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Archives for Aprile 2018

Irlanda: la Commissione approva l’imposta sulle bevande zuccherate

La Commissione Europea ha approvato, in conformità alle norme europee sugli aiuti di Stato, la proposta dell’Irlanda di introdurre un’imposta sulle bevande zuccherate a base di acqua e succhi di frutta.

Nel febbraio 2018, l’Irlanda ha notificato formalmente alla Commissione i piani del Paese di introdurre tale imposta. Quest’ultima si applica alle bevande analcoliche, cioè alle bevande a base d’acqua e succhi di frutta contenenti zuccheri aggiunti, ossia con un contenuto di zucchero superiore o pari a 5 grammi con l’intento di combattere l’obesità.

L’approvazione di tale proposta è avvenuta il 24 aprile 2018. La Commissione Europea ritiene che la tassa applicata dall’Irlanda alle bevande zuccherate è conforme alle norme dell’Unione Europee sugli aiuti di Stato, perché il campo di applicazione della misura e le finalità perseguite sono coerenti con gli obiettivi di salute pubblica, in particolare la lotta all’obesità e altre patologie legate allo zucchero.

Nell’annunciare la sua decisione, la Commissione ha ribadito che spetta ad uno Stato Membro decidere in merito all’obiettivo di determinate imposte e tasse. Tuttavia, al fine di rispettare le norme europee in materia di aiuti di stato, gli Stati Membri devono prevedere le imposte in modo non discriminatorio.

La Commissione ha dichiarato nel suo comunicato stampa:

“Nella sua valutazione, la Commissione ha riscontrato che le bevande analcoliche possono essere trattate in modo diverso rispetto ad altri prodotti zuccherini in vista di obiettivi sanitari. Ad esempio, la Commissione ha tenuto conto del fatto che le bevande analcoliche sono la fonte principale di calorie prive di valore nutritivo e provocano particolari problemi di salute. Inoltre, queste ultime comportano un rischio più elevato di obesità rispetto ad altre bevande zuccherate ed alimenti solidi”.

Sulla base di tali presupposti, la Commissione ha concluso che l’introduzione dell’imposta irlandese sulle bevande zuccherate è coerente con gli obiettivi di salute perseguiti e non provoca indebite distorsioni della concorrenza “.

È degno di nota il fatto che la Commissione abbia usato la parola “principale” anziché “unica” fonte di calorie prive di qualsiasi valore nutritivo, per cui vale la pena studiare la decisione della Commissione al momento della pubblicazione definitiva.

L’imposta sarebbe dovuta entrare in vigore il 7 aprile 2018, tuttavia è stata rinviata in attesa dell’approvazione della Commissione Europea perché gli Stati membri non possono attuare una misura che equivarrebbe ad un aiuto di Stato senza la previa approvazione della Commissione Europea.

 

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Regno Unito: le ostilità si estendono ai cittadini del Commonwealth

La stampa ha recentemente divulgato la notizia di persone che, dopo aver vissuto nel Regno Unito per molti anni, hanno ricevuto una comunicazione dall’Home Office con cui viene richiesto loro di lasciare in Paese. In particolare, molto scalpore ha fatto la storia di un uomo di mezza età, trasferitosi dai Caraibi nel Regno Unito intorno agli anni ’50: questi, dopo aver trascorso gran parte della sua vita nel Regno Unito, qualche settimana fa si è visto recapitare una lettera dal UKVI (United Kingdom Visas and Immigration) con cui gli veniva comunicato che avrebbe dovuto lasciare il Paese.

Ma andiamo con ordine. Agli inizi degli anni ’50, il governo inglese aveva espressamente richiesto alle persone dei Caraibi di venire a vivere nel Regno Unito per aiutare a ricostruire il paese dopo la guerra. A quel tempo, molte persone sono emigrate dal loro Paese per venire a vivere nel Regno Unito, dove hanno trovato lavoro come infermieri, conducenti di autobus e ricoprendo altri posti vacanti. A quel tempo, e in tali circostanze, coloro che emigravano dai Caraibi verso il Regno Unito facevano parte del Commonwealth e delle colonie inglesi e quando sbarcavano nel Regno Unito, lo facevano in qualità di cittadini britannici. Di conseguenza, tali persone godevano del cosiddetto “Right of abode – ROA”, e cioè un diritto di residenza nel Paese. Tale diritto consente al soggetto di vivere e lavorare liberamente nel Regno Unito e di non essere sottoposto a controlli di immigrazione.

Per vedersi riconosciuto tale diritto, un soggetto deve soddisfare i seguenti requisiti:

  • Uno dei due genitori deve essere nato nel Regno Unito ed avere la cittadinanza del Regno Unito o di una colonia inglese al momento in cui il soggetto è nato;
  • il 31 dicembre 1982 il soggetto era cittadino del Commonwealth;
  • il soggetto non hai smesso di essere cittadino del Commonwealth (nemmeno temporaneamente) in qualsiasi momento dopo il 31 dicembre 1982.

Pertanto, coloro che sono arrivati nel Regno Unito da bambini negli anni ’50, i cui genitori erano cittadini di una colonia inglese (ad esempio la Giamaica), soddisfavano il requisito richiesto al primo punto.

Per quanto riguarda il secondo punto, con l’entrata in vigore del British Nationality Act 1981 le cose sono cambiate e coloro che erano emigrati dai Caraibi non potevano più fare affidamento sul solo punto 1 al fine di essere riconosciuti come soggetti britannici e ottenere il Right of Abode. La legge del 1981 ha infatti modificato le regole e il soggetto doveva dimostrare di essere stato cittadino del Regno Unito o di una colonia inglese al 31 dicembre 1982, e di essere stato in grado di mantenere tale cittadinanza per il fatto di essere nato, essere stato adottato, essere naturalizzato o per essersi registrato nel Regno Unito. Le cose, pertanto, si sono notevolmente complicate rispetto a prima.

Molte persone a loro tempo non si erano registrate come cittadini britannici, forse non conoscendo tale necessità. Erano inoltre previsti ulteriori requisiti, come l’aver risieduto in modo permanente nel Regno Unito per almeno cinque anni o più, non aver violato i controlli sull’immigrazione, ecc. Pertanto, si è reso da subito evidente che non sarebbe stato più cosi semplice riuscire a dimostrare di essere in possesso dei requisiti necessari per ottenere il diritto a rimanere nel Regno Unito.

Il terzo punto causa ulteriori problemi, in particolare per quanto riguarda le parole tra parentesi, “anche temporaneamente”. Prendiamo la Giamaica come esempio: questo stato ha ottenuto l’indipendenza nel 1962, e pertanto da tale data non è più una colonia del Regno Unito. I giamaicani che vivevano nel Regno Unito e non erano in possesso di un passaporto britannico, potevano a quel punto presentare richiesta per il passaporto Giamaicano. Tali soggetti, pertanto, hanno di fatto perso temporaneamente la cittadinanza del Commonwealth nel momento in cui la Giamaica è divenuta uno stato indipendente. La persona doveva quindi dimostrare al United Kingdom Immigration and Visas di avere diritto alla cittadinanza britannica. E qui insorgono i problemi: se una persona ha vissuto per oltre 40 anni nel Regno Unito cosa potrebbe essere, se non inglese? Però, purtroppo, la questione non è cosi semplice e scontata.

Numerosi sono tuttavia i casi di persone ritrovatesi in tale situazione. Fra gli altri, vale la pena menzionare il caso di una signora di sessantacinque anni, trasferitasi nel Regno Unito a soli 5 anni in seguito all’ondata migratoria degli anni 50 con il passaporto di una zia, la quale si è vista recentemente recapitare una lettera dall’ufficio immigrazione nella quale le viene espressamente richiesto di lasciare il paese entro 7 giorni. La signora, sposata ormai da quarant’anni con un cittadino inglese, è riuscita a dimostrare il suo diritto alla cittadinanza inglese in ragione del matrimonio, evitando quindi la lunga trafila di dover fornire prova di tale diritto dimostrando di avere fatto ingresso nel Regno Unito come British Subject e, pertanto, di essere stata titolare del cosiddetto Right of Abode.

Il governo inglese si è limitato a dire che avrà un occhio di riguardo per casi come questo. Tuttavia, osservando le leggi in materia di immigrazione che continuano a venire introdotte, non è difficile capire il perché’ del verificarsi di tali spiacevoli situazioni.

Il governo da molti anni continua a esercitare pressioni sui cittadini per gestire e controllare l’immigrazione. Basta semplicemente guardare le legge sull’immigrazione del 2014 e 2016, che richiedono ai proprietari di immobili di verificare che le persone a cui decidono di dare in affitto il bene abbiano il diritto di risiedere nel Regno Unito. Anche le banche hanno il potere di verificare che coloro che sono titolari di un conto bancario abbiano il diritto di risiedere nel Regno Unito. L’NHS ha inoltre il dovere di segnalare all’UKVI tutti i casi in cui una persona è sotto trattamento medico e potrebbe non essere un cittadino britannico. La legislazione sull’immigrazione introdotta nel corso degli anni, inoltre, continua a inasprire le sanzioni finanziarie, penali e civili in cui il soggetto può incorrere.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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Trasparenza e la titolarità delle società estere

Il Dipartimento per le Imprese, la Strategia Energetica ed Industriale (“BEIS”) ha risposto alla richiesta di evidenze in ordine alla creazione di un registro che indichi i titolari effettivi delle società estere che acquistano proprietà nel Regno Unito o che stipulano contratti di appalto pubblici. La proposta di introdurre tale registro è stata annunciata per la prima volta in occasione del Summit internazionale Anticorruzione del Regno Unito, tenutosi nel maggio 2016 e fa parte del più ampio programma di trasparenza del Governo.

Nel marzo 2016, il Governo ha pubblicato un documento di discussione in cui esprime preoccupazione per le possibili attività illecite che potrebbero essere poste in essere attraverso il ricorso a società estere che investono nel settore immobiliare. Questo è avvenuto nell’aprile 2017, in seguito alla richiesta di evidenze da parte del BEIS che ha proposto la creazione di un registro dei beneficial owner di società estere che acquistano proprietà nel Regno Unito o stipulano contratti di appalto. Le società incorporate nel Regno Unito sono già obbligate a creare un registro ed a fornire le informazioni relative ai beneficial owners presso Companies House tramite il registro delle persone che esercitano un controllo significativo all’interno della società (il cosiddetto Registro PSC).

I punti fondamentali nella risposta del Governo sono i seguenti:

  • L’Ambito di applicazione: Tutte le società estere che detengono proprietà o partecipano ad appalti pubblici del Governo centrale rientrano nell’ambito di applicazione, fatte salve talune esenzioni, comprese le società estere incorporate in paesi con regimi equivalenti di public disclosure. I trust non rientreranno nell’ambito di applicazione di tale regime.
  • La Definizione di Beneficial Owner: la definizione di “beneficial owner” utilizzata per questi nuovi registri sarà in linea con le definizioni attualmente utilizzate nel contesto del regime del registro PSC (ossia un soggetto che: (i) detiene direttamente o indirettamente più del 25% delle azioni della società; (ii) detiene, direttamente o indirettamente, più del 25% dei diritti di voto all’interno della società, (iii) detiene, direttamente o indirettamente, il potere di nominare o rimuovere la maggioranza degli amministratori della società; (iv) altrimenti ha il diritto di esercitare od esercita effettivamente un’influenza significativa od un controllo sulla società o (v) ha il diritto di esercitare o esercita effettivamente un’influenza notevole su un trust od una società che non è un’entità legale che soddisfa una delle precedenti condizioni). Queste definizioni saranno adattate alle entità che non sono simili alle Limited by shares inglesi.
  • Il Registro: Le informazioni richieste relative ai titolari effettivi saranno sostanzialmente le stesse richieste dal regime PSC e quindi includeranno il nome del beneficial owner, la nazionalità e l’indirizzo. Il mancato aggiornamento del registro costituisce reato.
  • L’Impatto sulle transazioni immobiliari: Le società estere non potrebbero acquistare o vendere proprietà immobiliari registrate nel Regno Unito se non sono conformi a tale regime. Tale restrizione sarà applicata richiedendo alle società estere di fornire un registration number al momento della registrazione del titolo di proprietà presso il registro catastale. Alle società estere verrà fornito il registration number quando forniranno le informazioni sui beneficial owner presso Companies House. Ci sarà un periodo di transizione per le società estere che attualmente possiedono una proprietà per determinare le informazioni sui proprietari effettivi ed ottenere il registration number. Il Call for Evidence ha suggerito un periodo di transizione di un anno. Il Governo comunica che le società estere dovrebbero avere un periodo più lungo per conformarsi al regime e confermerà la durata del periodo di transizione a tempo debito.
  • L’Impatto sugli appalti pubblici del Regno Unito: Le società estere non potranno partecipare agli appalti pubblici del Governo centrale del Regno Unito se non sono conformi a tale regime e dovranno fornire le informazioni sui beneficial owner come conditio sine qua non per aggiudicarsi l’appalto.

 

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Irlanda: previsti tagli fiscali nel prossimo bilancio

Il Governo Irlandese adotterá nuove misure dirette ad introdurre dei tagli fiscali  nel prossimo bilancio, in base al suo recente aggiornamento del programma di stabilità.

Il documento dimostra che il Governo ha stanziato 2,6 miliardi di Euro in aumenti di spesa nel 2019. Parte di questa somma verrà impiegata per coprire gli aumenti della spesa in conto capitale e la parte rimanente sarà destinata a costi di riporto associati al precedente bilancio, alla retribuzione del settore pubblico ed ai costi “demografici”.

L’aggiornamento rileva che le entrate fiscali sono previste in aumento del 5,7% quest’anno. Nel primo trimestre dell’anno, le entrate fiscali sono aumentate del 3,5% su base annua, ma sono in calo dell’1,2% rispetto ai target.

 

 

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Costa Rica: fatturazione elettronica per tutti i contribuenti

L’Amministrazione fiscale ha pubblicato sulla gazzetta ufficiale, nel mese di marzo, la sentenza n. DGT-R-012-2018. In tale sentenza, l’Autorità fiscale stabilisce le date precise in cui l’utilizzo delle fatture elettroniche deve essere adottato da tutti i settori economici.

Per effetto della nuova regolamentazione, tutti i contribuenti che ad oggi non stanno utilizzando il sistema di fatturazione elettronico, devono provvedere ad adottarlo rispettando le seguenti scadenze:

CONTRIBUENTI DATA DI INIZIO
Contribuenti con corporate ID che termina con 1, 2, o 3 dal 1 settembre 2018
Contribuenti con corporate ID che termina con 4, 5, o 6 dal 1 ottobre 2018
Contribuenti con corporate ID che termina con 0, 7, 8 e 9 dal 1 novembre 2018
I contribuenti “maggiori” devono essere conformi a questo obbligo senza necessità di una notifica individuale. A meno che non sia notificato diversamente, i contribuenti “maggiori” devono essere conformi alle scadenze sopra menzionate, a seconda del numero finale del proprio corporate ID.

I contribuenti che godono del regime fiscale agevolato sono esenti da tale obbligazione.

 

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Brexit: ultimi aggiornamenti sui diritti dei lavoratori

A meno di un anno dalla Brexit, vi forniamo una sintesi della recente posizione sui diritti dei lavoratori europei ed in che modo i datori di lavoro devono prepararsi all’uscita del Regno Unito dall’Europa.

I cittadini europei che arrivano nel Regno Unito prima del 29 marzo 2019:

L’8 dicembre 2017, il Governo inglese ha raggiunto un accordo con l’Europa sui diritti dei cittadini europei che si riferisce specificamente alla situazione dei cittadini europei che arrivano (o che sono già) nel Regno Unito prima della data della Brexit (cioè il 29 marzo 2019). Riportiamo di seguito un riepilogo dei punti chiave che sono stati concordati.

  • I cittadini europei che, entro il 29 marzo 2019, vivono legalmente ed in modo continuativo nel Regno Unito per 5 anni potranno richiedere di rimanere indefinitamente nel Paese ottenendo il “settled status”. Ciò significa che potranno risiedere nel Regno Unito, accedere a fondi e servizi pubblici e richiedere la cittadinanza britannica una volta che avranno i requisiti per farlo.
  • Quando il Regno Unito uscirà dall’Unione Europea, i cittadini europei che arrivano entro il 29 marzo 2019 nel Paese ma non risiedono in quest’ultimo da 5 anni, potranno chiedere di rimanere fino a quando non avranno raggiunto la soglia dei 5 anni. Inoltre, possono presentare la domanda per ottenere il settled status.
  • I membri della famiglia che convivono o raggiungono i cittadini europei nel Regno Unito entro il 29 marzo 2019 potranno, inoltre, presentare la domanda per l’ottenimento del settled status, di solito dopo 5 anni nel Regno Unito.
  • I familiari stretti (vale a dire i coniugi, partner non sposati, figli e nipoti a carico e genitori e nonni a carico) potranno raggiungere i cittadini europei dopo che il Regno Unito lascerà l’Unione Europea, nel caso in cui il legame esisteva entro il 29 marzo 2019.

L’Home Office ha confermato che ci sarà una procedura online per fare richiesta che sarà “semplificata, di facile e rapido utilizzo ed è probabile che sarà operativa entro la fine dell’anno. Ai cittadini europei sarà richiesto di fornire un documento di identità ed una fototessera e dovranno dichiarare l’esistenza di eventuali condanne penali. Saranno, inoltre, tenuti a pagare una tassa che probabilmente sarà la stessa richiesta per ottenere il passaporto inglese (che è attualmente pari a £ 75,50).

Il 19 marzo 2018, il Regno Unito e l’Unione Europea hanno, inoltre, raggiunto un accordo su una serie di punti fondamentali relativi all’accordo di recesso, uno dei quali prevedeva un accordo su un periodo di transizione dopo che il Regno Unito lascerà l’Unione Europea. I punti essenziali da considerare sono i seguenti:

  • È stato concordato un periodo di transizione di 21 mesi che avrà inizio il 29 marzo 2019 e terminerà il 31 dicembre 2020.
  • Durante il periodo di transizione, i diritti dei cittadini europei saranno tutelati e verrà garantita la libera circolazione dei lavoratori tra il Regno Unito e l’Europa. Questo varrà anche per i cittadini europei che arrivano nel Regno Unito durante il periodo di transizione.
  • Tutti i cittadini europei che arrivano nel Regno Unito durante il periodo di transizione avranno 6 mesi di tempo dalla fine del periodo di transizione (vale a dire fino al 30 giugno 2021) per richiedere la documentazione relativa alla residenza.

Dopo il periodo di transizione

Il Governo inglese non ha fornito alcuna chiarimento sui diritti dei cittadini europei dopo il periodo di transizione. Si pensava che il Governo avrebbe pubblicato un White Paper sull’immigrazione la scorsa estate, che avrebbe definito le sue proposte post Brexit sull’’immigrazione e avrebbe incluso maggiori dettagli sulla nuova politica relativa all’immigrazione. Tuttavia, è improbabile che venga pubblicato prima di ottobre di quest’anno. Il ritardo ha suscitato critiche e, comprensibilmente, ha creato preoccupazione per i cittadini europei ed incertezza per le imprese inglesi non consentendo una pianificazione adeguata. Questo significa anche che il nuovo Disegno di Legge sull’immigrazione, promesso nel Discorso della Regina, potrebbe essere posticipato.

L’Home Office ha dichiarato sul proprio sito Web che i cittadini europei (ed i datori di lavoro inglesi) non devono fare nulla ora ed attendere che la nuova procedura online diventi operativa nella seconda metà del 2018. Tuttavia, per essere preparati alla Brexit, suggeriamo che i datori di lavoro attuino i seguenti step:

  • Effettuino un controllo sull’attuale forza lavoro e valutino il potenziale impatto che avrà la Brexit.
  • Incoraggino i dipendenti dell’Unione Europea che risiedono da almeno 5 anni nel Regno Unito a richiedere subito la residenza permanente.
  • Rassicurino i dipendenti dell’Unione Europea che i loro diritti saranno protetti.
  • considerino eventuali costi aggiuntivi come risultato della Brexit, come un potenziale aumento dei salari per far fronte ad eventuali competenze e/o carenze di manodopera all’interno dell’azienda e/o qualsiasi aumento dei costi per migliorare la forza lavoro attuale.
  • Aggiornino le procedure e le politiche contro le molestie, il bullismo ed assicurino che i dirigenti siano pienamente formati su tali politiche. La Brexit ha provocato un aumento del numero di episodi di molestie razziali all’interno del luogo di lavoro e molti cittadini europei hanno riferito di essere vittime di bullismo e molestie a causa del loro status di cittadini europei.
  • Creino un team Brexit per eseguire gli step sopra descritti, per gestire le richieste dei dipendenti europei in merito al loro status e per rispondere alle domande quando la procedura online sarà operativa entro la fine dell’anno.

Il Migration Advisory Committee ha pubblicato la sua relazione il 27 marzo 2018 che fornisce una valutazione iniziale del mercato del lavoro inglese in seguito alla Brexit. La relazione finale è prevista per settembre 2018. Quest’ultima mette in luce le preoccupazioni di molti datori di lavoro su come il Regno Unito potrebbe limitare i lavoratori europei dopo il periodo di transizione e su come ciò potrebbe impedire loro di assumere lavoratori europei poco qualificati nel Regno Unito. L’incertezza ha già avuto un impatto negativo su alcuni settori dell’economia britannica, come ad esempio la sanità, l’edilizia, l’hospitality , il settore dell’agricoltura, la vendita al dettaglio che stanno attualmente affrontando una grave carenza di manodopera. Vi sono prove che dimostrano che i datori di lavoro inglesi stanno iniziando ad assumere fuori dall’Unione Europea per colmare queste lacune. Mentre il Governo britannico ha fornito i necessari chiarimenti sui diritti dei lavoratori dell’Unione Europea prima della Brexit e durante il periodo di transizione, ci sono ancora molte incertezze sui diritti dei lavoratori europei dopo il periodo di transizione e probabilmente continueranno ad esserci fino a quando il Governo non pubblicherà il suo White Paper sull’immigrazione.

 

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Brexit: ultimi aggiornamenti sui diritti dei lavoratori

A meno di un anno dalla Brexit, vi forniamo una sintesi della recente posizione sui diritti dei lavoratori europei ed in che modo i datori di lavoro devono prepararsi all’uscita del Regno Unito dall’Europa.

I cittadini europei che arrivano nel Regno Unito prima del 29 marzo 2019:

L’8 dicembre 2017, il Governo inglese ha raggiunto un accordo con l’Europa sui diritti dei cittadini europei che si riferisce specificamente alla situazione dei cittadini europei che arrivano (o che sono già) nel Regno Unito prima della data della Brexit (cioè il 29 marzo 2019). Riportiamo di seguito un riepilogo dei punti chiave che sono stati concordati.

  • I cittadini europei che, entro il 29 marzo 2019, vivono legalmente ed in modo continuativo nel Regno Unito per 5 anni potranno richiedere di rimanere indefinitamente nel Paese ottenendo il “settled status”. Ciò significa che potranno risiedere nel Regno Unito, accedere a fondi e servizi pubblici e richiedere la cittadinanza britannica una volta che avranno i requisiti per farlo.
  • Quando il Regno Unito uscirà dall’Unione Europea, i cittadini europei che arrivano entro il 29 marzo 2019 nel Paese ma non risiedono in quest’ultimo da 5 anni, potranno chiedere di rimanere fino a quando non avranno raggiunto la soglia dei 5 anni. Inoltre, possono presentare la domanda per ottenere il settled status.
  • I membri della famiglia che convivono o raggiungono i cittadini europei nel Regno Unito entro il 29 marzo 2019 potranno, inoltre, presentare la domanda per l’ottenimento del settled status, di solito dopo 5 anni nel Regno Unito.
  • I familiari stretti (vale a dire i coniugi, partner non sposati, figli e nipoti a carico e genitori e nonni a carico) potranno raggiungere i cittadini europei dopo che il Regno Unito lascerà l’Unione Europea, nel caso in cui il legame esisteva entro il 29 marzo 2019.

L’Home Office ha confermato che ci sarà una procedura online per fare richiesta che sarà “semplificata, di facile e rapido utilizzo ed è probabile che sarà operativa entro la fine dell’anno. Ai cittadini europei sarà richiesto di fornire un documento di identità ed una fototessera e dovranno dichiarare l’esistenza di eventuali condanne penali. Saranno, inoltre, tenuti a pagare una tassa che probabilmente sarà la stessa richiesta per ottenere il passaporto inglese (che è attualmente pari a £ 75,50).

Il 19 marzo 2018, il Regno Unito e l’Unione Europea hanno, inoltre, raggiunto un accordo su una serie di punti fondamentali relativi all’accordo di recesso, uno dei quali prevedeva un accordo su un periodo di transizione dopo che il Regno Unito lascerà l’Unione Europea. I punti essenziali da considerare sono i seguenti:

  • È stato concordato un periodo di transizione di 21 mesi che avrà inizio il 29 marzo 2019 e terminerà il 31 dicembre 2020.
  • Durante il periodo di transizione, i diritti dei cittadini europei saranno tutelati e verrà garantita la libera circolazione dei lavoratori tra il Regno Unito e l’Europa. Questo varrà anche per i cittadini europei che arrivano nel Regno Unito durante il periodo di transizione.
  • Tutti i cittadini europei che arrivano nel Regno Unito durante il periodo di transizione avranno 6 mesi di tempo dalla fine del periodo di transizione (vale a dire fino al 30 giugno 2021) per richiedere la documentazione relativa alla residenza.

Dopo il periodo di transizione

Il Governo inglese non ha fornito alcuna chiarimento sui diritti dei cittadini europei dopo il periodo di transizione. Si pensava che il Governo avrebbe pubblicato un White Paper sull’immigrazione la scorsa estate, che avrebbe definito le sue proposte post Brexit sull’’immigrazione e avrebbe incluso maggiori dettagli sulla nuova politica relativa all’immigrazione. Tuttavia, è improbabile che venga pubblicato prima di ottobre di quest’anno. Il ritardo ha suscitato critiche e, comprensibilmente, ha creato preoccupazione per i cittadini europei ed incertezza per le imprese inglesi non consentendo una pianificazione adeguata. Questo significa anche che il nuovo Disegno di Legge sull’immigrazione, promesso nel Discorso della Regina, potrebbe essere posticipato.

L’Home Office ha dichiarato sul proprio sito Web che i cittadini europei (ed i datori di lavoro inglesi) non devono fare nulla ora ed attendere che la nuova procedura online diventi operativa nella seconda metà del 2018. Tuttavia, per essere preparati alla Brexit, suggeriamo che i datori di lavoro attuino i seguenti step:

  • Effettuino un controllo sull’attuale forza lavoro e valutino il potenziale impatto che avrà la Brexit.
  • Incoraggino i dipendenti dell’Unione Europea che risiedono da almeno 5 anni nel Regno Unito a richiedere subito la residenza permanente.
  • Rassicurino i dipendenti dell’Unione Europea che i loro diritti saranno protetti.
  • considerino eventuali costi aggiuntivi come risultato della Brexit, come un potenziale aumento dei salari per far fronte ad eventuali competenze e/o carenze di manodopera all’interno dell’azienda e/o qualsiasi aumento dei costi per migliorare la forza lavoro attuale.
  • Aggiornino le procedure e le politiche contro le molestie, il bullismo ed assicurino che i dirigenti siano pienamente formati su tali politiche. La Brexit ha provocato un aumento del numero di episodi di molestie razziali all’interno del luogo di lavoro e molti cittadini europei hanno riferito di essere vittime di bullismo e molestie a causa del loro status di cittadini europei.
  • Creino un team Brexit per eseguire gli step sopra descritti, per gestire le richieste dei dipendenti europei in merito al loro status e per rispondere alle domande quando la procedura online sarà operativa entro la fine dell’anno.

Il Migration Advisory Committee ha pubblicato la sua relazione il 27 marzo 2018 che fornisce una valutazione iniziale del mercato del lavoro inglese in seguito alla Brexit. La relazione finale è prevista per settembre 2018. Quest’ultima mette in luce le preoccupazioni di molti datori di lavoro su come il Regno Unito potrebbe limitare i lavoratori europei dopo il periodo di transizione e su come ciò potrebbe impedire loro di assumere lavoratori europei poco qualificati nel Regno Unito. L’incertezza ha già avuto un impatto negativo su alcuni settori dell’economia britannica, come ad esempio la sanità, l’edilizia, l’hospitality , il settore dell’agricoltura, la vendita al dettaglio che stanno attualmente affrontando una grave carenza di manodopera. Vi sono prove che dimostrano che i datori di lavoro inglesi stanno iniziando ad assumere fuori dall’Unione Europea per colmare queste lacune. Mentre il Governo britannico ha fornito i necessari chiarimenti sui diritti dei lavoratori dell’Unione Europea prima della Brexit e durante il periodo di transizione, ci sono ancora molte incertezze sui diritti dei lavoratori europei dopo il periodo di transizione e probabilmente continueranno ad esserci fino a quando il Governo non pubblicherà il suo White Paper sull’immigrazione.

 

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Commissione UE: proposte per la tassazione delle imprese digitali

Il 21 marzo 2018, la Commissione Europea ha pubblicato due direttive che stabiliscono nuove regole relative alla tassazione delle società digitali attive nella UE e le relative attività dei fornitori di servizi dell’economia digitale. La proposta legislativa comprende una soluzione permanente di lungo termine che introduce il concetto di “presenza digitale significativa” e una di breve termine in modo tale da risolvere il problema in attesa di un accordo tra tutti gli Stati membri dell’UE. La Commissione riconosce che idealmente il problema dovrebbe essere affrontato a livello globale. A causa della mancanza di progressi nel raggiungimento di un accordo internazionale nel quadro dell’Organizzazione per la cooperazione e lo sviluppo economico, la Commissione ha deciso di andare avanti e di assumere la guida di questa agenda.

La prima proposta mira a riformare le norme in materia di imposta sulle società, in modo che gli utili siano registrati e tassati nel luogo in cui le imprese hanno un’interazione significativa con gli utenti attraverso i canali digitali.

Le società potranno essere considerate tassabili se soddisfano almeno uno dei tre criteri elencati nella proposta. Un business sarà soggetto al pagamento di imposte se esso ha, nel territorio di uno dei stati membri dell’UE, oltre 100 000 utenti digitali, e/o genera un fatturato annuo superiore a 7 milioni di Euro, e/o conclude più di 3.000 contratti aziendali per servizi digitali in un anno. Come tale, la proposta di direttiva non implica una nuova tassa ma piuttosto riassegna i diritti di tassazione delle imprese segnando un cambiamento nel modo in cui i profitti sono assegnati agli Stati membri.

La Commissione propone un approccio comune armonizzato anche perché è preoccupata del prevedibile effetto sul mercato unico delle iniziative legislative nazionali disparate che 11 Stati membri hanno già deciso o (come nel caso dell’Italia) si preparano ad applicare per la tassazione delle imprese digitali.

Questa soluzione a lungo termine non comprende situazioni in cui le imprese sono fiscalmente residenti in paesi terzi che hanno firmato accordi di doppia imposizione con lo Stato membro interessato. La Commissione pertanto propone una raccomandazione sull’adattamento degli accordi di doppia imposizione dei Stati membri di UE con le giurisdizioni non UE. Per garantire l’applicazione coerente a livello internazionale, la Commissione raccomanda che i trattati sulla doppia tassazione tengano conto delle norme in materia di attribuzione di profitto e presenza digitale introdotto nella direttiva avente ad oggetto una “soluzione a lungo termine”.

La seconda proposta risponde alle richieste di numerosi Stati membri di istituire un’imposta temporanea da prelevare sugli introiti delle principali attività dell’economia digitale, che al momento sfuggono a qualsiasi tipo di imposizione fiscale nell’Ue. La proposta di “breve termine”, progettata per evitare una proliferazione di misure unilaterali a livello nazionale, introduce la cosiddetta imposta sui servizi digitali (“Digital Services Tax – DST”). Tale imposta, con un’aliquota del 3% sugli introiti lordi (piuttosto che sui profitti) riguarderà principalmente quelle società che attività che vendono on-line spazi pubblicitari e svolgono in genere attività che creano valore, come la vendita di “big data”, pubblicità mirata, le interazioni/interfaccia fra venditori e compratori.

Secondo le stime della Commissione, metà delle 180 società che rientreranno nell’ambito di applicazione della direttiva hanno sede negli Stati Uniti e un terzo nell’Unione Europea.

 

 

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Francia: disegno di legge finanziaria per il 2018

La Legge Finanziaria francese per il 2018 promuove diverse modifiche fiscali già annunciate dal Presidente Emmanuel Macron. Sebbene il progetto di legge contenga cambiamenti significativi che riguardano sia le imprese che i privati, di seguito vengono evidenziate solo quelle modifiche che interessano persone e famiglie con un patrimonio netto elevato.

L’Imposta francese sul patrimonio

L’Imposta francese sul patrimonio (“ISF”) è stata sostituita da una nuova imposta sul patrimonio immobiliare denominata “IFI” (Impôt sur la Fortune Immobilière).

L’IFI è limitata agli immobili francesi e stranieri posseduti direttamente o indirettamente. I soggetti che non risiedono fiscalmente in Francia dovranno versare l’IFI soltanto sugli immobili siti in Francia di cui sono direttamente o indirettamente proprietari.

In relazione alla proprietà indiretta, l’ex imposta ISF si applicava solo alle società immobiliari francesi detenute da persone fisiche non residenti in Francia (in particolare, soprattutto a quelle società il cui capitale era costituito per più del 50% da beni immobili).

Secondo il regime ISF, un soggetto non residente in Francia doveva dichiarare solo i beni immobiliari francesi ai fini dell’ISF. Inoltre, le società con meno del 50% delle loro attività investite in immobili erano fuori dall’ambito di applicazione dell’ISF.

Tutti i beni immobiliari rientrano nel campo di applicazione dell’IFI, siano essi detenuti direttamente o indirettamente dalle società e indipendentemente dal fatto che dette società si qualifichino come società immobiliari secondo la definizione di cui sopra.

Il disegno di legge prevede alcune limitazioni. I beni esenti comprendono:

  • Gli immobili che non sono coinvolti con gli affari delle società operative;
  • Le partecipazioni inferiori al 10% in una società operativa;
  • Le partecipazioni inferiori al 5% in una SIIC (società immobiliare quotata);
  • Le partecipazioni inferiori al 10% in un OPC (società di investimento) quando tale OPC ha investito meno del 20% in immobili.

Questi cambiamenti nella definizione di “patrimonio immobiliare” hanno anche effetti negativi sugli obblighi inerenti ai trust francesi. Le famiglie che gestiscono le loro proprietà attraverso trust che investono in società che detengono proprietà immobiliari francesi dovrebbero valutare la loro potenziale esposizione all’IFI.

Il disegno di legge limita inoltre la deduzione delle passività relative alle attività immobiliari detenute.

Il debito di terzi è deducibile dal valore dell’immobile, con alcune limitazioni:

  • Alcuni prestiti sono considerati ammortizzabili ai fini IFI (calcolo delle annualità teoriche); e
  • Se il totale delle attività imponibili supera i 5 milioni di euro e il debito relativo ammonta a oltre il 60% del valore totale imponibile, solo il 50% del debito che supera tale soglia è deducibile ai fini IFI.

Imposta sui redditi da capitale

La legge attua un’imposta fissa del 33% (o del 34%) sui redditi da capitale (vale a dire sulle plusvalenze su beni mobili e / o su interessi e dividendi).

Per i residenti fiscali francesi, l’imposta forfettaria del 30% comprende:

12,8% per le imposte sul reddito;

17,2% per i contributi sociali (CSG, CRDS, …);

3% o 4% per CEHR (contributo per i soggetti con redditi elevati).

Per coloro che non risiedono fiscalmente in Francia, se vi è una ritenuta alla fonte su tali ricavi, il tasso è pari al 12,8% (soggetto alla disposizione più favorevole del trattato sulla doppia imposizione con la Francia).

Contributo sociale specifico chiamato “Contributo PUMa”

Il contributo PUMa è stato implementato per finanziare l’assistenza sanitaria universale francese. Questo contributo è applicabile solo ai residenti fiscali francesi che traggono quasi esclusivamente reddito passivo. Tali soggetti sono ora responsabili per il versamento del contributo PUMa ad un tasso dell’8% su tale reddito passivo.

Per diventare responsabile del contributo PUMa, un residente francese deve guadagnare:

  • Meno di 3.922 € di reddito attivo, e
  • Più di 9.807 € di reddito passivo.
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