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Archives for Marzo 2018

Regno Unito: modifica dello Statuto e riscatto delle azioni

Il Privy Council del Regno Unito ha recentemente confermato la validità di una speciale delibera modificativa dello Statuto di una società al fine di introdurre un potere di riscatto obbligatorio, che era stato opposto ad un azionista di minoranza (causa Staray Capital Ltd / Cha). Si tratta di una decisione importante nel contesto delle disposizioni in materia di drag-along e compulsory buyout contenuti nello Statuto e nei patti parasociali. Rafforza la precedente giurisprudenza sulla portata del potere degli azionisti di maggioranza di vincolare la minoranza, ma stabilisce anche alcuni vincoli a tale potere.

Background

Il caso in questione riguardava l’introduzione ex novo di un potere di riscatto obbligatorio in relazione alle azioni dei soci, su domanda dell’azionista di maggioranza S (80% del capitale). La societa’ C avrebbe potuto esercitare tale potere un preavviso di 15 giorni in presenza delle seguenti circostanze:

  • Un azionista ha reso false dichiarazioni materiali nel corso dell’acquisizione delle sue azioni; o
  • Questi ha commesso un atto che potrebbe comportare l’incorrere in svantaggi pecuniari, legali, regolamentari o amministrativi della società o pubblicità negativa.

Il prezzo di acquisto sarebbe l’equo valore di mercato delle azioni.

Fatti

Da alcuni mesi S (azionista di C) aveva dimostrato la sua volontà di acquisire M. In tale contesto, C aveva notificato con un preavviso di 15 giorni il riscatto obbligatorio del 20% della partecipazione di M lo stesso giorno in cui era stata approvata la delibera speciale per introdurre per la prima volta il potere di riscatto obbligatorio nello Statuto della societa’ C.

La societa’ C aveva fatto leva su presunte “false dichiarazioni materiali” fatte da M che aveva affermato di essere stato un partner di un particolare studio legale cinese ed essere stato abilitato a praticare rispettivamente in Cina e negli Stati Uniti. M aveva contestato la validità sia della delibera speciale per modificare lo Statuto di C, sia della comunicazione di riscatto obbligatorio che gli era stata successivamente notificata.

Decisione  

Il Privy Council ha confermato le decisioni dei tribunali di grado inferiore secondo cui era consentito ad una societa’ stabilire che i soci che avevano acquisito le loro azioni mediante false dichiarazioni o che avevano commesso atti in grado di arrecare danno o pubblicità negativa alla società, avrebbero dovuto riscattare le loro azioni al valore di mercato. Nel caso di specie, il fatto che la delibera in questione fosse stata approvata dal socio di maggioranza nei confronti di quello di minoranza non significa di per sé che la stessa fosse stata approvata in cattiva fede.

Sebbene il Consiglio Privato di Staray avesse confermato l’introduzione del potere di rimborso obbligatorio, esso aveva deciso basandosi sul fatto che eventuali dichiarazioni ingannevoli da parte dell’azionista di minoranza non erano state rilevanti per la società, il che significa che il diritto all’esercizio del potere non era stato effettivamente attivato. Il Consiglio in quell’occasione ha confermato che la situazione va sempre esaminata dal punto di vista della società nei cui confronti è previsto tale rimedio, e non dal punto di vista dei singoli azionisti. Ciò che importava nel caso di specie era la rilevanza pratica del ruolo dell’azionista M nei confronti della societa’ C. In breve, l’abilità tecnica di prestare la propria attivita’ in Cina o New York non era stata considerata di rilevanza pratica per la societa’ C. Al contrario, non si poteva mettere in dubbio la capacità di M di eseguire gli specifici compiti che avrebbe dovuto svolgere.

Implicazioni

L’opinione in questione è conforme alla giurisprudenza precedente secondo cui il potere degli azionisti di maggioranza di vincolare la minoranza attraverso la modifica dello Statuto deve essere esercitato in buona fede nell’interesse della societa’. Tuttavia, stabilire ciò che è nell’interesse della societa’ e ciò che costituisce un vantaggio per la societa’ è una decisione degli azionisti piuttosto che del tribunale. L’onere della prova è sulla persona che mette in discussione la validità delle disposizioni.

E` interessante notare come il risultato raggiunto nel caso Staray suggerisca la possibilità di introdurre disposizioni obbligatorie di acquisto negli articoli di una società gia’ costituita in grado di vincolare una minoranza, laddove vi sia uno scopo commerciale e laddove possa essere considerato tra gli interessi della società.

 

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E – Book gratuito

E’ stato pubblicato sulla rivista on line FISCO E TASSE l’E-Book redatto da Guido Ascheri e Lucia Zeleznik dal titolo “ Il Director nella limited by shares di diritto inglese”.

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Danimarca: panoramica sulla brevettabilità

I criteri di brevettabilità nella giurisdizione danese sono i seguenti (Sezioni 1 e 2 della Legge sui Brevetti):

  • l’oggetto brevettabile deve essere un’invenzione suscettibile di applicazione industriale;
  • l’oggetto brevettabile deve essere nuovo rispetto allo “state of the art” al momento della presentazione della domanda di brevetto; e
  • l’oggetto brevettabile deve differire dal cosiddetto “state of the art”.

Il requisito della novità (ovvero il fatto che l’oggetto brevettabile deve essere nuovo rispetto allo stato dell’arte) deve essere inteso nel senso che l’oggetto deve presentare un requisito di novità globale oggettiva, il che significa che non ci sono limiti in termini di tempo, geografia o linguaggio quando si confronta l’oggetto brevettabile con lo stato dell’arte.

Il fatto che l’oggetto brevettabile debba fondamentalmente differire dal cosiddetto “state of the art” significa che l’oggetto brevettabile comparato con lo stato dell’arte non rappresenta un’invenzione ovvia per una persona esperta nel settore.

Limiti alla brevettabilità

Ai sensi dell’articolo 1, paragrafo 2 della Legge sui Brevetti, i seguenti argomenti e attività non sono considerati invenzioni e quindi non sono brevettabili:

  • scoperte, teorie scientifiche e metodi matematici;
  • creazioni estetiche;
  • schemi, regole o metodi per eseguire procedimenti mentali, giocare o fare affari;
  • programmi per computer; e
  • presentazioni di informazioni.

Inoltre, secondo le sezioni 1 (3-6), 1a (1-2) e 1b (1-3) della Legge sui Brevetti, le seguenti categorie di materie non sono considerate brevettabili:

  • metodi di trattamento per l’uomo o per gli animali mediante chirurgia o terapia o metodi diagnostici ivi praticati;
  • particolari varietà vegetali o animali;
  • processi essenzialmente biologici per la produzione di piante o animali;
  • il corpo umano, nelle varie fasi della sua formazione e sviluppo, e la semplice scoperta di uno dei suoi elementi, incluse le sequenze o la sequenza parziale di un gene; e
  • le invenzioni il cui sfruttamento commerciale sarebbe contrario all’ordine pubblico o alla moralità, inclusi – ma non limitati a – processi per la clonazione di esseri umani, processi per modificare l’identità genetica degli esseri umani, usi di embrioni umani per scopi industriali o commerciali e processi per modificare l’identità genetica degli animali che possono causare sofferenza senza alcun beneficio medico sostanziale per l’uomo o per l’animale.

Non possono inoltre essere brevettate le scoperte, le teorie scientifiche, i metodi matematici e i metodi di trattamento per l’uomo o per gli animali derivanti da un intervento chirurgico o da una terapia (Sezioni 1 e 1b della Legge sui Brevetti).

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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Brexit: disposizioni in materia di proprietà intellettuale

In preparazione della Brexit, in data 28 febbraio 2018 la Commissione europea ha pubblicato una bozza di Accordo di recesso, la quale stabilisce gli accordi per l’uscita del Regno Unito e dell’Irlanda del Nord dall’Unione Europea. Il titolo IV dell’Accordo in questione, negli artt. da 50 a 57, prevede una protezione continua della proprietà intellettuale nel Regno Unito anche dopo la Brexit.

Le disposizioni in materia di proprietà intellettuale intendono preservare gli interessi del settore, mantenendo le posizioni legali ottenute da diritti registrati o garantiti dall’Unione Europea. I possessori di marchi, disegni e modelli comunitari e di varietà di piante comunitarie, registrati o garantiti prima della fine del cosiddetto transmission period (31 dicembre 2020), diventeranno titolari di un corrispondente diritto di proprietà intellettuale registrato e applicabile nel Regno Unito. Tale diritto sarà ottenuto automaticamente senza necessità di riesame. La continua protezione dei diritti europei di proprietà intellettuale nel Regno Unito ed il mantenimento della priorità di tali diritti era e rimane una importante richiesta della comunità della proprietà intellettuale europea. Un automatismo che prevede che i possessori dei diritti europei di proprietà intellettuale ottengano uguale protezione sulla base di un diritto nazionale del Regno Unito garantirebbe i diritti già acquisiti ed eviterebbe numerosi costi.

La posizione della Commissione Europea è chiara: garantire una robusta protezione per le proprietà intellettuali europee nel Regno Unito dopo la Brexit. Inoltre, la bozza di accordo assicura anche che i marchi che hanno una reputazione nell’Unione Europea godranno di diritti equivalenti nel Regno Unito e quest’ultimo garantirà le registrazioni internazionali indicate dall’Unione Europea.  Per i modelli registrati e le varietà di piante, il termine di protezione sarà almeno uguale al periodo rimanente di protezione sotto la normativa europea e i modelli europei non registrati godranno della protezione come un diritto di proprietà intellettuale esecutivo nel Regno Unito. La bozza di accordo inoltre fornisce una protezione continua dei database nel Regno Unito.

La bozza deve essere ancora discussa con il Consiglio Europeo e il gruppo direttivo Brexit del Parlamento europeo prima della trasmissione al Regno Unito. Sebbene non sia stato disciplinato ogni aspetto nel dettaglio, le disposizioni suggerite sulla proprietà intellettuale sono un solido punto di partenza per ulteriori discussioni e negoziazioni.

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Il Lussemburgo mette in guardia dalle criptovalute

L’osservatore del mercato lussemburghese è stato l’ultimo a dare l’allarme sui “rischi sostanziali” connessi alle valute virtuali e alle cosiddette “Initial Coin Offerings” (ICOs).

La Commission de Surveillance du Secteur Financier (CSSF) del Lussemburgo ha messo in guardia gli investitori dai pericoli delle cripto valute e degli ICOs.

Sulle valute virtuali, la CSSF ha affermato che, al momento, non esiste una definizione univoca di valute virtuali, né a livello nazionale né a livello europeo.

Il regolatore ha spiegato che le valute virtuali non sono supportate da una banca centrale e il loro valore non è garantito.

Ha anche messo in guardia circa l’assenza di protezione degli investitori, che può portare alla perdita dell’intero investimento, e circa il rischio di furto in quanto le piattaforme di cripto valuta sono spesso vulnerabili ad essere “hackerate”.

Molte piattaforme di valute virtuali sono anche instabili, il che significa che è possibile impedire ai titolari di valuta virtuale di fare trading quando lo desiderano e subire perdite a causa di fluttuazioni di valore mentre la piattaforma non funziona come previsto.

Inoltre, la CSSF ha evidenziato il rischio di volatilità ed effetto bolla e la mancanza di trasparenza in merito a commissioni e calcoli dei prezzi.

In aggiunta, il regolatore ha aggiunto che le informazioni sulle valute virtuali sono “spesso incomplete, difficili da comprendere o non riflettono tutti i rischi legati alle valute virtuali”.

La mancanza di regolamentazione significa anche che le valute virtuali attraggono i truffatori e possono essere utilizzate in attività illegali come il riciclaggio di denaro e il finanziamento del terrorismo.

L’opinione relativa agli ICO è simile a quella delle valute virtuali e segue gli stessi punti, ma la CSSF ha anche notato che il modello ICO non dispone di informazioni verificabili sui token creati e sul denaro raccolto.

Il CSSF ha invitato gli investitori a fare attenzione e a eseguire una serie di controlli sui fornitori di ICO per garantire che siano attività legittime, tra cui la verifica del Registre de Commerce et des Sociétés de Luxembourg, che è l’equivalente di Companies House nel Regno Unito.

Il CSSF è solo l’ultimo regolatore che ha messo in guardia gli investitori dai rischi delle valute virtuali.

 

 

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Responsabilita’ amministratori: limiti alla Business Judgement Rule

La Corte di Cassazione con sentenza n.15470/2017 torna a pronunciarsi sui criteri da usare nella valutazione della sussistenza di responsabilità dell’amministratore di società di capitali: se l’alea economica è connaturata alla gestione-amministrazione di una società e quindi non può automaticamente discendere in capo agli amministratori una responsabilità per scelte gestionali rivelatesi infelici, è altrettanto vero che le scelte di gestione per quanto insindacabili (c.d. business judgement rule) devono comunque essere ragionevoli tenuto conto delle cautele, verifiche ed informazioni preventivamente acquisite dall’amministratore prima dell’operazione e che vengono considerate come cautele, verifiche ed informazioni normalmente richieste per quel tipo di operazione.

La fattispecie esaminata dalla Corte riguarda, nello specifico, il caso di un amministratore di un consorzio che aveva -tra l’altro- sottoscritto tre contratti qualificati -in virtù sia dell’oggetto negoziale che dei contraenti- come “arbitrari”, posto che nessuna prestazione era stata resa in favore del Consorzio che, tuttavia, ne aveva pagato l’intero corrispettivo già all’atto della sottoscrizione dei contratti.

L’amministratore, condannato secondo grado, ha impugnato la sentenza di appello osservando come la circostanza che le società contraenti fossero rimaste inadempienti ai tre contratti stipulati non potrebbe configurare per ciò solo una responsabilità in capo dell’amministratore, che sarebbe altrimenti chiamato a rispondere di tutte le scelte amministrative e gestionali che si rivelino, nel tempo, infelici. Peraltro, sottolinea l’amministratore, consentendo tale vaglio sulla discrezionalità delle scelte economiche, si consentirebbe un’ingerenza del giudice ex post e basata solo su presunzioni fondate sull’esito delle scelte.

È evidente, infatti, che se il risultato è negativo, la scelta di gestione è stata necessariamente sbagliata. Ma questo non significa automaticamente che vi sia una responsabilità di chi ha preso quella scelta gestoria.

L’assunto è condiviso anche dalla Corte di Cassazione che, tuttavia, precisa che, se resta fermo il principio già consolidato (Cassazione n.3652/1997 e Cassazione n.3409/2013) secondo il quale le scelte economiche inopportune non possono essere ex se fonte di responsabilità (potendo al massimo rilevare come giusta causa per la revoca dell’amministratore), è altrettanto vero che permane l’esigenza di vagliare la diligenza dell’amministratore nel prendere ed attuare quelle scelte (diligenza che, peraltro, adesso deve essere valutata non più alla stregua di quella richiesta al mandatario ex art.1710 c.c. ma di quella qualificata del professionista ex art. 1176, II comma c.c.).

Tale esame potrà essere condotto verificando se l’amministratore ha posto o meno in essere le cautele, verifiche e informazioni preventive che sono normalmente e tipicamente richieste per quel tipo di operazione, e se, quindi, sono stati preventivamente valutati i margini di rischio connaturati all’operazione.

È evidente che la valutazione sul rispetto di tali cautele è squisitamente di merito, non potendosi in alcun modo prescindere dall’esame delle risultanze concrete emerse nel processo.

Nel caso esaminato dalla Cassazione, ad esempio, sarebbe emersa una evidente arbitrarietà nella scelta gestoria, da valutarsi con riferimento sia all’oggetto del contratto (che in alcuni casi non si sarebbe realizzato) sia alla scelta delle controparti contrattuali, del tutto prive dei requisiti di professionalità. Ad incrementare gli indici di anomalia dell’operazione, vi è poi la condotta del Consorzio committente che ha immediatamente eseguito l’integrale ingente pagamento del corrispettivo alla sottoscrizione del contratto, scelta sicuramente poco prudente oltre che non consuetudinaria negli usi commerciali.

Alla luce di ciò, il principio di diritto affermato dalla Corte è il seguente “in tema di responsabilità dell’amministratore di una società di capitali (nella specie, per azioni) per i danni cagionati alla società amministrata, l’insindacabilità del merito delle sue scelte di gestione (c.d. business judgement rule) trova un limite nella valutazione di ragionevolezza delle stesse, da compiersi sia ex ante, secondo i parametri della diligenza del mandatario, alla luce dell’art.2392 cod. civ. (nel testo applicabile ratione temporis) sia tenendo conto della mancata adozione delle cautele, delle verifiche e delle informazioni preventive, normalmente richieste per una scelta di quel tipo e della diligenza mostrata nell’apprezzare i margini di rischio connessi all’operazione da intraprendere”.

Una applicazione concreta di questo principio è contenuta nel decreto emesso in data 08/01/2018 dal Tribunale di Bologna Sezione Specializzata in Materia di Impresa (reperibile su www.giuraemilia.it), emesso a seguito di reclamo avverso provvedimento di sequestro conservativo dei beni degli amministratori di una società ottenuto dalla curatela. In particolare agli amministratori, che rivestivano la carica sia nella società controllante che in quelle controllate -debitrici della società madre, è stata contestata una politica dissennata ed imprudente consistente, tra l’altro, nell’aver permesso che la capogruppo:

-elargisse finanziamenti indiretti ed infruttiferi alle controllate,

-concedesse una fideiussione a garanzia dei finanziamenti erogati dagli istituti di credito alle controllate;

il tutto senza aderire ad un preciso e ponderato piano di sviluppo, senza che vi fosse un ritorno economico in capo alla controllante neppure in termini di aumento del valore della partecipazione, e per un periodo di tempo inaccettabilmente protratto.

Il Tribunale, richiamati anche i precedenti di merito, ribadisce che i risultati negativi della gestione non determinano ex se una responsabilità in capo agli amministratori posto che le scelte imprenditoriali comportano intrinsecamente una valutazione di opportunità e convenienza che è di natura discrezionale. Ma da tale “ombrello” di impunità restano fuori le iniziative avventate, l’omissione di cautele procedurali e/o verifiche tipicamente richieste per il tipo di operazione, che nel caso di specie il Tribunale ha ritenuto integrati nelle condotte sopra specificate tenute dagli amministratori.

Elisa di Gangi
Avvocato in Bologna
elisadigangi@gmail.com

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Isole Cayman: regime antiriciclaggio

Tutti i fondi di investimento delle Isole Cayman che sono stati registrati presso la Cayman Islands Monetary Authority (CIMA) saranno soggetti al nuovo regime di antiriciclaggio.

Le modifiche al Regolamento sull’Antiriciclaggio del 2017 e le Note di orientamento sulla prevenzione e sul rilevamento del riciclaggio di denaro e del finanziamento del terrorismo nelle Isole Cayman hanno aggiunto alcune procedure obbligatorie.

Di conseguenza, è necessario rivedere gli accordi di delega sull’antiriciclaggio per determinare se i termini correnti rispettano adeguatamente i nuovi requisiti. Se si applica il regime sull’antiriciclaggio delle Isole Cayman, anche il delegato dell’antiriciclaggio del fondo Cayman dovrebbe rivedere le proprie politiche e procedure per garantire la conformità con i nuovi requisiti procedurali.

Gli studi legali delle Isole Cayman hanno assistito i centri finanziari nel presentare le proprie opinioni per iscritto all’ Autorità Monetaria ed hanno richiesto un incontro con l’obiettivo di chiarire varie questioni irrisolte.

Il regime delle sanzioni previste dall’Autorità Monetaria contiene disposizioni transitorie che non saranno più in vigore a partire dal 15 marzo 2018; a partire da tale data l’Autorità Monetaria delle Isole Cayman avrà la possibilità di imporre sanzioni per le violazioni del regime sull’antiriciclaggio nelle Isole Cayman. L’Autorità non ha emesso guide su come intende approcciare all’implementazione di tale regime sanzionatorio.

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Sud Africa: aumento aliquota IVA e transazioni immobiliari

Il 21 febbraio 2018, l’ex Ministro delle Finanze Malusi Gigaba ha tenuto il discorso annuale sul bilancio. Durante tale discorso, è stata rivelata una decisione piuttosto controversa in materia di aliquota IVA e cioè l’aumento dal 14% al 15%, con efficacia a partire dal 1° aprile 2018. Questo segna il primo aumento dell’IVA dal 1993 (quando si era visto un incremento del 4%).

L’IVA è esigibile su molte transazioni immobiliari, e in quei casi deve essere solitamente versata dal venditore dell’immobile. Di conseguenza, il settore immobiliare non è immune all’aumento dell’aliquota IVA. Primo tema da affrontare è l’applicabilità della nuova aliquota IVA del 15% alle attuali transazioni immobiliari, e in particolare a quelle relative ad immobili residenziale. Tutte le transazioni previste dalla normativa saranno soggette ad una aliquota IVA del 15% a partire dal 1° aprile 2018?

La regola generale per quanto riguarda la vendita di immobili consiste nel pagamento dell’IVA da parte del venditore nel giorno in cui l’immobile viene registrato a nome dell’acquirente, oppure, se precedente, nella data in cui viene effettuato un pagamento relativo al corrispettivo dell’immobile, ed è applicabile l’aliquota IVA in vigore in quel determinato momento. Tuttavia, per quanto riguarda l’aumento dell’aliquota IVA, nel settore immobiliare è garantita un’eccezione relativa agli immobili residenziali.

La sezione 67A (4) della Legge sull’IVA n. 89 del 1991 stabilisce che:

  • Se prima del 1° aprile 2018 viene concluso un accordo scritto (e firmato) per la vendita di un’abitazione e
  • il prezzo è stato concordato e indicato nel contratto,
  • ma la registrazione del trasferimento del bene immobile viene effettuata (e il pagamento viene erogato) dopo il 1° aprile 2018
  • l’aliquota applicabile sarà quella che “si sarebbe applicata se le operazioni sarebbero avvenute nella data in cui si è concluso l’accordo”.

Pertanto, finche’ l’accordo di vendita firmato, contenente una chiara indicazione del prezzo concordato, viene concluso prima del 1° aprile 2018, l’IVA esigibile su quella determinata transazione sarà calcolata con l’aliquota del 14%, a prescindere dal fatto che il trasferimento effettivo si verifichi dopo il 1° aprile 2018.

Sfortunatamente, l’eccezione prevista alla sezione 67A (4) si applica solo alle abitazioni, ovvero edifici o strutture destinati prevalentemente ad essere utilizzati come luogo di residenza o dimora delle persone fisiche. Le transazioni relative alle proprietà commerciali saranno soggette alla regola generale e cioè, indipendentemente dalla data in cui l’accordo di vendita è stato concluso, e nel caso in cui abbia semplicemente luogo il trasferimento e il pagamento sia effettuato dopo il 1° aprile 2018, l’aliquota IVA applicabile sarà quella del 15%.

Tuttavia, per le proprietà commerciali, nel caso in cui un accordo di vendita scritto venga concluso prima del 1° aprile 2018 e l’acquirente abbia effettuato ogni pagamento del corrispettivo di acquisto al venditore nel periodo che va dal 21 febbraio 2018 (la data di annuncio dell’innalzamento dell’aliquota IVA) al 31 marzo 2018 e la proprietà sia stata quindi registrata a nome dell’acquirente entro il 22 aprile 2018, sarà comunque applicata l’aliquota IVA del 14%.

Inoltre, per quanto riguarda le proprietà commerciali, nel caso in cui l’accordo di vendita sia stato concluso prima del 1° aprile 2018 e il corrispettivo di vendita sia stato concordato come soggetto all’IVA per il 14%, ma l’IVA è effettivamente esigibile al 15%, l’eccezione non si applica e il venditore, secondo quanto previsto alla sezione 67 della Legge sull’IVA, è autorizzato a recuperare dall’acquirente l’importo aggiuntivo esigibile come risultato dell’aumento dell’aliquota IVA, a meno che l’accordo non specifichi diversamente.

Alla luce di quanto sopra, i venditori di immobili residenziali potrebbero benissimo essere inclini ad accettare più volentieri del solito le offerte di acquisto fatte prima del 1 ° aprile 2018, al fine di evitare l’implicazione dell’aumento dell’IVA. Tuttavia, si deve continuare a fare attenzione a tutte le vendite di immobili e sarebbe meglio non stipulare alcun accordo di vendita senza richiedere una preventiva consulenza legale. Gli effetti di un accordo di vendita svantaggioso potrebbero superare di gran lunga l’1% in più di Iva da versare.

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Regno Unito: Autorità bancaria europea e autenticazione del cliente

L’Autorità Bancaria Europea (EBA) ha pubblicato il responso della Commissione in risposta alla sua richiesta del gennaio 2018 in merito alle norme tecniche di regolamentazione della procedura di autenticazione del cliente e in materia di comune e sicura comunicazione prevista dalla Second Payment Services Directive (PSD2).

Nella sua lettera, la Commissione afferma che le modifiche effettuate alle norme tecniche di regolamentazione tengono conto delle preoccupazioni espresse ufficialmente dall’Autorità bancaria europea e dai funzionari dallo Stato Membro nell’incontro di luglio 2017.

La Commissione considera tali modifiche in linea con l’opinione dell’Autorità bancaria europea.

“I cambiamenti introdotti dalla Commissione sono stati spiegati in numerose occasioni, sia in occasione dei convegni dell’Autorità bancaria europea in materia di pagamenti, che in occasione delle conversazioni bilaterali con la Segreteria della stessa Autorità bancaria”: questo quanto comunicato nella lettera della Commissione.

La comunicazione aggiunge che non è possibile per l’Autorità bancaria o per la Commissione anticipare tutti i possibili problemi con l’applicazione di interfacce di programmazione delle applicazioni e specificare nelle norme tecniche come questi devono essere affrontati.

La Commissione e l’Autorità bancaria europea dovranno quindi cercare di sviluppare interfacce di programmazione delle applicazioni che funzionino per tutti – banche, terze parti e utilizzatori dei servizi di pagamento.

“Il miglior modo in cui possiamo aiutare i supervisori nazionali è supportare questo lavoro da parte dei partecipanti al mercato, assicurandoci che questi identifichino e risolvano i problemi ad uno stato iniziale, risparmiando così alle Autorità nazionali competenti il difficile compito di investigare i problemi nelle interfacce di programmazione delle applicazioni”.

La Commissione inoltre ritiene che le Autorità nazionali competenti fronteggeranno il carico di lavoro relativo alla valutazione di sistemi o processi di pagamento e saranno in grado di garantire livelli di sicurezza equivalenti a quelli raggiunti utilizzando la cosiddetta “strong customer authentication (SCA)”.

Per finire, la Commissione ha evidenziato che le “differenze principali con l’Autorità bancaria europea riguardo alle norme tecniche di regolamentazione riguardavano i processi, non gli obiettivi a lungo termine da raggiungere, ossia un ambiente bancario aperto su tutta l’Unione Europea basato su interfacce altamente standardizzate per fornitori terzi”.

 

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Brexit: conseguenze in caso di “no deal”

L’Unione europea ha pubblicato una nota tecnica in cui vengono evidenziate le possibili conseguenze negative per le imprese nel caso in cui il Regno Unito lasci l’Unione Europea senza il raggiungimento di un accordo.

La Commissione europea, in particolare, ha avvertito le società di tutta Europa di prepararsi a significativi attriti alle frontiere e costi ingenti da sostenere una volta che il Regno Unito lascerà l’Unione Europea.

Le aziende interessate dovrebbero prepararsi a tali eventualità, aspettando di conoscere l’esito dei negoziati.

Nell’ambito di una serie di note che spiegano cosa accadrà nel caso di “no deal” tra i 27 Stati membri dell’UE e il Regno Unito, la Commissione Europea ha pubblicato un “Notice to Shakeholders” riguardante l’impatto della Brexit nel settore delle dogane e delle imposte indirette. A meno che non venga stabilito diversamente, il Regno Unito dovrà essere trattato come paese non facente piu’ parte dell’UE a partire dal 30 marzo 2019. E, se l’accordo non viene raggiunto, tale avviso avverte le aziende del fatto che dovranno aspettarsi significativi attriti e costi alle frontiere.

La Gran Bretagna dovrà inoltre far fronte ad inevitabili barriere commerciali nel caso in cui dovesse decidere di lasciare l’unione doganale dell’Unione Europea.

Qualora il Regno Unito dovesse uscire dall’unione doganale senza che vi sia un altro accordo in vigore, le merci esportate tra il Regno Unito e il territorio doganale dell’UE saranno soggette alla vigilanza doganale, e potenzialmente a controlli alla frontiera. Secondo quanto previsto dal codice doganale dell’Unione, andranno in tal caso applicate tutte le varie formalità doganali. Le merci importate dal Regno Unito saranno soggette a dazi doganali secondo la Tariffa Doganale Comune.

Inoltre, le merci esportate tra il Regno Unito e il territorio doganale saranno soggette a controlli sulle esportazioni (ad esempio, merci militari, prodotti chimici, prodotti di scarto). Inoltre, le merci prodotte originariamente nel Regno Unito che sono incorporate nelle merci esportate da l’UE a paesi terzi non saranno più classificate come “contenuto dell’UE” nell’ambito della Politica Commerciale Comune dell’UE, che potrebbe incidere sull’applicabilità delle tariffe preferenziali stabilite negli accordi commerciali tra l’UE e tali paesi.

In risposta all’incombente possibilità di una “hard” Brexit, la Dublin Port Company di proprietà dello stato irlandese, terminal marittimo più grande del paese, ha costruito nuove postazioni doganali e punti di ispezione merci per gestire i controlli alle frontiere sulle importazioni del Regno Unito. Sebbene la relazione congiunta di dicembre rispecchiasse l’accordo raggiunto tra le parti per evitare controlli sulla frontiera terrestre, questo non prende in considerazione il confine marittimo. Nonostante il libro bianco del governo britannico sui futuri accordi doganali richieda un “profondo e speciale partenariato” con l’UE, non è chiaro quali siano le misure di emergenza del Regno Unito nel caso in cui tale collaborazione non possa essere concordata. Sebbene l’HMRC abbia comunicato di avere predisposto un aggiornamento dei suoi sistemi, ha tuttavia affermato che avrà bisogno di molto più personale per essere in grado di affrontare l’aumento dei controlli di importazione/esportazione.

Se non si raggiunge un accordo, le merci esportate dal Regno Unito verso l’area IVA dell’Unione Europea saranno soggette a IVA al punto di importazione (cioè l’IVA all’importazione sarà pagata anticipatamente alla frontiera, mentre le esportazioni sono esenti da IVA). Lo stesso vale per l’applicazione delle accise.

Questo rappresenterà un significativo cambiamento rispetto a quella che è la prassi attuale e potrebbe causare problemi.

I fornitori britannici di servizi di telecomunicazione, di servizi di trasmissione o di servizi elettronici che desiderano trarre vantaggio dal regime fiscale del Mini One-Stop Shop (MOSS) dovranno registrarsi presso l’autorità fiscale in almeno uno Stato membro dell’UE. Inoltre, gli importatori britannici non sarebbero più in grado di richiedere i rimborsi IVA per via elettronica, ma saranno soggetti ad un diverso regime di rimborso per i soggetti passivi stabiliti in paesi non UE; e alle società del Regno Unito che operano nell’UE potrebbe essere richiesto di assumere un rappresentante per gestire i pagamenti IVA nell’UE.

Commenti e preoccupazioni

  • Piccole imprese La stragrande maggioranza delle piccole imprese che esportano merci dal Regno Unito lo fa solo verso l’UE e quindi non ha dovuto affrontare le dogane e IVA per le esportazioni. Se nessun accordo verra’ raggiunto sul tema, esse dovranno iniziare ad affrontare l’impatto dei dazi doganali e dell’IVA sulle vendite ai clienti dell’UE, compresa l’implementazione dei processi di conformità per garantire che vengano pagate le giuste imposte. Questo obbligo potrebbe avere effetto su fino 130.000 imprese nel Regno Unito.
  • Modello norvegese: L’UE ha recentemente firmato un accordo di cooperazione IVA con la Norvegia. L’accordo fornirà agli Stati membri dell’UE e alla Norvegia un solido quadro giuridico per una sana cooperazione finalizzata a combattere la frode IVA e aiuterà gli uni e gli altri a recuperare le dichiarazioni IVA.Anche se la Norvegia è nel mercato unico dell’UE eha un sistema IVA “simile” a quello dell’UE, l’accordo ha richiesto diversi anni per essere completato, nonostante il processo di negoziazione sia stato avviato nel giugno del 2015.
  • Il punto di vista del Regno Unito: Sebbene il Ministero del Tesoro del Regno Unito si sia rifiutato di commentare, il segretario Brexit del Regno Unito David Davis ha precedentemente descritto tali “dichiarazioni unilaterali” della Commissione come “inutili” e “dannosi” per gli interessi del Regno Unito.
  • Necessità di chiarezza: Le regole finali in materia di IVA per le transazioni transfrontaliere dipenderanno dall’esito dei negoziati sulla Brexit. Sulla base del procedimento di tali negoziati, la Commissione sembra stia cercando di utilizzare note tecniche come questa per aumentare la pressione sul governo britannico, sebbene in nome della trasparenza.

 

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