Skip to main content Skip to search

Archives for Ottobre 2017

La Corea aumenta la tassa sulle sigarette elettroniche

La Corea ha intenzione di aumentare la tassa sulle sigarette elettroniche portandola dal 50% al 90%, in seguito all’approvazione del Comitato Strategia e Finanza dell’Assemblea Nazionale.

Tale misura potrebbe essere efficace già a partire da dicembre 2017.

La normativa, sotto forma di legge di revisione dell’attuale codice fiscale sul tabacco, attende ora l’approvazione del Parlamento nella prossima sessione plenaria.

Il provvedimento prevede l’introduzione di un prezzo minimo significativamente più elevato per i prodotti tradizionali del tabacco in Corea e l’introduzione di divieti di fumare nei luoghi pubblici.

Read more

Il Perù firma la Convenzione multilaterale dell’OCSE in materia fiscale

Il Perù è l’ultimo firmatario della Convenzione Multilaterale sulla Mutua Assistenza Amministrativa in materia fiscale, diventando la 114°nazione aderente all’accordo.

La Convenzione è uno strumento per la cooperazione fiscale internazionale, sviluppata congiuntamente dall’OCSE e dal Consiglio d’Europa nel 1988. La Convenzione originaria è stata modificata nel 2010 al fine di armonizzarla con gli standard internazionali in materia di scambio di informazioni ai fini fiscali e per aprirla all’adesione di tutti i Paesi, rispondendo all’appello del G20 di consentire a tutti i Paesi di trarre vantaggio dal nuovo contesto di cooperazione in materia fiscale mediante un iter più semplice.

La suddetta Convenzione mira ad aiutare i Governi ad assicurare il rispetto delle loro leggi fiscali e fornisce un quadro giuridico internazionale per la cooperazione tra Paesi per contrastare l’evasione e la frode fiscali a livello internazionale.

La Convenzione offrirà al Perù una gamma di strumenti destinati alla cooperazione amministrativa in materia fiscale, prevedendo tutte le forme di scambio di informazioni, l’assistenza alla riscossione delle entrate e la notifica dei documenti. Facilita, altresì, i controlli congiunti e la condivisione di informazioni per contrastare altri delitti gravi come il riciclaggio di denaro e la corruzione; tutela i diritti dei contribuenti, fornisce ampie garanzie per proteggere la confidenzialità delle informazioni scambiate, in particolare, riguardo ai dati personali.

Read more

Malta costituisce un registro dei beneficial owner

Il Ministro delle Finanze di Malta, Edward Scicluna, ha dichiarato ad una recente conferenza legislativa presso l’Old University di Valletta che la normativa dei beneficial owner sarà resa pubblica nelle prossime settimane.

La normativa richiederà che ogni società registrata a Malta detenga informazioni sui beneficial owner che verranno trasmesse al Registro delle Imprese.

La normativa prevedrà, altresì, la costituzione di un registro dei beneficial owner che sarà direttamente accessibile senza alcuna restrizione per le autorità competenti, le persone obbligate ed, eventualmente, per il pubblico in generale, a seconda dei risultati dei negoziati in corso sulle modifiche proposte sulla quarta direttiva dell’Unione europea sull’antiriciclaggio di denaro.

Scicluna ha dichiarato che il registro garantirebbe una maggiore trasparenza ed è indispensabile per uniformarsi pienamente agli standard internazionali e alla quarta direttiva antiriciclaggio.

Read more

L’applicabilità delle sentenze della Corte di Giustizia Europea – Il principio di proporzionalità in materia fiscale

Commento alla sentenza Corte di Cassazione Sez. Tributaria  n. 22531/2017

L’esame della sentenza citata ci consente di approfondire due tematiche dirimenti e tra loro certamente collegate, inerenti da una parte il diritto comunitario processuale e dall’altra parte quello sostanziale, sia europeo che nazionale.

Il caso specifico oggetto dell’ordinanza della Suprema Corte:

Nella recentissima ordinanza n. 22531 del 27.09.2017 i Giudici di legittimità si sono espressi in materia di TARSU e, più dettagliatamente, muovendo dalla censura proposta dal ricorrente circa la supposta erronea affermazione della legittimità della previsione regolamentare di diversificazione tariffaria tra locali ad uso alberghiero e locali ad uso abitativo e la sostanziale violazione del principio UE del “chi inquina paga”.

Secondo la Corte, manifestando un orientamento consolidato, in tema di TARSU la disciplina contenuta nel D. Lgs. 507/1993 sull’individuazione dei presupposti della tassa e sui criteri per la sua quantificazione non contrasta con il principio comunitario “chi inquina paga”, sia perché è consentita la quantificazione del costo di smaltimento sulla base della superficie dell’immobile, sia perché la detta disciplina non fa applicazione di regimi presuntivi che non consentano un’ampia prova contraria, ma contiene previsioni che commisurano la tassa ad una serie di presupposti variabili o a particolari condizioni”.

Il principio così enunciato trae il proprio fondamento da precedenti sentenze CGUE (Cfr. 24.06.08 nella causa C -188/07 e 16.07.09 in causa C – 254/08) nella valutazione di conformità della disciplina nazionale in materia, rispetto ai principi espressi dalla direttiva 2006/12.

In particolare, il fulcro su cui si basa la decisione degli Ermellini consta nel fatto che il limite posto dalla Corte di giustizia alla discrezionalità delle autorità nazionali costituisce attuazione del principio di proporzionalità, largamente applicato dalla giurisprudenza comunitaria in materia fiscale, secondo il quale “non sono ammessi regimi d’imposizione i cui fatti costitutivi si fondano su presunzioni legali che non ammettono prova contraria”.

Tale è dunque il principio di diritto sostanziale espresso.

L’azione impositiva della pubblica amministrazione soggiace ad elementi propri sia del diritto nazionale che del diritto comunitario e che sono alla base dell’agire amministrativo (di cui il diritto tributario fa parte) quali l’adeguatezza, la ragionevolezza e la proporzionalità.

In merito a quest’ultimo, vale la pena sottolineare che quando si afferma che non sono ammessi regimi d’imposizione i cui fatti costitutivi si fondano su presunzioni legali che non ammettono prova contraria, ciò equivale a dover ragionevolmente considerare che l’esercizio del potere di controllo in materia fiscale deve ritenersi sindacabile sine die e senza soluzione di continuità dal momento che la tutela costituzionale da un lato e quella comunitaria dall’altro, con i principi sopra espressi,  consentono al contribuente di opporsi alla domanda impositrice dell’amministrazione finanziaria assumendo, appunto, la prova contraria.

Lo strumento attuativo del principio di proporzionalità, posto a salvaguardia del contribuente, risiede nel recepimento non solo di direttive e regolamenti dell’unione europea, ma anche delle sentenze emesse dalla Corte di Giustizia, unico organo deputato a fornire l’interpretazione del diritto comunitario.

E poiché tra le fonti del diritto, quello europeo deve dirsi in cima alla piramide, sovrastante quello nazionale, tanto da comportare la disapplicazione di quelle norme che si pongano in contrasto con i principi espressi dalle fonti europee, il giudice nazionale non potrà non tenerne conto, in ogni campo, compreso anche quello tributario.

Sul punto non possono esserci equivoci di sorta, ed è la stessa Corte costituzionale ad affermare che ”le statuizioni interpretative della Corte di giustizia delle comunità europee hanno, al pari delle norme comunitarie direttamente applicabili, operatività immediata negli ordinamenti interni”, così come le norme comunitarie come interpretate da pronunce rese dalla medesima Corte in sede contenziosa (Sul punto ex multis: Corte Costituzionale ord. n. 132/1990; Corte Costituzionale ord. n. 444/1991; Corte Costituzionale ord. 168/1991).

Esse rappresentano una fonte di diritto oggettivo, sulla base delle quali lo Stato membro deve adeguare le proprie norme se ed in quanto dichiarate incompatibili rispetto a quelle.

Dovremo quindi abituarci sempre di più ad uno studio del diritto – in ogni suo settore – che abbia un panorama più ampio, che si alleni a ragionare a largo spettro, che accolga principi di portata più estesa che spesso, per forma mentis, non siamo pronti a considerare ma il cui recepimento non è soltanto fondamentale per la tutela dei diritti  di tutti i consociati, ma soprattutto lo è per considerarci davvero parte di un sistema più complesso e più grande il quale ci consente di disancorarci da elementi che, per essere troppo legati alla storia impositiva del nostro paese, rischiano di lasciarci fuori dall’Europa e di comportare una diseguaglianza di trattamento non giustificata.

Avv. Alessandra Donatello
Avvocato e mediatore civile e commerciale
alessandra.donatello@gmail.com

Read more

E’ priva di capacita’ processuale la societa’ cancellata dal registro delle imprese prima della notifica dell’avviso di accertamento e dell’instaurazione del giudizio tributario

In tema di contenzioso tributario, la cancellazione dal registro delle imprese, con  conseguente estinzione della società prima della notifica dell’avviso di accertamento e dell’instaurazione del giudizio di primo grado determina il difetto di capacità processuale nonché il difetto di legittimazione a rappresentarla dell’ex liquidatore, sicchè eliminandosi ogni possibilità di prosecuzione dell’azione, consegue l’annullamento senza rinvio, ex art.382 c.p.c, della sentenza impugnata con ricorso per cassazione, ricorrendo nel caso di specie un vizio insanabile originario del processo, che avrebbe dovuto condurre da subito ad una pronuncia declinatoria di merito trattandosi di impugnazione improponibile, poiché l’inesistenza del ricorrente è rilevabile anche d’ufficio. E’ quanto ha disposto la Suprema Corte di Cassazione in concomitanza dell’Ordinanza n°23029 del 02/10/2017. La pronuncia in commento depositata dai Giudici di Palazzaccio risulta particolarmente interessante nel panorama societario poiché in essa la Corte ha fatto chiarezza su un duplice principio; il primo, si riferisce alla mancata “valenza giuridica” dell’atto impositivo emesso nei confronti  di un soggetto  che non esiste più; il secondo, riguarda gli “effetti processuali “ derivanti dall’estinzione ex ante di una società con conseguente improponibilità del ricorso introduttivo.

–  Il caso:

La questione posta al vaglio dei Giudici di Legittimità rinviene nel caso di specie dalla notifica di un avviso di accertamento IRPEF e Addizionale regionale e addizionale  comunale riferito al periodo d’imposta 2007 emesso e notificato dal Ministero dell’Economia e delle Finanze a carico di alcuni soci di una SNC.

In particolare, l’ente impositore contestava alla SNC un maggior reddito accertato rinveniente dalla rettifica della plusvalenza originata dalla cessione dell’azienda alla SRL acquirente. Facendo seguito al rigetto del ricorso introduttivo i soci della SNC accertata presentavano nei termini di legge rituale  atto di appello con il quale in sede di gravame gli appellanti lamentavano i motivi di censura del giudicato di prime cure evidenziando pertanto l’illegittimità dell’atto impositivo emesso e notificato dall’Agenzia delle entrate. Facendo seguito all’udienza di trattazione il giudice di appello confermava il giudicato di prime cure, disponendo anche in sede di gravame la legittimità dell’avviso di accertamento IRPEF + addizionali opposto.

In particolare, il Collegio tributario di secondo grado riteneva che la questione relativa al diritto societario non potesse essere rimessa in discussione poiché il reddito della snc derivava da un avviso di accertamento contro il quale la società facente capo agli stessi soci non aveva formalizzato alcuna rituale opposizione nei termini di legge, implicando ciò la definitività dell’atto impositivo.

Successivamente, con due specifici motivi di ricorso i soci della SNC chiedevano l’intervento dei Giudici di Legittimità evidenziando nel proprio atto di parte la violazione delle norme relative alla notifica dell’avviso di accertamento destinato ad una società cessata, implicando ciò una evidente omissione su un fatto decisivo per la controversia chiaramente rilevabile d’ufficio, segnalando pertanto i soci che la società in questione risultava cancellata dal registro delle imprese da gennaio del 2008; pertanto prima della notifica dell’avviso di accertamento IRPEF formalizzata dall’Amministrazione finanziaria solo nell’ anno 2012.

Ne deriva che la pretesa tributaria erariale contenuta nell’atto impositivo era stata fatta valere nei confronti di un soggetto ormai definitivamente estinto, non essendo applicabile nel caso di specie il sopravvenuto D.lgs.n°175/2014, art.28, comma 4 recante disposizioni di natura sostanziale sulla capacità delle società che risultano cancellate dal registro delle imprese[1].

I Giudici di Palazzaccio facendo seguito all’udienza di discussione si riservavano per la decisione.

-La Sentenza N°23029 del 02/10/2017 della Corte di Cassazione:

In ambito societario l’estinzione di una società (società in nome collettivo nel caso di specie) derivante dalla cancellazione della stessa dal registro delle imprese implica in sede giudiziale il difetto di capacità processuale della società nonché il difetto di legittimazione a rappresentarla dell’ultimo liquidatore.

Nella casistica in esame posta al vaglio dei Giudici di Legittimità la sopravvenuta incapacità processuale della snc configurabile già prima della notifica dell’avviso di accertamento opposto ha implicato inevitabilmente la declaratoria di improponibilità del ricorso introduttivo, richiamando i Giudici di Palazzaccio l’applicazione della previsione normativa di cui all’art.382, comma 3 c.p.c in cui è testualmente disposto che: la Corte adita “ se riconosce che il giudice del quale si impugna il provvedimento e ogni altro giudice difettano di giurisdizione, cassa senza rinvio. Egualmente provvede in ogni altro caso in cui ritiene che la causa non poteva essere proposta o il processo proseguito”.

E’ quanto hanno disposto i Giudici della Suprema Corte di Cassazione avendo rilevato per tabulas il difetto di capacità processuale della società risultata estinta nel 2008; quindi già prima di ricevere dall’Amministrazione finanziaria l’avviso di accertamento opposto notificato solo nel 2012. Ne deriva che, il  ridetto difetto di capacità processuale della Snc ha implicato inevitabilmente l’improponibilità di tutti gli atti  successivi  al ricorso posti in essere dalla stessa società in sede giudiziale; prima di tutti, del ricorso introduttivo con la quale si è dato impulso all’azione giudiziale innanzi al Giudice tributario di prime cure.

La possibilità di assumere la veste di parte nel processo tributario implica necessariamente la titolarità da parte del soggetto che decide di agire in sede giudiziale sia esso persona fisica sia persona giuridica, di una capacità processuale imprescindibile poiché la stessa legittima il soggetto procedente a compiere tutta una serie di atti cosiddetti processuali finalizzati essenzialmente a veicolare l’azione giudiziale intrapresa verso il raggiungimento dell’obbiettivo finale; ossia, l’accoglimento della domanda giudiziale con conseguente annullamento dell’atto opposto[2].

La dottrina processualista accoglie come è noto una nozione cosiddetta  formale di parte nel processo.

Parti nel processo (anche in quello tributario disciplinato dai D.lgs.n.ri 545/1992 e 546/1992) sono semplicemente i contendenti, cioè coloro che hanno portato la controversia davanti al Giudice. Il concetto di parte in senso formale non ha pertanto natura di filtro, dal momento che può essere considerata parte chiunque abbia la capacità di fare valere in sede giudiziale o meglio giudizialmente i propri diritti. Sarà poi l’esame della causa nel merito a fornire gli elementi per stabilire se l’attore sia effettivamente titolare della situazione giuridica reclamata e se il provvedimento sia stato  richiesto verso la giusta controparte.

In particolare, quando si parla di capacità processuale in senso stretto, deve intendersi l’attitudine del soggetto a proporre in nome proprio o anche in nome altrui la domanda giudiziale secondo le norme contenute nel D.lgs.n°546/1992.

Con riferimento alla casistica  di cui si tratta posta al vaglio dei Giudici di Cassazione, l’estinzione della Snc rinveniente dalla cancellazione ex ante della stessa dal registro delle imprese prima ancora che la Snc ricevesse l’avviso di accertamento IRPEF + addizionali ha implicato inevitabilmente  la perdita da parte della società accertata di qualsiasi titolarità giuridica pregiudicando ciò la possibilità anche in sede giudiziale di potere lamentare al Giudice adito la lesione di un diritto di cui non si può  più essere titolari.

In altre parole, l’estinzione della SNC ricorrente prima ancora che la stessa fosse accertata dall’Amministrazione finanziaria ha inevitabilmente implicato l’inesistenza giuridica della stessa che non poteva pertanto essere più destinataria di una pretesa impositiva da parte dell’Amministrazione finanziaria.

Per le stesse motivazioni la Suprema Corte ha rilevato l’improponibile del ricorso introduttivo così come formalizzato dalla società ricorrente poiché già in sede di ricorso la stessa società era ormai priva di qualsiasi capacità processuale nei termini sopra richiamati implicando ciò il difetto della stessa azione giudiziale  così come espletata in primo grado.

E’ questa, se vogliamo,  la ratio principale che ha indotto i Giudici di Legittimità sia pure ex post a rilevare giustamente un vizio insanabile originario del processo tributario che avrebbe dovuto portare  da subito il Giudice adito in prime cure ad una declinatoria di merito trattandosi di opposizione improponibile per inesistenza giuridica della società ricorrente.

Da qui, l’annullamento senza rinvio ex art.382, comma 3 c.p.c della sentenza impugnata con ricorso per cassazione.

Considerazioni conclusive:

La pronuncia in commento così come depositata dai Giudici di Cassazione, a parere di chi scrive, rileva poiché in essa sono configurabili due principi giurisprudenziali degni di nota.

In primis,l’orientamento giurisprudenziale palesato dai Giudici di Palazzaccio ha disposto  nel caso di specie la mancanza di “efficacia giuridica” di un avviso di accertamento notificato nei confronti di una società che non esiste più poiché cancellata ex ante dal registro delle imprese. Per cui, l’ente impositore non può far valere una pretesa tributaria nei confronti di un soggetto che risulta definitivamente estinto. Diversamente, è fatta salva la possibilità per l’ente impositore di esigere la pretesa erariale direttamente nei confronti dei soci della snc. Nel caso di specie, pertanto l’avviso di accertamento IRPEF + addizionali emesso e notificato dall’Amministrazione finanziaria è stato destinato ad un soggetto non più esistente e, pertanto, privo di qualsiasi valenza giuridica[3].

Tale assunto vale ancora di più in considerazione della mancata applicabilità alla casistica in esame della normativa contenuta nel D.lgs.n°175 del 2014, art. 28, comma 4  in cui è contenuta la disciplina recante le disposizioni di natura sostanziale sulla capacità delle società cancellate dal registro delle imprese.

In particolare, il Decreto sopra richiamato non ha valenza interpretativa (neppure implicita) né tanto meno efficacia retroattiva; per cui il differimento quinquennale degli effetti derivanti dall’estinzione della società riconducibili alla previsione normativa di cui all’art.2495 c.c. comma 2[4] che opera unicamente nei confronti dell’Amministrazione finanziaria nonché degli altri enti creditori o dediti all’attività di riscossione come indicati nello stesso comma, si applica esclusivamente nei casi  in cui la richiesta di  cancellazione  della società dal registro delle imprese (che costituisce il presupposto di tale differimento)  sia presentata in vigenza della nuova disciplina contenuta nel ridetto D.lgs.n°175 del 2014 o successivamente. In tal senso, si è espressa ampia Giurisprudenza di Cassazione[5].

In secundis, i Giudici di Legittimità hanno ribadito nell’occasione un principio già palesato in altre pronunce sia pure con riferimento ad altre tipologie di enti collettivi (società di capitali, società di persone, associazioni non riconosciute) e comunque riferito a diverse tipologie di atti impositivi (cartelle di pagamento, avvisi di accertamento).Ossia, in tema di contenzioso tributario la cancellazione dal registro delle imprese con conseguente estinzione della società prima della notifica dell’avviso di accertamento e quindi prima dell’instaurazione del giudizio di primo grado implica inevitabilmente il difetto della sua capacità processuale e pertanto, il difetto di legittimazione a rappresentarla in giudizio da parte dell’ex liquidatore; sicchè, eliminandosi ogni possibilità di prosecuzione dell’azione ne deriva l’annullamento senza rinvio ex art.382 c.p.c della sentenza impugnata con ricorso per cassazione, ricorrendo nel caso di specie un vizio originario del processo che avrebbe dovuto condurre da subito ad una pronuncia declinatoria di merito trattandosi di impugnazione improponibile poiché l’inesistenza del ricorrente è rilevabile anche d’ufficio (Cass.5736/16; 20252/15;21188/14).

In considerazione dei principi sopra esposti i Giudici di Legittimità hanno ritenuto errato il giudicato di seconde cure fondato essenzialmente sulla pretesa “vincolativa” dell’avviso di accertamento IRPEF + addizionali emesso e notificato dall’Amministrazione finanziaria divenuto definitivo secondo il Giudice di appello a causa della mancata opposizione dello stesso da parte della SNC nel termine perentorio di cui all’art.18 del D.lgs.n°546/1992.

Tuttavia, per quanto nel caso di specie vale l’inefficacia dell’avviso di accertamento di cui sopra, tuttavia rileva comunque segnalare come disposto dalla stessa Corte di Cassazione che l’estinzione della società previa cancellazione della stessa dal registro delle imprese non determina comunque l’estinzione del debito rimasto insoddisfatto nei confronti dei terzi creditori. Infatti, nella casistica in esame si verifica un fenomeno di tipo successorio sui generis, in forza del quale è possibile sostenere che  i rapporti obbligatori riconducibili all’ente non si possono considerare estinti; in caso contrario, si verificherebbe un ingiusto sacrificio dei diritto di credito così come vantato dai creditori della società estinta. Pertanto, il debito in questione risulterà trasferito ai soci i quali potranno essere chiamati a risponderne secondo le regole ordinarie di legittimazione attiva e passiva senza la configurabilità di alcun litisconsorzio necessario con la società già estinta; ovviamente, tutto questo in osservanza del regime giuridico dei debiti sociali a cui la stessa società era sottoposta durante la sua attività.

Avv. Giuseppe DURANTE
Tributarista –  Docente a contratto in Diritto Tributario presso l’Università L.U.M. Jeann Monnet di Bari
Esperto di Fiscalità Locale e Contenzioso Tributario – Pubblicista
info@avvocatodurante.it

 

Note:

[1] Il citato comma quarto dell’art.28 del D.lgs. n°175/2014 così recita: «Ai soli fini della validità e dell’efficacia degli atti di liquidazione, accertamento, contenzioso e riscossione dei tributi e contributi, sanzioni e interessi, l’estinzione della società di cui all’articolo 2495 del codice civile ha effetto trascorsi cinque anni dalla richiesta di cancellazione del Registro delle imprese».

[2] Di seguito si riporta il testo integrale dell’art.10 del D.lgs. 31 dicembre 1992, n°546: «Sono parti nel processo dinanzi alle commissioni tributarie oltre al ricorrente, l’ufficio dell’Agenzia delle entrate e dell’Agenzia delle dogane e dei monopoli di cui al decreto legislativo 30 luglio 1999, n. 300, gli altri enti impositori, l’agente della riscossione ed i soggetti iscritti nell’albo di cui all’articolo 53 del decreto legislativo 15 dicembre 1997, n. 446, che hanno emesso l’atto impugnato o non hanno emesso l’atto richiesto. Se l’ufficio è un’articolazione dell’Agenzia delle entrate, con competenza su tutto o parte del territorio nazionale, individuata con il regolamento di amministrazione di cui all’articolo 71 del decreto legislativo 30 luglio 1999, n. 300, è parte l’ufficio al quale spettano le attribuzioni sul rapporto controverso.».

[3] Cfr. Cass. 4778/2017.

[4] Di seguito il testo del citato art.2495 c.c., comma secondo: «Ferma restando l’estinzione della società, dopo la cancellazione i creditori sociali non soddisfatti possono far valere i loro crediti nei confronti dei soci, fino alla concorrenza delle somme da questi riscosse in base al bilancio finale di liquidazione, e nei confronti dei liquidatori, se il mancato pagamento è dipeso da colpa di questi. La domanda, se proposta entro un anno dalla cancellazione, può essere notificata presso l’ultima sede della società.».

[5] Cfr. ex multis: Cass. civ., Sez.VI, sent. n°11100 del 05/05/2017; Cass .civ., Sez.VI, Ord. n°19142 del 28/09/2016; Cass. civ., Sez.VI, Ord. n°15648 del 24/07/2015.

 

 

 

Read more

L’applicabilità delle sentenze della Corte di Giustizia Europea – Il principio di proporzionalità in materia fiscale

Commento alla sentenza Corte di Cassazione Sez. Tributaria  n. 22531/2017

L’esame della sentenza citata ci consente di approfondire due tematiche dirimenti e tra loro certamente collegate, inerenti da una parte il diritto comunitario processuale e dall’altra parte quello sostanziale, sia europeo che nazionale.

Il caso specifico oggetto dell’ordinanza della Suprema Corte:

Nella recentissima ordinanza n. 22531 del 27.09.2017 i Giudici di legittimità si sono espressi in materia di TARSU e, più dettagliatamente, muovendo dalla censura proposta dal ricorrente circa la supposta erronea affermazione della legittimità della previsione regolamentare di diversificazione tariffaria tra locali ad uso alberghiero e locali ad uso abitativo e la sostanziale violazione del principio UE del “chi inquina paga”.

Secondo la Corte, manifestando un orientamento consolidato, in tema di TARSU la disciplina contenuta nel D. Lgs. 507/1993 sull’individuazione dei presupposti della tassa e sui criteri per la sua quantificazione non contrasta con il principio comunitario “chi inquina paga”, sia perché è consentita la quantificazione del costo di smaltimento sulla base della superficie dell’immobile, sia perché la detta disciplina non fa applicazione di regimi presuntivi che non consentano un’ampia prova contraria, ma contiene previsioni che commisurano la tassa ad una serie di presupposti variabili o a particolari condizioni”.

Il principio così enunciato trae il proprio fondamento da precedenti sentenze CGUE (Cfr. 24.06.08 nella causa C -188/07 e 16.07.09 in causa C – 254/08) nella valutazione di conformità della disciplina nazionale in materia, rispetto ai principi espressi dalla direttiva 2006/12.

In particolare, il fulcro su cui si basa la decisione degli Ermellini consta nel fatto che il limite posto dalla Corte di giustizia alla discrezionalità delle autorità nazionali costituisce attuazione del principio di proporzionalità, largamente applicato dalla giurisprudenza comunitaria in materia fiscale, secondo il quale “non sono ammessi regimi d’imposizione i cui fatti costitutivi si fondano su presunzioni legali che non ammettono prova contraria”.

Tale è dunque il principio di diritto sostanziale espresso.

L’azione impositiva della pubblica amministrazione soggiace ad elementi propri sia del diritto nazionale che del diritto comunitario e che sono alla base dell’agire amministrativo (di cui il diritto tributario fa parte) quali l’adeguatezza, la ragionevolezza e la proporzionalità.

In merito a quest’ultimo, vale la pena sottolineare che quando si afferma che non sono ammessi regimi d’imposizione i cui fatti costitutivi si fondano su presunzioni legali che non ammettono prova contraria, ciò equivale a dover ragionevolmente considerare che l’esercizio del potere di controllo in materia fiscale deve ritenersi sindacabile sine die e senza soluzione di continuità dal momento che la tutela costituzionale da un lato e quella comunitaria dall’altro, con i principi sopra espressi,  consentono al contribuente di opporsi alla domanda impositrice dell’amministrazione finanziaria assumendo, appunto, la prova contraria.

Lo strumento attuativo del principio di proporzionalità, posto a salvaguardia del contribuente, risiede nel recepimento non solo di direttive e regolamenti dell’unione europea, ma anche delle sentenze emesse dalla Corte di Giustizia, unico organo deputato a fornire l’interpretazione del diritto comunitario.

E poiché tra le fonti del diritto, quello europeo deve dirsi in cima alla piramide, sovrastante quello nazionale, tanto da comportare la disapplicazione di quelle norme che si pongano in contrasto con i principi espressi dalle fonti europee, il giudice nazionale non potrà non tenerne conto, in ogni campo, compreso anche quello tributario.

Sul punto non possono esserci equivoci di sorta, ed è la stessa Corte costituzionale ad affermare che ”le statuizioni interpretative della Corte di giustizia delle comunità europee hanno, al pari delle norme comunitarie direttamente applicabili, operatività immediata negli ordinamenti interni”, così come le norme comunitarie come interpretate da pronunce rese dalla medesima Corte in sede contenziosa (Sul punto ex multis: Corte Costituzionale ord. n. 132/1990; Corte Costituzionale ord. n. 444/1991; Corte Costituzionale ord. 168/1991).

Esse rappresentano una fonte di diritto oggettivo, sulla base delle quali lo Stato membro deve adeguare le proprie norme se ed in quanto dichiarate incompatibili rispetto a quelle.

Dovremo quindi abituarci sempre di più ad uno studio del diritto – in ogni suo settore – che abbia un panorama più ampio, che si alleni a ragionare a largo spettro, che accolga principi di portata più estesa che spesso, per forma mentis, non siamo pronti a considerare ma il cui recepimento non è soltanto fondamentale per la tutela dei diritti  di tutti i consociati, ma soprattutto lo è per considerarci davvero parte di un sistema più complesso e più grande il quale ci consente di disancorarci da elementi che, per essere troppo legati alla storia impositiva del nostro paese, rischiano di lasciarci fuori dall’Europa e di comportare una diseguaglianza di trattamento non giustificata.

Avv. Alessandra Donatello
Avvocato e mediatore civile e commerciale
alessandra.donatello@gmail.com

 

Read more

Brexit, Tusk: “Ci sono stati progressi”

I capi di stato e di governo dell’Unione Europea, dopo due giorni di incontri a Bruxelles, hanno deciso di iniziare i preparativi per la cosiddetta “seconda fase” dei negoziati per l’uscita del Regno Unito dall’Unione Europea.

Inizieranno una serie di colloqui tra i 27 paesi che rimarranno nell’Unione Europea dopo la Brexit per stabilire quale strategia adottare nelle trattative sugli accordi commerciali che dovranno regolare i rapporti tra l’Unione Europea ed il Regno Unito.

Per passare alla seconda fase dei negoziati, quella sulle future relazioni commerciali fra il Regno Unito e l’Unione Europea, è necessario che ci siano “progressi sufficienti” nella prima fase dei negoziati, principalmente su tre fronti: diritti dei cittadini europei residenti nel Regno Unito, confine fra repubblica d’Irlanda e Irlanda del Nord britannica, obblighi finanziari di Londra verso l’Unione Europea. Al termine dell’ultimo round di trattative fra le due parti, i progressi “sufficienti” ancora non ci sono stati.

Il Presidente del Consiglio europeo, Donald Tusk, ha dichiarato che “le notizie su uno stallo nel negoziato sono state esagerate”. Se è vero che i progressi nelle trattative non sono ancora “sufficienti”, aggiunge, “non significa che non ci siano stati progressi per niente”. E infine esprime la speranza che le discussioni possano “passare alla seconda fase a dicembre”.

Read more

Termina il quarto ciclo di colloqui sulla rinegoziazione del NAFTA

I negoziatori del Canada, del Messico e degli Stati Uniti hanno concluso il quarto ciclo di colloqui sulla rinegoziazione dell’Accordo nordamericano per il Libero scambio (NAFTA).

I colloqui si sono tenuti in Virginia, dall’11 al 17 ottobre.

I tre Paesi firmatari (Stati Uniti, Canada e Messico) hanno portato a termine in modo sostanziale le discussioni relative al capitolo sulla concorrenza ed hanno compiuto progressi in materia di agevolazioni doganali e commerciali, commercio digitale, buone pratiche di regolamentazione e taluni allegati settoriali.

Il quinto ciclo si terrà in Messico dal 17 al 21 novembre. Per il primo trimestre del 2018 saranno previsti ulteriori negoziati.

Read more

La Svizzera indice la procedura di consultazione concernente gli Accordi sullo scambio automatico di informazioni con Hong Kong e Singapore

Il Consiglio federale svizzero ha avviato le consultazioni sull’attuazione di nuovi accordi relativi allo scambio automatico delle informazioni fiscali con Hong Kong e Singapore.

L’accordo con Hong Kong è stato firmato il 13 ottobre, lo stesso giorno in cui il Consiglio federale ha avviato la consultazione. L’accordo con Singapore, invece, è stato firmato nel mese di luglio.

Il Consiglio federale ha affermato che per il settore finanziario svizzero è importante che esistano le stesse condizioni concorrenziali a livello mondiale attraverso l’introduzione di accordi sullo scambio automatico delle informazioni con centri finanziari concorrenti.

Il Consiglio federale prevede di introdurre lo scambio automatico di informazioni con Singapore e Hong Kong dal 2018 e di scambiare i dati per la prima volta nel 2019.

Conformemente a quanto stabilito dalla legge, il Consiglio federale deve sottoporre il progetto al Parlamento per l’approvazione entro sei mesi dall’inizio dell’applicazione provvisoria. L’ adozione di entrambi gli accordi è prevista per la prossima primavera.

La consultazione terminerà il 27 gennaio 2018.

Read more

L’Irlanda introduce un’imposta sulle bevande zuccherate

Il Governo irlandese adotterà delle misure per l’introduzione di un’imposta sulle bevande zuccherate a partire da aprile 2018.

La misura è stata annunciata per la prima volta, nel bilancio 2017, dal Ministro delle Finanze, Michael Noonan. In seguito ad un processo di consultazione pubblica il successore di Noonan, Paschal Donohoe, ha annunciato oggi che il Governo porterà avanti il programma.

Secondo i piani presentati nel bilancio 2018 di Donohoe, l’imposta si applica alle bevande non alcoliche, a base d’acqua e ai succhi contenenti una quantità di zucchero aggiunto (pari o superiore ai 5 grammi per 100 millilitri). L’aliquota d’imposta applicata sarà basata sulla quantitá di zucchero di ogni bevanda.

Le bevande zuccherate con una quantità di zucchero tra i 5 e gli 8 grammi aggiuntivi per 100 millilitri saranno soggette ad un’imposta del 20%. Le bevande con una quantitá di zucchero pari o superiore agli 8 grammi verranno tassate al 30%.

Succhi di frutta puri che non contengono zuccheri aggiunti non saranno soggetti all’imposta per il loro valore nutrizionale e per le vitamine e le fibre che forniscono.

I produttori di bevande, rappresentati dall’Irish Beverage Council, contestano la proposta del governo, giudicata costosa e inefficace per combattere l’obesità, dato che andrà a colpire prodotti che rappresentano solo il 3% delle calorie consumate dagli irlandesi, mentre caricherà sulle famiglie una maggior spesa annua di 60 euro.

Read more