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Archives for Novembre 2017

EMA – tra falsi miti e cattive abitudini: un’opportunità dentro una sconfitta

Non sorgerà in Pianura Padana, ma si ergerà tra i canali della Venezia del nord la nuova sede dell’European Medicines Agency, pronta a lasciare Londra e l’isola Britannica per approdare sul Continente. Il passo è considerevole, ma non così lungo quanto tutti abbiamo sperato, chi per semplice patriottismo, chi invece conscio dei benefici che ciò avrebbe comportato, da un punto di vista strategico, politico ed economico.

Brucia ancora, a più di una settimana di distanza, la beffarda assegnazione ad Amsterdam dell’Agenzia Europea del Farmaco che ha visto Milano soccombere per sorteggio dopo essere stata in vantaggio alle prime due tornate di votazione e dopo che la terza si era conclusa sul tredici pari.

Il complesso metodo di votazione aveva già destato alcune perplessità ed in molti avevano immaginato che la sorpresa potesse essere dietro l’angolo.

Ma non era solo la medodologia di voto il motivo delle grandi incertezze che ruotavano attorno alla votazione.

Attorno al voto gravitavano infatti una serie di interessi ed accordi trasversali che ne minavano l’imparzialità, il tutto condito dai sempre vivi e diffusi individualismi statali, ancora riluttanti e ben lontani dal considerarsi “uniti in un sol patto” e votati alla bandiera a 12 stelle, ma anzi ancora bramosi di ottenere piccole ed egoistiche conquiste, perdendo di vista la visione più ampia dello stare insieme in questa tanto vituperata”casa europea”.

Non vi è un solo sconfitto, in questa vicenda.

In primo luogo, è una sconfitta per l’UE, ed i motivi sono almeno due. L’Unione ha voluto mantenere un profilo neutrale, evitando di stilare una graduatoria che fosse basata su requisiti e dati tecnici ma mostrando un’imparzialità forse addirittura eccessiva, la quale rischiava di portare a scelte controproducenti e mal ponderate.

In aggiunta, relegare ad un mero sorteggio una scelta così importante, decidendo dunque di non decidere, o non trovando valide alternative ai meccanismi di voto adottati, è un poco incoraggiante segnale di debolezza.

Ma questa è anche e soprattutto una sconfitta per il nostro paese. Oltre ad aver perso l’occasione di riacquisire prestigio sulla scena continentale, la sconfitta si manifesta da un punto di vista economico (è stimato che l’EMA avrebbe portato un indotto economico di più di un miliardo di euro), ed ancor più da un punto di vista politico.

Non tanto per le argomentazioni adottate a sostegno della candidatura di Milano (ottimi i richiami alla potenziale cooperazione con l’Agenzia Italiana del farmaco, assolutamente all’avanguardia rispetto alla scena Europea) quanto per le risposte che le varie forze politiche hanno dato a questa sconfitta.

Pare che nemmeno questa débacle dal punto di vista politico sia stata motivo per mettersi in discussione in maniera più ampia riguardo all’approccio ed alle competenze che il nostro paese possiede sulle tematiche europee.

Il dibattito si è ridotto alla diffusione di una fake news riguardo ad una presunta brochure scarna e mal impaginata sottoposta al Consiglio per presentare la propria candidatura, che ha sortito il solo effetto di fornire ai social addicted qualche ora di aride schermaglie a mezzo tastiera, ed al biasimo, da più parti, per il fatto che alla votazione non fosse presente il premier Gentiloni (o il Ministro degli Esteri Alfano) ma solo il sottosegretario alla presidenza del Consiglio con delega agli affari Europei Sandro Gozi.

Pura propaganda politica che non inquadra minimamente il problema. Nonostante tutto ciò che abbiate letto o ciò che ne pensiate, alla votazione non erano presenti né Angela Merkel né Emanuelle Macròn. La Francia ha mandato Nathalie Loiseau e la Germania Michael Roth, i quali ricoprono la funzione equivalente a quella di Sandro Gozi in Italia.

L’errore ha più risvolti: si passa dalla poca conoscenza delle dinamiche europee alla pura irresponsabilità di fronte all’elettorato che ha invece necessità sempre crescente di conoscere quali siano le vere dinamiche che governano le Istituzioni Europee.

Sarebbe ora di smettere di riferirsi a Bruxelles tacciandola di essere una tecnocrazia fatta di burocrati che impongono agli Stati la propria volontà. I c.d. burocrati (ovverosia i funzionari della Commissione Europea) non hanno alcun potere decisionale. Qualsiasi proposta legislativa è vagliata dal Consiglio e dal Parlamento Europeo, in cui a prevalere sono preminentemente gli interessi statali.

Sebbene sia risibile pensare che la presenza del nostro Premier il giorno delle votazioni avrebbe potuto in qualche modo cambiare le sorti della votazione stessa (come se una decisione del genere fosse frutto dell’improvvisazione e delle sensazioni del momento e non il risultato di delicate e continue relazioni diplomatiche) è altrettanto importante evidenziare che, storicamente, l’esperto operatore italiano in ambito europeo badi troppo alla forma e molto poco alla sostanza, denotando una scarsa conoscenza di quelle che sono le dinamiche che determinano la presa di decisione a livello Unitario.

Il dubbio è serio e profondo: ciò accade per semplice irresponsabilità politica verso l’elettorato? O accade perché dopo 60 anni di trattati non abbiamo ancora capito (o non ci è mai interessato veramente capire) quale sia la strada da percorrere al fine di raggiungere i propri obiettivi in ambito europeo? O entrambe le cose insieme?

È sempre la stessa storia che si ripete. Il rappresentante di interessi italiano ritiene di poter discutere e negoziare condizioni favorevoli ai propri affari direttamente con un Direttore Generale, fiero di essere stato ricevuto ed ascoltato dalle più alte sfere gerarchiche della Commissione, trascurando che quando le questioni arrivano ad un direttore generale i giochi siano già fatti e le leggi sostanzialmente già scritte, attraverso il lavoro, già durato mesi, di centinaia di funzionari, coordinati dai capi unità. Salvo poi lamentarsi poiché il proprio interesse non è stato rispettato.

E così anche in ambito politico, il messaggio che passa, per pura propaganda, è che se il Premier Gentiloni fosse andato a stringere qualche mano il giorno della votazione l’esito oggi sarebbe stato diverso, trascurando completamente le dinamiche che influenzano realmente la governance europea.

Come sono andate realmente le cose riguardo ad EMA?

Una piccola inside information giunta in maniera del tutto informale riferisce che la candidatura di Amsterdam ha guadagnato rapidi e solidi consensi poiché con maggior tempestività è stato individuato il fattore determinante e strategico su cui puntare: i dipendenti di EMA.

Il governo olandese ha saputo far leva sulla volontà di quasi 900 persone, tra assistenti e funzionari, mostrando loro quali opportunità, benefits, servizi, facilities, sistemazioni ed infrastrutture sarebbero state messe loro a disposizione se si fossero trasferiti in Olanda.

È da questo anelito pro-Amsterdam interno all’Agenzia (il cui Direttore, tra l’altro, è Italiano) che si è innescato un diffuso meccanismo di convincimento verso la metropoli olandese sfociato sì, sicuramente, in accordi trasversali e scambi di favori, ma celati sotto il nobile cappello del rispetto della volontà dei dipendenti di EMA, indirizzati verso la piccola e non poi così influente Olanda (nonostante il riguardo sempre riservato ad uno dei paesi fondatori dell’Unione – in seno al Consiglio il voto del Be-Ne-Lux, riunito, è storicamente valso quanto i voti di Francia Italia e Germania).

A riprova di ciò, basti pensare che inizialmente la vera antagonista di Milano nei sondaggi apparisse essere Bratislava (scartata addirittura al primo turno), attraverso un’apertura geo-politica che caldeggiava il trasferimento dell’Agenzia verso una città dell’Est Europa.

La candidatura è rapidamente precipitata proprio a causa del malcontento di numerosi dipendenti i quali sono arrivati a minacciare l’abbandono del posto di lavoro se la sede fosse stata trasferita in Slovacchia.

Nei sondaggi interni all’Agenzia, infatti, la città slovacca riscuoteva ben pochi consensi mentre Amsterdam era l’assoluta prima scelta.

I giochi di potere ed i sottili equilibri tra gli Stati Membri hanno fatto il resto.

Come avrebbe detto il Dalai Lama, “quando perdi, non perdere la lezione”.

È auspicabile un cambio di atteggiamento ed una maggiore presa di coscienza riguardo alle tematiche europee, che troppo spesso vengono utilizzate esclusivamente come parafulmine, indicate come l’unico ed il solo responsabile di scelte politiche inevitabili, a livello nazionale, di fronte alle quali il governo non ha potuto far altro che dar seguito passivamente, chinando il capo. La realtà è ben diversa.

L’Europa, con tutti suoi difetti, è fonte di grande opportunità, ed è l’unico strumento che abbiamo a disposizione per poter tutelare e far valere i nostri interessi sulla scena globale, la quale si sta arricchendo di realtà economiche dirompenti che non esistevano o quasi fino a un paio di decenni fa.

Nessun paese europeo, nemmeno la Germania, da sola, potrebbe rivestire una posizione di forza nella contrattazione con le potenze economiche del terzo millenio.

Se la riluttanza e la diffidenza riguardo a una progressiva cessione di sovranità a favore dell’Unione sono ancora diffuse in tutto il continente, dove, tra l’altro, pericolosi rigurgiti nazionalisti stanno minando il primo punto dei Criteri di Copenhagen, è però doveroso da parte del nostro Paese acquisire maggiore consapevolezza di ciò che già esiste ed è possibile ottenere attraverso i Trattati oggi in vigore, massimizzando ed ampliando i numerosi benefici che da essi possiamo trarre.

Avv. Andrea Mangia
Avvocato in Piacenza

andrea.mangia@mangia-lex.com

 

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EMA – tra falsi miti e cattive abitudini: un’opportunità dentro una sconfitta

Non sorgerà in Pianura Padana, ma si ergerà tra i canali della Venezia del nord la nuova sede dell’European Medicines Agency, pronta a lasciare Londra e l’isola Britannica per approdare sul Continente. Il passo è considerevole, ma non così lungo quanto tutti abbiamo sperato, chi per semplice patriottismo, chi invece conscio dei benefici che ciò avrebbe comportato, da un punto di vista strategico, politico ed economico.

Brucia ancora, a più di una settimana di distanza, la beffarda assegnazione ad Amsterdam dell’Agenzia Europea del Farmaco che ha visto Milano soccombere per sorteggio dopo essere stata in vantaggio alle prime due tornate di votazione e dopo che la terza si era conclusa sul tredici pari.

Il complesso metodo di votazione aveva già destato alcune perplessità ed in molti avevano immaginato che la sorpresa potesse essere dietro l’angolo.

Ma non era solo la medodologia di voto il motivo delle grandi incertezze che ruotavano attorno alla votazione.

Attorno al voto gravitavano infatti una serie di interessi ed accordi trasversali che ne minavano l’imparzialità, il tutto condito dai sempre vivi e diffusi individualismi statali, ancora riluttanti e ben lontani dal considerarsi “uniti in un sol patto” e votati alla bandiera a 12 stelle, ma anzi ancora bramosi di ottenere piccole ed egoistiche conquiste, perdendo di vista la visione più ampia dello stare insieme in questa tanto vituperata”casa europea”.

Non vi è un solo sconfitto, in questa vicenda.

In primo luogo, è una sconfitta per l’UE, ed i motivi sono almeno due. L’Unione ha voluto mantenere un profilo neutrale, evitando di stilare una graduatoria che fosse basata su requisiti e dati tecnici ma mostrando un’imparzialità forse addirittura eccessiva, la quale rischiava di portare a scelte controproducenti e mal ponderate.

In aggiunta, relegare ad un mero sorteggio una scelta così importante, decidendo dunque di non decidere, o non trovando valide alternative ai meccanismi di voto adottati, è un poco incoraggiante segnale di debolezza.

Ma questa è anche e soprattutto una sconfitta per il nostro paese. Oltre ad aver perso l’occasione di riacquisire prestigio sulla scena continentale, la sconfitta si manifesta da un punto di vista economico (è stimato che l’EMA avrebbe portato un indotto economico di più di un miliardo di euro), ed ancor più da un punto di vista politico.

Non tanto per le argomentazioni adottate a sostegno della candidatura di Milano (ottimi i richiami alla potenziale cooperazione con l’Agenzia Italiana del farmaco, assolutamente all’avanguardia rispetto alla scena Europea) quanto per le risposte che le varie forze politiche hanno dato a questa sconfitta.

Pare che nemmeno questa débacle dal punto di vista politico sia stata motivo per mettersi in discussione in maniera più ampia riguardo all’approccio ed alle competenze che il nostro paese possiede sulle tematiche europee.

Il dibattito si è ridotto alla diffusione di una fake news riguardo ad una presunta brochures scarna e mal impaginata sottoposta al Consiglio per presentare la propria candidatura, che ha sortito il solo effetto di fornire ai social addicted qualche ora di aride schermaglie a mezzo tastiera, ed al biasimo, da più parti, per il fatto che alla votazione non fosse presente il premier Gentiloni (o il Ministro degli Esteri Alfano) ma solo il sottosegretario alla presidenza del Consiglio con delega agli affari Europei Sandro Gozi.

Pura propaganda politica che non inquadra minimamente il problema. Nonostante tutto ciò che abbiate letto o ciò che ne pensiate, alla votazione non erano presenti né Angela Merkel né Emanuelle Macròn. La Francia ha mandato Nathalie Loiseau e la Germania Michael Roth, i quali ricoprono la funzione equivalente a quella di Sandro Gozi in Italia.

L’errore ha più risvolti: si passa dalla poca conoscenza delle dinamiche europee alla pura irresponsabilità di fronte all’elettorato che ha invece necessità sempre crescente di conoscere quali siano le vere dinamiche che governano le Istituzioni Europee.

Sarebbe ora di smettere di riferirsi a Bruxelles tacciandola di essere una tecnocrazia fatta di burocrati che impongono agli Stati la propria volontà. I c.d. burocrati (ovverosia i funzionari della Commissione Europea) non hanno alcun potere decisionale. Qualsiasi proposta legislativa è vagliata dal Consiglio e dal Parlamento Europeo, in cui a prevalere sono preminentemente gli interessi statali.

Sebbene sia risibile pensare che la presenza del nostro Premier il giorno delle votazioni avrebbe potuto in qualche modo cambiare le sorti della votazione stessa (come se una decisione del genere fosse frutto dell’improvvisazione e delle sensazioni del momento e non il risultato di delicate e continue relazioni diplomatiche) è altrettanto importante evidenziare che, storicamente, l’esperto operatore italiano in ambito europeo badi troppo alla forma e molto poco alla sostanza, denotando una scarsa conoscenza di quelle che sono le dinamiche che determinano la presa di decisione a livello Unitario.

Il dubbio è serio e profondo: ciò accade per semplice irresponsabilità politica verso l’elettorato? O accade perché dopo 60 anni di trattati non abbiamo ancora capito (o non ci è mai interessato veramente capire) quale sia la strada da percorrere al fine di raggiungere i propri obiettivi in ambito europeo? O entrambe le cose insieme?

È sempre la stessa storia che si ripete. Il rappresentante di interessi italiano ritiene di poter discutere e negoziare condizioni favorevoli ai propri affari direttamente con un Direttore Generale, fiero di essere stato ricevuto ed ascoltato dalle più alte sfere gerarchiche della Commissione, trascurando che quando le questioni arrivano ad un direttore generale i giochi siano già fatti e le leggi sostanzialmente già scritte, attraverso il lavoro, già durato mesi, di centinaia di funzionari, coordinati dai capi unità. Salvo poi lamentarsi poiché il proprio interesse non è stato rispettato.

E così anche in ambito politico, il messaggio che passa, per pura propaganda, è che se il Premier Gentiloni fosse andato a stringere qualche mano il giorno della votazione l’esito oggi sarebbe stato diverso, trascurando completamente le dinamiche che influenzano realmente la governance europea.

Come sono andate realmente le cose riguardo ad EMA?

Una piccola inside information giunta in maniera del tutto informale riferisce che la candidatura di Amsterdam ha guadagnato rapidi e solidi consensi poiché con con maggior tempestività è stato individuato il fattore determinante e strategico su cui puntare: i dipendenti di EMA.

Il governo olandese ha saputo far leva sulla volontà di quasi 900 persone, tra assistenti e funzionari, mostrando loro quali opportunità, benefits, servizi, facilities, sistemazioni ed infrastrutture sarebbero state messe loro a disposizione se si fossero trasferiti in Olanda.

È da questo anelito pro-Amsterdam interno all’Agenzia (il cui Direttore, tra l’altro, è Italiano) che si è innescato un diffuso meccanismo di convincimento verso la metropoli olandese sfociato sì, sicuramente, in accordi trasversali e scambi di favori, ma celati sotto il nobile cappello del rispetto della volontà dei dipendenti di EMA, indirizzati verso la piccola e non poi così influente Olanda (nonostante il riguardo sempre riservato ad uno dei paesi fondatori dell’Unione – in seno al Consiglio il voto del Be-Ne-Lux, riunito, è storicamente valso quanto i voti di Francia Italia e Germania).

A riprova di ciò, basti pensare che inizialmente la vera antagonista di Milano nei sondaggi apparisse essere Bratislava (scartata addirittura al primo turno), attraverso un’apertura geo-politica che caldeggiava il trasferimento dell’Agenzia verso una città dell’Est Europa.

La candidatura è rapidamente precipitata proprio a causa del malcontento di numerosi dipendenti i quali sono arrivati a minacciare l’abbandono del posto di lavoro se la sede fosse stata trasferita in Slovacchia.

Nei sondaggi interni all’Agenzia, infatti, la città slovacca riscuoteva ben pochi consensi mentre Amsterdam era l’assoluta prima scelta.

I giochi di potere ed i sottili equilibri tra gli Stati Membri hanno fatto il resto.

Come avrebbe detto il Dalai Lama, “quando perdi, non perdere la lezione”.

È auspicabile un cambio di atteggiamento ed una maggiore presa di coscienza riguardo alle tematiche europee, che troppo spesso vengono utilizzate esclusivamente come parafulmine, indicate come l’unico ed il solo responsabile di scelte politiche inevitabili, a livello nazionale, di fronte alle quali il governo non ha potuto far altro che dar seguito passivamente, chinando il capo. La realtà è ben diversa.

L’Europa, con tutti suoi difetti, è fonte di grande opportunità, ed è l’unico strumento che abbiamo a disposizione per poter tutelare e far valere i nostri interessi sulla scena globale, la quale si sta arricchendo di realtà economiche dirompenti che non esistevano o quasi fino a un paio di decenni fa.

Nessun paese europeo, nemmeno la Germania, da sola, potrebbe rivestire una posizione di forza nella contrattazione con le potenze economiche del terzo millenio.

Se la riluttanza e la diffidenza riguardo una progressiva cessione di sovranità a favore dell’Unione sono ancora diffuse in tutto il continente, dove, tra l’altro, pericolosi rigurgiti nazionalisti stanno minando il primo punto dei Criteri di Copenhagen, è però doveroso da parte del nostro Paese acquisire maggiore consapevolezza di ciò che già esiste ed è possibile ottenere attraverso i Trattati oggi in vigore, massimizzando ed ampliando i numerosi benefici che da essi possiamo trarre.

Avv. Andrea Mangia
Avvocato in Piacenza

andrea.mangia@mangia-lex.com

 

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Il Fondo Monetario Internazionale ha dichiarato che l’Australia necessita di un’ampia riforma fiscale diretta a migliorare l’efficienza del sistema fiscale australiano.

Il Fondo ha preso atto delle recenti riforme del Governo sull’aliquota d’imposta sulle società per le Piccole e Medie Imprese e dei suoi tentativi di ridurre l’aliquota d’imposta per tutte le imprese e ha sostenuto che una “riforma fiscale più completa” potrebbe migliorare l’efficienza del sistema, aumentare gli investimenti e la domanda di manodopera oltre a ridurre le disparità.

In base a quanto riportato dal Fondo, tale riforma potrebbe comportare una riduzione delle imposte sul capitale e sul lavoro ed aumentare la dipendenza del Paese dalle imposte fondiarie e dalle imposte indirette sul consumo. Il Fondo, inoltre, ha dichiarato che occorre ampliare la base imponibile, ridurre le agevolazioni fiscali e rivedere la riforma dell’imposta sul reddito.

 

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Proseguono i colloqui per modernizzare il NAFTA

I negoziatori del Canada, del Messico e degli Stati Uniti hanno concluso un quinto round di colloqui sulla modernizzazione dell’Accordo di libero scambio del Nord America.

Stando ad una dichiarazione rilasciata dalle parti, i principali negoziatori si sono concentrati nell’effettuare progressi “con l’obiettivo di colmare le lacune e trovare soluzioni”.

I negoziatori “hanno riaffermato il loro impegno ad andare avanti in tutti i settori dei negoziati, al fine di concludere quest’ultimi il prima possibile”.

Un sesto round di negoziati si terrà alla fine di gennaio ed i negoziatori continueranno il loro lavoro a Washington fino a metà dicembre.

 

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La politica dei fondi d’investimento in Lussemburgo

Nel corso degli anni, il Lussemburgo si è affermato come una delle prime piazze finanziarie mondiali grazie allo sviluppo dell’industria dei fondi. In particolare, questa crescita si è basata sui fondi alternativi che oggi rappresentano la maggior parte dei fondi presenti a Lussemburgo.

Introdotti nel sistema finanziario dell’Unione europea per effetto della direttiva 2011/61/UE, i fondi alternativi sono nati per politiche d’investimento mirate, in tal senso è sufficiente ricordare i fondi immobiliari o i fondi di “private equity”. La loro flessibilità li rende validi strumenti anche per acquistare aziende e finanziare il loro sviluppo o semplicemente per conservare i patrimoni familiari.

Molteplici sono i vantaggi di un fondo d’investimento.

I fondi d’investimento rendono possibile una diversificazione degli investimenti da parte di soggetti professionalmente qualificati, come richiede la direttiva comunitaria. Inoltre, i risparmiatori sono garantiti dal controllo al quale le società concernenti i fondi sono sottoposte (la CONSOB e la Banca d’Italia per lo Stato italiano) e dalla circostanza, non trascurabile, che risparmiatori possano seguire gli investimenti.

Malgrado i fondi d’investimento nascano al fine di veicolare ricchezza, è da ricordare che i risparmiatori corrono il rischio di non percepire il rendimento inizialmente programmato e anzi di riscontrare una perdita di capitali se le politiche d’investimento non sono correttamente scelte e praticate.

Tanto potrà anche dipendere dalla variabile dell’andamento dei mercati finanziari.

Pe quel che concerne il Lussemburgo, è doveroso premettere che il Granducato di Lussemburgo rappresenta la prima piazza finanziaria in Europa e la seconda a livello mondiale per la costituzione di società che si occupano dei fondi d’investimento. Basti pensare che l’attività dei fondi lussemburghesi genera un quarto del PIL ed impiega oltre 13.000 persone nel settore finanziario.

Complice di questo successo, oltre una duratura stabilità politica, anche i vantaggi fiscali che il Granducato si può permettere di applicare, pur ricordando che il Lussemburgo non è un paese off-shore e dunque rimane sottoposto alle direttive comunitarie.

La legge lussemburghese si presenta abbastanza flessibile nella politica di costituzione dei fondi d’investimento, ancorché rimangano fermi determinati aspetti volti a tutelare la posizione degli investitori.

In primo luogo, il lancio di un fondo passa sempre sotto le forche caudine della Commission de Sourveillance du Secteur Financier (CSSF), la quale adotta un controllo rigidissimo, che può durare anche mesi, sulla strutturazione del fondo e sulle sue politiche d’investimento sintetizzate nel documento economico denominato Prospectus.

La CSSF, inoltre, continua a vigilare durante tutta la vita del fondo dal suo lancio sino alla sua possibile estinzione.

D’altra parte l’ambito fiscale è estremamente vantaggioso, basti pensare che i fondi d’investimento sono sottoposti ad una tassa d’abbonamento annuale da versare ogni tre mesi che varia dallo 0,05% per gli OPC (Organismes de Placements Collectifs) allo 0,01% per i FIS ( Fonds d’investissemnt specialisés) e i FIAR ( Fonds d’investissement alternatifs réservés) sino allo 0,25% per le SPF (Société de gestion de patrimoine familial) calcolata sugli attivi netti.

Sono inoltre previsti degli esoneri fiscali alle condizioni stabilite dalla legge lussemburghese per gli OPC, i FIS e i FIAR.

I vantaggi fiscali evidenti dei fondi d’investimento lussemburghesi li rendono un prodotto estremamente attraente per gli investitori/risparmiatori, i quali potranno veicolare e commercializzare i loro beni senza essere imposti fiscalmente né sui loro guadagni né sul loro patrimonio personale.

In quanto leader europeo dei fondi d’investimento, il Granducato di Lussemburgo si è dotato di recente di nuovi strumenti finanziari.

La nuova espansione di mercato pare oggi sia rappresentata dalle start-ups europee, visto che di recente sono stati introdotti il Fund life science, esclusivamente dedicato alle tecnologie biomediche, ed il Luxembourg Future Fund dedicato alle attività imprenditoriali innovatrici.

Tuttavia, il vero fiore all’occhiello è il FIAR (Fonds d’investissement alternatifs réservés).

Introdotto nel 2016, oggi il FIAR rappresenta il fondo d’investimento più utilizzato in Lussemburgo.

Numerosi i vantaggi e non solo fiscali.

In primo luogo la costituzione di un FIAR avviene in tempi estremamente rapidi (1-3 mesi), perché questo tipo di fondo non è sottoposto al controllo della CSSF lussemburghese.

Questo, però, non significa minori garanzie per i risparmiatori e gli investitori.

Infatti, la gestione del FIAR è affidata inderogabilmente ad una società di gestione (Management Company- ManCo) autorizzata dalla CSSF secondo la direttiva comunitaria AIFM 2011/61/UE e registrata presso lo stesso organismo di vigilanza.

Nella pratica, non vi è più la necessità di essere autorizzati al lancio del fondo dalla CSSF, ma il controllo sulla strutturazione del fondo e sul suo lancio passa attraverso la ManCo, che di fatto gestirà il fondo per tutta la sua durata.

In questo senso, i tempi di costruzione del fondo e del suo lancio sul mercato finanziario vengono fortemente ridotti, essendo le ManCo società private qualificate che generalmente hanno un approccio immediato e meno burocratico con gli investitori.

Come si diceva, peò, questo non significa minori garanzie per gli investitori. Le ManCo, infatti, restano strettamente legate alla CSSF con la quale devono periodicamente conferire per questa via continuando a garantire la massima tutela degli interessi degli investitori.

Strutturalmente il FIAR si presenta abbastanza diversificato. Infatti, il fondo assume naturalmente la forma di un “ombrello”, poiché la società si dirama in diversi comparti ciascuno dei quali potrà essere dedicato al privaty equity, ai beni immobili, alla liquidità ed altre attività finanziarie.

Godendo il FIAR del passaporto europeo, le attività investite nel fondo potranno essere commercializzate per tutto il territorio dell’UE.

Quanto all’imposizione fiscale, deve versarsi trimestralmente la tassa di abbonamento annuale dello 0,01% sugli attivi netti. Se il fondo detiene parti di altri fondi, non è dovuta la tassa annuale dello 0,01% al fine di evitare la doppia imposizione. Certi fondi, ad esempio i fondi pensioni, sono esonerati dal versamento dell’una tantum annuale dello 0,01%. I FIAR costituiti sotto forma societaria sono esonerati dal pagamento della tassa sul patrimonio, salva qualche eccezione. Non è dovuta neanche l’imposta relativa alla ritenuta alla fonte.

A livello di fiscalità internazionale il FIAR soggiace a 49 delle 76 convenzioni fiscali concluse tra il Lussemburgo ed altri Paesi europei, tutte tendenti ad agevolare o alleggerire l’imposizione fiscale sui rendimenti degli investitori.

In ogni caso, soprattutto gli investitori europei non residenti nel Granducato di Lussemburgo, e che hanno costituito il fondo come una società di capitali, non sono tenuti ad alcuna imposizione sulle loro plus-valenze. Le plus-valenze realizzate al momento dell’uscita da un comparto e all’entrata in un altro non sono imponibili.

Tutti i servizi forniti da una società di gestione della FIAR, per esempio i servizi di gestione del portafoglio o quelli consistenti in consigli di strategia d’investimento che possono essere forniti oltre che dalla ManCO anche da società indipendenti costituite sotto forma di società in accomandita, sono esonerati dal pagamento d’imposta del 17% a titolo di TVA corrispondente alla nostra imposta sul valore aggiunto (IVA).

In conclusione, il FIAR oggi è innegabilmente il veicolo più attraente nel panorama dell’industria dei fondi del Lussemburgo.

La struttura diversificata del FIAR concernente le attività finanziarie investite e l’opportunità di sfuggire alle faticose tempistiche della messa a punto come accade per la maggior parte dei fondi d’investimento, ne fanno uno strumento fortemente interessante anche nell’ottica di conservazione e rendimento dei più importanti patrimoni familiari.

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La politica dei fondi d’investimento in Lussemburgo

Nel corso degli anni, il Lussemburgo si è affermato come una delle prime piazze finanziarie mondiali grazie allo sviluppo dell’industria dei fondi. In particolare, questa crescita si è basata sui fondi alternativi che oggi rappresentano la maggior parte dei fondi presenti a Lussemburgo.

Introdotti nel sistema finanziario dell’Unione europea per effetto della direttiva 2011/61/UE, i fondi alternativi sono nati per politiche d’investimento mirate, in tal senso è sufficiente ricordare i fondi immobiliari o i fondi di “private equity”. La loro flessibilità li rende validi strumenti anche per acquistare aziende e finanziare il loro sviluppo o semplicemente per conservare i patrimoni familiari.

Molteplici sono i vantaggi di un fondo d’investimento.

I fondi d’investimento rendono possibile una diversificazione degli investimenti da parte di soggetti professionalmente qualificati, come richiede la direttiva comunitaria. Inoltre, i risparmiatori sono garantiti dal controllo al quale le società concernenti i fondi sono sottoposte (la CONSOB e la Banca d’Italia per lo Stato italiano) e dalla circostanza, non trascurabile, che risparmiatori possano seguire gli investimenti.

Malgrado i fondi d’investimento nascano al fine di veicolare ricchezza, è da ricordare che i risparmiatori corrono il rischio di non percepire il rendimento inizialmente programmato e anzi di riscontrare una perdita di capitali se le politiche d’investimento non sono correttamente scelte e praticate.

Tanto potrà anche dipendere dalla variabile dell’andamento dei mercati finanziari.

Pe quel che concerne il Lussemburgo, è doveroso premettere che il Granducato di Lussemburgo rappresenta la prima piazza finanziaria in Europa e la seconda a livello mondiale per la costituzione di società che si occupano dei fondi d’investimento. Basti pensare che l’attività dei fondi lussemburghesi genera un quarto del PIL ed impiega oltre 13.000 persone nel settore finanziario.

Complice di questo successo, oltre una duratura stabilità politica, anche i vantaggi fiscali che il Granducato si può permettere di applicare, pur ricordando che il Lussemburgo non è un paese off-shore e dunque rimane sottoposto alle direttive comunitarie.

La legge lussemburghese si presenta abbastanza flessibile nella politica di costituzione dei fondi d’investimento, ancorché rimangano fermi determinati aspetti volti a tutelare la posizione degli investitori.

In primo luogo, il lancio di un fondo passa sempre sotto le forche caudine della Commission de Sourveillance du Secteur Financier (CSSF), la quale adotta un controllo rigidissimo, che può durare anche mesi, sulla strutturazione del fondo e sulle sue politiche d’investimento sintetizzate nel documento economico denominato Prospectus.

La CSSF, inoltre, continua a vigilare durante tutta la vita del fondo dal suo lancio sino alla sua possibile estinzione.

D’altra parte l’ambito fiscale è estremamente vantaggioso, basti pensare che i fondi d’investimento sono sottoposti ad una tassa d’abbonamento annuale da versare ogni tre mesi che varia dallo 0,05% per gli OPC (Organismes de Placements Collectifs) allo 0,01% per i FIS ( Fonds d’investissemnt specialisés) e i FIAR ( Fonds d’investissement alternatifs réservés) sino allo 0,25% per le SPF (Société de gestion de patrimoine familial) calcolata sugli attivi netti.

Sono inoltre previsti degli esoneri fiscali alle condizioni stabilite dalla legge lussemburghese per gli OPC, i FIS e i FIAR.

I vantaggi fiscali evidenti dei fondi d’investimento lussemburghesi li rendono un prodotto estremamente attraente per gli investitori/risparmiatori, i quali potranno veicolare e commercializzare i loro beni senza essere imposti fiscalmente né sui loro guadagni né sul loro patrimonio personale.

In quanto leader europeo dei fondi d’investimento, il Granducato di Lussemburgo si è dotato di recente di nuovi strumenti finanziari.

La nuova espansione di mercato pare oggi sia rappresentata dalle start-ups europee, visto che di recente sono stati introdotti il Fund life science, esclusivamente dedicato alle tecnologie biomediche, ed il Luxembourg Future Fund dedicato alle attività imprenditoriali innovatrici.

Tuttavia, il vero fiore all’occhiello è il FIAR (Fonds d’investissement alternatifs réservés).

Introdotto nel 2016, oggi il FIAR rappresenta il fondo d’investimento più utilizzato in Lussemburgo.

Numerosi i vantaggi e non solo fiscali.

In primo luogo la costituzione di un FIAR avviene in tempi estremamente rapidi (1-3 mesi), perché questo tipo di fondo non è sottoposto al controllo della CSSF lussemburghese.

Questo, però, non significa minori garanzie per i risparmiatori e gli investitori.

Infatti, la gestione del FIAR è affidata inderogabilmente ad una società di gestione (Management Company- ManCo) autorizzata dalla CSSF secondo la direttiva comunitaria AIFM 2011/61/UE e registrata presso lo stesso organismo di vigilanza.

Nella pratica, non vi è più la necessità di essere autorizzati al lancio del fondo dalla CSSF, ma il controllo sulla strutturazione del fondo e sul suo lancio passa attraverso la ManCo, che di fatto gestirà il fondo per tutta la sua durata.

In questo senso, i tempi di costruzione del fondo e del suo lancio sul mercato finanziario vengono fortemente ridotti, essendo le ManCo società private qualificate che generalmente hanno un approccio immediato e meno burocratico con gli investitori.

Come si diceva, peò, questo non significa minori garanzie per gli investitori. Le ManCo, infatti, restano strettamente legate alla CSSF con la quale devono periodicamente conferire per questa via continuando a garantire la massima tutela degli interessi degli investitori.

Strutturalmente il FIAR si presenta abbastanza diversificato. Infatti, il fondo assume naturalmente la forma di un “ombrello”, poiché la società si dirama in diversi comparti ciascuno dei quali potrà essere dedicato al privaty equity, ai beni immobili, alla liquidità ed altre attività finanziarie.

Godendo il FIAR del passaporto europeo, le attività investite nel fondo potranno essere commercializzate per tutto il territorio dell’UE.

Quanto all’imposizione fiscale, deve versarsi trimestralmente la tassa di abbonamento annuale dello 0,01% sugli attivi netti. Se il fondo detiene parti di altri fondi, non è dovuta la tassa annuale dello 0,01% al fine di evitare la doppia imposizione. Certi fondi, ad esempio i fondi pensioni, sono esonerati dal versamento dell’una tantum annuale dello 0,01%. I FIAR costituiti sotto forma societaria sono esonerati dal pagamento della tassa sul patrimonio, salva qualche eccezione. Non è dovuta neanche l’imposta relativa alla ritenuta alla fonte.

A livello di fiscalità internazionale il FIAR soggiace a 49 delle 76 convenzioni fiscali concluse tra il Lussemburgo ed altri Paesi europei, tutte tendenti ad agevolare o alleggerire l’imposizione fiscale sui rendimenti degli investitori.

In ogni caso, soprattutto gli investitori europei non residenti nel Granducato di Lussemburgo, e che hanno costituito il fondo come una società di capitali, non sono tenuti ad alcuna imposizione sulle loro plus-valenze. Le plus-valenze realizzate al momento dell’uscita da un comparto e all’entrata in un altro non sono imponibili.

Tutti i servizi forniti da una società di gestione della FIAR, per esempio i servizi di gestione del portafoglio o quelli consistenti in consigli di strategia d’investimento che possono essere forniti oltre che dalla ManCO anche da società indipendenti costituite sotto forma di società in accomandita, sono esonerati dal pagamento d’imposta del 17% a titolo di TVA corrispondente alla nostra imposta sul valore aggiunto (IVA).

In conclusione, il FIAR oggi è innegabilmente il veicolo più attraente nel panorama dell’industria dei fondi del Lussemburgo.

La struttura diversificata del FIAR concernente le attività finanziarie investite e l’opportunità di sfuggire alle faticose tempistiche della messa a punto come accade per la maggior parte dei fondi d’investimento, ne fanno uno strumento fortemente interessante anche nell’ottica di conservazione e rendimento dei più importanti patrimoni familiari.

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Il Fondo Monetario Internazionale sollecita il Messico a migliorare il sistema fiscale

Il Fondo Monetario Internazionale ha esortato il Messico ad aumentare le entrate fiscali non petrolifere ed i livelli di tax compliance, in particolare nel settore dell’imposta sul valore aggiunto.

Mentre da un lato il Fondo Monetario Internazionale ha elogiato il governo messicano per la sua adesione agli obiettivi di consolidamento fiscale, dall’altro lato ha raccomandato una serie di misure per garantire una base di entrate.

Il Fondo Monetario Internazionale ha raccomandato di ridurre la portata delle esenzioni IVA e di compiere ulteriori sforzi per contrastare l’evasione fiscale ed ampliare la base imponibile.

Nel rapporto è stato suggerito che l’aumento delle entrate derivanti dalle tasse sulla proprietà contribuirebbe a sostenere le risorse dei governi locali nel medio termine.

Il Fondo ha anche proposto al Messico di adeguare il suo regime fiscale societario nel caso in cui gli Stati Uniti riescano a far passare una legge sulla riforma fiscale con una sostanziale riduzione delle imposte sulle società, come viene proposto attualmente.

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Stati AELS: Turchia prossima alla conclusione di un accordo di libero scambio

Le Delegazioni degli Stati dell’Associazione Europea di Libero Scambio (AELS) – Norvegia, Islanda, Liechtenstein e Svizzera – e Turchia si sono incontrate ad Ankara dal 14 al 16 novembre per il sesto round di negoziati aventi ad oggetto la modernizzazione e l’estensione del loro attuale accordo di libero scambio.

Secondo l’AELS, si sono tenuti colloqui “molto produttivi” in vari settori, tra cui norme di origine, facilitazione degli scambi,  rimedi commerciali, scambi di servizi, diritti di proprietà intellettuale e questioni legali e orizzontali, compresa la risoluzione delle controversie.

Il commercio bilaterale di merci tra gli Stati EFTA e la Turchia è aumentato costantemente a partire dal 2001 e ha raggiunto i 6 miliardi di Euro (7 miliardi di Dollari) nel 2016. Le principali esportazioni dell’EFTA verso la Turchia sono metalli preziosi, prodotti farmaceutici, macchinari e combustibili minerali. Le importazioni di merci dalla Turchia consistono principalmente in metalli preziosi, articoli di abbigliamento, accessori e veicoli.

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L’Utilizzo di Shall in ambito giuridico

È doveroso fare una premessa: a chi opera nel campo della contrattualistica internazionale ciò che sta per leggere apparirà assolutamente ovvio e scontato. Per altri invece potrà essere una nozione importante, utile a rispondere in maniera rapida e decisa ai dubbi di un proprio cliente.

Negli insegnamenti di lingua inglese che vengono impartiti nelle scuole italiane (ancora non sufficientemente all’avanguardia rispetto al resto d’Europa) Shall viene introdotto e spiegato, in maniera discutibile, assieme a tutti gli altri verbi modali (would, could, may, might, ought…), senza soffermarvici il tempo necessario e spesso accomunando il significato di tali verbi ad un comune concetto di “possibilità”.

Difficile ricevere una risposta differente da questa, se si domanda ad un Average User il significato di Shall.

In realtà l’utilizzo di Shall è oltremodo vario e sottile. Solo un Proficient User sarà in grado di utilizzare Shall correttamente in vari contesti e con differenti significati.

Un esempio su tutti? Basti pensare al celebre film “Shall we Dance?” di Peter Chelsom, il cui titolo in Italiano è stato non a caso tradotto “Ti va’ di Ballare?”. Traduzione tutto sommato corretta, poiché anche il titolo originale contiene il question mark (?), che declina uno dei possibili utilizzi di Shall. Ma è doveroso sapere che questo non è l’unico significato da attribuire a Shall.

Nell’ambito che a noi interessa, quello giuridico, dove difficilmente troveremo punti interrogativi, il significato di Shall è chiaro, univoco ed universalmente riconosciuto. Esso esprime certezza, non semplice possibilità.

Per la precisione, l’utilizzo di Shall in ambito giuridico è definito tecnicamente “performativo”.

Tornando agli insegnamenti ricevuti a scuola, forse l’average user si aspetterebbe di trovare must ad indicare un obbligo chiaro ed univoco. Ma non è così. Must è raramente rinvenibile in contratti e regolamenti.

Si può affermare dunque che “The unsuccessful party shall bear the costs of the proceedings” (art. 16 del Regolamento 861/2007) o “The profits of an enterprise of a Contracting State shall be exempt from tax of the other Contracting State unless the enterprise carries on business in the other Contracting State” (art. 7 della Convenzione sul divieto di doppia imposizione tra Italia e Giappone) non esprimano un’ipotesi, bensì una certezza.

Come togliersi ogni residuo dubbio e non dimenticare più questa regola? Semplice. I Dieci Comandamenti. Difficile immaginare imposizioni più rigide di queste. “Thou shalt (you shall) not steal” (non rubare).

I due esempi sopra riportati, apparentemente sconnessi l’uno dall’altro, non sono casuali. Sono entrambi frutto della mia esperienza personale. In entrambi i casi, fonti più o meno accreditate ed eminenti rinvenibili online avevano tradotto con “potrebbe” (“potrebbe sostenere i costi” e “potrebbe essere esente”), infondendo dubbi nel cliente. Nulla di più sbagliato, nonché contrario alla necessità di certezza ìnsita in qualsiasi testo normativo.

Se dirimere questioni linguistiche di questo tipo è toccato a me, significa che, presto o tardi, potrà succedere anche a ciascuno dei professionisti che stanno leggendo questo articolo.

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Il Governo Svizzero concorda nel concludere con il Kosovo un accordo contro la doppia imposizione

Il Consiglio Federale Svizzero ha approvato l’attuazione di un nuovo accordo contro la doppia imposizione con il Kosovo.

L’accordo è stato firmato a maggio. Un precedente accordo è entrato in vigore nel 2011.

L’accordo contro la doppia imposizione fiscale prevede che l’aliquota massima della ritenuta alla fonte per i dividendi è del 15%, con un’aliquota ridotta al 5% applicabile in determinate circostanze.

Secondo il Consiglio Federale Svizzero, l’accordo che tiene conto degli sviluppi derivanti dal progetto dell’OCSE per contrastare l’erosione della base imponibile e il trasferimento degli utili («Base Erosion and Profit Shifting», progetto BEPS). “In particolare, contiene una clausola di abuso ed una clausola compromissoria.

L’accordo prevede anche una clausola di assistenza amministrativa in conformità con gli standard internazionali per lo scambio di informazioni su richiesta.

L’accordo deve ora essere ratificato dal Parlamento svizzero.

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