una regola specifica per coloro che hanno domicilio all’estero ma sono nati nel Regno Unito ed erano qui domiciliati al momento della nascita: tali soggetti vengono considerati domiciliati nel Regno Unito in ogni anno fiscale in cui hanno la residenza nel Regno Unito e, pertanto, gli stessi non possono utilizzare il regime di remittance basis.

 

  • Con riferimento a quei soggetti che sono domiciliati al di fuori del Regno Unito e non vengono qualificati come “deemed domiciled” il campo di applicazione dell’imposta di successione è stato ampliato al fine di ricomprendere anche quEi beni non siti in UK che hanno però qualche connessione con un immobile sito nel Regno Unito. Le modifiche in questione possono pertanto influire sull’imposta di successione applicata alle azioni non UK di società che detengono immobili siti nel Regno Unito. Le modifiche di cui sopra, tuttavia, hanno ulteriori implicazioni: in base alle nuove norme, ad esempio, anche i conti correnti non UK o gli investimenti effettuati al di fuori del Regno Unito verranno soggetti ad imposta di successione quando è stata costituita una garanzia per un prestito connesso ad un immobile sito in UK.

 

  • È previsto un notevole sgravio fiscale definito “rebasing relief” per coloro che sono residenti in UK ma domiciliati all’estero (RNDs) che in data 6 aprile 2017 hanno acquisito lo status di “deemed domiciled” ai fini dell’imposta sui redditi e dell’imposta sulle plusvalenze in base all’applicazione della regola “15 out of 20 tax years” (anche se gli stessi venivano comunque considerati domiciliati nel Regno Unito ai fini dell’imposta di successione) e che hanno già versato l’imposta per l’adesione al regime di remittance basis per almeno un anno fiscale. Tale sgravio fiscale può essere utilizzato con riferimento a molti beni non UK e ha l’effetto di eliminare l’imposta che sarebbe altrimenti dovuta sull’aumento di valore del bene nell’intervallo di tempo tra la data dell’acquisto e il 5 aprile del 2017.

 

  • È previsto uno sgravio fiscale, disponibile per un’ampia categoria di soggetti residenti in UK ma non domiciliati nel paese, che consente di separare il capitale, i redditi e/o le plusvalenze di un conto corrente non UK al fine di semplificare i trasferimenti di denaro esenti da imposta o a bassa tassazione. L’agevolazione si applica a determinati trasferimenti effettuati tra il 6 aprile del 2017 e il 5 aprile del 2019. Può essere inoltre combinato con lo sgravio del “rebasing relief”: ad esempio, un bene non UK può essere venduto, realizzando in tal modo un profitto esente da imposta, e questo capitale può essere separato (tramite un apposito trasferimento dal conto in cui è stato versato il ricavato della vendita) dalle altre somme imponibili utilizzare per l’acquisto del bene. Al fine di utilizzare entrambe le agevolazioni in questo modo, la vendita in questione e il successivo trasferimento devono avvenire entro il 6 aprile del 2019.

 

  • La disciplina dei cosiddetti non-resident trusts è stata profondamente modificata. La modifica piu’ importante riguarda senza dubbio l’istituzione di un nuovo concetto, il cosiddetto “protected settlement”. Il trust istituito da un soggetto domiciliato all’estero che si qualifica come protected settlement comporta che lo stesso non è trasparente con riferimento ai redditi e utili esteri. Ciò significa che queste entrate non vengono considerate del soggetto che ha istituito il trust ai fini dell’imposta nel Regno Unito, anche quando il soggetto è residente in UK ed e’ beneficiario del trust medesimo. La stessa disciplina si applica anche nei casi in cui il soggetto che ha istituito il trust acquisisce lo status di deemed domiciled in base alla regola “15 out of 20 tax years” a condizione che non siano state effettuate determinate transazioni che possano “macchiare” il trust. In sostanza, ciò accade quando il soggetto che ha costituito il trust, una volta acquisito lo status di deemed domiciled nel Regno Unito, conferisce nel trust un immobile o altro bene, oppure quando questo conferimento viene effettuato da un altro trust di cui il soggetto in questione è a sua volta settlor o, ancora, da un trust di cui questi e’ beneficiario. Inoltre, e’ essenziale che i trustees di quei trusts che sono stati costituiti da soggetti residenti non domiciliati nel Regno Unito e che successivamente sono divenuti deemed domiciled nel Regno Unito evitino di porre in essere specifiche transazioni (definite in inglese “tainting transactions”). Transazioni di questo tipo, infatti, determineranno una modifica al trust, nel senso che lo stesso diventera’ trasparente e perdera’ quei vantaggi fiscali (con riferimento a imposta sui redditi e imposta sulle plusvalenze) derivanti dal fatto che il trust fosse qualificato come “non residente”.

 

  • Altra importante modifica relativa ai trust non residenti riguarda la valutazione, a fini fiscali, dei benefici ricevuti dagli stessi. Sono state inserite infatti nuove regole con riferimento al trattamento fiscale dei prestiti senza interessi, di quei prestiti dove gli interessi maturano ma vengono capitalizzati invece di essere pagati.

 

  • Ai sensi della legge precedente, era possibile “ripulire” gli utili di un trust non residente mediante la distribuzione degli stessi ai beneficiari non residenti, consentendo in tal modo successive distribuzioni ai beneficiari residenti in UK senza che tali beneficiari venissero tassati su tali utili. Tuttavia, secondo quanto stabilito in linea di principio dalla nuova normativa, non è piu’ possibile effettuare tali operazioni, tranne in casi specifici.

 

  • Secondo la precedente normativa, inoltre, era anche possibile effettuare una distribuzione di utili di un trust non residente a un beneficiario che non era soggetto a imposta UK su tali utili (in quanto non residente o perché’ aveva optato per il regime di remittance basis) e tale beneficiario poteva a sua volta effettuare una donazione ad una persona residente nel Regno Unito senza che il donatario venisse a sua volta tassato per l’importo ricevuto. Tale operazione è ora praticamente impossibile, a meno che non vi sia un intervallo di tempo di almeno tre anni tra la distribuzione degli utili del trust al beneficiario e la successiva donazione effettuata da quest’ultimo. In assenza di tale condizione, il donatario verrà ora considerato, ai fini dell’imposta UK, come se lo stesso avesse ricevuto i soldi direttamente dal trust sotto forma di distribuzione.

 

Queste modifiche riflettono un chiaro irrigidimento della disciplina fiscale relativa ai soggetti domiciliati al di fuori del Regno Unito e alle strutture costituite da questi ultimi.

 

 

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Germania: il governo Tedesco emana il Draft Act sulle class actions

Come concordato nell’accordo di Coalizione dell’attuale governo tedesco, il 9 maggio 2018 il Ministero federale della giustizia ha presentato ufficialmente la legge sui procedimenti del modello dichiarativo (“il Draft Act”), dopo lunghe negoziazioni dell’ultimo minuto all’interno del governo.

Il Draft Act, se approvato, darebbe alle istituzioni qualificate il diritto di far valere le pretese legali a nome delle varie categorie di consumatori con lo scopo di ottenere delle decisioni. Il progetto e` quello di rendere esecutivo il Draft Act entro il 1 novembre 2018.

La Commissione Europea ha pubblicato una proposta che si muove nella stessa direzione, e i suoi suggerimenti vanno ben oltre la proposta di legge emanata dal Governo tedesco. La Germania quindi si sta già impegnando al fine di anticipare la prossima legislazione in materia, sebbene il Draft Act non sia stato ancora reso esecutivo. Pertanto si prevede che in questo ambito del diritto verranno intraprese azioni specifiche – e potenzialmente divergenti – a livello degli Stati Membri e dell’UE.

Presentato dal Ministero federale della giustizia tedesca, il Draft Act, se approvato, assegnerebbe alle istituzioni qualificate il diritto di proporre azioni collettive per le categorie di consumatori, al fine di ottenere un giudizio dichiarativo. L’attuazione del Draft Act e` prevista per il 1 novembre 2018.

Elementi fondamentali del Draft Act

Un’azione relativa ad un reclamo o ad un rapporto giuridico tra un consumatore e una società puo’ essere sollevata da qualsiasi istituzione qualificata che è stata registrata per quattro anni ai sensi della Legge tedesca sui provvedimenti ingiuntivi o (straniera) con la Commissione europea ai sensi della Direttiva 2009/22 / CE. Inoltre, l’istituzione deve essere composta da 10 associazioni o 350 persone fisiche. Non può ricevere più del 5% dei suoi mezzi finanziari da persone giuridiche e non può utilizzare procedimenti standard al fine di ottenere profitto.

Per avviare i procedimenti in questione, l’associazione dei consumatori deve dimostrare di rappresentare 10 consumatori identificati che sono coinvolti. L’avvio dei procedimenti non impedisce ai consumatori di presentare reclami individuali. Una volta che è stato avviato il procedimento standard, nessun ulteriore procedimento standard può essere avviato sulla base dei medesimi fatti contro lo stesso convenuto.

Affinché il procedimento venga esaminato dal tribunale, 50 richiedenti devono aderire al reclamo registrando la propria domanda in appositi registri entro un periodo di due mesi.

Qualsiasi consumatore vittima delle presunte violazioni ha il diritto di aderire al procedimento standard in corso registrando la propria richiesta almeno un giorno prima dell’udienza.

Qualsiasi consumatore che abbia già aderito al procedimento standard può recedere dal procedimento.

I procedimenti standard vengono risolti mediante l’emissione di una sentenza dichiarativa da parte del tribunale o mediante regolamento.

Le conclusioni della sentenza dichiarativa del tribunale hanno effetto vincolante per qualsiasi consumatore che abbia avuto accesso al procedimento prima dell’udienza. Sulla base di queste risultanze, il consumatore può avviare un procedimento individuale per danni.

In alternativa, l’istituzione qualificata può risolvere il contenzioso per conto di tutti i consumatori registrati. Qualsiasi accordo deve essere approvato dal tribunale competente, che concederà l’approvazione nel caso in cui l’accordo tra le parti costituisca un “accordo amichevole adeguato”. L’accordo diventa valido a meno che il 30% o più di tutti i consumatori registrati scelga esplicitamente di rinunciarvi.

Il diritto di avviare un procedimento standard e` concesso a qualsiasi istituzione qualificata registrata ai sensi della Injunctive Relief Act (Unterlassungsklagegesetz) o della Direttiva 2009/ 22 / CE. La questione relativa a chi dovrebbe avere il diritto di promuovere un reclamo e’ stata abbondantemente affrontata durante la preparazione del Draft Act, in quanto vi e` una legittima preoccupazione che il diritto di agire possa essere abusato.

L’attuale proposta di legge mostra l’applicazione di alcune limitazioni al diritto di agire. In particolare, il requisito secondo cui un’istituzione qualificata registrata per quattro anni impedirà la creazione di tali istituti per il solo scopo di poter presentare istanze di procedimento standard.

Tuttavia, tali limitazioni non eliminano del tutto la preoccupazione che un’istituzione qualificata ammissibile possa collaborare con finanziatori di terze parti e / o studi legali specializzati in azioni collettive o reclami di gruppo. Tale combinazione potrebbe essere altamente redditizia per lo studio legale o per il finanziatore del contenzioso e, allo stesso tempo, non comprometterebbe il diritto dell’istituzione qualificata di agire in giudizio.

Inoltre, la logica alla base del Draft Act era quella di migliorare i diritti dei consumatori superando la cosiddetta “razionale mancanza di interesse” che un consumatore si trova di fronte quando presenta una richiesta di rimborso per una piccola somma di danno. Tuttavia, ai sensi del Draft Act, ogni consumatore dovrebbe comunque completare un processo di due fasi. In primo luogo, il consumatore dovrebbe dar luogo o aderire a una richiesta presentata da un ente qualificato al fine di ottenere un giudizio dichiarativo. In secondo luogo, il consumatore dovrebbe promuovere una richiesta di risarcimento a parte.

Non si sa tuttavia se i consumatori vorranno passare attraverso un processo così complesso in caso di danni di piccola entità.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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Commissione Europea si occupa di SPC e di Brexit

Il 27 aprile 2018 la Commissione Europea ha pubblicato un avviso alle parti interessate relativo all’impatto della Brexit sui certificati complementari di protezione (SPC) per medicinali e prodotti fitosanitari.

Un SPC è un diritto IP, derivante dai Regolamenti SPC che ha effetto alla fine del termine legale di un brevetto e compensa parzialmente l’erosione del periodo di 20 anni di protezione del brevetto dovuta al lungo e costoso processo normativo che porta alla concessione di un’autorizzazione per l’immissione in commercio.

La durata di un CPC è per un periodo pari al periodo decorrente dal momento in cui è stata presentata la domanda di brevetto di base, alla data della prima autorizzazione di immissione del prodotto sul mercato Europeo, ridotto ad un periodo di 5 anni e soggetto ad un limite di 5 anni.

La comunicazione della CE affronta due questioni derivanti dall’uscita del Regno Unito dall’Unione Europea il 30 marzo 2019 (“la data del recesso”).

In primo luogo, con riferimento a come verrà calcolata la durata degli SPC nell’Unione Europea-27, l’avviso conferma che:

  • Qualsiasi autorizzazione all’immissione in commercio rilasciata dal Regno Unito a partire dalla data di recesso non sarà considerata una prima autorizzazione ai fini dei Regolamenti SPC;
  • Qualsiasi autorizzazione all’immissione in commercio rilasciata dal Regno Unito prima della data di recesso sarà considerata una prima autorizzazione ai fini dei Regolamenti SPC.

In secondo luogo, l’avviso afferma che, salvi eventuali accordi transitori, a partire dalla data di recesso i Regolamenti SPC non si applicheranno più al Regno Unito.

L’avviso riconosce il fatto che vi siano negoziazioni in corso tra l’Unione Europea ed il Regno Unito con lo scopo di raggiungere un accordo di recesso. In particolare, viene sottolineata la necessità di chiarimenti su come verranno trattate le domande pendenti di SPC del Regno Unito presentate prima della data del ritiro. La posizione attuale dell’Unione Europea è che se tali domande sono pendenti alla data del recesso, dovrebbero essere completate conformemente alla legislazione dell’Unione Europea.

L’avviso riconosce, inoltre, che la data in cui la legislazione dell’Unione Europea non si applicherà più al Regno Unito potrebbe essere respinta con un accordo tra l’Unione Europea ed il Regno Unito. L’attuale progetto relativo all’accordo sul recesso suggerisce fortemente che il diritto dell’Unione Europea (e quindi i regolamenti SPC) continuerà ad essere applicabile al Regno Unito fino al 31 dicembre 2020.

Sebbene questo avviso fornisca alle parti interessate alcune risposte relative agli SPC ed alla Brexit, resta ancora molto da stabilire. Soprattutto il Regno Unito ha bisogno alla fine di decidere se vuole un diritto “SPC-equivalente” post-Brexit e, in tal caso, come sarà allineato questo diritto con l’attuale sistema europeo.

 

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Regno Unito: come ottenere la cittadinanza

Lo scandalo denominato “Windrush” a suo tempo ha spinto il governo ad offrire gratuitamente la cittadinanza inglese ai cittadini del Commonwealth che sono arrivati nel Regno unito prima del 1973. Tuttavia, tale decisione non è stata rispettata a lungo.

Ci sono attualmente milioni di persone che vivono nel Regno Unito legalmente e possiedono un permesso di soggiorno a tempo indeterminato o la residenza permanente. Il Regno Unito dovrebbe aiutare tali soggetti ad acquisire la cittadinanza inglese.

Fino a circa vent’anni fa, era normale che un soggetto che aveva acquisito il diritto a rimanere a tempo indeterminato nel Regno Unito presentasse domanda per ottenere la cittadinanza inglese. Ciò non significa che tutti automaticamente presentassero domanda per la cittadinanza, anche perché per qualcuno il Paese di origine non consentiva il possesso della doppia cittadinanza, ma per coloro che invece volevano ottenerla il processo era semplice e veloce.

Al giorno d’oggi, invece, il processo è piu’ complicato e soprattutto molto costoso. Richiedere la cittadinanza per naturalizzazione costa oggi 1.330 sterline, dieci volte di piu’ rispetto a quanto costava una volta. Bisogna inoltre tenere presente che molte persone che possono presentare domanda hanno già speso migliaia di sterline in tasse di immigrazione e molti di questi non si possono permettere di sostenere i costi per la naturalizzazione. Altri ancora potrebbero sostenerle, ma si chiedono se ne valga la pena, in quanto sono comunque già in possesso del diritto di vivere e lavorare nel Regno Unito a tempo indefinito.

Il risultato è che, al giorno d’oggi, migliaia sono le persone che hanno fatto del Regno Unito la loro casa e che vi lavorano e pagano le tasse, ma non sono cittadini inglesi e non hanno il diritto di voto.

I cittadini del Commonwealth possono votare, ma i cittadini europei non possono votare alle elezioni generali e altri ancora non possono votare per nulla. Le persone che non hanno diritto di voto sanno bene che le loro opinioni poco contano per il paese e per tale motivo potrebbero essere meno interessati in quello che accade attorno a loro e meno desiderosi di esserne coinvolti. Gli Stati Uniti conoscono bene questa problematica e, per tale motivo, il sito del Department of Homeland Security incoraggia i soggetti titolari della green card a richiedere la cittadinanza americana.

Se il governo inglese non si affretta a fare qualcosa, infatti, i cittadini europei che vivono nel Regno Unito e i loro figli potrebbero fare parte di un nuovo scandalo, simile allo scandalo “Windrush” ma su piu’ larga scala.

Uno dei modi per fare fronte al problema è quello di aiutare i cittadini europei ad ottenere la cittadinanza inglese. Bisogna tuttavia sottolineare che molte di queste persone forse non hanno un forte desiderio di diventare cittadini inglesi, anche a causa del rifiuto del governo dopo il referendum di garantire il loro diritto a rimanere in UK. Però, c’è anche da dire che molte di queste persone potrebbero prendere in considerazione tale opzione se solo il procedimento fosse piu’ semplice.

Come prima cosa, il Governo potrebbe ridurre l’imposta per la naturalizzazione da 1.330 sterline a 372 sterline, costo effettivo per processare la domanda.

I cittadini europei inoltre incontrano un altro ostacolo quando presentano domanda per la naturalizzazione. Infatti, siccome il passaporto di questi ultimi non viene timbrato ogni qual volta fanno ingresso nel Regno Unito, l’Home Office solitamente richiede a tali soggetti di fornire una “prova alternativa” per dimostrare la loro residenza continuativa nel Regno Unito per un periodo di cinque anni, necessario per la naturalizzazione (tre anni nel caso in cui il soggetto sia sposato con un cittadino inglese).

Tale procedura non ha molto senso. Da novembre 2015, tutti i cittadini europei che richiedono la naturalizzazione nel Regno Unito devono prima ottenere un documento che ne attesti il diritto di residenza permanente, e per ottenere quest’ultimo devono dimostrare all’Home Office di aver risieduto legalmente nel Regno Unito per un periodo di almeno cinque anni. Quando tali soggetti presentano domanda per la naturalizzazione all’Home Office, questo richiede nuovamente loro di fornire prove simili, e spesso le domande vengono rifiutate.

Altri cittadini (come quelli americani, ad esempio) non devono fornire prova di aver risieduto in UK quando presentano domanda per la naturalizzazione anche se i timbri sul loro passaporto di fatto non dimostrano quanto tempo tali soggetti hanno trascorso nel Regno Unito (il Regno Unito, infatti, ha abolito i timbri all’uscita già molti anni fa). E inoltre, a coloro che hanno in precedenza richiesto il servizio Registered Traveller non viene nemmeno timbrato il passaporto perché’ possono utilizzare le porte per i passaporti elettronici presenti nei vari aeroporti.

L’Home Office raccoglie le informazioni relative all’entrata e all’uscita delle varie persone dalle aerolinee e le custodisce all’interno dei propri database per cinque anni. Pertanto, è già in possesso di numerosi informazioni. Queste ultime, assieme alle informazioni raccolte per processare la precedente domanda del soggetto volta ad ottenere il permesso di residenza permanente, dovrebbero essere sufficienti.

L’imposizione di ulteriori oneri sui cittadini europei potrebbe scoraggiare questi ultimi dal presentare domanda per ottenere la cittadinanza.

È importante sottolineare che aiutare i cittadini europei e gli altri a diventare cittadini inglesi non e’ solo utile a questi ultimi, ma potrebbe anche aiutare a ridurre il divario nel paese, divenuto molto evidente soprattutto dopo il referendum sulla Brexit.

 

 

 

 

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Brexit: il Regno Unito e l’Unione Europea raggiungono un accordo

Il Regno Unito e l’Unione Europea sembrano aver raggiunto un accordo definitivo sui diritti dei cittadini europei dopo la Brexit, il cui effetto è che quest’ultimi continueranno a beneficiare del diritto di libera circolazione dell’Unione Europea fino alla fine del periodo di transizione, ossia il 31 dicembre 2020. Sorprendentemente, questo significa che il Regno Unito ha accettato di rinunciare ad uno dei capisaldi della linea negoziale adottata, secondo cui tutti i cittadini europei saranno soggetti alla legge sull’immigrazione del Regno Unito dopo che il quest’ultimo lascerà l’Unione Europea il 29 marzo 2019. I cittadini dell’Unione Europea ora non saranno più soggetti alla legge sull’immigrazione del Regno Unito fino al 1 gennaio 2021 e, in alcuni casi, fino al 30 giugno 2021. Nella pagina del sito web dell’Home Office dal titolo “Esempi di casi studio: diritti dei cittadini europei nel Regno Unito” è spiegato come tale accordo verrà applicato ai cittadini dell’Unione Europea.

“In sintesi, i cittadini dell’Unione Europea che hanno completato i cinque anni di permanenza nel Regno Unito prima della fine del periodo di transizione potranno presentare la domanda per ottenere il “settled status “(che è effettivamente lo status di persona stabilmente residente disciplinata dalla legge del Regno Unito). Il Governo britannico sta ancora sostenendo che inizierà ad accettare le richieste per il settled status entro la fine dell’anno. Tuttavia, sarà interessante capire se i cittadini dell’Unione Europea saranno soggetti o meno alla normativa sull’immigrazione del Regno Unito fino al 2021. Il Governo britannico sta affermando che i cittadini dell’Unione Europea avranno tempo fino al 30 giugno 2021 per richiedere tale status.

I cittadini dell’Unione Europea che arrivano nel Regno Unito prima del 29 marzo 2019 e non presentano i requisiti per richiedere il “settled status” prima della fine del periodo di transizione potranno richiedere un permesso di soggiorno temporaneo che consentirá loro di completare il periodo quinquennale per poter richiedere il “settled status”. Ancora una volta, avranno tempo fino al 30 giugno 2021 per richiedere questi documenti.

I cittadini europei che arrivano nel Regno Unito durante il periodo di transizione che desiderano rimanere nel Regno Unito per più di tre mesi dovranno registrarsi nel Regno Unito. Se desiderano rimanere nel Regno Unito dopo la fine del periodo di transizione, dovranno richiedere un permesso di soggiorno temporaneo che consentirà loro anche di completare il periodo di cinque anni per richiedere il “settled status”.

I cittadini europei che arrivano nel Regno Unito dopo la fine del periodo di transizione saranno soggetti alla normativa sull’immigrazione del Regno Unito e dovranno soddisfare i requisiti di ammissione previsti dal sistema di immigrazione del Regno Unito che verrà attuato dopo la Brexit. Il Governo del Regno Unito pubblicherà le sue proposte relative a tale sistema verso la fine del 2018.

Questo accordo fornisce sicuramente molte più certezze ai cittadini dell’Unione Europea che intendono trasferirsi nel Regno Unito nei prossimi due anni e ha dato loro il tempo di pianificare il loro trasferimento. Tuttavia, è sorprendente che il Governo del Regno Unito sia stato disposto ad abbandonare una delle sue principali posizioni negoziali, vale a dire che i cittadini europei saranno soggetti alla legge sull’immigrazione del Regno Unito una volta che il Regno Unito lascerà l’Unione Europea. È chiaro che ha ritenuto di fare un passo indietro su questo tema per essere in grado di ottenere condizioni più favorevoli in altri settori. Inoltre, questo accordo prolunga efficacemente il periodo di transizione fino al 30 giugno 2021, almeno nell’area dei diritti dei cittadini dell’Unione, in quanto farà in modo che solo i cittadini europei saranno in possesso del settled status o del permesso di soggiorno temporaneo dopo tale data.

 

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Paesi Bassi: locazioni commerciali a breve termine

I cosiddetti pop-up shops (in italiano, negozi temporanei) rispondono alle esigenze del mercato e sono oggi divenuti parte della realtà economica. In seguito alla crescente popolarità di negozi e ristoranti temporanei, il 16 marzo del 2016 il governo fiammingo ha adottato un decreto in materia, introducendo un quadro normativo per disciplinare le locazioni commerciali a breve termine.

Il 15 marzo del 2018 anche la Regione Vallone ha adottato un apposito decreto, che è entrato in vigore il 1 maggio del 2018. Tuttavia, per quanto riguarda la regione di Bruxelles – Capitale, le trattative sono ancora in corso.

Di seguito una sintesi delle principali caratteristiche della nuova normativa adottata dalla Regione fiamminga e dalla Regione Vallone in materia:

  • Entrambi i decreti sopra menzionati si applicano alle locazioni commerciali di immobili o parti di immobili concluse per un periodo di un anno o meno, laddove lo scopo esplicito della locazione è quello di condurre un’attività al dettaglio o un’attività artigianale a contatto diretto con il pubblico. Il decreto fiammingo stabilisce espressamente l’irrilevanza delle modalità con cui vengono organizzarti i rapporti tra il soggetto locatario e il pubblico e l’irrilevanza del fatto che il locatario sia proprietario dell’attività che viene svolta nell’immobile;
  • Il contratto di locazione non può avere durata superiore ad un anno e termina automaticamente allo scadere di detto periodo;
  • Una locazione commerciale a breve termine può essere rinnovata alle seguenti condizioni: 1) Le parti dichiarano per iscritto di voler rinnovare il contratto; 2) Le parti si impegnano a rinnovare il contratto mantenendo le medesime condizioni previste dal contratto iniziale; 3) La durata totale del contratto di locazione (così come rinnovato) non dev’essere superiore ad un anno. Il decreto vallone stabilisce che, se il locatario continua ad occupare i locali commerciali anche dopo la scadenza del contratto di locazione (e, pertanto, l’immobile in questione rimane occupato per un periodo superiore ad un anno) e nell’arco del mese successivo alla scadenza del contratto non vengono sollevate obiezioni da parte del locatore, la locazione verrà considerata ordinaria. Si applicheranno in questo caso le norme che disciplinano tale tipologia di contratto (Act of 30 April 1951) e la locazione verrà considerata di durata novennale a partire dalla data in cui è entrato in vigore il contratto. Anche il decreto fiammingo prevede una disposizione simile. Lo stesso, infatti, stabilisce che le locazioni commerciali a breve termine terminano automaticamente allo scadere del termine pattuito. È possibile estendere o rinnovare la locazione a patto che estensione o rinnovo vengano pattuiti per iscritto e la durata totale della locazione non superi l’anno. Se la locazione si estende oltre l’anno, verrà considerata una locazione commerciale novennale, e ricadrà pertanto sotto la disciplina prevista dal Act of 30 April 1951;
  • Il locatario può decidere di risolvere il contratto di locazione in qualsiasi momento, con l’unico vincolo di dare almeno un mese di preavviso al locatore. Le parti di un contratto di locazione commerciale a breve termine possono inoltre terminare il contratto per mutuo consenso espresso per iscritto; 
  • Il subaffitto e la cessione dei contratti di locazione commerciale a breve termine sono vietati in entrambe le regioni. Tuttavia, il decreto della Regione Vallone stabilisce che le parti “possono accordarsi diversamente per iscritto”;
  • A meno che il contratto di locazione non lo vieti espressamente, il locatario può apportare delle modifiche ai locali commerciali per adattarli all’attività svolta, a condizione che i costi non superino il costo dell’affitto di un anno. Tuttavia, due sono le condizioni essenziali: non vanno compromesse la sicurezza, la salute e i valori estetici e il locatore deve essere informato tramite raccomandata prima dell’inizio dei lavori;
  • Al termine della locazione, il locatore può richiedere venga ripristinato l’aspetto originale dei locali, a meno che le parti non abbiano concordato diversamente. Il locatario non ha diritto a ricevere nessun compenso per eventuali migliorie apportate ai locali;
  • A meno che le parti non abbiano pattuito diversamente, i decreti stabiliscono che le imposte relative all’immobile locato si considerano incluse nel prezzo dell’affitto;
  • Se il contratto di locazione commerciale a breve termine viene registrato, il locatario non può essere sfrattato dall’immobile nel caso in cui quest’ultimo venga venduto.
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